Famiglia, radice d’ogni male: A CASA TUTTI BENE
Famiglia, radice d’ogni male: A casa tutti bene
Senza andar troppo indietro nel tempo, c’è stato un momento in cui
Gabriele Muccino e Ferzan Özpetek erano considerati i più promettenti della nostra nuova produzione. Poi s’è
inceppato qualcosa, a rivincita di coloro che dichiarando da subito
il proprio scarso apprezzamento risultarono, intellettualmente, più
onesti di chi prima accolse e poi snobbò. Basta una dozzina di film
al tirar delle somme? Vero è che se i nomi in oggetto non cessano di
dividere attese e giudizi, forse è colpa di uno stile fattosi
gradualmente maniera, incapace di evitare ridondanze e, in qualche
caso, un’invadente presenza autoriale.
Muccino
– al suo undicesimo lungometraggio, alla soglia dei cinquanta, con
A casa tutti bene – mira
a un bilancio della propria opera con un affresco familiare, che
suona come una riflessione sulla formula del cinema italiano meglio
indovinata (in quanto studiata a tavolino) e sulla sua riuscita.
Circostanza deputata, il classico pranzo di famiglia in cui si
celebrano le nozze d’oro di una coppia di benestanti ristoratori, a
Ischia (un tempo meta cinematografica e ormai non più). Con relativo
stuolo di parenti, collaudato campionario di assortita umanità: una
nevrotica Sabrina Impacciatore, coniuge tradita che tenta disperata
di tenere in piedi un’unione a pezzi; un Pierfrancesco Favino messo
a dura prova da un’oppressiva, isterica consorte, impegnato a tener
buoni i rapporti con la ex e il figlio avuto da lei. E i ritratti più
amari di un Gianmarco Tognazzi finto estroso, che la dolce attesa
della compagna spinge a elemosinare un posto nel ristorante degli zii
(e far fronte alle resistenze di chi non lo vede di buon occhio), e
una dolente Claudia Gerini, moglie di un misurato Massimo Ghini
minato dall’Alzheimer, il cui amore non sembra scalfito da
sofferenze. C’è anche il topico amore pulito di due giovani, in
ricordo del Muccino degli inizi; e non manca il feticcio Stefano
Accorsi, cui è delegato il ruolo di narratore (“La famiglia è il
nostro luogo di partenza, di fuga e di ritorno”), impenitente Peter
Pan e scrittore di successo invidiato dal fratello Favino, pur non
esente da colpe (e infatti, cacciato dalla moglie e disprezzato dal
figlio a causa di un tradimento, finisce a letto con la cugina).
Non
è facile condensare un’ora e quaranta di caratteri intrecciati,
vicende sentimentali, psicologie, cui forse avrebbe giovato un
metraggio più lungo. Ma Muccino non è Scola, anche se ineludibile è
il modello, del quale impiega uno dei volti-simbolo, la Sandrelli.
Benché non esplichi la cattiveria che del genere, in analoghe
situazioni, ci si aspetterebbe da un Monicelli o un Risi, in A
casa tutti bene nessuno
del mosaico è veramente innocente, né si parteggia per alcuno:
tutti hanno scheletri nell’armadio, e il proprio bravo
schizofrenico fagotto di inquietudini. Eppure – e qui sta la
ricattatoria riuscita del film – ognuno è patetica vittima di
labilità e sofferenze, incastonata tra disagi, ipocrisie e
paraventi, che un epilogo accomodante pone di fronte al
fattore-sorpresa. Fin troppo svelato è l’escamotage
della mareggiata che
obbliga l’assortita compagnia a trattenersi sull’isola e
confrontarsi l’un l’altro, rivoltando il finto idillio dei
festeggiamenti e denudando conflitti (nemmeno troppo) latenti e
vecchi rancori. Ma proprio nell’isola si può individuare l’ultimo
avamposto di un’azzardata serenità, tutta abbracci e sorrisi di
circostanza: la ricerca di una felicità dalla limitata durata,
pronta a una rimessa in discussione tipica di altri più fortunati
lavori: chi non ripenserebbe, difatti, a Il
grande freddo,
al suo riadattamento Compagni di scuola
e, più di
recente, allo scandinavo Festa in
famiglia?
A
Muccino si riconosce l’indubbia capacità di muovere la macchina,
conciliando carrelli su figure e segmenti in un identico quadro a
primi piani dediti allo scavo psicologico dei personaggi, in attesa
d’una verità che non tardi a manifestarsi. Il problema si presenta
quando la congiunzione dei vari anelli si risolve nell’espediente,
caro al regista, di una recitazione gridata e sopra e righe, qui
oltre i limiti di maniera, quale unica irritante modalità. Specie
nella seconda parte (si veda il tentativo di un esasperato Favino di
uccidere l’oppressiva moglie) si ha un’impressione più di
veridicità che di spontaneità, che limita le facilonerie e banalità
incipienti in certi dialoghi (in stile Moccia, tipo le battute di
Accorsi). La rivisitazione della commedia à
la Muccino è
tutta in quest’operazione, come se la sfera dei sentimenti, da
L’ultimo
bacio in
avanti, non fosse mutata: il che fa di A
casa tutti bene un
prodotto (medio) più onesto dell’ambizioso estro di un Özpetek,
perché più sincero e coerente alla propria cifra stilistica. Strano
poi come, nel novero della tragicommedia urlata, nessuno abbia
individuato un parallelo con Lina Wertmüller, che come Muccino ha
tentato la fortuna in America senza il risultato sperato (e La
fine del mondo nel nostro solito letto in una notte piena di pioggia,
guarda un po’, raccontava di un ménage
in crisi).
Dopodiché
il film non si esime da usuali trovate, dalla scelta di un cast
variopinto che raduna molti noti nomi della recente produzione sino
alla presenza del maestro Piovani, che firma una peraltro enfatica
colonna sonora. Da segnalare a tal proposito le canzoni che
interrompono un’atmosfera di tensione in vista d’una finta
conciliazione (di nuovo Jovanotti!), se non di un girotondo a
sdrammatizzare (Cocciante strillato à gogo).
Salvo che, come afferma la compagna di Tognazzi, finché si fanno i
burattini di corte tutto è accettabile ma, se si tratta di tornare
alla realtà, è l’esatto inverso (vedasi il patriarca Marescotti
che tuona alla moglie Sandrelli il proprio punto di vista sul
concetto di “famiglia”). E in un’alcova di bugie e infelicità,
per qualcuno destinata al cambiamento, è inaccettabile l’espediente
del volemose bene nonostante
stracci e cocci disseminati, in cui solo i compromessi concretizzano
duraturi affetti (la battuta-leitmotiv recita
“E fattela ’na risata”): ingrediente vetusto, ormai
inconcepibile, per l’esito di un prodotto che sembra non
abbandonare il ruffiano folklore di un Paese assurto a potenziale
bersaglio, ribadendone anzi l’assioma. E influenza il giudizio su
un lavoro in cui discreti passaggi si affiancano ad altri più
scontati: un lavoro riuscito, forse. Ma non bello.
Francesco
Saverio Marzaduri

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