I DELFINI: paradosso di un’attrice cinematografica
I
delfini: paradosso di un’attrice cinematografica 
“Non mi sono mai considerata un’attrice. Solo una donna con una certa sensibilità: con quella ho sempre lavorato. Mi sono accostata ai personaggi con grande umiltà: cercando di viverli da dentro, usando me stessa, senza ricorrere ad alcuna tecnica. (...) Penso che la mia vita sia servita molti di più, per il mestiere d’attrice, di quei pochi mesi di Centro Sperimentale di Cinematografia frequentati subito dopo esser arrivata in Italia.”
Il modello interpretativo di Claudia Cardinale scaturisce dalla stessa
natura dell’esistenza, da ciò che sente nel vivere. Più che
costruire i personaggi li incarna, legando indissolubile le proprie
fattezze alle tipologie che di volta in volta le si presentano, quasi
fossero incontri fortuiti, lungo una vita. “Amo
calarmi nei personaggi con tale esperienza”, afferma, “mi piace
recitare per la possibilità che mi dà vivere, oltre alla mia, altre
storie: parto da me, cercando di inventarmi nuovi modi d’esser
donna”.
Nel
primo prodotto italiano a metterla in luce, I
soliti ignoti,
per la prima volta impersona la donna siciliana, la diffidente
Carmelina Nicosia: l’aspetto mediterraneo, che la rende idonea in
ruoli al contempo aristocratici e popolari, sembra relegarla nella
restituzione di tipologie del sud, riservate e silenziose, timorose e
controverse, bizzarre e selvagge. Se la sua carriera prosegue nel
biennio ’58-59 con Tre
straniere a Roma,
La
prima notte,
Il
magistrato,
Vento
del Sud e
l’inglese Su
e giù per le scale –
senza omettere L’audace
colpo dei soliti ignoti,
seguito del film di Monicelli – la svolta arriva col Germi di Un
maledetto imbroglio,
grazie al quale Claudia inizia a imparare la recitazione e sentirsi a
proprio agio davanti alla macchina da presa. Un’autentica prova
d’attrice, per cui riceve una lusinghiera recensione a firma
Pasolini:
“Quegli
occhi che guardano solo con gli angoli accanto al naso, quei capelli
neri spettinati (unica vera prorompente citazione gaddiana), quel
viso di umile, di gatta, e così selvaggiamente perduta nella
tragedia: sono dati che danno ragione all’impeto irrazionale di
Germi (…).” [1]
Il
’60 si rivela proficuo per la neo-diva che recita ne Il
bell’Antonio,
Napoleone
ad Austerlitz (che
le offre la possibilità d’affiancare Orson Welles) [2],
Rocco
e i suoi fratelli e
I
delfini.
A dispetto di Germi
e Bolognini, i cui sodalizi con lei da subito si dimostrano lieti,
l’alchimia non si realizza istantaneamente con Maselli: nonostante
figuri nel cast de Gli
indifferenti e
Ruba
al prossimo tuo…,
e in tempi recenti nel documentario Frammenti
di Novecento,
il cineasta rammenta il loro primo film come un’esperienza
delicata.
“(…)
Claudia è stata una delle mie maggiori fatiche… Rivedendolo,
Gli indifferenti lo
considero forse il mio film migliore e c’è una Cardinale
abbastanza straordinaria… Fu davvero un caso… Ci sono cose
misteriose nel cinema, animali cinematografici, attori o attrici che
bucano lo schermo... Lei ha fatto con me I
delfini,
del ’60… È una parte importante, e fu davvero difficile farla
recitare. Tra l’altro, ne Gli
indifferenti è
con la sua voce, mentre ne I
delfini
era Adriana Asti a doppiarla.… Devo dire la verità: con Claudia il
trucco fu trovare la chiave. Alla fine rendeva, bisognava metterla
nelle condizioni non di spiegarle il personaggio, che era
completamente inutile, ma crearle l’atmosfera più giusta ed
emozionante per lei, intorno alle riprese. Ne I
delfini ho
dovuto darle anche uno schiaffo per creare una certa emozione: per il
pianto, per le lacrime, certe volte puoi usare il mentolo, si fa, ma
altre volte devi creare un’atmosfera... Perché lo schiaffo
mortifica, è una cosa strana ma crea proprio il pianto (...)”
Le
difficoltà di Maselli, assai preoccupato per la riuscita del
prodotto, iniziano in fase di sceneggiatura, proseguendo durante la
lavorazione e il montaggio: sicché le incomprensioni con la
Cardinale risultano frutto d’un delicato climax
emotivo.
Le complicazioni lavorative e lo stato d’animo del
regista-sceneggiatore sono riportate nel carteggio tra quest’ultimo
e Goliarda Sapienza durante la stesura dello script:
“(…)
Poi
ti richiamo per il resto perché sto diventando matto […].
Dimenticavo
di dirti, anche per spiegarti questa irrequietezza, che fino a ieri
il film era praticamente saltato!!! Causa Pietrangeli eccetera e che
Cristaldi lo ha proprio ripreso per i capelli per miracolo! Puoi
immaginare come sono stato. Adesso è tutto appianato e speriamo
bene.” [3]
Inizialmente
Cristaldi
sottopone a Maselli un copione redatto da Antonio Pietrangeli, a sei
mani con Tullio
Pinelli,
Dario Fo e Lucio Battistrada: Le
ragazze chiacchierate.
Una volta letto, il cineasta risponde d’esser interessato a patto
di poter modificare profondamente il materiale e gli sottopone una
ventina di fogli di cambiamenti; Cristaldi accetta le modifiche
proponendo Ennio De Concini e Aggeo Savioli per la stesura.
“La
sceneggiatura de I
delfini era
stata comprata direttamente dalla Vides a Pietrangeli, io non ebbi
rapporti con lui, ma naturalmente lo conoscevo, l’ambiente del
cinema non è molto grande, e rimasi molto addolorato dalla strana
reazione che Pietrangeli ebbe a proposito del film, quando uscì.
Cristaldi aveva offerto a me la sceneggiatura dopo aver chiuso il
rapporto con lui, il discorso era molto chiaro, ma curiosamente
quando finii il film incontrai Antonio che era molto amareggiato
perché avevo fatto un film suo. Fissavamo insieme alla Fonofilm, io
I
delfini
e lui Adua
e le compagne e
ci incontravamo spesso. Lui aveva il solito sarcasmo affettuoso, e
anche non affettuoso, e io non ero da meno, e fu quindi un continuo
beccarsi.”
Il
ritrovarsi tra le mani una sceneggiatura già confezionata,
revisionata insieme a un gruppo di screenplayers
(con
l’apporto di Alberto Moravia e
dell’invisibile
Sapienza), non agevola più di tanto gli sforzi. Dello
spunto iniziale, I
delfini mantiene
l’ambientazione: Ascoli Piceno e il Caffè Meletti; l’azione che
avvia l’intreccio; alcune figure, tra le quali Fedora, laddove il
personaggio principale nella sceneggiatura di Pietrangeli, Nicoletta,
è soppresso in quella definitiva di Maselli. Mix delle Nicoletta e
Fedora delineate da Pietrangeli e collaboratori, proprio la seconda,
interpretata da Claudia, diviene protagonista. Relativamente al
copione, Sapienza lascia una sequela di pagine con correzioni e
suggerimenti minuziosi, in particolare circa una costruzione
credibile di tipologie, caratteri, azioni, congrui dialoghi onde
costruire rapporti tra personaggi; la stessa Sapienza
esige ritratti genuini (nella fattispecie femminili), non
stereotipati e tesi a creare rapporti reali:
“Fedora
veramente è pur adesso la più mancante, bisogna veramente
conoscerla di più. […] Mi pare che in tutto l’inizio Fedora sia
troppo debole
[…];
forse
se
le
si
desse
un
carattere
più
irruento…
Se
insomma
è,
subito oltre che bella e infelice e bona, è anche più combattiva
volta a volta […]. Questo scoprire subito i personaggi, scusami se
te lo ripeto,
mi
pare il difetto del film, sono troppo previsti!! E non è realistico
né poetico.”
Su
“Cinema
Nuovo” del ’60,
Guido Fink concorda con la Sapienza circa la sceneggiatura, ma pure
con Maselli in relazione alla Cardinale:
“Dialoghi
e situazioni risultano allora stridenti, forzati; e così pure i
personaggi aggravati da una recitazione generalmente inefficace (si
salvano solo gli attori in possesso di un sicuro cliché: Gora, la
Blair, Gérard Blain, Tomas Milian; ma la totale inespressività
della Cardinale, del Fantoni e, soprattutto, di Antonella Lualdi è
addirittura incredibile).”
La
volitiva fragilità d’una figura qual è Fedora, d’imperfetto
equilibrio sulla carta, non è semplice da padroneggiare, ancorché
un’introversa e spaventata Cardinale cerchi d’infondere al ruolo
un’eleganza sofferta, riverbero della propria storia personale: di
chi si sente fuori posto, sa che significhi essere ragazza madre e
ben conosca violenza e mania di controllo di cui gli uomini sono
capaci. L’attrice ostenta il personaggio
attraverso uno sguardo al contempo triste e sognante, che insegue
l’impossibile: prima i “delfini” che s’allontanano dal café
in
auto, e poi, rincasata, scruta la città avvolta nel buio dietro i
vetri d’una finestra finché i suoi occhi si perdono
nell’inconsistente,
verso l’invisibile muro che scinde le classi e lei vorrebbe
valicare. Da questi primi fotogrammi, in quelle iridi esploranti
l’alveo
domestico, si evince un personaggio inappagato, la cui immagine allo
specchio chiaramente riflette l’acquiescente disgusto per la
propria condizione sociale.
Doveroso
segnalare una discrepanza voce-volto: oltre a Claudia, un’altra
interprete infonde vita al personaggio, Adriana Asti. Il timbro di
quest’ultima non soltanto si coniuga abilmente con la fisicità
della Cardinale, ma il tono lievemente stridulo, diminuito, e quello
arrochito che emergono al termine delle battute, in un certo senso,
rievocano la voce della seconda, così rauca
e gutturale, cupa e graffiante. Interprete e doppiatrice eccellente,
la Asti rielabora l’onesta sfumatura di sofferenza a un passo
dall’isteria che il ritratto di Fedora richiede. Da parte sua,
Claudia (che già ha preso parte a tredici film) si
concentra sulla mimica del viso, prima che del corpo, per esprimere
l’interiorità del ruolo; attraverso lo sguardo, soprattutto,
delinea le emozioni ed intenzioni che di volta in volta lo dominano:
illusione, gioia
fanciullesca, vulnerabilità,
malinconia, sconcerto, delusione, disgusto, timore, tormento,
vergogna, fardello del vincolo,
rinuncia, sfida. La bocca, che leggermente si spalanca per esprimere
sgomento o si serra esacerbata, accenna un timido sorriso
che si fa sbarazzino, orla l’intensità
d’un sentimento veicolato dallo sguardo. Sovente si limita a
osservare in silenzio, declinando l’espressione facciale a seconda
delle circostanze: rimira attentamente sorridendo felice quanto una
bambina, poi si guarda intorno corrucciata, sentendosi spaesata tra i
figli degli industriali. Scruta interrogativa o spaventata, e dal
suo viso sfuma l’innocente timidezza con cui ricerca il milieu
borghese,
ma pure la letizia d’esservi entrata; non c’è più nulla in lei
della spontanea confidenza col dottor Corsi, insita nelle prime
scene.
Interpretazione
che,
pur guidata dal sapiente Maselli (lo testimoniano le foto di scena in
cui l’attrice presta estrema attenzione alle indicazioni del
regista, intento a seguire tutti gli interpreti e le sue scene in
particolare), rispecchia la timidezza della Nostra sul set, specie
nel tentativo di rendere i movimenti esitanti del corpo. Tale
sensazione di fragilità e smarrimento abbina la sua realtà a quella
del personaggio, risultando estremamente convincente e naturale nel
manifestare la giovane provinciale. Ne è esempio l’andatura
un po’ impacciata che rimarca il disagio di Fedora, che, in un
primo tempo esitante e fuori contesto (piccoli passi incerti si fanno
celeri per paura), comprende poi l’infelicità che l’attende e il
più possibile vorrebbe tardare l’arrivo tra le grinfie di Alberto,
prototipo all’insegna della sopraffazione. Nell’epilogo
l’andatura della ragazza vorrebbe mostrarsi veloce e decisa, invero
restando meccanica, a scatti, non priva d’una esitazione dettata
dalla mesta necessità d’optare per il benessere economico e le
convenienze sociali, anziché per l’autentico amore. Il
segreto del fascino di questa figura risiede nel contrasto tra il
volto fanciullesco – capace d’esprimere immaturità, timidezza,
candore, reticenza – e il corpo femminile privo d’ogni complesso,
maturo e quieto. Ovvero, come spiegato in prima persona, il segreto è
nella stessa Cardinale che impiega il corpo come maschera,
rappresentazione di sé stessa (“Ciò
che lei è come oggetto diverso da tutti gli altri oggetti”, scrive
Moravia in un’intervista del ’61, “in altri termini ciò che
lei è come apparizione”).
Quello
di Cardinale/Fedora è un corpo sensuale spogliato dall’afflizione
della propria carica erotica, complice un’estetica plasticamente
elegante e rigida (riecheggiante
le protagoniste di Antonioni), soprattutto quand’è abbandonato sul
divano o sul letto ove l’autenticità
si
manifesta nella ricerca d’un contatto: se non per amore, alla
ricerca d’un significato alle proprie scelte trovando solo il
vuoto. Se il corpo di Fedora è quello d’una donna, i gesti
riconducono all’istintività dell’infanzia quanto le espressioni
sul viso: nel tentativo di baciarla con brutalità, da parte di
Alberto, prima si difende con scomposta aggressività, poi cede al
desiderio sperando che la sposi. Nelle scene seguenti il corpo si fa
arrendevole e lui la trascina “ovunque”, come fosse una bambola
di pezza; comprendendo la realtà in cui vive, Fedora torna
selvaggiamente aggressiva cercando di difendersi dagli assalti di chi
la ripugna.
Di
solito Maselli esplora il corpo
quale
resoconto socio-politico, impegno umano, dimensione esistenziale,
diario di contraddizioni e speranze del Paese a lui coevo. Ne I
delfini il
corpo è utilizzato per conferire un senso di vuoto esistenziale, più
attiguo allo stile di Visconti e del citato Antonioni: la
rappresentazione
della decadenza morale e l’apatia della vita borghese di provincia,
negli anni del boom
economico,
risulta caustica solo a tratti. Se la
raffigurazione dei corpi borghesi serve a innescare un implicito
contrasto con la fisicità più autentica o sofferente delle classi
subordinate, i
corpi “rivoluzionari” legati dall’amore,
che dovrebbero esser delineati da Fedora e dal dottor Corsi, si
lasciano corrompere da una società ossessionata da apparenze e
benessere materiale, discrepanti da valori più profondi. Corpo
e anima di Fedora muteranno, ammorbati da un clima conformista che
ammalia e inganna. Pure Corsi si rilascia all’oblio d’un erotismo
superficiale e tormentato in
tal cerchia, senza lasciarsi irretire fino in fondo; si riscatta anzi
percuotendo Alberto e portando via Fedora dal gruppo, benché la
liberazione non porti a nulla.
I
veri corpi eversivi si legano al lavoro
nell’estratto
illuminante in cui Fedora siede accanto ad Alberto, a bordo della sua
Ferrari, lanciata a folle velocità su strade di campagna; al
principio lei sorride divertita per poi rabbuiarsi, scoprendo la
natura sadica (e squallida) del giovane. Mentre guida con prepotenza,
mostra completo disprezzo per gli altri volendo superare a ogni costo
un’ambulanza,
un trattore, sfrecciando accanto a operai stradali, lavoratori e
lavoratrici in bicicletta: una, poi, è sfiorata e cerca di non
cadere poggiando i piedi a terra e reggendo contemporaneamente la
bici, in modo perpendicolare. Fedora la guarda sgomenta, poi rimira
Alberto con disprezzo, senza che questi minimamente immagini che la
donna offesa è simulacro della propria attuale condizione; anche
Fedora appartiene a una classe subalterna, ed essendo vittima di
Alberto non riesce più ad alzarsi.
A
conti fatti, un’opera problematica ove Maselli si trova invischiato
quanto la Cardinale: attanagliato da mille incertezze, l’autore
difetta
di coraggio o gli è preclusa la possibilità di girare un vero
prodotto di denuncia sociale, risultando non
completamente risolto. Come gli scrive la
Sapienza:
“Non
ti fare prendere da dubbi, non c’è altro finale. Il film è troppo
polemico ed aspro per finire lietamente o ancora peggio in un
pressapoco. […] Nei tuoi film la denuncia e l’asprezza è troppo
forte scena per scena per poter sopportare un finale diciamo ‘buono’,
nella paura di fare una cosa troppo dura per il pubblico si rischia
di fare una cosa non spettacolare così come la costruzione di tutto
il film richiede.”
Claudia
invece
cerca di lavorare nel modo più diligente e autentico possibile, come
sempre: “Mi
son resa conto (...) che per recitare usavo molto la mia vita
interiore, il mio modo d’esser attrice era infondere me stessa nei
personaggi, il mestiere del cinema” – confessa – “non per
scappare dalla vita, ma per viverla meglio di come ho vissuto quella
vera, se non altro con più sincerità e consapevolezza”.
Francesco Saverio Marzaduri
[1] Lo stile di Germi, “Reporter”, 29/12/1959. Contenuto in: SITI, Walter, DE LAUDE, Silvia (a cura di), Saggi sulla letteratura e sull’arte, “Meridiani”, vol. II, Milano, Mondadori, 1999. Pagg. 2234-2237.
[2] In origine, la strategia del produttore Franco Cristaldi è relegarla in piccoli ruoli con grandi autori, vincolandola a sé con un contratto “all’americana” e facendone una tra le star di punta della Vides.
[3] Cfr. GOBBATO, Giovanna Emma, Goliarda Sapienza sceneggiatrice. Il caso “I delfini” attraverso un carteggio inedito. Tesi di dottorato in Scienze dei Sistemi Culturali, Indirizzo Storia delle arti. Università degli Studi di Sassari. Anno Accademico 2015-2016.
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