ORE 15:17 – ATTACCO AL TRENO: l’occasione fa l’uomo eroe?
Ore 15:17 – Attacco al treno: l’occasione fa l’uomo eroe?
Ciò che del vecchio Eastwood stupisce ogni volta è la capacità, propria
del più consumato mestiere, di rimettersi in gioco sfidando canoni,
regole, attese per meglio definire quella posizione che i media – a
torto – valuterebbero come ambigua. Quel che conta (c’è ancora
bisogno di dirlo?) non è affatto la scelta politica; ma se il
cimento su temi delicati non fosse sufficiente, e anzi ne ribadisse
la personale posizione, è la restituzione per immagini a focalizzare
l’idealismo di un autore individualista sino al paradosso. Ancora
ricordiamo la battuta di American
Sniper
relativa alle tipologie in cui il mondo si scinde – le pecore, i
lupi, i cani da pastore – dove la terza riguarda chi si vota a
difendere il gregge con denti e artigli. Aforisma che contiene il
senso della politique
eastwoodiana e che negli ultimi lavori meglio chiarisce la tesi
sull’America, i suoi eroi presunti (J.
Edgar)
o reali (Sully),
responsabilità e fardelli: ingredienti ogni volta posti in
discussione, la cui contraddittorietà, analizzata su ambedue i
fronti, trova il miglior equilibrio.
In
Ore 15:17 –
Attacco al treno – trentasettesimo
lungometraggio di Clint e ancora una volta un biopic
– il
senso di tale volontà americana,
illuminata dalla Fede, si ritrova nei californiani Spencer e Stone, e
nel primo, sin dall’infanzia, impellente è il bisogno di riuscire
nella vita. Dopo una breve introduzione in voce off
del
terzo protagonista (il nero Anthony), il film si apre con un prologo
in flashback che rinvia a Mystic
River,
sulla restituzione di un’amicizia deragliata dall’incedere degli
eventi. Etichettati come buoni a nulla nella scuola cristiana che li
vede iscritti, Spencer e Stone finiscono regolarmente in presidenza
per le note di ritardo. Qui fanno la conoscenza di Anthony, modello
di rivalsa per il primo, benché dei due non condivida aspirazioni e
illusioni (infatti, una volta cresciuti, resta a casa mentre gli
amici combattono). Dopodiché si procede sui consumati binari
dell’Eastwood più noto allo spettatore, e non occorre tornare a
Gunny (o
al kubrickiano Full
Metal Jacket,
il cui poster campeggia nella stanza di Spencer insieme a quello di
Lettere da Iwo
Jima):
l’addestramento militare discende dal citato American
Sniper,
ma, come “Leggenda” Kyle, anche Spencer è pervaso da una brama
di riscatto. Un difetto di vista nella percezione di profondità,
però, lo obbliga a rinunciare agli aerosoccorritori e optare per il
SERE, riponendo frustrazione e orgoglio.
C’è
dell’aspra ironia nella dissertazione sulla volontà di eroismo –
pardon,
di auto-realizzazione – ad ogni costo, in qualche veste e in
qualche luogo, fosse pure il Fato a decidere di nuovo su sorti e
pedine (“Non se lo fila più nessuno l’Afghanistan – recita una
battuta – il nemico oggi è l’ISIS”), prima che queste si
tramutino in paladini della giustizia. Se improvvisare, adattarsi e
raggiungere lo scopo è consolidata norma, eroismo
è
un concetto ormai sospetto, ridotto a grama cosa quanto l’esaltazione
di un atto che ne riesumi la sostanza: a ricordarlo, il gesto da
spavaldo di Spencer ridotto a cialtronata, durante un’esercitazione
in classe con finto allarme. E nell’affidare a tre corpi comici di
estrazione televisiva (tra cui un maturo Jaleel White, lo Steve Urkel
di Otto sotto un
tetto)
i ruoli di preside e docenti della scuola cristiana, Eastwood pare
mettere alla berlina un’America di antico spirito nel vano
tentativo di far rispettare regole e dogmi. La stessa che, per
aiutare ragazzi con lacune di apprendimento, consiglia ai genitori di
somministrare pasticche.
Se
si considerano le recenti opzioni politiche (da non confondere con
l’endorsement trumpiano) nulla più che un cicaleccio
gettato in pasto al tamtam, il conscio Eastwood se ne infischia di
paradigmi a stelle e strisce, archetipi e contraddizioni,
ridiscutendone persino la storia a fronte di possibili equivoci (il
tour tedesco in bicicletta al memoriale della morte di Hitler). Come
Anthony è presenza (extra)diegetica dell’assunto, nonché
figura-mentore dietro cui si avverte l’alter ego del
cineasta, così lo smembramento dell’odierno Paese, la cui visione
d’insieme è possibile riesumare rammucchiandone i brandelli, è
anche – se non soprattutto – studiata linea di un
racconto a blocchi che raduna teen movie, film bellico, on
the road e confezione tv. Lo scampato attentato del titolo sul
treno per Parigi fa capolino in fugaci inserti, atti a scandire le
tappe d’una formazione esistenziale, seguendo un viaggio all’estero
semi-documentarista che riunisce i tre amici – e pazienza se la
parte girata in Italia utilizza più obsoleti cliché della Roma di
Woody Allen. E torna protagonista nel patch conclusivo,
solvendosi in una palpitante manciata di minuti: sicché i
semplicioni Spencer, Alek, Anthony sgominano un terrorista ISIS –
Parigi è sconsigliata, secondo una turista loro compaesana –
trovando la grande occasione, coronata dal salvataggio in extremis
di un ferito grave. Qui Spencer può finalmente mettere in pratica
quanto l’esperienza gli ha impartito.
Prodotto
volutamente diseguale, action movie anomalo nell’opera di
Eastwood, Ore 15:17 – Attacco al treno è invece parte di un
teorico quanto complesso trittico. Come in Sully, del quale
serba l’identica durata di un’ora e mezza, s’interroga
sull’aura eroica dovuta al Fato o semplicemente al fatto di
trovarsi lì in mezzo alla gente, senza ricorrere alle mimetiche
indossate da bambini. E si conclude con l’immagine dell’eroe in
carne e ossa, moltiplicato per tre, fotografato nella propria
euforica sublimazione durante il discorso di Hollande, ripreso dal
vero e inserito nella finzione. Se nel titolo precedente l’autore
restituiva una visione del problema mediante un riverbero d’ipotesi
teso a leggere la realtà e (attraverso) il cinema, nel caso
specifico si opta per una riviviscenza attigua alla lezione di
Zavattini, che fa “recitare” i veri protagonisti dell’episodio.
Più facile che Eastwood, da competente filmologo, si ricordi di
esempi come l’Arlo Guthrie di Alice’s Restaurant, e ancor
prima l’Audie Murphy di All’inferno e ritorno: l’assunto
resta però quello dello straniero senza nome, dall’oscuro
trascorso, in cerca di quell’espiazione resa qui possibile senza
morti né vittime sacrificali. In chiusura di un cerchio fatto anche
di inusuali sperimentalismi, chi meglio di Clint sa che questa è la
sola accertata vérité?
Francesco
Saverio Marzaduri

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