London Boy: THE IMAGE
London Boy: The Image
The Image è un cortometraggio di quattordici minuti, scritto e diretto da Michael Armstrong, che segna il debutto cinematografico di
David Bowie. Girato nel 1967 in appena tre giorni, viene distribuito
sul grande schermo solo due anni dopo e a causa del suo contenuto,
ritenuto violento, figura tra i pochi cortometraggi contrassegnati
con la “X” dalla censura inglese.
Il
soggetto recita “a study of the
illusionary reality world within’ the schizophrenic mind of the
artist at his point of creativity” (“Uno
studio sulla realtà illusoria all’interno della mente
schizofrenica dell’artista nel momento creativo”). Nel 1983, star
ormai affermata, Bowie definisce lo short
“roba d’avanguardia underground,
in bianco e nero, fatta da un certo tizio. Voleva fare un film su un
pittore che fa un ritratto a un teenager,
ma il ritratto prende vita, e in pratica lo si scopre essere il
cadavere di qualcuno. Non ricordo bene la trama… Era terribile”.
Dopo
una brevissima uscita The Image scompare, per essere poi
riscoperto e restaurato negli ultimi anni con l’aggiunta di tre
minuti precedentemente sforbiciati. Il principale motivo della
riscoperta si deve alla presenza di Bowie, unico elemento degno di
nota. Per la parte del ragazzo-modello, Armstrong pensa subito a
Bowie, essendone un estimatore. Il regista ha già tentato di
collaborare con lui in una precedente occasione: Bowie avrebbe dovuto
scrivere le musiche e impersonare Orfeo in un progetto mai portato a
termine. Nel mese di giugno, inoltre, esce il suo primo album da
solista, David Bowie, che attira l’attenzione del coreografo
e mimo Lindsay Kemp, di cui la futura rockstar, in luglio, diviene
allievo.
Le
riprese di The Image iniziano il 13 settembre presso una casa
abbandonata, appena fuori Harrow Road: Bowie è pagato trenta
sterline, indotto per ore a resistere al freddo durante la scena che
lo vede fuori dalla casa, aggrappato al telaio di una finestra,
abbigliato con una camicia leggera e un paio di jeans; intanto, un
forte getto d’acqua fredda gli viene sparato contro, simulando una
pioggia battente. Come ricorda Armstrong, Bowie era tutto bluastro, e
solo quando tornò all’interno della casa cominciò a riprendersi.
Lo
short
non
soltanto segna l’esordio cinematografico di Bowie, ma anche il
primo lavoro di Armstrong e uno dei primi ruoli interpretati da
Michael Byrne, perlopiù noto per le sue partecipazioni (Indiana
Jones e l’ultima crociata,
Braveheart,
Gangs
of New York).
In The
Image Byrne
interpreta, col massimo impegno, il ruolo dell’artista inquieto,
ossessionato dal giovane e spettrale modello. Dal canto proprio, il
ventenne Bowie mette in pratica le lezioni del maestro Kemp, nei
gesti, nel modo di cadere, come una composta marionetta inanimata
(eco della Biomeccanica Teatrale di Mejerchol’d), o quando affronta
i vari corpo a corpo col pittore.
Secondo
alcuni, il rapporto tra i protagonisti è di natura omoerotica,
laddove, almeno per chi scrive, all’autore preme di più indagare
il filo che unisce creatura e creatore: un’allegoria del rapporto
fra arte e artista, ma sopratutto del legame artista-soggetto-quadro.
Molteplici sono i riferimenti mitologici, letterari e psicologici
sulla vivificazione dei manufatti artistici, dal mito di Pigmalione a
Il
ritratto ovale di
Poe, sino a Il
ritratto di Dorian Gray di
Wilde. Nell’ambito del cortometraggio, ritroviamo il pattern
della
magia dell’arte nel primo lavoro di un giovane Martin Scorsese,
What’s
a Nice Girl Like You Doing in a Place Like This?.
Qui, un giovane aspirante scrittore si tuffa dentro un dipinto
raffigurante un paesaggio marino: l’esatto contraltare di quanto
avviene in The
Image,
dove il pittore è inseguito da ciò che esce dal quadro, pur
rimanendo un dipinto, e per fuggire alla propria magnifica ossessione
sceglie di farne strame. Non meno importante, il tema della
distruzione dell’opera amata – al contempo simulacro di un
modello esecrato – per mano del suo creatore, topos
attraversato
in una moltitudine di titoli: uno su tutti, il breve film Vita
d’artista,
del 1910, prodotto dalla Cines di Roma, in cui un pittore distrugge
il ritratto della propria modella e amante avendone scoperto il
tradimento.
Oltre
a spunti letterari e di psicologia dell’arte, Armstrong tenta di
includere elementi riconducibili a movimenti artistici e
cinematografici del Novecento, attraverso la totale assenza di
dialogo, l’impiego di una colonna sonora firmata da Noel Janus e
costituita da brevi inserti musicali, pioggia e respiri affannosi,
ripetuti passi che si fanno pulsanti battiti di cuore. Ancora, la
livida fotografia in bianco e nero ad opera di Ousama Rawi,
l’utilizzo di inquadrature fugaci o dilatate sino allo spasmo,
fotogrammi ossessivamente ripetuti e ralenti.
Ma ciò non è sufficiente a conseguire quell’impronta
claustrofobica, tipica dell’Espressionismo (Wiene e non solo), e
certe violente atmosfere surrealiste, proprie del Buñuel prima
maniera. Per tacere della tendenza del cinema sperimentale americano
anni Quaranta, pulsante di spunti psicanalitici, o presunti tali, che
in Maya Deren trovano la propria eponima icona.
Più
in generale, le atmosfere paiono maggiormente debitrici
dell’Hitchcock del periodo londinese, dei B-movie
della
Hammer intorno alla fine degli anni Cinquanta, della moda dell’horror
mainstream
(che
apre il varco a insospettabili cineasti, come il Michael Powell de
L’occhio che
uccide),
del kitchen sink
realism ripetutamente
presente nel Free
Cinema (e
adottato anche dal Losey de Il
servo o
dal Polański di Repulsione),
della New Wave
britannica.
Tendenze che assimilano e rielaborano i citati movimenti, e che
purtroppo l’operina di Armstrong non riesce a ripetere né a
sintetizzare in forma nuova e diversa. Il climax
che
vi si respira sembra epigono di un format
televisivo
più che cinematografico (si pensi alla stagione 1959-64 della serie
statunitense Ai
confini della realtà),
e anche in questo caso il lavoro di Armstrong appare come un pallido
facsimile.
Francesco
Saverio Marzaduri

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