L’ultima luna di febbraio Sin dai tempi di Gangster Story , quando il nome di Gene Hackman ancora non era considerato “di cartello”, la sua granitica fisionomia già appariva destinata a farsi memorabile: in molti, e chi scrive è tra questi, un po’ per scherzo e un po’ no ipotizzavano fosse sempre stato un volto âgée . Una faccia segnata. Grazie anche a simili volti e sguardi la New Hollywood di quel grande, irripetibile periodo poté rifondarsi tra la metà degli anni Sessanta e tutti o quasi i Settanta, farsi più profonda e fresca, feconda e prolifica come non mai. Un cinema che guardava verso il basso, verso gli scarti sociali dell’ American Dream , che registrava e osservava la scomoda presenza degli ultimi. Dei perdenti, dei dropout e degli indomabili, anarchici per scelta o per necessità: non canonicamente estetici, non importa se affascinanti, non esattamente avvenenti e non necessariamente fotogenici. Con o senza baffi dietro la maschera indurita, il sogghigno sardonico e sor...
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