Uno, nessuno e centomila Welles
Uno, nessuno e centomila Welles
Casetti e Di Chio, nel loro Analisi del film, genialmente definirono Quarto potere – o si
associarono a tale felice definizione – un film barocco.
Non solo il più emblematico esempio di regia cinematografica, tanto
da prenderlo a modello d’analisi nel relativo capitolo del proprio
testo, ma il più classico esempio di soluzione registica barocca. Si
tratta di un giudizio da condividere: il Barocco in quanto stile era
magniloquenza d’immagini, capacità di elaborazioni estreme,
complessità di disegno, virtuosismo di soluzioni. Pure megalomania,
a volte. Era qualcosa di simile alla caméra-stylo di
Welles. Lo stile Barocco si riconosce da una volontà di sfidare
geometrie consolidate attraverso uno sfondamento degli spazi, oltre
ogni precedente gioco di linee: dalla volontà di organizzare
diversamente lo spazio delle immagini. Una volontà che pare il
principio costitutivo di Quarto
potere, la sua stessa
anima: non v’è inquadratura in questo film, non vi è sequenza che
non proponga increspature, sollecitazioni, che non rechi in sé una
propria vivacità, che non si proponga in termini insoliti. Vi è
sempre una ripresa laterale, decentrata, diagonale, dal basso. Nei
confronti fra individui, nella dialettica fra costoro e l’ambiente
circostante, fra questi e gli oggetti, fra oggetto e oggetto, di
volta in volta l’autore dispiega soluzioni differenziate,
respingendo la logica di ridurre ogni evento, luogo o circostanza a
standard realizzativi omogeneizzanti.
Barocco
è d’altronde lo stesso personaggio di Charles Foster Kane: ben più
d’un protagonista, alla luce della propria capacità di presenza,
d’informare di sé anche in sua assenza, di esserci anche quando
non inquadrato, di essere non un ruolo, seppur il primo, della storia
ma di essere la storia stessa. Kane è barocco nelle sue generosità
e grettezze, nella propria immaturità e nel desiderio di essere
amato, o altrimenti rispettato, o altrimenti temuto. Nel suo percorso
da giovane diavolo di immense risorse a magnate con presunzioni
d’onnipotenza. Nella propria superba volontà di piegare il mondo a
sé stesso.
Barocco
era in fondo lo stesso Welles, cui la possibilità di lavorare con
pieni poteri in uno studio cinematografico doveva avere ispirato
sensazioni e atteggiamenti non dissimili da quelli che attribuì a
Kane (quando lo si vede prendere possesso dell’Inquirer con
divertito decisionismo). Lo stesso aspetto della megalomania, della
presunzione d’onnipotenza, perseguitava Welles, sufficientemente
ironico ed istrionico da giocarci sopra ma non da evitare di
confrontarcisi di continuo: con George Amberson, con Mr. Arkadin, in
qualche modo con Quinlan e poi del tutto con il Clay di Storia
immortale. Personaggio, quest’ultimo, che rimanda all’ultimo
solitario Kane di Xanadu, come lui invecchiato nella non comprensione
degli uomini. Un personaggio che, posto in pratica al termine della
carriera registica di Welles, apparentandosi al protagonista eponimo
di quel formidabile esordio ne ribadisce l’insuperato valore di
modello. Come il Barocco rappresentò un punto di non ritorno
nell’arte figurativa in generale e nell’architettura in
particolare, come gli stili successivi dovettero in qualche modo
confrontarcisi sempre, anche per tentarne il superamento, Quarto
potere fece altrettanto. Il cinema, dopo questo capolavoro e
dopo lo stesso dirompente quid dell’icona
wellesiana – detentrice di sfondamento di precostituiti schemi e
modernità di un immaginario ante litteram –
davvero non fu più lo stesso. Neppure, forse, per Welles medesimo.
Eppure,
come sempre accade quando si vuol riparlare di un mito, il cui nome
basterebbe a protrarre la sequela di leggende che gli si costruiscono
intorno, ugualmente viene necessario dissertare di questo mito. Non
tanto per la caterva di opere ostracizzate dal System,
quando non lasciate incompiute, ognuna delle quali costituirebbe
fattore di riflessioni a sé: che si tratti di Don Chisciotte o di un
trattamento autoriale a più mani dell’Antico Testamento, nei cui
esiti, tra le pieghe, è possibile scorgere la mano imperiosa del
genio nel monologo conclusivo – d’indimenticabile resa
elisabettiana – di Abramo, fermato dalla potenza divina nell’atto
d’immolare il figlio. E, soprattutto, del “maledetto” per
antonomasia tra i progetti incompiuti: quell’Other Side of the
Wind per il quale, da tempo, ci si batte pur di vederne
completato il materiale.
Tanto
e tale (ancora) è il materiale da dire, o ribadire, a proposito di
Welles, anche in qualità di soggettista, che non si saprebbe da
quale parte cominciare, benché il proposito sia invitante, giacché
se mai figure cinematografiche permeate di mistero, di leggendaria
aura, siano esistite, Orson Welles è sinora la più (in)compiuta.
Un’icona destinata a lasciare una traccia, anche dietro
lavori compiuti. E di questa traccia si può carpire l’impronta
anche nei citati progetti nel cassetto, che il cinema e le regole da
questo imposte non hanno consentito di vedere ultimati. Indizi
disseminati qua e là che conducono lo spettatore in un gigantesco
dedalo (come quello del kubrickiano Shining), del quale
il destino ha reso impossibile l’uscita. Un vorticoso gioco di
specchi, che, da La signora di Shanghai sino a F
come falso, è campionario dell’arte wellesiana, perennemente
sospesa tra verità e menzogna. E, per
tragicomica ironia della sorte, si è rivelato bigger than
life per la stessa carriera dell’autore.
E
se l’imponente presenza del genio testimonia di un’incombenza
aleggiante sull’intera opera, e quant’altro questa avrebbe potuto
(ancora) concedere, non è da meno quella che l’autoironico Orson
offriva a pellicole, e talvolta a partecipazioni televisive, delle
quale fu interprete e/o narratore. Un’icona che – da Il
terzo uomo a Moby
Dick, da La
ricotta a Dieci
incredibili giorni,
a Comma 22
– era
garanzia di culto e fascino, riconducendo tali partecipazioni lungo
le direttrici dello spirito wellesiano. Perfino, come
riprovano L’uomo,
la bestia e la virtù di
Steno o Tepepa di
Giulio Petroni, se si trattava di produzioni di genere dalle quali
estrapolare, se possibile, consulenze o indicazioni registiche.
Perfino in pubblicità, dove scelte commerciali miopi per lungo tempo
impedirono di vederne diffuso il contributo, in veste di film
maker e
prestigiatore (a documentarlo, il Carosello, all’epoca non
circolato, per una nota marca di brandy).
Tasselli
disseminati di un nome che, a poco più di trent’anni dalla
scomparsa e a poco più di cento dalla nascita, si offrono, a chi
continua a contemplarne il mito, allo scopo di ricostruire un oggetto
anziché a mostrarlo. Come il (e più del) Kane di Quarto
potere: un interminabile, mitico gioco di specchi. Come solo la
magia del cinema consegna in eredità.
Francesco Saverio Marzaduri

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