Con ogni mezzo non necessario: THE APPRENTICE – ALLE ORIGINI DI TRUMP
Con
ogni mezzo non necessario: The Apprentice – Alle origini di
Trump
Improbabile,
ed anzi: impossibile, che queste righe influiscano sul risultato
delle imminenti elezioni presidenziali o ne pregiudichino le
aspettative. Qualunque sia l’esito, solo il buonsenso – nei grami
residui collettivamente rimasti – può decidere se la visione di
The Apprentice – Alle origini di Trump possa
contribuire a scuotere le
coscienze, facendo chiarezza sui trascorsi d’una tra le più
controverse figure degli ultimi lustri: si tratta semmai dell’innata
ma sempre più logora volontà di fare il punto su quella
politica, come testimonia
l’altrettanto
fresca distribuzione di Berlinguer – La grande ambizione,
di Andrea Segre. S’aggiunga che la firma in regia d’un iraniano
d’adozione danese – Ali Abbasi, noto ai più per Border
– Creature di confine,
presentato alla Croisette, e Holy Spider
– affascina il senso
dell’operazione e, conferendo valore aggiunto, la voglia d’asprezza
nella disamina del 45° presidente degli Stati Uniti.
Qualcosa
che rimanda in un certo senso al film in cui Paolo Sorrentino, tra
grottesche allegorie e felliniani echi, stilava le vicende
professionali, politiche e private di Berlusconi nell’arco d’un
ventennio: Loro,
del 2018,
dov’era
l’imprenditore Ennio Doris ad elogiare il genio aziendale del
Cavaliere e, al contempo, a consigliarlo. Qui è di turno il
mefistofelico procuratore Roy Cohn: “la serpe” cara ai mafiosi,
che impartisce al giovine Trump precetti e procedure dello spietato
milieu
affaristico, istruendolo a puntino e divenendo il collaboratore atto
a fondare carriera e visione mondiale. Curiosità ghiotta, si diceva,
ché nella pluridecennale ostilità tra iraniani e statunitensi suona
più unico che raro il pamphlet
biculturale d’un nativo di Teheran, politicamente neutrale, verso
un antagonista; il che, con molta probabilità, non sarebbe
altrettanto fattibile senza l’ausilio co-produttivo, oltreché di
USA e Danimarca,
di Irlanda e Canada. Da una parte o dall’altra,
sul
piano degli incassi The
Apprentice
non sembra volare alto
–
segno inequivocabile d’una nazione comodamente rifugiatasi
nell’apatia – tant’è che le affermazioni dello stesso tycoon
smentiscono uno spettacolo di 122’ a base, a suo dire, di
spazzatura mediatica (“Un
film falso e privo di stile, diffamatorio e politicamente
disgustoso”), la cui uscita è studiata all’uopo “per
danneggiare il più grande movimento politico nella storia del nostro
Paese”. L’America, il cliente più grande. Ulteriore conferma, la
reazione stizzita di Dan Snyder, il sodale di Trump che l’ha
parzialmente finanziato tramite la società di produzione Kinematics,
tentando poi d’impedirne la diffusione tra boicottaggi e
intimidazioni.
Se
tutto ciò da noi detiene qualche tangibile eco, ci si ricordi che il
nostro Silvio, della propria immagine telegenica, ha fatto dichiarato
vessillo: nel mare magno ostentato da Abbasi, introdotto da un
filmato di Nixon nel rassegnare le dimissioni, tutto è
programmaticamente fondato su corruzione, menzogna e sgradevolezza.
Contrappuntato a freddo da una rutilante colonna musicale a base di
rock e disco
music Settanta-Ottanta,
e inframmezzato da un piano di registri atti a mescolare il reportage
d’inchiesta con quello documentarista (complice una fotografia
multi-filtro granulosa e satura, merito d’un montaggio a quattro
mani), l’instant
movie –
perché di questo si tratta e non
d’uno
j’accuse –
segue i passi d’un rampante Donald: i titoli d’apertura
immortalano il giovane imprenditore immobiliare che s’aggira ai
piedi dei grattacieli della Grande Mela, mentre lo script
del cronista Gabriel Sherman chiarisce che alcune esigenze obbligano
a romanzare più passaggi. Bamboccione dal complicato rapporto col
padre, con fratello maggiore pilota alcolizzato, sfoggia la propria
impopolare esuberanza sin da quando richiama i pagamenti dei
condomini nel palazzo di Queens amministrato dalla famiglia (e poco
manca che una pentola d’acqua bollente, gettata da uno di essi, lo
centri). Ancora lontana è l’ambizione di diventare leader
politico, arrestandosi al progetto d’edificazione del Commodore per
costruire il quale – fortuita casualità – riesce a calamitare
l’altezzoso Cohn (che, attratto dietro le quinte, gli fa qualche
avance
omosessuale).
I
graduali steps
di Trump per coronare l’agognato sogno, mostrare di non esser la
nullità che reputano i familiari e procedere sempre più verso la
cima, lo spingono a studiare il feroce avvocato in ogni mossa. Costui
– già consigliere di McCarthy durante la “caccia alle streghe”,
che si fa vanto dell’amicizia di “Tricky Dicky” e si gloria,
benché ebreo, di aver spedito i Rosenberg alla sedia elettrica –
gli s’affeziona, pur tenendo le distanze, e facendone un
doppelgänger
(un
po’ come il recente binomio Arthur Fleck/Joker) l’introduce nella
stanza segreta delle intercettazioni e gli spiega le tre tattiche
indispensabili per sopravvivere al putrido falò delle vanità:
attaccare sino all’ultimo, negare ogni cosa e, a qualsivoglia
prezzo, proclamarsi vittoriosi. “Tutti vogliono succhiarlo a chi
vince”, è la sua filosofia: nonostante l’iniziale goffaggine, il
bel tomo impara alla svelta il motto “aggredire l’uomo anziché
la palla”, presenziando nella villa del mentore a un party
selvaggio con orge, droga, sfrenatezze d’ogni genere (e c’è pure
un incontro con Andy Warhol). La sensazione d’un ineludibile déjà
vu
non azzera l’ipotesi che il film, da par suo, sia un potenziale
ritratto padre-figlio ribadito da un paio di situazioni: l’incontro
tra Cohn, Donald e il vero genitore di questi, imbarazzato dalla
protervia del primo, e il tentativo del leguleio di dissuadere il suo
protetto circa il proposito di maritarsi, spiattellato da un
contratto prematrimoniale sfavorevole alla girlfriend
ceca. Ma è grazie al suo apporto, permeato di charme
d’inquietante compostezza, che Trump convince la giuria a detassare
l’Hyatt dei genitori.
Via
via che l’ascesa procede, la narrazione pertiene al biopic
piuttosto risaputo, ancorché parziale, non tanto per difetto di
manico quanto perché avidità spietata, cinismo, ripugnanza del
personaggio rientrano nel collaudato prototipo, inevitabilmente
identico a sé stesso. Ecco allora l’ingrato affarista interagire
arrogante col sindaco Ed Koch, o risultare indifferente
all’irreversibile crisi del fratello – condannato a trista fine –
e ai sentimenti della consorte, di cui spregia le carezze quando lei
lo coglie in lacrime. Addirittura, si permette d’umiliare i
familiari nel tentativo d’accaparrarsi il trust dei fratelli.
Assetato di potere, supera l’impotenza delle nottate assumendo
anfetamine (ciò non gli impedisce di violentare Ivana a cui, per
vano capriccio, fa ritoccare i seni). Ma la sguaiata parabola
conferma l’indiretto imprinting
paterno dinanzi al tradimento del mostro verso il suo creatore,
scalzato da una predominanza inarrestabile superiore alla propria: ne
fa cacciare l’amante dall’Hyatt, gli squaderna una parcella
salatissima. E ancora, saputo ch’è malato d’AIDS, lo invita
nella sua magione col pretesto d’una lugubre festa di compleanno,
e, senza perder occasione per dileggiarlo (gli dona un paio di
gemelli di bigiotteria), ne sancisce la fine: il solo sentimento
d’umana pietà presente, prontamente smentito dallo spettatore.
Sicché il regista – primo iraniano ad ottenere l’esenzione
dall’obbligo di visto imposto dall’amministrazione trumpiana –
coniuga il duplice destino di entrambi in un mix alternato: le
esequie di Cohn s’accompagnano alla dolorosa liposuzione d’un
Donald, al contempo, operato al cuoio capelluto, mentre c’è chi ne
disinfetta il salone dai bacilli dell’HIV.
Dura
a spirare è la velenosa gramigna, ossia: chi semina vento raccoglie
tempesta. E dall’alto in basso il rinato Sansone, tronfio e
abietto, può concedersi d’auto-esaltarsi col Tony Schwartz,
esterrefatto e schifato, che ne scriverà la biografia L’arte
di fare affari.
“Sembra la politica estera di venticinque anni fa”, si sente dire
nell’epilogo, “ma questa funziona”: i tre assiomi sublimano
nella dottrina paterna killer vs
perdente – rovello che da sempre l’attanaglia – mentre nei
bulbi oculari del futuro presidente l’Air Force One sfreccia sulla
torre che ne porta il nome. Le
allarmanti melodie di David Holmes, Brian Irvine e Martin Dirkov
siglano l’affresco. Nei rispettivi ruoli di discepolo e cattivo
maestro, la gara di bravura tra Sebastian Stan e Jeremy Strong pone
il secondo una lieve spanna sopra il primo: si consiglia, pertanto,
la visione in lingua originale. Riemerge il ricordo della coppia
Lancaster-Curtis in Piombo
rovente (“il
dolce profumo del successo”, recitava il vero titolo), ma pure –
cosa più funesta – il sospetto di ritrovare un’icona lurida,
sorpresa in mutande dietro una
fellatio,
al timone della Casa Bianca. “Niente
di tutto ciò conta, tranne vincere”: ai
posteri, scriveva
quel tale...

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