SHUTTLE LIFE

Shuttle Life 


Come da dichiarazione del suo autore, Fēn bèi rén shēng (Shuttle Life), lungometraggio d’esordio del malese Tan Seng-Kiat e dramma sociale sulla povertà e la malattia, trae origine da notizie di cronaca su famiglie in difficoltà economiche. Girato in soli ventun giorni in un povero sobborgo di Kuala Lumpur, narra delle quotidiane battaglie d’una famiglia malese della working class, sempre più stretta nella morsa dell’indigenza in un clima sociale che vede le divisioni sociali farsi via via incolmabili. L’attore-cantante Jack Tan è il diciannovenne Zhong Zhi Qiang, che vive in un piccolo appartamento prendendosi cura della sorella di cinque anni Hui Shan (Angel Chan) e della madre Li Jun (la pluripremiata attrice, regista e sceneggiatrice taiwanese Sylvia Chang), una sarta la cui instabile condizione mentale rischia di distruggere l’equilibrio domestico. Abbandonati gli studi e senza lavoro, l’introverso e impenetrabile Qiang vive di espedienti e furtarelli, mentre la siccità ne esaspera la già precaria lotta per tirare avanti. L’unica a offrirgli un po’ di felicità è la sorellina: ma la tenerezza tra i due si fa angoscia e dolore quando un incidente, nel giorno del sesto compleanno della bimba, ne causa la morte. Poiché a Qiang, sprovvisto di documenti, viene negata la salma, né Hui Shan è mai stata registrata alla nascita, il giovane tenta disperatamente (e illegalmente) di raccogliere quanto occorre per un falso certificato; solo e senza agganci, Qiang sembra destinato ad esser fagocitato dal sistema. E il corpo della sorellina, steso sul letto di un obitorio, entra a far parte degli “invisibili”. Film senza lieto fine, Shuttle Life offre uno spaccato sulla realtà dei troppi poveri cristi malesi che sopravvivono e non vivono. Tangibile è il divario tra ceti sociali, ancor più marcato in numerosi passaggi: si pensi a quando Qiang va a raccogliere l’acqua, episodio speculare alla tornata di auto che lo circonda mentre scorrazza in moto. Ancora, quando il Nostro viene condotto a una festa di compleanno esageratamente sfarzosa: come non confrontarlo con quella, ben più grama, di Hui Shan? I tratti distintivi del film sono la fotografia del taiwanese Chen Ko-Chin e la scenografia di Lim Chik Fong, che catturano il decomporsi della vita sociale dei personaggi e il loro agire in un ambiente sempre più spietato. Già nell’ouverture c’è quel senso di smarrimento e abbandono che scandisce l’intera durata del film: lo scheletro d’un grattacielo incompiuto è scalato dalla minuscola figura di Qiang, che in tale squallido nulla sembra non approdare alla meta. Una volta sul tetto, nel tentativo di prendere l’acqua dal serbatoio dell’edificio, s’accorge che n’è privo, ritrovandosi inerme in un’enorme stanza circondata da un gracidio di rane. Impotenza e disperazione s’intensificano, e la crisi idrica è uno dei problemi che il protagonista affronta ogni giorno. L’indigenza è una morsa feroce di cui raramente siamo consapevoli, non permettendo di capire sino in fondo il conflitto tra ragioni pratiche (la sopravvivenza) ed etica, che spinge gli individui oltre la legalità. Shuttle Life mostra come chi sta agli ultimi gradini del sociale venga progressivamente privato di qualsiasi dignità. Il tema della quotidiana lotta s’intreccia col plotdel disagio mentale e col desiderio di mantenere viva una relazione familiare. Nonostante la vita che conduce, Qiang è innocente, inaspettatamente maturo, ruba per sostenere i propri cari e non per sé: coinvolgente l’interpretazione di Jack Tan, il suo rendere la rappresentazione della situazione in cui versa, e autentici i suoi stati d’animo nell’interagire con altre figure. Di particolare efficacia la fotografia e la scenografia nel trasmettere l’assenza di Hui Shan, complice una serie di primi piani sugli oggetti che rammentano al giovane la sorellina (il casco da lei indossato prima dell’incidente, la bambola che sporge da un marsupio sulla schiena di Qiang), non riuscendo a rimuovere l’accaduto. Non meno dolente il ritratto che Sylvia Chang offre di una madre alle prese col trauma della perdita e la propria malattia: in uno degli episodi più drammatici, in preda a un collasso nervoso, la donna lancia oggetti e accuse contro il figlio, costretto a legarla mentre le acquista le medicine e, quando dolcemente le mette in bocca le pillole, ambedue s’abbandonano a un pianto disperato. Tan Seng-Kiat conduce saldamente la regia senza scendere a compromessi né indugiare nell’autocompiacimento dell’orrore che il protagonista subisce. L’epilogo vede Qiang e la madre seduti in un’auto da lui rubata, nel bel mezzo d’una pioggia scosciante: un corrugato Qiang guida senza meta, la mamma mangia le ali di pollo sottratte a un buffet e il brano in sottofondo, cantato da Hui Shan, recita “Andiamo a casa”. E quel che resta di quella voce ossessiva è la consapevolezza che “casa” non sarà mai più. 

Francesco Saverio Marzaduri 

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