Le due verità: OH, CANADA – I TRADIMENTI
Le
due verità: Oh,
Canada – I tradimenti
“Col
trascorrere del tempo, ogni film che faccio lo considero il mio
ultimo”, dichiara il quasi ottuagenario Paul Schrader, “vuoi che
il tuo ultimo lavoro rappresenti qualcosa di significativo. Non vuoi
chiudere la carriera con qualcosa di trascurabile”. Se poi è vero
che qualunque banco di prova si configura quale ulteriore traccia di
sé
–
ogni volta brandello non definitivo d’una già cospicua tela, tesa
alla sempiterna disamina del presente – altrettanto lo è che Oh,
Canada – I tradimenti,
ventitreesimo lungometraggio del cineasta di Grand Rapids, appaia
come una personale introspezione: una cartella clinica il cui portato
umano, per gran parte di stampo autobiografico, sconta la propria
impreparazione dinanzi a un obiettivo semi-documentaristico. Lo
sguardo teorico di Schrader nei confronti dell’epoca attuale si
scopre pressoché incerto nel tentativo di far chiarezza sul suo
alter
ego:
un anziano
film maker malato
terminale il cui itinerario a ritroso, nel rivelarsi frastagliato
resoconto di un’esistenza non esattamente ammirevole, si stempera
attraverso una miscelata successione d’andirivieni temporali –
ora a colori, ora bianco e nero – in cui il giovane Leonard Fife
s’alterna a quello maturo, addirittura nei flashback ove il secondo
fa capolino in luogo del primo.
Risultato
d’una tecnica lucidamente confusa, ancorché di raffinata
padronanza negli assortiti cambi di marcia (bordi allargati
o ristretti, digitale camuffato da effetto-pellicola),
lo stratagemma giunge come il rovello del protagonista nei confronti
dei propri fantasmi (si pensi all’estratto che lo sorprende a una
finestra, prima cinquantenne e poi in giovane età), mentre il film,
più semplicemente, nulla aggiunge al solido campionario di figure
tormentate dai sensi di colpa, lacerate dal tormento e la cui
moralità, talvolta dubbia, è all’incerta ricerca dell’estasi
(non ultima il Maestro
giardiniere,
dai trascorsi suprematisti, nell’omonimo antecedente titolo). Se
l’intero paradigma schraderiano si focalizza su effigi solitarie
lasciando che la voce over
condensi dettagli e sfumature nel rispettivo percorso spirituale, in
Oh,
Canada
il punto di vista fuoricampo spetta al figlio di Fife (che nega di
riconoscerlo, dopo una presentazione). Ma l’aspetto suggestivo, a
differenza
dei numerosi casi in cui la confessione-diario è sempre ad opera del
personaggio principale, sta nel fatto che il punto di vista d’un
comprimario accentua una già tiepida chiarezza sul protagonista,
focalizzandone l’ambiguità e persino osteggiandone la redenzione:
non a caso, il film trae spunto da un romanzo del Russell Banks (cui
l’amico Schrader dedica il riadattamento), scomparso due anni
prima, già oggetto di trasposizione in Affliction,
a sua volta parabola d’una mancata catarsi.
Ad
accomunare entrambi i lavori provvede l’impossibilità d’una
messa a fuoco, in Wade professionale e privata (il presunto
assassinio d’un sindacalista, probabilmente un’allucinazione,
versus
il ricordo, forse non meno alterato, della violenza che il poliziotto
subì dal padre). In Oh,
Canada,
nel corso dell’intervista concessa al suo ex studente e alla
relativa troupe,
la mente di Fife s’offre coerente, nonostante farmaci e vuoti di
memoria ne offuschino il flusso, finendo per invischiarla in una
pletora di contraddizioni; così pure la sicumera in superficie d’un
individuo segnato in volto incappa in una fragilità che ne svela
aspetti né cristallini né positivi. Sicché la scelta del Richard
Gere che lustri or sono, all’autore di American
Gigolo,
consegnò l’indelebile icona di sex
symbol,
è un’opzione coraggiosamente aritmetica nell’ostentazione d’una
maschera patetica, labile e consumata, la cui irrinunciabile presenza
della moglie Emma durante la deposizione, il bisogno dell’uomo che
lei l’assista, testimonia l’angelicato amore quale univoco
antidoto (o meglio, purezza)
di celestialità in un ragguaglio di apparenze e invenzioni,
velleitarismi e mendacità.
Parafrasando
il titolo italiano d’un altro Schrader, lo spettatore è posto di
fronte a due verità, tant’è che aggiungendo le sembianze di Uma
Thurman, utilizzata in due ruoli frapposti, il film è costellato di
binomi speculari: realtà-finzione, ma soprattutto vita-morte, come
s’evince dalla prospettiva discrepante secondo cui il vietcong
ucciso nella celebre istantanea di Eddie Adams – afferma Fife,
sulla falsariga di Susan Sontag – vive in eterno, laddove in tal
momento, controbatte Emma, la morte si consegna imperterrita. Il
ginepraio esistenziale intorno a cui ruota l’assunto, almeno in
apparenza, conta sempre meno rispetto all’inclusione della
macchina-cinema, e al ruolo che questa ricopre, anche (se non
soprattutto) in funzione dell’istante sacrale che nessun congegno
dovrebbe teoricamente violare. Che l’equipe del documentario,
insieme all’osservatore-complice, scruta in excipit
da un cellulare collegato a una microcamera appostata di sottecchi
nel capezzale di Fife. Un’appropriata finale di-partita, morte in
diretta eco di quella wendersiana, immortalata in Lampi
sull’acqua,
sul collega-amico Nick Ray.
Senza
necessariamente ricorrere a cinefili artifici ipertestuali, la
volontà di narrare una storia è il primigenio (e unico) fattore a
contare in tutta l’opera schraderiana, titolo dopo titolo, sino a
risultare lo stesso lavoro a distanza di decenni. E il pubblico, come
in una seduta psicanalitica, funge da ricettore-testimone. Alle prese
con l’ennesima trasmutazione o l’eventuale esperimento
“traviato”, adibito a conferirle forma quando non sostanza
(ricordate Auto
Focus?),
la cinecamera è la sola realtà indistintamente casta;
le praterie dell’agognato Canada insite nell’ultimo fotogramma,
come i fiori di Gracewood che sbocciano rigogliosi, restano una
plausibile immagine d’illibatezza fiabesca. Tra miriadi di altre.

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