Cimino, l’ultimo valzer
Cimino, l’ultimo valzer
Sullo scomparso Michael Cimino è stato detto e scritto, in termini ovviamente elogiativi, più dopo la sua morte che durante la sua
attività di cineasta, valutata invece in modo altalenante. Hollywood
ne aveva osannato e premiato il talento per poi massacrarlo poco
dopo, senza troppo interrogarsi su uno sguardo che, dopo un epocale
insuccesso e relativo tracollo finanziario, manteneva intatta la sua
visionaria lucidità. Ora che non c’è più, e ha ragione Davide
Turrini nel constatarlo, vi sarebbe corposa materia per realizzare
un biopic o
un lavoro documentaristico su di lui. Ma anche questa, va da sé, è
mitologia, e che l’operazione non sia fattibile potrebbe
testimoniarlo ogni spettatore cinematografico appena appena evoluto,
non necessariamente un fan della sua opera, nel vedere o rivedere una
qualsiasi delle sue sette fatiche da regista.
Se
si escludono due appassionate monografie, rispettivamente dedicategli
da Massimo Benvegnù e Roberto Lasagna e da Giancarlo Mancini,
l’occasione si è realizzata due mesi dopo la scomparsa a Bologna,
dove la Cineteca, non nuova a dedicargli una personale, lo ha
ricordato con un’ulteriore rassegna, benché non completa, le cui
pellicole sono state quasi tutte presentate in digitale, fatta
eccezione per la copia in 35mm di Verso
il sole. A
cominciare dal restauro “definitivo” de I cancelli del
cielo, realizzato da Criterion e supervisionato da Cimino in
prima persona – quello che in genere viene definito con l’abusato
appellativo di director’s cut – cui è
seguito l’esaustivo volume di Giampiero Frasca sull’opera.
Eppure, al di là della sfolgorante bellezza fotografica di
ineccepibili professionisti del colore quali Vilmos Zsigmond, Frank
Stanley, Alex Thomson o Douglas Milsome, c’è qualcosa in tali
lavori che va oltre la qualità estetica e colpisce più di qualunque
nitore figurativo. Nonostante sia quasi sempre ingiusto e svilente
ridurre un’opera cinematografica a una striminzita manciata
di pattern caratteristici, sorprende che dopo la
morte dell’autore non poche firme della critica cinematografica
abbiano preferito concentrarsi sulla débâcle in
seguito a cui Cimino fu ostracizzato dagli studios per
circa un lustro, incappando in mille difficoltà produttive nel
faticoso tentativo di tornare alla regia o di far uscire un film non
manomesso. Altri, fortunatamente, hanno focalizzato l’attenzione
sulla maestosità dello scenario paesaggistico, elemento di primo
piano nella produzione di Cimino e nelle cui fondamenta – intrise
della mitologia propria dei grandi classici nordamericani, letterari
e cinematografici – occorre cercare se si vuole trovare la cura
giusta per lenire le piaghe di un paese lacerato da contraddizioni e
storture.
Volendo
però ricondurre comunque la filmografia di Cimino a un denominatore
comune, in ciascuno dei suoi sette film da regista – escludendo a
priori quelli da screenplayer
– lo si potrebbe
individuare tra le figure al centro, naturalmente maschili, nel più
antico dei valori tradizionali a stelle e strisce: quello
dell’alleanza, da leggersi come complicità, che non sempre e non
necessariamente si muta in amicizia ma che il Caso provvede a
innescare o a traslare nel suo rovescio. Un’alleanza focalizzata
dentro e fuori il proprio assioma, nella primigenia concezione di
lealtà, che la malaugurata sorte, inerente un bottino
misteriosamente scomparso o l’imponente fardello della guerra, si
tratti di Vietnam o del conflitto tra ricchi allevatori di bestiame e
immigrati europei, finisce per marchiare indelebilmente. E se il
tempo, altro leitmotiv ricorrente
in Cimino, ci mette lo zampino finendo per dividere sorti e destini,
resta però la sfolgorante bellezza dello sfondo a fungere da
contrappunto e a rammentare, a individui corrotti da sangue e
profitto, violenza e tumulti, come quel senso di poetico celato tra
le pieghe di una natura incontaminata non può scalfirne il ricordo
di ciò che sono, prima ancora di ciò che credono e/o credono di
essere.
Il
battesimo dietro la macchina da presa, Una calibro 20 per lo
specialista, da questo punto di vista esibisce già i topoi e
le connotazioni che, passando da Il cacciatore sino
al conclusivo Verso il sole, permettono d’individuare
questa personalissima cifra stilistica: è il Fato a volere che
due dropout, un giovane sbandato al volante di un’auto
rubata e un maturo signore in abito da prete, s’incontrino-scontrino
sullo sfondo di uno scenario naturale che pare uscito, come molte
pellicole della New Hollywood, da una tela di Hopper. E fino a che
non giunge il risvolto action a spiegare la fuga di
uno dei protagonisti, la prima parte del film si riassume
nell’intrecciarsi di due esistenze solitarie che, per l’uno o per
l’altro motivo, finiscono per stringere amicizia. Quando poi uno
degli inseguitori, il pel di carota Leary uscito di galera, si rifà
vivo e non vede l’ora di sistemare i conti con chi pensa di averlo
tradito, quello che potrebbe degenerare in una sfida a morte si
risolve in una grottesca scazzottata, senza spari ma condita di
starnuti allergici. Al biondo Caribù (il “Lightfoot” del titolo
originale) che gli chiede perché abbia scelto di non uccidere
l’Artigliere (“Thunderbolt”) quando gli si è presentata
l’occasione, lo stesso Leary chiosa “Perché siamo amici”. Ma è
il tornaconto personale a mostrare l’altra faccia di questa lealtà:
sicché quando il secondo colpo si rivela fallimentare, Leary palesa
il proprio attaccamento al gruzzolo e pesta i due protagonisti, prima
di andare incontro alla morte. Tanto all’Artigliere quanto a
Caribù, il destino riserva una duplice sorpresa: il bottino della
prima rapina, che sembrava perduto, ricompare dietro la lavagna di
una scuola nel frattempo spostatasi, e con quello i due potrebbero
iniziare una vita a base di amichevoli scorribande a bordo di una
Cadillac, se l’improvvisa morte di Caribù non lasciasse
l’Artigliere solo e incerto, a fronte di un avvenire che la
maestosità di un paesaggio soleggiato, nell’ultimo freeze,
sancisce come un grembo. Where Do I Go From Here (“Dove
vado da qui”, appunto), intonato da Paul Williams, è il commento
musicale che funge da contrappunto.
Ebbene:
dietro l’apparente scorza di una commedia d’azione on the
road, picaresca e condita di soluzioni iperrealiste anche
nell’impianto narrativo, la tragedia arriva inattesa. Il senso di
alleanza, qui mostrato da una lealtà solo presunta da parte di
Leary, è macchiato da una sete di denaro per ottenere il quale si è
disposti a violenza e tradimento. Altresì, la complicità tra
l’Artigliere e Caribù, che sempre più si cementifica durante il
film, è premiata dall’inaspettato ritorno del bottino. Ma è la
mannaia del Fato a concludere lo spirito di un’avventura, che
persino eleva un outsider al rango di eroe,
riportando una situazione da western a lieto fine su un imprevisto
binario di realismo e di tragedia. I protagonisti di Una
calibro 20 per lo specialista preludono a Mike e Nick nel
senso di complicità unilaterale, d’impronta paterno-filiale, che
induce il primo, colui che immette il concetto di lealtà anche nella
battuta di caccia al cervo (“Un colpo solo”), ad affermare che se
Nick non lo accompagnasse preferirebbe andare da solo. “Mi piace
perché hai qualcosa dentro,” sono le parole con cui Mike confessa
il proprio fraterno affetto a chi considera il preferito della
compagnia. Nell’ottica d’insieme e in quei ragionamenti da
maniaco idealista, che pur sempre conserva
l’aura americana tradizionalista e conservatrice,
e che parte per la “sporca guerra” insieme a Nick e a Steven, lo
spettatore – a cominciare dal nome anagrafico, come futuri altri
personaggi della filmografia di Cimino – coglie nel personaggio di
Mike lo sguardo a un tempo lucido e disincantato, megalomane e
sincero, dello stesso cineasta. Il solo, al pari del Clint Eastwood
che gli concesse di dirigere e che produsse e interpretò Una
calibro 20, capace di scavare nel profondo di un’ideologia
politica di destra restituendone ambiguità e contraddizioni senza
esser tacciato di disonestà intellettuale, lungi da qualsiasi
dissertazione retorico-trionfalistica. Il rovescio di una medaglia,
proprio in quel Cacciatore che avrebbe fatto incetta
di statuette, mostra come la lealtà di un solo proiettile, da
utilizzare contro un animale indifeso, diventi qualcos’altro nelle
mani di chi gioca con la vita dei prigionieri al tavolo della
roulette russa, ogni volta sotto forma di sfida affidata al tamburo
di una rivoltella o a un beffardo destino. L’allegoria non potrebbe
essere più cristallina. Una volta tornato a casa, resosi conto che
l’idealista ottica americana è solo l’insulsa
particella di un discorso bigger than life, che ha
trasceso finendo per ledere irrimediabile la sua esistenza e quella
degli amici, Mike non può che impiegare l’unico colpo del fucile
sparandolo in aria nell’ultimo incontro col cervo. Pure,
nell’estremo tentativo di riportare con sé l’amico, che l’orrore
del Vietnam ha trasformato nella sua ombra antagonista, rischia di
morire per dimostrare la propria intatta lealtà. Ma è il Fato, in
tutto il proprio sinistro corredo di presagi, ad averla vinta
spezzando Mike nella psiche, rendendo Steven un paraplegico e
decretando la morte di Nick: si tratti della funesta macchia di vino
che cade sull’abito della sposa, o dei fenomeni solari che
ammutoliscono gli amici mentre vanno a caccia. Si tratti del brano di
Chopin che uno di essi suona al pianoforte interrompendo pian piano
la baldoria dei compagni ubriachi o la presenza di un reduce che,
inattesa, si staglia al bancone del bar mentre nei pressi si celebra
una festa nuziale, e qui, solo, gustando il suo cicchetto, risponde a
monosillabi come uno appena tornato da un altro mondo, senza
raccogliere lo scherno di chi, ignaro, non sa cosa lo aspetta.
A
pensarci bene – e si tratta di un altro luogo canonico di cui si
sono ricordati in pochi – il cinema di Cimino è attraversato da
figure spettrali, anacronistici residui di un’altra epoca, indotti
a misurarsi con una fase storica e sociale fuori della loro
comprensione. L’Artigliere in primis enuncia di
avere molti più anni di Caribù, e, trattandosi di un ruolo su
misura per Eastwood, non dovrebbe apparire casuale come la
spettralità che distingue gli antieroi silenziosi e solitari del
cinema di quest’ultimo abbia comune origine o ideali discendenze
con le figure di Cimino. Fantasmatica, ne Il cacciatore,
è la sinistra icona del reduce in un momento di euforia, chiamata ad
assurgere a quella taciturna ombra che l’ubriaco Mike, che si
diverte a schernirla, riveste a sua volta (e a sue spese) nel
drammatico impatto con la realtà. Un fantasma è il personaggio di
James Averill, che nel difendere gli immigrati ucraini dai ricchi
allevatori di bestiame – lui che in un certo senso è figlio di
quel ceppo – prosegue la propria idealistica missione inaugurata da
Mike. E I cancelli del cielo è un’opera nel quale
splendori figurativi ed episodi di danza, fotografati con
romanticismo e passione, obbligano la classe di Harvard dell’incipit
a fare una scelta dolorosa e consapevole. Averill sa di non poter
tornare indietro (“Detesto invecchiare”, gli sentiamo dire), e
quel poco di meraviglioso che la vita gli concede non è possibile
riesumarlo tornando agli amori della giovinezza: la tragedia ha
lasciato il posto a malinconia e tristezza.
Se
poi è vero che l’America non ama riconoscersi in pessimismi né in
livide metafore, si aggiunga che non meno imperdonabile è il talento
di qualcuno che, incensato dagli Oscar, si permette di grattare nel
fondo della Storia (prima ancora di mistificarla in base a un proprio
disegno, come ne Il siciliano) mettendo a nudo le
vergognose speculazioni terriere degli yankees nei
confronti degli immigrati ucraini. Le etnie e i conflitti razziali
sono un ulteriore chiodo fisso nella filmografia ciminiana, e non è
solo il Vietnam a testimoniarlo. Ne L’anno del dragone,
che per molteplici aspetti costituisce un dittico con Il
cacciatore e n’è un continuum, la crociata di
uno sbirro pluridecorato e reduce di guerra non è l’usuale
crociata razzista di un eroe macho à la John
Wayne versus i nativi americani, semmai qualcosa di
molto più complesso. Sullo sfondo di una degradata Chinatown
newyorkese, che sostituisce di peso la wilderness dei
film precedenti, Stanley White è un altro fantasma messo di fronte
alla propria anima antagonista: il mafioso cinese Joey Tai, per
sgominare il quale, consapevole dell’impossibilità dell’impresa,
chiama ad aiutarlo due “musi gialli”, un giovane collega e una
giornalista tivù. Il chiodo fisso di White si misura col proprio
caparbio concetto di giustizia (e la propria sete di vendetta
personale) entro un sistema garantista e contraddittorio, prettamente
a stelle e strisce, ma sempre sul punto di crollare anche a
detrimento degli affetti. Ma tale ostinatezza, che potrebbe essere
tipica di un wasp, ce l’ha invece un polacco, ossia un
altro oriundo. E la solennità che ammanta le esequie di cui L’anno
del dragone è costellato, si tratti del funerale di un boss
della malavita cinese o di una moglie barbaramente uccisa durante un
agguato, conservano il medesimo piglio tragico degli antieroi
fordiani (Stanley è presente e piange in entrambi i casi), e
riportano alla mente quelli di Nick che gli amici salutavano
intonando accorati God Bless America. Quasi che il tempo,
nonostante il disguido, minimamente avesse intaccato la finestra di
Cimino sul mondo, ma l’abbiano resa ancora più palpabile: di
nuovo, l’America non può far altro che piangere su sé stessa e
sui suoi morti.
Amicizie
tradite, soffiate e conflitti sono al centro del controverso Il
siciliano (la mafia italiana, che ne L’anno del
dragone era posta a latere rispetto a
quella cinese), come pure nel rifacimento di Ore disperate la
lealtà fra malviventi e tirapiedi è un ciclico farsi le scarpe a
costo della sopravvivenza. L’ideale pre-chiusura di un cerchio.
Quel cerchio così insistentemente presente ne I cancelli del
cielo, astratto nella simbologia narrativa e concreto nelle unità
spazio-temporali: il cortile di un college ripreso dall’alto mentre
i personaggi si abbandonano alle danze, una pista di legno sotto un
tendone mentre si balla e si suona il violino sui pattini, il buco in
un lenzuolo prodotto da un colpo di fucile, o anche il valzer di
Strauss, paralleli si accostano alla figura di Averill negli anni
della giovinezza ad Harvard e in vecchiaia, abbigliato esattamente
come da studente e infelicemente accasato, a bordo dello yacht che la
cinepresa immortala a 360° su cui s’abbandona ai ricordi. Pure,
tre sono i cerchi che ne Il siciliano comprendono il
potere ripartito dell’isola: la mafia, il clero e i latifondisti.
Ma il tondo è la figura geometrica che meglio di ogni altra, forse,
sintetizza l’attività artistica di Cimino, il cui viscerale amore
per i grandi sentieri e la natura in toto si
rivelano il baluardo conclusivo ove trovare la guarigione da un
ambiente putrefatto da frenesia, corruzione e diffidenza. Oltre le
montagne sacre, i deserti, i laghi, si nascondono quelle origini che
l’America sembra aver dimenticato, verso le quali tornare per
ottenere la redenzione. Un po’ il contrario del nichilista
Peckinpah, col quale tuttavia condivide il comune ostracismo dei
produttori che ne hanno ostacolato l’opera, Cimino mostra lo stesso
fervente desiderio di un ritorno alla wilderness del
contemporaneo Malick, giacché la poetica di una rinascita, a un
tempo naturale e spirituale, cinge un profondo comune sentimento
filosofico. Non è un caso che in Ore disperate l’agonia
di uno zufolante Albert, sgherro del ricercato Michael Bosworth,
abbia luogo in un grande lago sotto un’enorme montagna, prima di
essere finito dai colpi della polizia. Non meno casuale, nel suo
ultimo Verso il sole, girato una ventina d’anni fa,
sono un medico yuppie, figlio dell’inquinamento, e un
giovane delinquente navajo, malato terminale, gli estremi
prototipi maschili del testamentario saluto di Cimino al grande
schermo. E proprio come nella pellicola d’esordio, anche qui è
presente un itinerario on the road, che, come declama la
frase di lancio sul manifesto, da rapimento si tramuta in un viaggio
di speranza. Il dottor Mike Monroe è anch’egli un’icona turbata
dagli spettri del passato, che individua in quel piccolo avanzo di
galera, e ne è turbato e lo tallona come un’ombra (un’altra
corrispettiva dark inside). Ma proprio il viaggio che
malvolentieri il medico bianco è obbligato a condurre lo pone di
fronte al fallimento del sogno americano, e gli permette di
riscoprire le radici incantate che sono l’unico viatico alla
purificazione. E l’iniziale incomprensione, a base di minacce e
insulti, ridiventa poco a poco complicità e lealtà.
Un
lavoro, Verso il sole, sbrigativamente etichettato come
operazione commerciale senza infamia né lode, ma ch’è
la summa della poetica ciminiana. Come giustamente
ha osservato Alessandro Cappabianca, “il paesaggio è cornice,
motore e meta dell’azione, luogo magico, reale e sognato, prodotto
di concrezioni millenarie, davanti al quale deve deporre le armi lo
scetticismo più radicato. La terapia è la Luce”. Pure, la
montagna racchiude il senso di quella politique che
Cimino ha imparato, senza presunzione di voler superare, dai grandi
come Ford: sebbene la concezione della montagna, da intendersi come
la bellezza femminile (“Se ti avvicini troppo non vedi nulla, se ti
allontani troppo la perdi”), sia eredità di Clint Eastwood. In
tema di nessi familiari e/o culturali si è detto del rapporto
paterno-filiale, che fuor di metafora accomuna l’Artigliere a
Caribù e Mike a Nick: nella prima circostanza è il biondino ad
accennare agli effettivi genitori, che l’incomprensione nei suoi
confronti – gli sentiamo dire – gli ha allontanato. Anche il
nucleo familiare è in concreto un assetto fantasma, nella misura in
cui il tentativo di un’affettività disposta a manifestarsi finisce
per imboccare la strada dell’incertezza, perdendosi. E nella
seconda circostanza, di fatto, uno sposalizio può durare sino
all’alba del giorno successivo, serbando l’unica parentesi
dell’idillio e della baldoria carica di ebbrezza, prima che la
ferita insaturabile del conflitto, in tutto il suo carico di orrore,
allunghi la mano per sfigurarla definitivamente, lasciando una
vistosa cicatrice al posto di qualcosa che non sarà più. Anche il
tentativo di esprimere un antico sentimento, e di concedersi
all’amore lasciando fuori, per un momento, un fardello destinato a
pesare tutta la vita, di tornare nella vecchia comitiva e andarci a
caccia come un tempo, è qualcosa che l’ingombrante, ineludibile
pagina della Storia non può consentire ex novo. E ne Il
cacciatore la spavalderia di chi, per scherzo stupido e
pericoloso, punta con strafottenza sui presenti la rivoltella,
prontamente è smontata da qualcuno che la Storia non può
trascenderla né esorcizzarla con le facezie. I cocci restanti sono
un indomito spirito di rivalsa, permeato di egoismo e cocciutaggine,
di auto-condanna alla violenza della vita di strada, alla guerra e
all’inferno, che non ha più nulla da spartire con l’ipotesi di
ritorno a un’esistenza normale. Di ciò Stanley è consapevole come
lo è la moglie Connie, che, pur amandolo, di una simile condizione
degradante resta vittima. La sacralità di qualsiasi effigie etica è
azzerata, come smarrisce ogni impronta di sacralità un rito nuziale,
quando non funereo, celebrato secondo le forme tradizionali del
passato. Concrete o allegoriche, le congiunzioni familiari si
equiparano alle etnie (russe, ucraine, cinesi, polacche, italiane,
native), e la gran parte avverte profondo attaccamento al vessillo
stelle e strisce prima di esserne scottata e destinata a pagarne il
rancido dazio.
Pagine
lente e interminabili sostituiscono parentesi potentemente elegiache,
e una sparatoria può farsi smisurato eccidio grazie al reiterante
impiego di virtuosi e stupefacenti piani-sequenza: il conflitto tra i
ricchi allevatori di bestiame (e i mercenari da questi pagati) contro
i 125 coloni da debellare, che accompagna l’ultima mezzora de I
cancelli del cielo come il Vietnam incorporava la parte
centrale de Il cacciatore, tende a rimarcare
l’improbabilità di un ritorno al sentimento, ché l’invadenza
della Storia non rende chi la popola libero di allontanarla da sé o
dai propri pensieri. È la Storia a permettere e ad impedire
il ménage à trois fra Averill, Nate ed Ella, in
luogo di quello, più indiretto, fra Mike, Nick e Linda (e in
entrambi i ménage non a caso s’affaccia il
volto-feticcio di Christopher Walken). L’assetto familiare,
quand’anche si pensi che costituisca soluzione e non sia invece
parte del problema, è minato sin dalle fondamenta: in Ore
disperate il capofamiglia in primis è
figura assai lungi da innocenza, per colpa delle avventurose tresche
con donne più giovani, e solo il disguido della famiglia sequestrata
dai malviventi, che culmina in un epilogo cruento, fa sì che il
nucleo si ricongiunga sentimentalmente. Ancora, in Verso il
sole, operazione matematica da qualsiasi parte si voglia
esaminarla, il ritorno al nucleo familiare è permesso da un altro
rapimento, per mano di un altro gangster ai danni di un working
boy, che non sfocia in alcun esito sanguinoso ma contempla un
altro ritorno – il più basilare – in un’altra famiglia:
quella, originaria, dell’America selvaggia e delle sue radici
culturali. Perché si possa tornare in famiglia, e se ne esca più
maturi e conciliati con sé stessi, occorre ricercare le tracce
dell’eventuale sopravvivenza di quel mondo che l’umanità,
distruggendone l’antica sacralità, ha reso squallido e
inabitabile. Durante l’itinerario forzato verso l’Arizona, Mike
per primo sa di non potersi dar pace se non porterà a compimento la
missione salvifica, essendo responsabile di aver dato da bambino
l’eutanasia al fratellino, anch’egli malato di cancro – e
dunque responsabile di quella ferita interiore che, sia pur
inflittasi a fin di bene, ha piagato la sua sfera affettiva
tormentandone l’anima. Sullo sfondo di una Storia riletta ogni
volta e riplasmata alla luce della propria concezione artistica, dove
può capitare d’imbattersi in pillole di verità scomode (nessuno,
afferma Stanley, rammenta le migliaia di operai cinesi morti durante
la costruzione della grande ferrovia Transcontinentale), l’archetipo
di “famiglia” è posto su un duplice registro: ne fornisce
esempio Il siciliano, dove l’archetipo dell’amicizia
virile è indotto a macchiarsi, stringendo sempre più il cerchio
intorno a qualcuno che, si chiami Salvatore Giuliano o Michael Cimino
– e un po’ anche perché la realtà paradossalmente trascende la
fantasia – sembra sapere che il proprio tempo, in quest’epoca e
in questa terra, è giunto al termine.
È
in quest’ottica che andrebbe esaminato il significato nascosto
nei titoli di una produzione troppo breve – che il tempo ha reso
enigmatica e preziosa – in cui il plausibile accesso ai Cancelli
del cielo fissa le figure della sfera ciminiana in un Gulag
di alterchi, soprusi, efferatezze, e il percorso verso la vittoria
transita da una scena di massacro a una romantica parentesi di
valzer. E se amara non è, non si può definire vittoria. Questo,
dentro le pagine di Cimino come fuori dalla finzione, ché gli allori
del successo hanno finito per impantanarsi nella difficoltà
produttiva. I citati cancelli, trascendendo la fantasia, cedono il
posto a un inferno (metropolitano sullo schermo e professionale nella
realtà) da cui poter uscire tornando a ricercare la Luce
(Sunchaser è il bellissimo titolo originale di Verso
il sole), infischiandosi dei dettami di produzione e dei gusti di
un pubblico volubile. In tal senso, l’ultima pellicola di Cimino è
una chiusura di percorso che equivale a una vittoria, morale e
artistica, seminata nel cuore e nella mente dello spettatore. È
forse nei languidi giri di chitarra che fungono da leitmotiv per
le due opere principali di Cimino, nel successo e nell’insuccesso,
che si può comprendere come il paradiso, ancorché utopico, sia
ritenuto possibile. Magari al prezzo di un paio di manette che, dai
polsi del navajo, scattano a quelli del bianco, onesto
eppure ugualmente colpevole. E se la “lurida guerra” del
poliziotto Mickey Rourke (che con Cimino diede le sue prove migliori
prima di smarrirsi) sconfina in un Golgota interminabile e prossimo
alla sconfitta, quella artistica dell’alter ego Cimino,
benché amara e postuma, è una vittoria. Questa, sì. What A
Diff’rence A Day Makes!
Francesco
Saverio Marzaduri

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