Il colpo alla botte, il colpo al cerchio: IL GIUSTIZIERE DELLA NOTTE

Il colpo alla botte, il colpo al cerchio: Il giustiziere della notte 


Quando il chirurgo Paul Kersey, chiamato d’urgenza per un cambio-turno, si ritrova in ospedale la figlia in coma e la consorte defunta, entrambe aggredite in casa da ignoti delinquenti, la resa scenica fa tornare alla mente la freddura del dottore che dice “Salverò mia figlia, dopo che quest’ultima ha avuto un incidente insieme al padre. Naturalmente, nella versione aggiornata de Il giustiziere della notte s’impone la figura maschile ma, per la sua intera durata, la sete di vendetta del protagonista, spinto a confrontarsi con una dark (in)side speculare a quella di medico, fa il paio con la speranza che la figlia adolescente si risvegli. 
Tratto dall’omonimo romanzo di Brian Garfield, il film diretto da Michael Winner risultò all’uscita sugli schermi uno dei titoli che, pro o contro, più connotò l’immaginario socio-culturale del decennio, innestando una neo-tipologia di (anti)eroe col premeditato esito di scatenare dissertazioni e dibattiti, a mo’ di trabocchetto, proprio su tale immaginario. E se anche non se ne voleva fare un classico, lo diventò. La tipologia del giustiziere, di chiara estrazione western, intrigava perché, se da un lato se ne deploravano le reazioni, dall’altro mostrava stati d’animo possibili di fronte ai frutti più avvelenati di una società prevaricatrice (e Kubrick già ne sapeva qualcosa). Il tutto nei limiti d’uno spettacolo che prendeva di petto l’alienazione del tempo con mezzi spicciativi e grossolani – tanto più dunque facilmente recettivi – disegnando figure al limite della caricatura (tant’era tagliato con l’accetta il delinquente-tipo, stupratore o borsaiolo), senza cura di risolvere situazioni e dialoghi in modo meno sommario. Eppure l’espressione in apparenza legnosa, invero sogghignante, del glaciale Bronson deteneva quel sinistro quid che tipicizzava perfettamente il prototipo, benché i pessimi sequel ne abbiano nel tempo dissipato efficacia e movente. 
Là il climax era quello di un’America avvilita da paranoia e frustrazioni politiche (solo un anno divideva l’uscita del film dalla fine della “sporca guerra”), sicché il personaggio tranquillamente poteva esser accolto come un angelo vendicatore, in linea con una plausibile necessità di salvezza. Il vero ossimoro, nell’America di Trump e della fobia targata ISIS, sta nella riproposta del modello, spurgato però di quella furia omicida che disturbava nell’icona originale: in tal senso un’occasione sprecata, perché l’alone vendicativo – simbologia confacente all’odierno paradigma politico, votato all’impiego delle armi – si risolve in una convenzionale ricerca degli assalitori tipica di qualsiasi, ma proprio qualsiasi, confezione action. Il solo elemento di comunione col modello, che consente di ritrovarne un po’ lo spirito, lo s’individua nella parentesi in campagna, quando il suocero di Paul, dopo le esequie della moglie, convince l’uomo che esiste un unico modo per difendersi, e imbracciata la doppietta finisce un animale ferito dai bracconieri. Per il resto, siamo nel thriller urbano aggiornato e ripulito, venendo meno l’aura agghiacciante che del modello costituiva l’elemento spasmodico. 
Notevole l’idea del vendicatore che, acquistata sempre più coscienza del nuovo ruolo, trasforma casa in un kit di difesa mentre lo schermo, scisso in patch, ne segue fasi e costruzione delle armi. Ma l’impressione, dati gli esempi susseguitisi negli anni, è che il regista Eli Roth coniughi Il giustiziere della notte con un’altra figura del decennio Settanta, il taxi driver Travis Bickle, e non pochi segmenti lo fanno pensare (a cominciare dalle esercitazioni al poligono di tiro). La differenza sostanziale tuttavia non risiede nell’iniziale imperizia di Kersey-Willis, colonizzato dai battage pubblicitari, nell’impugnare un’arma, laddove Kersey-Bronson era un reduce della Corea e una pistola sapeva già usarla; sta nel fatto semmai che, in quest’era di telecamere a circuito chiuso, smartphone e satelliti, non suona credibile una polizia che brancola nel buio esattamente come l’ispettore Ochoa-Vincent Gardenia di quaranta e passa anni prima, tanto che proprio la credibilità delle figure di sostegno ne fa le spese. Pure, se Bronson non individuava gli aggressori della sua famiglia limitandosi a far piazza pulita di teppisti e spacciatori, il fortunoso Willis scova uno ad uno i responsabili (tra cui un tassista senza alcun necessario movente criminoso) attirandoli poi, con la complicità della figlia ristabilitasi, in una trappola (senza suspense alcuna, tanto prevedibile e bolsa). 
Fatto salvo l’inserto gore del delinquente spappolato dal telaio d’una vettura in un garage, non c’è granché traccia della mano orrifica di un Roth preoccupato più di conciliare uno spiazzamento impossibile a replicarsi con il postmoderno; patetico è infatti l’inserto à la Malick di Paul nelle sue confidenze alla psicanalista, con la voce over a seguirne lo sguardo malinconico per le strade. Il risultato, più somigliante a una rilettura che a un aggiornamento della formula, sta nel solco dei tanti action movies con Bruce Willis, troppo sterile, approssimativo, innocuo e poco coraggioso perché lo spettatore vi colga analogie, e il personaggio del fratello Vincent D’Onofrio, in odor di politically correct come la professione da chirurgo del protagonista, annuncia la prevedibile virata verso un epilogo edificante. Netta è l’impressione che il fallimento dell’operazione non genererà sequel come l’originale; né l’indice di Willis rivolto a un’altra possibile vittima, in luogo di quello sardonico di Bronson, fa cambiare idea. Non si vuol dire che Il giustiziere della notte sia una pellicola datata, benché all’epoca, volenti o nolenti, sceglieva il tempo e s’imponeva come nuova: oggi è l’attuale realtà a trascendere l’incancrenita fantasia e a far tabula rasa d’ipotesi e formule affini, molto meno agghiaccianti del Presente. 

Francesco Saverio Marzaduri

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