Tempo (non) bastante: MEGALOPOLIS

Tempo (non) bastante: Megalopolis 


Circa l’ultima ambiziosa fatica di Coppola – la sua ventiquattresima, in oltre sessant’anni di carriera – sono già stati spesi oceani di parole, e di fatto è impossibile condensare in poche righe l’esegesi completa di 
un simile prodotto. Ciò su cui in verità non s’è disquisito abbastanza, laddove si tratterebbe d’un aspetto non indifferente, è il livello di ricezione d’uno spettacolo fragoroso, eccessivo e coloratissimo, che in due ore e diciotto minuti abbaglia qualsiasi cenno di restituzione narrativa: gonfia di rimandi storici intercalati tra l’ante e il post, infarcita di echi e rimandi teatral-filmografici (culturali più in generale, oltreché immancabilmente autobiografici), la trama conta assai meno dell’iniziale valore, sino a votare l’impresa all’inevitabile fallimento. Un po’ come si verifica nel Lynch più tipico, per non incomodare migliaia d’altri esempi, Megalopolis è opera che non può esser ricondotta a una fabula – come si presenta in apertura – dai contorni netti e definiti: l’impressione a caldo è che pare sfuggire a qualsiasi catalogazione, ad ogni tentativo di contenerlo entro un “quadro di riferimento” che consenta di analizzarlo sulla base di coordinate predefinite. Tentare di delinearne l’assunto non rende giustizia, più che alla struttura onirica, alla visionarietà che la pervade, né alla sua peculiare logica interna. 
A una prima proiezione, chi scrive vorrebbe spostare il discorso su un terreno estraneo al contesto: riascoltando Hegel – quinto ed ultimo vinile del sodalizio Battisti-Panella, guarda caso d’una trentina d’anni fa – si resta convinti come l’elemento armonico prevalga maggiormente sull’empatia del testo, il cui sfuggevole messaggio incastona l’esperimento in un raggio ermetico, suscitando perplessità in conseguenza d’un terreno che non si cura più di tanto della propria decifrabilità. Per quanto inclassificabile, tuttavia, l’impressione che lascia rimane egualmente fascinosa, in linea col proprio indefinibile quid. Al maestro Coppola, ipotesi di lettura o giudizi critici sembrerebbero non importare granché (quasi a dire: la metropoli avvenirista di matrice newyorchese è come l’antica Roma, per guardare oltre si devono rifare i conti col passato dei primordi). Né si dimentichi che il tempo – ancora una volta signore e padrone d’una Storia maestra – è protagonista, qui maggiormente se non reiteratamente rispetto all’arco dell’intera produzione, da Rusty il selvaggio a Peggy Sue si è sposata: lapidaria la presenza dell’orologio in ouverture, chiave d’accensione via via ribadita in numerose fasi, immortalato dal basso per suggerire quanto l’istante impercettibile conti più d’una prevedibile conclusione; e il motore della celluloide provvede a congelarlo, infischiandosene dell’inerte realtà. Coefficiente diegetico ora dilatato ora conciso, il Tempo è deus ex machina multistrato, teso a spostare futuro e passato nell’hic et nunc della messinscena – cui lo spettatore assiste – senza soluzione d’omogeneità, catapultando lo stravagante tableaux in una dimensione in linea con l’odierna frenesia (un lembo si coglie nel circolare andirivieni dell’incipit: eco del Godfrey Reggio di Koyaanisqatsi, di cui proprio Coppola fu promotore). E sempre il Tempo, nel carosello senza stacchi di flash forward e salti all’indietro, ricopre all’occorrenza la funzione di giustiziere del Fato. 
Fuori come dentro, il demiurgo Francis Ford dipana il tumultuoso progetto in serbo da più di quarant’anni, investendoci di tasca propria e protraendo una politique che, da oltre mezzo secolo, si pone quale autonoma sfida a un’industria standard, ora ossequiosa ora punitiva. Lo sappiamo fin dalla lavorazione del suo capolavoro maledetto: con la differenza che l’Apocalisse, qui, è avvenuta da un pezzo. Nel terzo inoltrato millennio non resta che ramazzarne i cocci disseminati, ognuno in sé tassello di quella magica potenza che inscatola la voglia di fare, e replicare, un cinema in grande. L’uomo e il suo sogno: occhio moltiplicatore di sguardi pari a nessun altro, a rischio e pericolo d’una maniera che non teme il ridicolo. Quasi che il cineasta ribadisse l’ossessiva ricerca d’un oggetto inafferrabile, inesistente eppur presente, delle cui leggi è proibito smarrire la concezione perché – citando una delle battute a effetto presenti – “gli artisti non possono mai perdere il controllo del tempo” (“Ogni artista ferma il tempo e lo inverte e ci gioca”, dichiara Coppola, “soprattutto i registi e il teatro lo manipolano”). Utopia distopica, e lucidissima, che porta avanti il rovello dell’intercettatore Harry Caul nell’era postmoderna del new age, complice l’alter ego Cesar Catilina: architetto, filantropo, premio Nobel, e appunto visionario, la cui invenzione del Megalon consente di ribellarsi alle unità spazio-temporali, plasmandole e perfino arrestandole, senza lasciare a kronos il potere di dominare sull’umano pensiero (il già noto fotogramma in cui ai piedi di un’enorme meridiana rimira l’urbe dall’alto, insieme a Julia, rispettivamente attraverso alcune lenti e un cannocchiale). A un passo dall’ignoto sull’orlo del baratro, id est dalla caduta e conseguente rovina: “quando ti lanci nell’ignoto”, parafrasando un’altra battuta, “dimostri che sei libero”. Nel calderone di recensioni e disquisizioni fa specie che nessuno abbia rammentato quel titolo di fantascienza, prodotto da Alexander Korda e liberamente espunto da Wells, ch’è La vita futura (ove una filza di eventi avveniristici ripercorre un arco secolare). Più facile, però, che il cronologico topos apparenti Megalopolis a Hugo Cabret, dell’amico-collega Scorsese, nell’onirica ostentazione d’un balocco in cui il peso influente della Storia si coniuga al sapore – mai smarrito, anzi sempiterno – della Settima Arte: non per nulla c’è chi ha menzionato Méliès (la nuvola a forma di mano che trafuga la sfera lunare), a mo’ d’ideale anello di congiunzione. 
Adibito al protrarsi d’un sogno (lungo un’esistenza), il resto rientra in quelle dinamiche sperimentali, dall’onnipresente digitale alla più ottimale tecnica visiva, atte ad accentuare una visione pantografata centuplicata anni luce, d’irraggiungibile conseguimento. Né si può parlare di resa, semmai d’un lineare approfondimento alla ricerca di modalità, impervie, per individuare un’ulteriore direzione. Sicché l’onnipresente cromatismo, tripudio ora fantasmagorico ora lisergico (la firma è del sodale romeno Mihai Mălaimare Jr.), accompagna la scompostezza delle immagini sullo schermo in ogni loro formulazione accentuando il paradigma del sogno a occhi aperti – split screen, dissolvenze, abbozzi animati in bianco e nero seppiato, sino alla abbattimento della quarta parete – minimamente curandosi d’un effetto a prova d’irritazione. Altrettanto controverso suona il decadentismo sword & sandal che fa di Megalopolis un accrocco d’ineludibile, ridondante kitsch (dalle palandrane simili a toghe alle acconciature con tanto di coroncine d’alloro): di nuovo, il prototipo metanarrativo trascende l’incaglio accostando l’autore alla barocca maestosità dei titani à la Welles, stemperando ricorrente Shakespeare in ogni dove nell’invocazione del peplum, unica sublimazione possibile nella disamina d’un Paese populista ai ferri corti con la propria repubblica. 
Il polso di Coppola batte nei grandi effetti della confezione – la commistione di generi, gli scorci di massa – ove il comparto tecnico, sin dai lustri del Padrino, tiene in vita la mitopoiesi dietro l’appellativo di “famiglia” (ribadito dall’inclusione nel cast di Talia Shire, sorella del cineasta): tanto il kolossal offre il pretesto d’una faida in forma di saga, quanto l’epilogo concede un baluginante spiraglio di speranza nell’affermazione dell’Uomo Nuovo. Nitido il paradosso: al fantomatico Megalon – da Cesar concepito in seguito al lacerante suicidio della consorte – sopperisce la nascita d’una figlia, onde permettere la vera rinascita della città e perpetuare la stirpe nell’avvenire del mondo. La creatura di domani, insostituibile eredità volta ad accordare la corruzione stagnante con l’incrollabile idealismo, nonché antidoto all’Ignoto. Perché Megalopolis (dedicato dal regista-sceneggiatore alla moglie Eleanor), ruotando sul Tempo a disposizione, non si sottrae alla Morte né agli spettri che ogni tanto s’insinuano: un disastro spaziale, d’altronde, devasta la Grande Mela che il protagonista intende riedificare. Voci lontane sempre presenti della New Hollywood di cui Coppola fu eponimo, s’afferrano nel ritrovare gli ultraottantenni Jon Voight e Dustin Hoffman – ex uomini da marciapiede, qui alfieri del malcostume fatto dogma – mentre Giancarlo Esposito e Larry Fishburne (il sindaco reazionario e il servo-narratore di Cesar) si ritrovano in ruoli avversi come nel cinema di Spike Lee che li vide assieme. 
Pure, nello stenografare tali righe, la scomparsa di Teri Garr (la Frannie di One From the Heart) lascia un’impronta malinconica, che tuttavia non ne oscura la patina tra il Prima e il Dopo nel compimento di esperimenti sofferti: l’ultimo fu Twixt, datato 2011. Si tratti di summa testamentaria o meno (ma già si parla d’un altro paio di progetti nel cassetto…), Megalopolis conferma la deflagrante plausibilità di un’altra giovinezza, essendo l’immagine cinematografica elisir di lunga vita: la materia di cui sono fatti i sogni, come pure i deliri. E non si può, almeno su questo, esser in disaccordo.

Francesco Saverio Marzaduri 

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