Germinale

Germinale 


Un cinema bifronte, quello di Pietro Germi, anche se probabilmente lo spettatore non ci ha mai fatto molto caso. Allo scopo di verificare quest’osservazione, consideriamo anzitutto un’evidente caratteristica a due facce: lo stampo filmografico si confronta felicemente con la scelta stilistica, giacché dietro l’apparenza di feuilleton romanzati e passionali, intrisi di lirismo tragico, facilmente si ritrova il piglio del modello classico americano – quello à la Ford, per intenderci – deducibile da una scelta fotografica in esterni, dove un campo lungo o un primissimo piano risultano egualmente stemperati in un nitido bianco e nero che nulla ha da invidiare al western anni Trenta-Quaranta. Pur sempre però, la prossimità, a caldo resta quella del neorealismo, con tutte le proprie intertestualità debitrici del formalismo: come comprovano titoli che, del neorealismo, non nascondono più di tanto il piglio, da Il cammino della speranza a L’uomo di paglia
Ma in Germi a parlare non è la Monument Valley, quanto un Sud immortalato in tutta la propria antica costumanza di ambiente ancora ostile, il cui tratteggio non lesina in chiaroscuri atti a velare tensioni e climax sinistri. Uomo del Nord dal carattere umorale e passionale, nascosto sotto un’apparente scorza di scontrosa intransigenza, Germi risultava vicino al temperamento meridionale, di cui conosceva, ed austeramente criticava, il modo di concepire la vita, i pregiudizi, gli errori, ma di cui apprezzava anche innate qualità. Non dovrebbe apparire difficile come uno dei generi che prediligeva – sdoganato, anzi, grazie a lui – come il noir (di cui fu il capostipite in Italia, come Clouzot e Melville lo furono in Francia), sublimasse le proprie nascoste qualità stemperandole in commedia, altro genere di cui il cineasta genovese fu salutato come uno degli ideatori in salsa italiana. 
Ancora una volta, una facciata a due fronti: la violenza, insita nei gesti, negli sguardi, nelle battute dei personaggi dei vari In nome della legge, Il brigante di Tacca del Lupo o Gelosia si stempera nella risata, amara e sardonica, che, attraverso titoli quali Divorzio all’italiana e Sedotta e abbandonata, sarà il principale biglietto da visita di certa Penisola e dei propri costumi, tanto da essere immediato punto di riferimento (un po’ folklore da operetta, un po’ istantanea di denuncia del reale) per la commedia successiva, perlopiù risolta in pochade di grana grossa, e per il cinema estero, in particolare statunitense. E sono titoli che fungeranno da preludio al referendum sul divorzio che, nella prima metà degli anni Settanta, segnerà uno degli episodi più culminanti e irripetibili del nostrano quadro politico. 
Bidimensionali sono alcuni titoli della filmografia germiana, se si pensa che la descrizione di una giovane disinibita, che ha il volto di una diciottenne Stefania Sandrelli, messa incinta e indotta alle nozze ad ogni costo, si arena a un’espressione divenuta proverbiale (spunto, a sua volta, per una delle innumerevoli parodie del duo Franchi-Ingrassia). E in Signore & signori, altro titolo duale, il regista rilascia un graffiante quadretto sull’ipocrisia della provincia italiana in pieno boom economico: il punto di vista di una cittadina, allegoria di un intero paese, è costruito come un romanzo corale articolato in un trittico di segmenti che coinvolge lo stesso gruppo di personaggi. 
Ci sarebbe, inoltre, da spendere qualche considerazione sul Germi “minore”: quello che in anni di radicale mutamento socio-culturale sembrò tradire il piglio ben più critico ed aspro cui l’autore di Un maledetto imbroglio aveva abituato. Tuttora, Serafino o Le castagne sono buone non trovano i consensi che Alfredo Alfredo e L’immorale, sia pure con qualche difficoltà, hanno ottenuto, essendo gli ultimi due titoli ancora provvisti della proverbiale zampata di Germi: verso le contraddizioni del Paese, verso certo libertinaggio, verso l’istituzione coniugale (retriva trappola, quest’ultima, per la felicità dell’individuo). L’ultimo Germi è, semmai, più vicino agli assiomi – edificanti e moralisti – che l’autore ben si guardava dall’accettare, risultando apologhi spiazzanti e datati in anni di lotte, di barricate, di strategie della tensione. 
Ma sarebbe ingiusto non concedere un margine alla facciata del Germi non solo regista ma anche interprete (a parte Un maledetto imbroglio, va citato anche Il rossetto di Damiani), a proprio agio nel ruolo di commissario esperto e sprezzante, consapevole del mondo e delle proprie regole. Interpretazione debitrice di molto noir americano classico, Bogart in primis, ma anche dei più cupi e duri Simenon. Eppure, nel suo cinismo, colmo di umanità, che non s’illude sull’esistenza o meno di ogni tipo di umana debolezza. Capace amaramente di comprendere, come nelle vesti del ferroviere disilluso e padre di famiglia in crisi, che mugugna, si batte, si sbatte e un poco vince. Dietro cui si celano un cuore e un’anima. Una figura bifronte come lo era Germi. 

Francesco Saverio Marzaduri 

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