Ripartire da Lì/ynch

Ripartire da Lì/ynch 


Commenti e pensieri rivolti a un grande della
Settima Arte, nemmeno ventiquattr’ore dopo la notizia della scomparsa, testimoniano quanto Lynch fosse qualcosa più d’un semplice occhio visionario: al punto da oscurare altre dipartite non meno considerevoli che l’hanno seguita (Joan Plowright, Leslie Charleson, Bob Uecker...). E se s’esclude la recente esegesi a firma Sergio L. Duma ed edita da Weird, David Lynch – Viaggio nell’occulto, tra carta stampata e social network ognuno ha potuto esprimere la sua (proprio tramite Facebook, non si dimentichi, se n’è appresa la scomparsa). Un fiume in piena che a distanza di due mesi ancora non s’arresta ed è probabilmente destinato a protrarsi, consentendo a chi scrive di tornare sulla questione e, se possibile, distinguere a mente fredda tra personale infatuazione e ridimensionamento analitico. Tutto e il suo contrario, come inevitabilmente accade nei confronti d’un gigante, esorcizzandone l’avvenuta lontananza solo per un breve spazio di tempo: il che spiegherebbe perché, sull’omonima pagina web, una testata cinematografica di cartello optasse, prima che per l’immancabile elegia, per una rassegna di brevi scorci analitici tesi ad attraversarne l’opera in modo ragionato e puntuto. 
A cavallo di più generazioni, ognuno ha avuto il proprio Lynch nella misura in cui, certamente, altre a seguire l’avranno, senza tuttavia poter godere di geni altrettanto equiparabili. “La vita” – esclama il losco imbonitore di The Elephant Man – “è piena di sorprese”: ugualmente arduo, a questo punto, risulta fare osservazioni che non siano state confutate, ipotizzate, teorizzate, scritte o dette, nella consapevolezza di quanto lo sguardo di Lynch fosse (o meglio, ancora sia) un quid non comparabile rispetto alla raggiera in questione. Un INLAND EMPIRE, appunto. Basterebbe a dimostrarlo – per quanto mi riguarda, almeno – il fatto che a Bologna, l’indomani della news, il cielo fosse azzurro e terso, luminoso e bellissimo, col sole a irradiarlo: miracoloso toccasana alla collettiva mestizia di ragguardevoli schiere di orfanelli. Quasi la concretizzazione, elevata a epitaffio, del celebre aforisma del cineasta secondo cui il silenzio – contrapposto alla rumorosa stanza ostentata dal mondo – è il magico altrove in cui ha luogo il processo creativo: aforisma, a sua volta, restituito per immagini nel trascendentale epilogo di Velluto blu, accompagnato dal suadente timbro di Julee Cruise sulle note del sodale Badalamenti. 
Appiattimento d’una politique? Banalizzazione di un’arte? Potrebbe darsi. Neppure queste poche righe, un semplice e personale messaggio in bottiglia, aggiungerebbero granché a una lunghissima lista. Di tutto un monumentale complesso, segnalerei il ricordo – quello sì, indelebile – della mia classe al terzo ed ultimo anno delle medie, prima che ognuno cominciasse nuovi percorsi formativi, accalappiata dal tormentone-Laura Palmer con l’ipnotico refrain musicale nella testa, intrigata fin dal battage mediatico qualche mese prima della messa in onda del format. Un tropo che, in una miriade d’altri, dovrebbe suggerire quanto rivoluzionario fosse il concetto fruitivo d’immagine/immaginario nei primi Anni Novanta, anche per sbarbatelli neofiti come noi (l’amico Samuele Sestieri non fa alcun mistero di seguirne paradigmi e coordinate nei propri lavori d’avant-garde). Come solo un decennio prima, il non meno assillante interrogativo “Chi ha sparato a J.R.?” paralizzò letteralmente la fruizione mediatica globale, al punto – rilevarono gli analisti politici americani – da influenzare le elezioni presidenziali del momento. Il demoniaco Bob o l’inquietante nano fungevano da corredo delirante a un mito lisergico rosso porpora, nero-bianco striato, che il segmento-pilota, per suo conto, aveva provveduto a intraprendere dal nulla: enigmatico ápeiron quanto un orecchio mozzato. Senza contare che in quel mentre, dinanzi al palmarès di Cuore selvaggio (fortemente anelato dal Bertolucci presidente di giuria), ci fu chi continuava a dividersi nell’aver assistito a un bizzoso capolavoro o a un’esagitata boutade, costruita ad hoc al solo scopo di spiazzare. 
Indubbiamente, il cinema valicava il tornante del no coming back, irto di strade perdute, destinato piacevolmente o meno a smarrirsi nei meandri senza più (voler) invertire la marcia: il che rimanda all’aura poetica insita nell’incubo, tema presente in Lynch da sempre, che a un certo punto convince un anziano ranchman a vagare l’America a bordo d’un tosaerba, con una meta tanto prefissata quanto incerta negli esiti, e arricchita da incontri di fondativa umanità. Sotto un cielo di stelle. E per una di quelle enumerabili curiosità delle cui chiavi solo il Fato Maestro dispone, Lynch nasce (spirando quattro giorni prima del 79° calendario) lo stesso giorno dell’artista onirico per eccellenza, quel Fellini cui più volte affermava d’ispirarsi. Il sogno e il suo prosieguo
: esatta consecutio che, nella specularità tra giganti della celluloide, convince Spielberg, eterno fanciullesco affabulatore, d’impiegare la maschera lynchana per restituire l’effigie di Ford (con tanto di berretto a visiera, benda sull’occhio e immancabile sigaro), intento a spiegare con efficace – e ruvida – concisione il concetto di “orizzonte” al giovane discepolo nel proprio studio.
Cinema che cammina(va) con noi. E la mente dello spettatore non cancella: anche se Los Angeles è arsa dai roghi, inclusa la Mulholland Drive che intitola uno dei capolavori del Nostro d’inizio millennio. Anche se le ombre nere tramanti nell’oscurità si sono personificate prendendo il potere, vanificando definitivamente plausibili Eden a pastello. Finisce un’era, non un immaginario. Niente muore, nella restituzione offerta dagli occhi di Lynch. 

Francesco Saverio Marzaduri 

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