Il singolo caso interessa più della regola?
Il
singolo caso interessa più della regola?
La
Palma d’oro
che la Romania s’aggiudica dopo quasi vent’anni (la prima risale
al 2007, anno di 4
mesi, 3 settimane e 2 giorni),
ancora una volta grazie a Cristian Mungiu, iscrive l’autore nella
cerchia dei dieci cineasti onorati, per due volte, dell’identico
premio; la riprova che la Croisette – fattore più rilevante,
secondo chi scrive – si riconferma uno tra i porti più
rappresentativi (nonché comodi) della produzione nazionale. Ciò
agevolerebbe l’esercizio distributivo per titoli e firme di valore
e interesse indubbi, invero ignorati da un pubblico più avvezzo
all’ottica mainstream,
relegando la cinematografia romena alla consueta, non esattamente
ripagata nicchia d’essai. L’esempio recente del corale L’anno
nuovo che non arriva,
dovendo contentarsi d’uscire in pochissime sale, testimonia come la
forma di racconto, insieme all’obbligo di confronto con la Storia,
non scalfisce l’importanza che il Paese detiene come dovere etico,
sensibile quando possibile all’aggiornamento di linguaggi e
modalità espressive, ribadendo d’esser ben oltre la tardiva
riscoperta dell’Anno Zero.
Peggio
per i circuiti distributivi, a scapito dell’osservatore non
necessariamente più acculturato, semmai più predisposto; e se di
tanto in tanto accade che a un pamphlet,
in pieno esodo estivo, si riservi un posticino nel milieu
della programmazione, le applicazioni web provvedono a ripagare la
lacuna. Il resto dipende dall’interesse soggettivo, vuoi mai che il
quid
della curiosità, da par suo, non solletichi l’istinto. Cosa buona
e giusta che un prodotto quale Kontinental
’25
(vincitore a Berlino per la miglior sceneggiatura), abbia il suo
spazio, smentendo chi reputa certo cinema come studiato a tavolino
per i festival: meritatamente, a nostro avviso, ché la schietta
volontà di racconto, complici semplicità ed asciuttezza,
arricchisce il grande schermo d’un ulteriore passo. S’aggiunga
come la memoria cinéphile
talora s’insinui allo scopo di scuotere le coscienze, e il valore
aggiunto corrobori il racconto morale.
Non
è un mistero che la presa di coscienza di
un’ufficiale
giudiziaria ex insegnante – rosa dal senso di colpa in seguito al
suicidio d’un senzatetto, sfrattato da uno scantinato fatiscente –
rammenti il Rossellini di Europa
’51,
il cui manifesto non solo fa capolino in una scena, ma addirittura è
riproposto tale e quale per il lancio pubblicitario col volto della
protagonista Eszter
Tompa
che guarda alla Bergman. Fatto sta che il
maestro del neorealismo affidava alla solidarietà del dopoguerra una
plausibilità di riscatto, laddove l’allegorico Radu Jude –
conducendo una riflessione di feroce lucidità, non esente da
ironiche stoccate sulle contraddizioni dell’odierna Romania,
modello neoliberista di scarse tutele sociali, ma più in generale
dell’attuale Europa – adotta uno sguardo disincantato,
restituendo un Paese post-socialista dove la classe media si trincera
nel proprio egoismo, riverbero d’un sistema che produce
emarginazione, persino la normalizza tramite la burocrazia (“Non
s’accettano mandati di sfratto tra novembre e marzo”),
condannando senza riserve chi utilizza croci di legno per
riscaldarsi.
Al
pari delle leve della “nuova onda”, Jude non mira alla sola
ipertestualità, e a dispetto dei colleghi giunga ancor più in
profondità, trascendendo l’apologo
umano e controbilanciandolo con una ferma disamina sul passato.
Sicché Kontinental
’25
(il “Kontinental”, fuor di metafora, è l’hotel da costruire al
posto dell’edificio disabitato in cui dimora il clochard)
è, sì, un confronto interlocutorio di Orsoloya
con molteplici punti di vista – girato come un reportage
d’inchiesta con occhio ora clinico, ora documentaristico –
attento a non trascurare un istante la facciata sociale,
irreparabilmente intrisa di grettezze e ipocrisie, egoismi e
meschinità. E se il rimorso, qui, riecheggia dichiarato un classico
Anni Quaranta, Detour,
in cui la fatalità imprigiona a mo’ di malefico fardello da cui
non riuscirsi a liberare [1], la ricerca d’una redenzione è
impresa ben più ardua: ognuno dice la sua senza (voler) dar peso al
contraddittorio, abbozzando a ogni piccolo, misero tentativo
d’auto-assoluzione.
È il paradosso della vita, impossibile da dimostrare –
parafrasando una battuta – come i pur divertenti assiomi
aritmetici.
Nel
corso degli assortiti vis-à-vis
che
la vedono al centro, obbligandola a rinunciare a una vacanza
all’estero con la famiglia, l’ufficiale scambia opinioni, e c’è
chi la conforta ricordandole d’aver
svolto il proprio dovere senza motivo di rammarico.
Salvo quando il gap
vira sul versante politico: ecco giudizi contrastanti relativi a Gaza
e al ruolo di Putin; al non meno indelebile senso di colpa nei
confronti d’una
Cluj divisa tra smart
city
e meta turistica, e un po’ tutta la Transilvania (“Ce
l’hanno
presa solo per rovinarla”), espropriata dalla Romania dopo il
crollo dell’Impero austro-ungarico al termine del conflitto (ciò,
durante un’interazione di Orsoloya
con
l’anziana madre, suscita incomprensioni sino alla lite); all’astio
verso Bangladesh e Sri Lanka, rei di trafugare il minimo salariale;
alle purghe staliniste e alle ipotetiche cospirazioni; alla nostalgia
per l’Ungheria, citata nell’aneddoto d’un atleta sfrattato. E
arguta è la menzione di Brecht, ripensando al manifesto
di Kuhle
Wampe
(film da lui co-sceneggiato nella Germania del ’32), all’interno
d’un locale alle spalle dei personaggi, che iniziava col suicidio
d’un disoccupato e proseguiva con uno sgombero.
La
sensazione di fervido nazionalismo (rimarcata da un’insegna al neon
che recita “Sono romeno” in una sequenza di sesso coatto)
concilia con la concezione di liberalismo e capitalismo, pronti a
divorare senza scampo l’individuo, come i dinosauri posticci che
qua e là fungono da grottesco scenario post-umano. Di amaro
conforto, dietro un’aura ottimista in superficie, è lo stile di
vita adottato da un giovane rider
ex studente di diritto (e allievo di Orsoloya) le cui annotazioni
zen, guardando all’inserviente Hirayama in Perfect
Days di
Wenders, consentono di sbarcare il lunario quale univoco modus
per
conferirsi un tono propositivo, benché non del tutto schietto; né
un’avventura carnale tra due persone di diversa età è
gratificante, risultando piatta e disinteressata, priva d’autentico
trasporto. La sola tangibile speranza nell’ampio fallimento
sistemico è la confessione, tra religioso e filosofico, col popa
per
il quale, prediligendo le Scritture a Shakespeare, l’essere umano
non è mai al di sopra da privarsi dell’unica sacra chance.
A
distanza d’un lustro da Sesso
sfortunato o follie porno,
in sostanza, la politique
di Jude non si smentisce: il suo – scrive Giorgio Argenti – è un
cinema-monito in grado, quando (e se) appare, di scuotere le
coscienze, sollevare dubbi, scagliare frecce di riflessioni
individuali, considerazioni oggettive, coinvolgenti polemiche, e non
indifferente al sarcasmo (i colleghi dell’ufficiale che consigliano
di rianimare il barbone al ritmo di
Staying Alive).
“I romeni”, sostiene la protagonista, “non vogliono un ruolo in
Star
Wars
perché non vogliono lavorare nel futuro”: si comprende come i
dialoghi suonino “dibattiti consapevoli di non esser in grado
d’arrivare a trovare una via di scampo, parole come appunti su uno
stato di fatto, immagini fisse su un’immobilità che soffoca
qualsiasi possibilità di modifiche al sistema”. Il resto –
ostentato nell’excipit
da un lungo assemblaggio di edifici in periferia diroccati e
infrastrutture iniziate e mai concluse – provvede a sottolinearlo
un panorama semi-disabitato dove non cammina nessuno, ognuno
barricandosi nel rispettivo alveo. “Un contrappeso alla narrazione
trionfalistica dello sviluppo”, riporta Jude, e conclude “più
che una satira, è un riflesso dell’assurdità e complessità delle
reazioni”.
Costituita
da scene fisse sulle quali l’obiettivo si sofferma interminabile,
la mise-en-scène
è
quanto di più spurio nella resa espositiva; e se l’iniziale
scintilla scaturisce da una notizia di cronaca, il segreto
dell’effettiva lavorazione in una decade di giorni, un iPhone,
dimostra come la produzione a
basso budget,
proprio perché minima risorsa, delinei una soluzione (provvisoria?)
per una cinematografia in stallo indipendente, luogo privilegiato di
sperimentazione capace di sorprendere e interrogare il presente. Una
lezione, appunto, à
la
Rossellini. Del resto, escludendo l’eclettismo
del
regista-sceneggiatore (l’ultimo lavoro s’intitola Jurnalul
Unei Cameriste),
Kontinental
’25
è gemello d’un più ambizioso progetto: il Dracula
accolto con entusiasmo a Locarno, per la cui rilettura Jude
riutilizza la medesima troupe
e molti nomi del cast. Concepito quasi per celia – ammissione dello
stesso autore, che talora non esita a realizzare le proprie opere
come provocazione, senza andar a scapito dell’originalità –
l’esperimento si presenta soprattutto quale analisi
metalinguistica, che, strizzando l’occhio a un mito sin troppo
collaudato tra cartaceo e schermo, cerca di mostrare come la
prospettiva del semplice racconto, persino il più convenzionale, si
trasli in metaforica esegesi sull’assorbimento multimediale
(“Dracula quale figura che succhia la vita, le immagini, il
significato. Il film come un vampiro”).
Conscio
che la figura in questione sia ancora fortemente vivida nella cultura
nazional-popolare, sì da influenzare il contesto politico, Jude
adotta la chiave multistrato attraverso una filza di varianti
espressive del mostro, riservando a ciascuna una diversa
interpretazione e/o digressione. Parimenti a Kontinental
’25,
costituendo una sorta d’indiretto dittico, adotta tutte le
applicazioni disponibili, dall’Intelligenza Artificiale al semplice
iPhone, mescolando creativamente tale neo-forma di realismo a
beneficio d’un nuovo linguaggio visuale, senza nascondere come
l’IA, a suo modo, sia una specie di Dracula parassitario per natura
che velatamente si ciba degli altri. “Un cambiamento è in atto. E
se il cinema vuole restare rilevante, deve anticipare questo
cambiamento, non seguirlo, come spesso accade”, afferma il
regista-sceneggiatore, “che si tratti di integrare questi nuovi
strumenti, reagire ad essi o semplicemente prenderne atto, i cineasti
devono confrontarsi con quanto accade intorno a loro”. Il che
spiega come la filmografia di Jude non s’arresti a un singolo
fil
rouge:
tanto più il documentario prende il sopravvento sulla finzione,
quanto più l’audiovisivo consente di spaziare in una dimensione
ora fantastica ora realistica.
Il
ginepraio è servito: qualsiasi tentativo di ricondurre ciò che ha
tutta l’aria d’un geniale monstre-film,
su un labile filo tra bizzarria ed eccentricità, a un’esegesi
criptico-analitica, risulterebbe impresa fallimentare, né a Jude
parrebbe interessare. Dracula
è un guazzabuglio arzigogolato di ritagli e fotogrammi assemblati in
cui la restituzione del mito, ora iconografica ora etimologica,
concilia con la graduale perdita d’identità, la memoria culturale,
la rappresentazione d’un Paese confuso nelle proprie nozioni
storiografiche, distorto nell’assorbimento dell’informazione,
oscurato da una presenza vieppiù persistente assurta a neo-forma di
comunicazione. Basta poco per comprendere come il singolo caso
all’origine, prima di estendersi a macchia d’olio sconfinando in
molteplici rivoli, sovrasti su una regola costantemente trasgredita
sul piano dell’ortografia filmica: mirando alla provocazione in
stile Jess Franco o Russ Meyer, in ambedue i contesti di matrice osé,
il teorico Jude aggiorna il paradigma godardiano (la suddivisione in
capitoli, le didascalie bianco su nero) secondo il quale la
macchina-cinema è un caprice
da non prender troppo sul serio, nel quale il fattore audiovisivo con
cui il web la fa da padrone – dal pop-up
virus
al TikTok – osa l’inosabile svendendo l’eponimo modello di
Murnau attraverso porno-réclame
nei fotogrammi.
Non
è azzardato pensare a Dracula
come un aggiornamento new
age
del collaudato, felliniano 8½,
ché l’alter
ego
dell’autore – deus
ex machina
in vestaglia, intento a rompere la “quarta parete” da inizio a
fine – confabula con l’assistente virtuale, sorta di simulacro
d’una fantasia creativa in crisi, offrendo un magmatico blob
il cui quantitativo per immagini (spot, clip amatoriali, apocrifi
remake
della leggenda e messinscene teatrali, tra parabola e parodia)
concilia con la primigenia visione del problema. Ergo, la “nuova
onda” romena non solo ostenta l’aggiornamento e il confronto con
le odierne tecnologie, ma intraprende un percorso che nulla ha da
invidiare agli archetipi, individuando in Jude l’eponima firma. Se
il profitto non è per tutti i gusti, la genialità dell’esperimento
risiede nell’apparire nitida lastra d’una realtà ove il
virtuale, mezzo di comodo, tende a spazzare la grama certezza
rimasta, giocoforza sostituendovisi sino alla totale deflagrazione;
sta all’osservatore ramazzare i cocci dovuti ai guasti d’una
grossolana potenza manipolatoria, nella misura in cui la ricerca di
freschi linguaggi s’impelaga, senza freni, in un’alienazione
bigger
than life.
Alla concretezza deviata dall’(ab)uso dell’IA – ossimoro
permettendo – la neo-veste della Settima Arte provvede con la
testimonianza/resa del fenomeno, a rischio d’uno spettacolo
eccessivo di spropositata durata, la cui maniera fine a sé stessa,
non facilmente digeribile, coerente ripaga la lucida (ed
etimologicamente “oscena”) politique.
Ogni spunto, parafrasando Wordsworth in apertura di film, è buono
per una storia, arbitrario, surreale o delirante che sia.
Già
al centro di Kontinental
’25,
ragionamenti su profonde problematiche identitarie in una landa
sospesa, in Tre
chilometri alla fine del mondo,
s’aprono all’opportunità
di tornare all’amore e alla comprensione, proteggere e sostenere
incondizionati, emergendo entro un contesto, il delta del Danubio, di
mera bellezza, essendone la natura maestra in ogni forma; Eden
visivo
che marcato contrasta gli eventi, il delta si contrappone alle azioni
umane, cingendo gli orizzonti e spingendo alla tragedia. Attore con
esperienze autoriali all’attivo – e qui alla terza prova,
presentata in concorso a Cannes – Emanuel Pârvu si cimenta nella
regia come il collega Adrian Sitaru, in Kontinental
’25,
è interprete in un ruolo a
latere.
Anche Tre
chilometri gioca
la carta del dramma intimista partendo, per ammissione di Pârvu, da
due prospettive intersecate: quella familiare, certo, ma soprattutto
il diffuso fattore di
un’intransigenza
sempre meno capace, rivolta alle minoranze, d’ostentare
comprensione e tolleranza, dispensando (o meglio, fomentando)
immobilismo, emarginazione, solitudine.
A
onor del vero, il miglior pregio di Tre
chilometri
risiede in una facilità esplicata per immagini a rischio d’un
didascalismo, in numerose occasioni, eccessivo se non forzato.
Escludendo qualche lungaggine di troppo, soprattutto più d’un
debito verso il Noul
Val (con
Mungiu e Netzer in prima fila), l’operina non si picca d’apparire
qualcosa di diverso dalla confezione che la permea, lo j’accuse
moralista
arriva schietto nell’enunciato. A sottolineare le due antitetiche
facce della medaglia, e le rispettive fazioni di volta in volta
fulcro, provvede l’uso d’interni-esterni illuminati a seconda del
timbro: gli uni sobri ed oppressivi, nonostante appaiano aperti e
solari, inerenti il ristretto nucleo familiare del giovane
protagonista, i cui adepti sono invischiati in una mentalità retriva
e codina, facile bersaglio d’ansia, pregiudizio, prevaricazione;
gli altri, dischiusi e radiosi, luogo deputato a quell’impellente
fuga senza ritorno ch’è ardua meta da conseguire. A mezza via, il
limbo delineato dalle spoglie del diciassettenne Adrian, studente a
Tulcea: tumefatto dai pugni dell’omofobia e dell’ignominia, il
suo volto è costretto a scontare il dazio d’un incerto avvenire,
la cui speranza, dura a eclissarsi, poco può contro la povertà e
arretratezza culturali d’un emisfero – quello natio –
inguaribilmente retrogrado. Un centro angusto dagli orizzonti
ristretti ove la fatica (della terra e della pesca) e l’obsoleta,
devota sottomissione all’austerità religiosa risultano gli arcaici
codici a contare maggiormente.
Protetto
a tre chilometri dal mare, l’apparente mini-paradiso naturale non
presenta inquinamenti prodotti da motori, vi si può muovere
camminando. Nondimeno chi lo popola rimane indietro – alla fine del
mondo, per l’appunto – lungo sentieri selvaggi ove ignoranza e
superstizione ancora sovrastano sul tessuto sociale. Un’inclinazione
sessuale, reputata insolita, scatena movimenti sommessi tesi a
coinvolgere ogni lato del microcosmo rurale, che non lasciano
indifferente né impunita perfino la corruzione: non si può
sfuggire, né tornar indietro. Se l’atmosfera rimembra
l’operazione-inchiesta (un equivoco all’origine non impedisce che
quanto si scopre si consideri ancor più grave), con venature
thrilling in cui la violenza, pur insita, è lasciata fuoricampo,
anche qua un raffronto è posto tra uno stato di polizia atto a
controllare, imponendo la propria “etica” a rischio d’un
soffocamento, e l’autorità paterna, indirettamente volta a
reprimere l’affetto filiale senza (voler) capire, in ossequio a
un’obsoleta forma
mentis.
Entrambi i contesti rientrano in un raggio non troppo dissimile,
apparentando il gap
tra l’avvenenza dell’ambiente circostante e la crudeltà di gesti
istigati da spietate pressioni sociali, facendone un unicum.
Neppure l’amore materno – intimorito dall’altrui giudizio se la
questione fosse resa pubblica – in un patetico tentativo d’aiuto
può sottrarsi al grottesco esorcismo di chi, custode della fede per
l’isolata comunità, si prodiga nel somministrare la “cura”
contro l’impurità, non riuscendo, stando al paradosso, a vedere né
ad agire oltre l’aspetto dogmatico del sacerdozio.
Parabola
antropologica d’un mondo arcaico che resiste e si muove, tra
pregiudizi e celati meccanismi, nel tentativo di eludere leggi e
regole dello stato di diritto moderno, Tre
chilometri reca
una mise-en-scène
d’impostazione classica, scarna sino all’icastico, servita da
ripetuti long
take con
una camera immobile dinanzi all’azione e a personaggi che quasi
sembrano passar per caso, mentre l’opzione di non mostrare la
violenza a favore d’una palpabile tensione, ogni volta pronta ad
esplodere, non trascura nemmeno la presunta tenerezza.
Assai lontano, per quanto non impossibile, è lo spiraglio di
positivismo (incarnato dall’amica di Adi), così pure la speranza
di orizzonti più idilliaci auspicanti che la libertà individuale e
il diritto dell’essere umano, simboleggiati dall’assistente per
l’infanzia, siano difesi e tutelati da ogni prigione fisica e
morale [2]. Quasi sempre fotografato a mo’ di piano prospettico, il
punto di fuga si trasmuta in tangibile ancora di salvezza nella
cornice d’un amaro congedo. Focalizzata sul dettaglio, la
cinematografia romena di nuovo reitera la corda emotiva (e l’umano
fattore), confermando l’assioma di Carlo Ginzburg – tra gli
storici preferiti da Jude – secondo cui lo specifico caso la spunta
sulla regola.
[1] Jude ricorda che un’ulteriore influenza nel tessuto narrativo risiede nell’hitchcockiano Psyco, passando la vicenda in origine del senzatetto a quella di un’involontaria colpevole.
[2] Per qualche verso affine a un titolo di cinque anni prima, Camp de meci, focalizzato su un poliziotto spinto a un delicato coming out sulla propria natura, Tre chilometri è proiettato a Cannes lo stesso giorno in cui al Parlamento Europeo la Romania si colloca tra i nove Paesi – Italia inclusa – che non firmano la dichiarazione per la promozione delle politiche europee a favore delle comunità LGBTQ+, predisposta in occasione della Giornata Internazionale contro omofobia, transfobia e bifobia.

Commenti
Posta un commento