Aria di libertà: il “Free Cinema”

Aria di libertà: il Free Cinema 


Sembra ieri: purtroppo lo è. Ma non sembra esser passato più di mezzo secolo dalla nascita del Free – nuova ondata culturale, all’epoca, e sola voce rappresentativa di un Paese ancora prostrato dalla guerra – e dell’uscita di due pellicole, La strada dei quartieri alti e I giovani arrabbiati, che di questa tendenza furono i primi esiti. Tralasciando che alcune abbiano retto la prova del tempo meglio di altre, sono opere che riviste oggi non mettono in luce il fattore di novità che contenevano, oltretutto per un pubblico disabituato alla formula dell’aneddoto proletario consumato tra strade grigie e maleodoranti, backstreets dove raramente s’infila la luce del sole; o della vicenda intimista o psicologica, consumata tra mura domestiche, o nell’interiore scavo di personaggi in difficoltà a relazionarsi con chicchessia. Una formula a cui lo spettatore odierno è abituato da anni, ma dove la fotografia in bianco e nero come scelta estetica restituiva, ai tempi, il senso di difficoltà e di oppressione che la realtà postbellica imponeva quale condizione a prescindere. In tali opere era però determinante il disadattamento di chi assorbiva questa condizione, a un tempo, come volontà di rivalsa camuffata da disturbo inesprimibile, e come scintilla di un modo di pensare e agire che avrebbe portato gli antieroi del Free, e del loro Paese d’origine, a figure eponime di una controcultura che nulla avrebbe invidiato alle icone di rottura ereditate dagli Stati Uniti. 
Nel ripensare a volti quali Richard Burton o Tom Courtenay, Laurence Harvey o Albert Finney, Richard Harris o Alan Bates, l’odierno pubblico dovrebbe tener presente che ognuno di essi, gran parte dei quali destinati a proseguire e a diventare star del cinema, detengono un’origine, locale e anagrafica, ch’è elemento seminale di una tendenza “libera”. Poco interessa che Burton sia gallese, Harris irlandese, Harvey addirittura statunitense di discendenza lituana e Bates e Courtenay (tra i mille altri presenti nel Free) inglesi doc: ognuno di quei volti – come un momento topico al momento giusto – tende all’innato desiderio di strillare un malessere e un disadattamento comuni, sin lì resi impossibili da una realtà soffocante e prevaricatrice. Quel malessere che i discepoli a venire del Free, la cui casistica risulterebbe interminabile, dati gli anni e le condizioni in cui il cinema d’impegno sempre più si trasla in una costante imprescindibile, dettata dalla politica e da asperrime conseguenze, da quotidiani stili di vita che debbono far i conti col mutamento dei tempi e da (anti)eroi, ognuno dei quali simulacro di un mutamento crescente e via via diffuso, a macchia d’olio. 
Con gli occhi di poi, abbiamo veduto sfilare sullo schermo personaggi come i podisti di college, uno missionario e l’altro ebreo, di Momenti di gloria; l’incazzoso emarginato di Quadrophenia che nelle tendenze controculturali crede di trovare una propria way of life; i dropout di estrazione proletaria – chi più chi meno destinati a un identico epilogo – presentati da Ken Loach; i giovani disoccupati di Peter Cattaneo che, in perenne bisogno di portare a casa il pane, optano per spettacoli di grana grossa e si dedicano allo striptease; giovani che tentano di distaccarsi dal terrorismo salvo esserne involontarie vittime a causa di un Fato ineludibile; o anche donne di mezz’età che il bisogno costringe a fare le masturbatrici anonime in un peep shop salvo poi, così facendo, rimettere in piedi la propria vita. E tanti altri. Ognuno dei quali, in un’inesauribile passerella, trova collocazione e discendenza proprio nel Free e nelle figure che lo permeano: drammatiche perlopiù, alcune dotate però di visioni ironiche del mondo, talvolta pure sognanti e, in una combinazione di sogno e ironia, capaci di abbandonarsi alla fantasia pur sapendola irrealizzabile. Tutti comunque, a modo proprio, impegnati a esorcizzare una grigia quotidiana condizione che pare senza uscita. Lo spettatore-osservatore di oggi non è tenuto a ricordare che il Free ha plasmato ognuna di queste tipologie con sensibilità, diversificate ed egualmente fondanti, con un occhio al cinema documentario e uno al teatro del tempo, dove firme “arrabbiate” miravano a colpire al cuore l’ottica sociale vigente, e cercavano di scuotere mirando al bersaglio grosso, cioè al sistema borghese. 
Molte di fatto sono le opere letterarie che, in una dinamica di scambio mai più interrotta da allora, passano dalla pagina o dal palco allo schermo, in Inghilterra, di lì in avanti. E più ancora, a offrire visibilità e voce ai socialmente esclusi: dagli Angry Young Men di John Osborne alle minacciose figure di Harold Pinter, passando per Dorothy Lessing e John Braine, Shelagh Delaney e Alan Sillitoe, fino a David Storey e oltre ancora Anthony Burgess. Molti di costoro collaborarono direttamente con il cinema, e non solo per il trattamento delle proprie opere: alcuni firmarono sceneggiature, altri fornirono basi all’ipertesto di molte pellicole. Cosicché, enumerabili eroi ribelli delle classi popolari, la working class hero cantata poi da un Lennon figlio di quegli anni (e pure protagonista, a suo modo, di quel cinema) si esprimevano in cockney o nei dialetti di provincia, dalla pagina allo schermo e dallo schermo, di ritorno, alla pagina. 
Sarebbe comunque sbagliato non ribadire che il fenomeno Free trae le proprie connotazioni non solo dal teatro, ma pure dal documentario; il fatto che l’allora “nuova ondata” inglese abbia seguito il percorso di analoghe altre, in Europa e un po’ in tutto il mondo (la Nouvelle Vague e il New American Cinema Group, per dirne un paio), dà conto di quella modalità di riprendere il vero nell’hic et nunc, con scarni mezzi e tanta capacità di trovare il bello nel povero, e persino nel brutto, che senza il Neorealismo non sarebbe potuto essere. Mini-prodotti che avevano in comune, prima che un manifesto programmatico, un implicito comportamento: il credere nella libertà, nell’importanza individuale, nel semiologia della quotidianità; nessun film dev’essere troppo personale, le dimensioni sono poca cosa, la perfezione non ostenta in sé stessa uno scopo, un atteggiamento significa uno stile nella misura in cui uno stile sta per un atteggiamento. Piccoli squarci quotidiani, ritagli fotografati e restituiti con sensibilità d’occhio al particolare, che fungono da cellule seminali per direzioni che, di lì a breve, evolvono verso aritmetiche direzioni, sino ad abbracciare progetti più altisonanti di matrice letteraria, quand’anche il Free giungerà a un punto d’arresto, benché non rinuncerà mai del tutto a un certo sguardo sul reale. 
Inaugurati dal teorico John Grierson, grazie alla cui egida e produzione diversi film maker si fecero conoscere nel ramo, tali shorts sono firmati da gente senza cui il Free non sarebbe esistito, né tanto meno avrebbe proseguito la strada del radicale mutamento socio-culturale dalla seconda metà degli anni Sessanta in poi. E non si può parlare di questo senza citare nomi in gran parte, oggi, trascurati e dimenticati, quali Lindsay Anderson, Tony Richardson, Karel Reisz, John Schlesinger, Jack Clayton e il futuro pluripremiato e all’epoca giovanissimo Loach. Pur mantenendo ciascuno la propria distinta personalità, insieme si oppongono al conformismo sclerotizzante della produzione british antecedente, e la ventata di aria nuova da essi inaugurata supera i confini nazionali: il ceco Reisz, Richardson o Schlesinger lavorano pure negli Stati Uniti, con alterne fortune, e indiscussi maestri del cinema sentono a loro volta la necessità di coniugare la propria filmografia adeguandosi alla libera tendenza inglese, immettendo la propria politique (si pensi solo all’Antonioni di Blow-Up). Non va dimenticato che a dirigere una trascurata commedia come Georgy, svegliati è un italiano, Silvio Narizzano, come italiana è un’altra cineasta e scrittrice della corrente, Lorenza Mazzetti. 
Negli anni del rinnovamento cinematografico in Gran Bretagna, i cineasti del Free avvertono l’urgenza d’indirizzare lo sguardo altrove, magari verso temi letterari, come Richardson con Tom Jones e I seicento di Balaklava o Schlesinger con Via dalla pazza folla; e si commette l’errore di considerare queste opere come ancora all’interno del Free, quando in realtà sono altro, e la cinematografia britannica si fa magniloquente ma di un tradizionalismo superato (à la David Lean, per intendersi). Dal canto loro, prestigiosi autori non possono non solcare il Free dando però alla propria produzione un assetto completamente neutrale, distaccato dalle tematiche d’impiego comune, che con l’inglese d’adozione Losey o l’eccentrico, provocatorio Russell costituiscono una parentesi apolide. Salvo che molti degli interpreti delle loro pellicole sono icone controculturali della tendenza (Courtenay in Per il re e per la patria, Bates in Donne in amore). Il documentarismo sposato a un sense of humour tipicamente inglese – coronato da un rapido montaggio fatto di stacchi, primi piani, campi e controcampi – permette anche al Richard Lester dei film coi Beatles (e qualche anno dopo col solo Lennon in Come ho vinto la guerra) di godere di una piccola ma tenace posizione autoriale nel Free, per quanto assai personale. 
Eppure, quell’idea di spensierata vivacità riconducibile al periodo della Swinging London, volta a conferire un’idea di ottimismo e imperitura voglia di amore e felicità di cui i Quattro di Liverpool erano i cantori, costituiscono un capitolo a parte in un climax e in un Paese dove sopravvivere alle piccole grandi ostilità della quotidiana esistenza – si tratti di apatia e insofferenza, incomunicabilità o disperazione – sembra animare i personaggi (di preferenza giovani) di film quali Sabato sera, domenica mattina, Sapore di miele o Gioventù, amore e rabbia, e la loro collera a mo’ di denuncia in una società di piacere senza gioia. Per la prima volta, in alcune di queste opere, si parla scopertamente di questioni come l’aborto o il sesso; le situazioni familiari sono indagate con occhio sottile e introspettivo, e se ne colgono i lati più tiepidi e precari; i ménage appaiono esenti da quella serenità rose e fiori, libera dalle convenzioni sociali, e quasi sempre si conducono sul filo di una permanente tensione, pronta a esplodere da un istante all’altro. La volontà di rivalsa esistenziale (e con essa, almeno in parte, di scherzarci su) è atteggiamento più contemplato che reso concretamente, e un tipo come Billy Fisher, che dell’esorcizzazione del proprio quotidiano fa l’unica freccia al suo arco, finisce prigioniero di un’amara rassegnazione dove la risata via via sfuma nell’epilogo sino a prosciugarsi. L’amore potrebbe costituire un’ancora di salvezza in extremis che i personaggi preferiscono ignorare, indotti dalla paura o da comodo escamotage per rifugiarsi nel facile sogno. E quando il riscatto è reso possibile, la forza bruta di piegare tutti e tutto fa dell’individuo un vincitore in superficie quanto un perdente morale verso chi contraccambierebbe l’affetto, se paura, solitudine e complessi di colpa non lo impedissero. Chi avrebbe la possibilità di prendersi una rivincita sulle ingiustizie del Fato, in una gara di corsa potrebbe uscire vittorioso, salvo fermarsi a pochi metri dal traguardo avendo compreso che la sua vittoria legittimerebbe un sistema ipocrita, asservito a una società conservatrice. E c’è chi per ossimoro, come Morgan matto da legare, sceglie di non piegarsi al grigio trantran coniugale e resta fedele alla propria anarchia, consapevole che tale atteggiamento, anche tra le mura di un nosocomio, costituisce vittoriosa linfa, e motivo, duro alla sconfitta, di un sentimento incrollabile in chi non può rinunciarvi. 
Non si creda però che il Free sia un cinema di sole figure maschili: il suo universo femminile è dato da figure popolari, da donne spesso non avvenenti ma vere, a volte impacciate, e comunque le stesse che incontreresti per strada in un sobborgo di Londra. Ma pure da bellezze suadenti, sicure di sé, consapevoli rappresentanti di emancipazione sociale, come Julie Christie. Non sempre è detto che i brutti anatroccoli diventino cigni, ma a volte succede: ai volti semplici e timidi dove la dolcezza tra le pieghe restituisce un senso di univoca difesa, come le varie Rita Tushingham, Rachel Roberts, Susannah York, Glenda Jackson, Vanessa e Lynn Redgrave; a esse si contrappone l’enigmatico fascino di Charlotte Rampling, o appunto della Christie. Quest’ultima gioca un ruolo di angelo fortunato, che lo sguardo inquieto e la tempra determinata consentono, coraggio a due mani, di avere un ruolo nella società e una garanzia esistenziale. Lo comprovano Billy il bugiardo e poco dopo Darling, nel bel mezzo di un’ascesa sociale in cui le tresche sentimentali, anche occasionali, la spuntano su talenti nascosti. Ma anche la giovane bellezza, come quella della sfortunata Carol White, si scontra perenne con la brutalità sorda e prevaricante del maschio, sino ad appassire nello sforzo di sopportare una condizione difficile. 
Siamo ancora lontani, benché non distanti, dall’esplosione di anticonformismo e innato desiderio di rivolta che frutterà a Se... la Palma d’oro in pieno Sessantotto. La vena dissacratoria di sapore nichilista del gruppo demenziale Monty Python è a un passo dall’approdo sugli schermi televisivi, nuove frontiere alla ricerca di un nuovo stile personale e distaccato dal precedente rendono filmografie come quelle di Nicolas Roeg o del forestiero Jerzy Skolimowski un’isola inusuale e affascinante. Quanto di quel sapore ribellista immesso nei lavori del Free, dagli anni Settanta in avanti in apparenza dimenticato, è origine per un diverso modo di guardare allo spirito del tempo, e a testimoniarlo sono le imitazioni più o meno dichiarate di cineasti statunitensi (il Coppola di Buttati Bernardo!, l’Hal Ashby di Harold e Maude). Ma soprattutto il pot-pourri di cineasti che dal “cinema libero” discendono in maniera inequivocabile: dopo O Lucky Man! e Britannia Hospital, Anderson comincia ad arenarsi e a scomparire per lasciare il posto, oltreché a Loach, a quei Derek Jarman, Lewis Gilbert, Franc Roddam, Julien Temple, Richard Loncraine, Hugh Hudson, Bill Forsyth, Peter Greenaway, Mike Newell, Stephen Frears, Mike Leigh, Neil Jordan, Michael Winterbottom, Jim Sheridan, Phil Davis, Peter Mullan, lo statunitense James Ivory (fattosi inglese come Eliot ed Henry James prima di lui) ed altri ancora, destinati a lasciare il proprio segno sulla nuova produzione britannica. 
Nuovi percorsi, a volte rivisitazioni di vie già sperimentate, nei quali si avverte l’ombra inevitabile delle svolte politiche e dei cambiamenti sociali in atto, delle svolte economiche (e culturali), dove tensione e disordini rispondono ancora a esigenze di rifiuto, ma si fanno conflitto aperto e violento: mina vagante che si fa brillare a sfogo di frustrazione. Ugualmente le parentesi teatrali non mancano, e tra queste piace menzionare Il servo di scena di Ronald Harwood, che nell’adattamento diretto da Peter Yates, inerente la costante fusione verità pubblica-privata, consente di ritrovare due volti del Free, Finney e Courtenay, che recitano insieme. Più di recente, le scene da un matrimonio, in apparenza incrollabile, di 45 anni vedono il britannico Andrew Haigh alle prese con le precarietà coniugali, i rancori mai svelati, le inquietudini domestiche e gli equilibri tutto a un tratto instabili della non più giovane coppia Tom Courtenay-Charlotte Rampling, durante i preparativi del loro anniversario di nozze. Un’opera scopertamente incanalata nel solco della senilità, che il volto ancora bellissimo ma segnato da anni di silenziosa rassegnazione della Rampling confessa nel fotogramma conclusivo, nel bel mezzo di una festa che non ha più niente di raggiante. Gli anni della giovinezza anticonformista, spensierata e al gusto di miele, sono ormai sbiaditi come una vecchia fotografia ritrovata dopo anni, origine di una rabbia che non può più ravvicinarsi all’amore. Né alla gioventù. 

Francesco Saverio Marzaduri 

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