E la chiamano estate: BENEDETTA FOLLIA
E la chiamano estate: Benedetta follia
Carlo Verdone ha sempre fatto lo stesso film. La sua produzione, a pensarci, ruota sempre intorno a spunti tipici: un protagonista alle prese con un mogio trantran quotidiano, un secondo personaggio a insinuarsi in esso, un incalzare di eventi che portano la routine a una svolta: anche, se si pensa a Sono pazzo di Iris Blond, fuori dai confini nazionali. Ciò non implica che il ribaltamento del Caso conduca a conclusioni idilliache, optando Verdone quasi sempre per soluzioni amarognole mai edificanti. Un congegno collaudato sin dai tempi irripetibili della commedia italiana antecedente, di cui il sessantasettenne autore-attore romano, a differenza del Virzì di Ella & John – The Leisure Seeker, è un po’ il continuatore in salsa moralista.
Date
le ultime prove, si è rimproverato all’autore di Borotalco
una
certa incapacità, chissà quanto e se voluta, nella lettura d’una
realtà e di un Paese in mutamento schizofrenico (“Il mondo va
così, siamo in aggiornamento su tutto,” dichiara, “e devo dire
che la cosa un po’ mi spaventa”), che affida a Internet e alle
più recenti tecnologie l’unica possibilità di conoscenza. E
volendo, l’unico modo per (ri)scoprire un film. La sola
possibilità, anzi, per concretizzare il sogno. Assurti a mitologia i
tempi in cui la “fregnaccia” fungeva da palliativo, permettendo
alla generazione Ottanta di perseverare nella propria ingenua
evasione, Verdone pare sempre più conscio del rovescio del proprio
ruolo. Il medesimo del commediografo fallito cucitogli da Sorrentino
ne La
grande bellezza (di
cui la sua ultima opera contempla un’ineludibile eco, complice una
pasticca di ecstasy
a
forma di smile):
continuum di chi, vitellone imborghesitosi, si trova a far i conti
con ciò che (ne) resta accettando un più modesto tenore
esistenziale.
Escludendo
la parentesi di Grande,
grosso e... Verdone,
ridotta infatti a un breve segmento, probabilmente non è un caso che
dopo Gallo
cedrone il
Nostro sembri arenare un percorso artistico ritagliandosi personaggi
che ne sono rancida replica, demandando l’eredità “coatta” a
giovani coprotagonisti. Nell’impiego degli sceneggiatori, del
musicista e dell’attrice de Lo
chiamavano Jeeg Robot – squadra
vincente non si cambia – il buon Carlo pare motivare la scelta
sulla base di tale riverbero: tanto che a far capolino, durante un
rilevante passaggio narrativo, è proprio uno specchio (e un
simulacro). Come se l’omaggio al cinema di genere, e il sempiterno
affetto per i coatti, avessero luogo tramite un confronto ch’è
anche
generazionale
passaggio di consegna. Non si può pensare di arenare il tempo: le
stagioni dell’amore vengono e vanno, lontane le estati di una
canzone di Bruno Martino (a siglare sui titoli di coda). E il ricordo
di una motocicletta, contemplato in solitaria riflessione dentro un
garage, si confronta con un’allucinazione psichedelica più vicina
a Ken Russell piuttosto che a Coen o a Gilliam.
Così
la prima metà di Benedetta
follia,
ventiseiesimo lungometraggio di Verdone, è quella in cui la vena
“malincomica” dell’autore si svela senza problemi di ridondanza
o stucchevolezza. E la spunta sulla seconda, dove la malizia serba un
tratto più spinto che in precedenza, parafrasando il titolo ma
rimanendo schiacciata dalla propria ricercata esuberanza. Anche in
tal senso, però, si può interpretare il film come la summa
di
due giovinezze artistiche, e a dire già tutto è il manifesto, col
protagonista sorridente a cavallo della sua moto e la coprotagonista
Ilenia Pastorelli dietro, in improbabili abiti da suora. Ma la
seconda giovinezza, pur sincera, suona meno irresistibile di quella
scolpita nell’immaginario, connessa a un’epoca in cui la
spontaneità acqua
e sapone della
generazione Ottanta era proporzionale a una lettura che già ne
ostentava le amarezze. Queste ultime, nell’ultima produzione del
cineasta, fanno pendant
con
un Paese e una realtà opachi, che Verdone pare non (voler) saper
decifrare; e le cui contraddizioni sono bersaglio esorcizzato da
mesti sorrisi più che da plateali risate, riservate a facili
soluzioni e stratagemmi in odore di blandizie riservate a palati meno
esigenti. Ne fanno le spese interessanti scelte di campo giocate nel
proprio inverso, a cominciare dal pretesto della hot
app cui
il protagonista viene iscritto suo malgrado: innesco per una farsesca
girandola di bozzetti, equivoci, imbarazzi.
In
Benedetta
follia,
a mo’ di luogo canonico, l’autore ribadisce la propria nota
capacità nella direzione delle attrici. Da sempre, inoltre, il
rapporto con l’altro sesso è terreno fertile per Carlo in tutte le
sfaccettature dell’alveo femminile: salvo sporadiche eccezioni, la
filmografia dell’autore-attore è colma di donne cui spetta il
compito e forse la missione di stravolgere la sfera esistenziale del
maschio. Se in meglio o in peggio, poco interessa. Se lo scopo è il
divertimento – parafrasando Michele Anselmi – nel conflitto dei
sessi l’imbarazzo crea tensione, e la tensione produce ilarità. Il
resto, a partire dal canovaccio di partenza (l’uomo di mezza età
mollato da una coniuge lesbica), rientra nell’arcinota maschera
comica. E anche la lap dancer
Luna
– come la Gloria di Posti
in piedi in paradiso o
la Luisa di Sotto
una buona stella – funge
da insolita dea-ex-machina,
benché non esente da qualche scheletro nell’armadio: il che
insinua il sospetto che gli ultimi lavori di Verdone rientrino in un
capitolo a sé, quasi fossero racconti morali(sti). Pure, come Io,
loro e Lara,
Benedetta
follia gioca
col cliché religioso-clericale (là Carlo era un presbitero
missionario, qui un venditore di oggetti sacri) e gli annessi
stereotipi (il prete che racconta barzellette). Cosa che induce a
immaginare buona fede nel cineasta, autentico credente, quando
sorride delle proprie convinzioni: tuttavia senza il coraggio di
graffiare con autentico piglio satirico, deragliando la pochade
verso
un epilogo all’insegna del volemose
bene e
del riscatto da wilderiano mensch.
Non manca il fattore-sorpresa, ma la fortunata formula dei colpi alla
botte e al cerchio, sperimentata in altri tempi, più che
inossidabile pare l’unica concepibile nella sfera verdoniana.
Un
altro tassello si acclude a una nota galleria, senza (re)inventare
più di tanto: furba o ruffiana, nostalgica o démodé,
la morale è tutta qui. In ciò risiede un’onestà cui non si può
chiedere troppo. Anche se il Paese, i suoi gusti, le sue generazioni,
i suoi tempi (comici) non sono più quelli di qualche decennio fa.
Francesco
Saverio Marzaduri

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