AMERICAN SNIPER: è ancora tempo di eroi?

American Sniper: è ancora tempo di eroi? 


Non me lo merito… di morire in questo modo… stavo costruendo una casa…” 
I meriti non c’entrano in questa storia…” 
GENE HACKMAN e CLINT EASTWOOD, Gli spietati 

E ora occorre che vi lasci, ho addosso una stanchezza infernale 
La confusione che provo, non può esser descritta in nessuna lingua 
Le parole mi riempiono la testa e si spargono al suolo 
Se Dio è dalla nostra, fermerà la prossima guerra” 
BOB DYLAN 

Superato, ma non troppo, il tamtam mediatico di una pellicola che ha suscitato clamori e dissensi ancor prima della sua uscita in sala, chi scrive coglie l’occasione per fare il punto su una constatazione, etica e cinematografica. Ognuno può pensarla come crede, e scrivere che un’opera sia artisticamente riuscita o moralmente deprecabile, a meno di non incappare nella perversa spirale di quello stesso tamtam. Si correrebbe il rischio di esprimere pareri negativi riconducibili più a idealità personali (e a brucianti frustrazioni) che all’oggettività dell’opera. E se tali pareri fungono da monito trovando una vasta rete di consensi, per esempio attraverso i social network, sono guai: s’impone allora il dubbio che il consenso, solidale con lo sfogo, non sia altro che una marchetta e i buoni propositi si riducano a una manciata di belle parole, tese in ultima analisi a sponsorizzare gli autori della pelosa polemica. 
Quel che colpisce è che i suddetti siano spesso firme autorevoli della critica cinematografica, e dispiace che certe loro ragioni si spieghino con interpretazioni che poco hanno in comune con l’esegesi, e sembrino dettate piuttosto da motivi ideologici. O forse, peggio, da egolatria e narcisismi. Sono però pur sempre ragioni, con legittimo diritto a essere espresse, anche nella cupezza di giorni in cui, come verificatosi qualche anno fa, per la libertà di espressione è notte fonda e per un’opinione disegnata (stampata? filmata?) si può morire ammazzati. A giustificazione di chi non vuol prendere posizione, corre l’obbligo di dire che la realizzazione di un film incentrato su di un eroe di guerra americano non è già di per sé un fatto neutro, figurarsi se l’american hero è un cecchino dei Seals, in breve tempo divenuto una leggenda per il maggior numero di bersagli centrati in Iraq. E accertati. 
Se poi dietro la macchina da presa c’è un grande artigiano del cinema statunitense come Clint Eastwood, l’appunto da muovere, onde non incappare in spiacevoli fraintendimenti, potrebbe e dovrebbe essere solo filmografico. Chi conosce la recente produzione del vecchio Clint, ed è disposto a ribadirne la seconda giovinezza anche in opere ove lo stile è meno indovinato, sa da sempre che questo regista fa di ogni lavoro un discorso inerente la cultura nordamericana, la sua storia e i suoi eroi, i suoi costumi e i suoi miti. E i suoi fantasmi. In American Sniper, si gioca a carte scoperte sin dai primi fotogrammi: il protagonista, Chris Kyle (Bradley Cooper), è intensamente mostrato nell’atto di tenere sotto tiro un’irachena e il suo bambino, intenti a passarsi un’enorme granata da scagliare verso il nemico. L’uomo e il (suo) mirino, verrebbe da dire. Ma un secondo prima che il grilletto di Kyle sia premuto, la m.d.p. stacca su di un flashback teso a condensare in poche scene l’infanzia, l’adolescenza e la presa di posizione dell’uomo. 
Chris è un american boy, educato agli usuali valori a stelle e strisce (famiglia-chiesa-Stato) e all’uso delle armi in difesa di essi, pungolato dai discorsi a tavola di un padre che, cinghia sul tavolo, declama versetti della Bibbia distinguendo le umane categorie, etichettate come agnelli, lupi e cani da pastore. In quest’incipit c’è tutto quel cinema, e quei solidi valori tradizionali, che altrove Eastwood non ha fatto mistero di difendere. E se è facile inventare un accostamento tra il cecchino Kyle e un’altra figura del Clint del passato, Scorpio, esso è rapidamente smentito dall’opposta scelta di campo. Scelta che, per l’intera durata di American Sniper, mette in costante discussione il suo eroe: più volte lo sentiamo chiamare “leggenda” dal plotone cui appartiene, e da eroe lo saluta un reduce mutilato alle gambe che lo ringrazia per avergli salvato la vita, e rammenta al figlioletto di questi quanto sia fortunato ad avere un simile genitore. 
Come in centinaia di altri war movies, anche in questo caso l’azione bellica è mostrata nel suo peggio: ma si tratta di un discorso ribadito già molte volte. E mentre alcuni segmenti risultano comunque poco sostenibili (l’uccisione di un collaboratore iracheno, freddato mentre cerca di salvare il figlio cui i fondamentalisti trapanano il cranio), più interessante è il discorso relativo alla psicologia di Chris, alla sua incapacità di dare a sé stesso, e alla propria scelta di esistenza, una giustificazione. La coazione dell’uomo a ripetere, a tornare ogni volta in trincea senza assaporare la gioia della famiglia o la nascita dei figli, quasi ne fa una figura à la Scorsese. Come scorsesiani erano i Jersey Boys, scanzonati e un po’ picchiatelli, dell’omonima opera immediatamente precedente di Eastwood (lo ribadisce, anzi, la macchietta di uno scugnizzo Joe Pesci, ma persino l’inclusione della celebre battuta “Ti sembro buffo?” pronunciata dalla futura star in Quei bravi ragazzi). 
Se poi nel genere bellico citazioni e prestiti non mancano, e nel caso di Eastwood la riproposta del modello classico è la specifica firma, la parentela di Kyle è col capitano Willard di Apocalypse Now: Kyle è figura morta fin dall’inizio, e il suo atteggiamento da finto cowboy – quando è solo un bovaro da quattro soldi, scatti d’ira e cazzotto facile – è spogliato di qualsivoglia connotazione, elegiaca o mitologica, propriamente “americana”. Tra i Seals il Nostro sembra trovare un ruolo e una dimensione, il dovere di servire la Patria è più importante che festeggiare in tranquillità le proprie nozze: il suono di una sirena lo mette sull’attenti e lo consegna al proprio destino. Ma siamo lontani dalle ironie con cui Eastwood rileggeva il mito militare tutto macho e bicipiti in Gunny – non a caso aspramente criticato dagli stessi marines – per quanto le scene d’addestramento siano la riproposta di tanti analoghi prodotti, da Ufficiale e gentiluomo a Full Metal Jacket. 
La missione brava del soldato Kyle, in verità una missione interminabile senza tregue, conosce scoppi e boati, mirini e sangue come nel più truce tiro al piattello, soffiate e tradimenti, tragici incidenti di percorso e inattesi colpi di fortuna, solitudini morali e legami spezzati. Un nuovo inferno, dove, per parafrasare il Ron Kovic di Nato il 4 luglio, non si dovrebbero uccidere donne e bambini. In un mondo perfetto, si sa, cose come queste non succederebbero nemmeno. Qui, però, le une e gli altri sono figure infide, prive d’innocenza come nel miglior Peckinpah, e la reiterata presenza di un cane funge da monito, al contempo, mitologico e inquietante. Ogni traccia di gioia o di sentimentalismo è abolita: quando la moglie Tara (Sienna Miller) gli telefona per trasmettergli la più felice delle notizie, Chris è ricondotto di peso alla realtà, e i citati valori a stelle e strisce sono rimessi in discussione in tutta la loro precarietà. Complice un serrato montaggio alternato, i coniugi Kyle sono ambedue al centro di una tensione psicologica: Chris deve pensare a combattere (e a uscirne vivo), non avendo tempo per godere della notizia; la consorte è in lacrime, in comprensibile ansia, non sapendo se l’uomo tornerà. Il rumore degli spari fa da contrappunto, lo spettatore assiste all’episodio con impotente complicità. E due esequie fanno capolino nel film, alla prima delle quali il dead man walkin’ Kyle assiste, Tara al fianco, con glaciale sofferenza: proiezione di quella dipartita cui – non esattamente in gloria ma per mera fatalità – egli va incontro senza che sia mostrata, e si scelga di rappresentare un secondo funerale. Il suo. 
American Sniper, e qui risiede il suo aspetto non tanto più riuscito quanto più apprezzabile, è un’opera in bilico tra il retorico e l’asciutto, in perenne sospensione sul fil rouge della demarcazione, della sottile linea (rossa) in cui termina il più ottuso conservatorismo e comincia il più singolare idealismo. Soprattutto, Chris Kyle è una maschera eastwoodiana: quello che muove la sua psicologia non è la vanagloria, né la mera volontà di difendere ideali e Paese. Neppure è il desiderio di essere un eroe, e quando si ritrova ad essere tutt’e tre gli aspetti insieme, non può che accettarlo perché la circostanza bigger than life glielo impone. Chris è alla ricerca di un fantasma, una presenza invisibile. “C’è il Male laggiù”, sono le sue parole, e quest’invisibile spettro è la dark (in)side raffigurata dal nemico: un cecchino, come lui, da scovare in differenti tappe di missione come al centro di un videogame o, stando al regista, di un ennesimo duello western. Debellato il “doppio”, un campione di tiro prezzolato dagli iracheni tradito da una futile casualità, non restano che i simulacri: gli spettri che Kyle si porta appresso per un bel po’, sia quando, a missione conclusa, non torna a casa e guarda lo sport al tavolo di un bar con un bicchiere di whisky, sia quando, sulla poltrona di casa, riascolta i boati di guerra davanti a un apparecchio televisivo spento. 
Chris Kyle è un morto (morale) che cammina, la cui mente, come già per Bird, non è mai dove dovrebbe essere, perché la propria superomistica, eppure (in)spiegabile missione (“Non so nemmeno io perché lo faccio”, stigmatizzava “Dirty” Harry Calla[g]han) è troppo importante perché egli possa concedersi la serenità dell’alveo familiare. È un fantasma, la cui richiesta, dal vetro di una porta d’ospedale, di soccorrere la sua neonata è una voce non udita. Come lo sguardo che gli restituisce chicchessia, viceversa, è uno sguardo assente, alieno: uno sguardo altro. Kyle, si diceva, è una figura eastwoodiana la cui solitudine, a un tempo morale e fattuale, ha luogo perché a squadernargliela sono la scelta e la circostanza. Perfino in mezzo ai compagni di guerra – i quali fraternizzano con lui, impressionati dalla sua tecnica – egli è “solo” (dice di non voler essere toccato dopo che ha centrato un obiettivo), e benché lui pure si mostri solidale coi commilitoni, da solo, strategicamente, smaschera un collaborazionista trovando un arsenale nel sottosuolo del suo accampamento. Ancora, in un momento d’insostenibile tensione, riesce in extremis a rimettere piede su un velivolo prima che questo decolli: l’ultima figura rimasta sola in un inferno di sabbia indistinguibile, dove i buoni e i cattivi (ma chi sono gli uni e chi gli altri?) si mescolano senza (possibilità di) distinzione. I meriti, si sa, in certe storie non c’entrano. 
Se di presa di coscienza da parte del protagonista si può discutere, essa giunge dalla necessità di voler stare accanto a moglie e figli e di non poterlo fare. Di essere un marito e un padre, anziché una “leggenda” di guerra. Tanto che il concetto di “cane da pastore” impartitogli, in difesa di quelli che ama, gli sfugge di mano e si riduce a un mucchio di belle parole: per due volte non gli riesce di difendere dalle botte (cioè dai “lupi”) il fratello, “agnello” troppo poco uomo e incapace di essere un Seal come lui. Il doppio familiare di Chris è frustrato e tradito, la vaga idea di un focolare domestico è sempre più lontana. Ma a dispetto della scena d’apertura, qualcosa si rompe nella glacialità del Nostro, che suda freddo, come finora non gli era capitato, all’idea di uccidere un altro bambino quando questi raccoglie il kalashnikov di un islamico appena abbattuto dall’uomo. Solo adesso, con tutta probabilità, Kyle sembra convincersi di quanto sia roba grossa uccidere. Il sentimentalismo patriottico cede al sentimento personale: nella mente del cecchino s’accende la lampada di una vendetta senza esclusione di colpi, dovuta alla perdita di due affezionati compagni. Ma questa volta la vendetta privata – seppur in nome di un’etica – è un errore che mette a repentaglio lui e il resto del plotone, durante l’azione conclusiva. Il cerchio sempre più si restringe. 
Lo avevamo già visto ne Il cacciatore di Cimino: nel rimorso che attraversava Mike-Bob De Niro di fronte al cervo, cui rifiutava di sparare, e nell’identica logica dell’eroe di Eastwoood (one shot, un colpo solo). E American Sniper inizia (e quasi si chiude) con una caccia al cervo, in due diverse occasioni di relazione padre-figlio. Vero è che la parentela fra entrambi i film, putativa e cinematografica, è un po’ la medesima che ha visto Eastwood talent scout per il giovane Cimino per due pellicole di cui Clint era interprete, dai titoli italiani quasi affini: Una 44 Magnum per l’ispettore Callaghan e Una calibro 20 per lo specialista, dei quali Michael fu rispettivamente co-sceneggiatore e regista. E l’hit Can’t Take My Eyes Off of You, con cui si semi-concludeva Jersey Boys, era già la colonna musicale de Il cacciatore, così come di ambedue le pellicole la presenza di Christopher Walken. 
Quel Jersey Boys che, come American Sniper, era attraversato da un topos ricorrente nella filmografia eastwoodiana: il rapporto tra padri e figli già presente in titoli come Potere assoluto, Mystic River o Million Dollar Baby. Ma pure in quello specifico caso, la nostalgia e il rimpianto per un’America all’indomani dell’assassinio Kennedy, o dallo scoppio della guerra in Vietnam, erano l’aura di una generazione di sgallettati “puliti”, e persino di una mafia pulita, dove l’allegria e la volontà di sfondare senza crederci troppo erano mero pretesto per intonare motivi spensierati, abbandonarsi a passi di danza, fare scherzi o scambiare bacetti innocenti. Happy days prima dell’amaro ripensamento, del rancido bilancio, della maturità adulta atta a sostituire di peso la giovinezza fugacemente dissoltasi nel nulla, come in un novello american graffiti: il tempo segnava i protagonisti, facendone lentamente simulacri anacronistici. Ma in un musical d’altri tempi dove il revival e la tristezza cedevano il passo a un’estrema occasione di sogno, gli anziani ex giovinetti erano restituiti nel finale alla loro immagine primigenia: quella di eterni fantasmi, come il fotogramma di un imberbe Clint Eastwood in Rawhide, diffuso da un apparecchio tivù in un momento del film. L’epoca è ancora quella, scanzonata, della positività, lungi dal sangue e dal ricordo, doloroso e indelebile, della più odierna Storia. E in quest’altro biopic ch’è American Sniper, l’ennesima doppietta (l’opera conseguente a un’altra in un breve lasso di tempo) con cui il cineasta di Carmel corona la carriera è la speculare metà – necessariamente tragica – di una medesima pagina: a una giovinezza quasi totalmente imbevuta di retorico materialismo si affianca una graduale presa di coscienza ch’è segnale di una dolorosa (adulta) consapevolezza. 
“Ho ucciso tutto quello che si muoveva o strisciava in tempi lontani”, affermava il “fantasma” Will Munny de Gli spietati. Chris Kyle uccide cose che si muovono o strisciano in tempi recenti. E a turni diversi – cinque in totale – ogni volta torna a casa col morale a brandelli, esattamente come il protagonista di una dimenticata pellicola di Fred Zinnemann, Teresa. E se la similarità con Zinnemann annovera altri titoli, da Uomini – Il mio corpo ti appartiene (l’ospedale per reduci da reintegrare nella società) a Da qui all’eternità (il dovere del soldato di essere in trincea, corpo e mente), è con la psicologia di Philip-John Ericson che Chris reca un’eco, tanto da far pensare che, di Teresa, American Sniper sia una sorta di rifacimento: anche qui c’è la figura di uno psicanalista, che consiglia a Kyle di adoperarsi come guida per i reduci ai poligoni di tiro. 
Da questo punto di vista, American Sniper non è solo un film brillantemente ambiguo. Non è solo una macchina spettacolare tesa ad accalappiare, a creare consensi o indignazioni – in ogni caso, in una maniera o nell’altra, dei complici. È un film indovinato perché “studiato”, giacché la scelta ideologica dell’autore (la medesima che da sempre si conosce di lui) è riscattata da un senso dell’azione e del ritmo che compensa la sua opinabile ideologia. Come la riscatta, di nuovo, la scelta di appoggiarsi a quell’archetipo di cinema, che non si può né si sa più fare, di cui Clint è il solo prosecutore. Magari anche per furbo escamotage, in questo e in qualche precedente caso: ma con un’onestà, narrativa e filmica, che solo i vecchi mestieranti del cinema classico mostrano di detenere. Benché i mezzi di produzione per poterselo permettere, a differenza di un Peckinpah o di un Fuller, siano più elevati. 
Azione e tensione non cessano di ritrovarsi anche in episodi ilari o innocui: Chris Kyle si mostra per l’ultima volta alla moglie per divertirla, abbigliato da bounty killer in nero con la pistola in pugno, come lo Yul Brynner de Il mondo dei robot (un automa, vedi caso). Ma anche quella è la reiterazione di un fantasma: di quello ch’egli è sempre stato, dello stesso prototipo eroico-mit(olog)ico che da sempre, sin dai tempi di Leone, accompagna il cinema di Eastwood. La morte si legge sull’acconciatura di Kyle, è dietro l’angolo. Una dicitura informa che l’ex leggenda sarà ammazzata da un reduce che cercava di aiutare. Ma la morte, come impartisce la cultura nordamericana, non può e non deve essere ostentata. Ci si abbandona alle vere immagini del funerale di Kyle, con tutti gli onori, per restituire al film l’aura di un’opera retorica: ma di un’opera classica in senso fordiano. E dunque di un’opera concettualmente onesta (assente il commento musicale sui titoli di coda). Probabilmente, con American Sniper, Eastwood ha girato la pellicola più programmatica ed aritmetica della sua filmografia. Comunque la si valuti, in un momento di tensione col mondo tout court in cui è più facile dividere che (non) unire, quella che ci ha fregati tutti. Aficionados o meno. 

Francesco Saverio Marzaduri 

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