Tutte storie: L’ANNO NUOVO CHE NON ARRIVA
Un
titolo un programma, L’anno
nuovo che non arriva.
O per meglio dire: un film il cui enunciato si esplica nel titolo.
Nel mega-affresco orchestrato dal non più giovane Bogdan Mureșanu,
ex cronista e pubblicitario con all’attivo alcune esperienze nel
corto (uno dei quali, Cadoul
de Crăciun,
sette anni fa incensato dell’European Film Award, figurando perfino
nella rosa dei titoli per l’Oscar), la narrazione che segue le
quasi due ore e mezza di film non si dissocia granché dal genere
d’operazione per cui il Noul
Val,
da venticinque anni, è accolto quale bandiera artistica del Paese.
Spiace apprendere che lo stesso prodotto con cui Mureșanu esordisce
nel lungometraggio, durante l’ultima Mostra del Cinema di Venezia,
non fosse contemplato tra le opere in concorso, relegato nella
sezione “Orizzonti” ove ha conosciuto il riconoscimento più
importante. Il risultato, forse, giunge inferiore alle ambizioni
sopraggiungendo molti anni dopo che i nomi tutelari della citata
“neo-onda”, da lustri, hanno ostentato malumori e inquietudini
del Paese, ineludibile eredità d’un trascorso dalle cui ombre
difficilmente prender le distanze. Ugualmente, ciò non toglie alle
intenzioni un coraggio encomiabile nel perseverare a fronte di un tal
disagio. Né si può negare al cinema romeno la risolutezza nella
confezione, avvertendo la necessità di alzare l’asticella
nell’impostare una
messinscena corale, i cui molteplici quadri – alla maniera degli
short
cuts altmaniani,
che s’intersecano – forniscono un’indubbia lastra in cui certi
indistruttibili spettri riappaiono nonostante i trentasei anni dalla
disfatta di Ceaușescu.
Che
la produzione romena non conosca il kolossal,
è sufficiente Cristi Puiu a smentirlo, peraltro dissociandosi dalle
citate e quasi coetanee leve del Noul
Val.
Persino si potrebbe rimproverare a Mureșanu – in senso buono –
una certa ripetitività nella restituzione di temi e luoghi canonici
per i quali detta produzione è accolta, vista lunga e sensibilità,
dalle kermesse
straniere. Certo: chiedere alla Romania di prodursi in esperimenti
puramente commerciali, laddove fattibile, costituirebbe un profondo
limite; e Radu Jude, con l’ennesimo reboot
da Bram Stoker, recentemente prova come il riadattamento ancora
conosca consensi, e in quel di Locarno larghi plausi. Vero è che il
passato pre
e post-Ceaușescu
segna una stigmata indelebile, destinata a valicare generazioni in
divenire, come un rovello che nemmeno la Settima Arte, nel tentativo
d’esorcizzarla, può del tutto congedare (in Gran Bretagna lo
testimonia l’esempio del plurinovantenne Ken Loach, per tutta una
vita avverso alla politica dei conservatori). Dilatando sviluppi e
personaggi del citato Cadoul,
i primi minuti de L’anno
nuovo che non arriva,
che incanalano lo spettatore nella raggiera episodica, quasi paiono
discendere da un prototipo ove l’attenzione a psicologie e
particolari – servita e riverita da
long take
e primissimi piani – non consente un’istantanea presa empatica,
stentando a spiccar il volo, attenta semmai a un contorno in cui
l’onnipresente tragico risiede nel dettaglio. “Ero interessato
all’umanità delle piccole vite esposte a grandi eventi storici”,
riporta l’autore, “e a come le persone affrontano la sensazione
di un mondo che sta scomparendo”. Lo riprova il malinconico
ritaglio dell’anziana condomina, che non vuol saperne d’abbandonare
la proprietà in demolizione e il conseguente fardello di lividi
ricordi, riluttante verso il forzato trasloco e scettica sul
mutamento nel poco tempo che le resta. E si ripensa a certo cinema
ungherese, sparito già da quinquenni (in particolare allo Szabó di
Via
dei pompieri N. 25),
ma più da vicino alle confessioni di Cristian Mungiu nella fresca
autobiografia
Una vita romena,
relativi al ricordo della nonna e all’infanzia trascorsa nella
tenuta di Iași, prima di diventare adulto e partire.
Il
filo rosso d’ogni scorcio, tuttavia, è la spasmodica aspettativa
d’un cambiamento dietro l’angolo, assurgendo a nemesi bigger
than life per
le sei esistenze al centro, legate da frustrazione e terrore per
l’ennesima promessa tradita: la prima delle quali si focalizza su
un dubbioso studente che anela di fuggire con un coetaneo in
Jugoslavia, pianificando di nuotare lungo il Danubio; ma a dispetto
di romantiche figurine del cinema romeno precedente (si pensi all’Eva
di Cum
mi-am petrecut sfârșitul lumii),
il risultato vira in tragedia. Violenza e paranoia, imposte dalla
costante ancorché impercettibile presenza della Securitate,
incombono ogni volta condizionando gli assunti, a scapito delle
affettività, cedendo a patetiche ipocrisie (il poliziotto incapace
d’opporsi alla coniuge e convincere la madre a far fagotto): si
ride a denti stretti dinanzi al bimbo nella cui letterina natalizia
si chiede di far morire “zio Nicolae”,
mettendo nei guai il padre operaio (già in soccorso della condomina
nel relativo segmento) che gli fa riscrivere la missiva, prima
d’annaffiare
la cassetta postale sotto casa e infine partecipare alla
manifestazione a sostegno del Conducător.
A rifletterci, si diceva, numerosi ritratti rientrano in quella
produzione ove la verità di casi umani e quotidianità, nel mezzo
d’un
preciso momento storico, indottrina lo spettatore su una nazione i
cui “panni sporchi” ci si premurava di tener ben nascosti, e le
leve del Noul
Val avrebbero
consentito di analizzare in dettaglio. Ruolo patronale detiene lo
schermo televisivo, tant’è
che i media tentano il più possibile di camuffare la repressione
delle rivolte a Timisoara, nella misura in cui la fantomatica patina
si scoperchia nella vicenda d’un
regista (padre del giovane fuggitivo che rinnegherà di fronte alle
telecamere), preoccupato di salvare lo show di Capodanno della TVR
dopo che l’attrice
principale è fuggita; la scelta ricade su un’altra
interprete che, turbata per non riuscir a contattare l’ex fidanzato
a Timișoara, disprezza il dittatore e le studia tutte per sabotare
la propria partecipazione (chiede a un vicino manesco con la moglie
di picchiarla, prima di colpirsi il volto da sola e perder la voce,
strillando ubriaca alla finestra).
A
far la differenza è il risvolto ilare che aleggia nei tasselli,
alternato alla serietà d’un quadro drammatico (e l’eco di A
est di Bucarest,
al cui centro era un talk
show
sul Ventun Dicembre, esplicava la cialtroneria d’una memoria
connessa al totalitarismo), laddove nel caustico ossimoro sta la
chiave articolata d’una radiografia-monito: lascito per
un’attualità e una generazione ormai privi di valori e fondate
certezze (la stessa tardiva uscita italiana nelle sale italiane, per
un motivo o l’altro, suona sintomatico fattore). Nient’altro è,
L’anno
nuovo che non arriva,
che un rondò destinato a sciogliersi nel patch
migliore dell’affresco, lungo venti minuti, sulle note del Bolero
di Ravel (partitura tante volte utilizzata dal grande schermo, da Lelouch ed Edwards al
nostro Bozzetto): come ogni raccordo, il
contrappunto funge da anello congiuntivo connettendo le soluzioni
finali per ogni personaggio, dilatando l’unità temporale –
rispettata – sino allo scoppio d’un fuoco d’artificio nelle
mani di un’improbabile coppia, con cui s’innesca la rivoluzione.
Di nuovo il Fato, di nuovo il beffardo controcanto. E il
documentarismo invade la scena in un esplosivo tourbillon:
senza soluzione di continuità, s’alterna agli episodi mostrando la
gente in tumulto, degenerando in un ginepraio di risse e fughe. Per
una volta, l’immagine mediatica è offerta nella propria
trasparenza veritiera, fungendo da testimonianza tangibile, quasi
fosse una macchina del tempo; né Mureșanu omette la scelta al
termine degli ending
credits,
sulla falsariga di molti prodotti, con la vera ripresa dello
spettacolo di Capodanno e dei suoi partecipanti. Ecco come un film
“da festival”, qual erroneamente classificabile, spicchi l’ala
acquistando slancio graduale: la tragicomica farsa diviene svelto
riflesso d’una memoria mai abbastanza rammentata, ove inserti di
cinéma
vérité basterebbero
a compensare qualsiasi aneddoto in merito, e trascenderlo. La Storia
insegna più di qualsiasi storia.
Francesco Saverio Marzaduri

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