Controvento: LA VITA POSSIBILE

Controvento: La vita possibile 


Il frame conclusivo di un pallone aerostatico che spicca il volo e si allontana, lento, sulle note de La vita strillate da Shirley Bassey, sembrerebbe ripartire dall’immagine finale di La bella gente, ribaltandola in chiave ottimista. Il flou di un binario di stazione con un treno che partiva, senza la certezza che la prostituta Nadja lo avesse preso, sollecitava nello spettatore dubbi e inquietudini, scavando nell’ipocrisia appena sotto la crosta di certa sinistra sedicente, poco radical e molto chic. Benché La bella gente fosse uscito solo nel 2015, non pareva esser stato girato sei anni prima, e affidandosi a un inverso procedimento delle immagini il climax drammatico che accompagnava il film si ripropone nell’incipit de La vita possibile, settima fatica del romano Ivano De Matteo: i discorsi di due ragazzini in bici, che allegri parlano di calcio per le strade di Roma, svaniscono in un clima di violenza domestica, col tredicenne Valerio che, tornato a casa, assiste impotente alla lite tra il padre e la madre Anna, col primo che mena la seconda. 
Quanto basta perché madre e figlio siano indotti, via dalla pazza folla, ad esiliarsi a Torino. E se nell’idea di fuga, morale e fattuale, indotta dalla voglia di ricominciare daccapo, è facile trovare un’eco di “Nannarella” Magnani e di Ettore Garofalo, con tutte le disillusioni che ne scaturivano, La vita possibile non insegue il feroce modello pasoliniano. Qui, infatti, Valerio non sceglie la strada della delinquenza per dispetto alla volontà materna: in un film che si aggiunge alla collezione di ritratti dei “nostri ragazzi” cari a De Matteo, il giovane protagonista è avviato, soprattutto nella prima parte, ad un percorso esistenziale che gli fa conoscere la negatività in ogni sua forma, prima del raggiungimento della tranquillità con sé stesso e con gli altri. Seguendo la logica non cronologica ma narrativa, l’immagine finale de La bella gente porta il nuovo campionario di “equilibristi” al centro del film verso un progressivo recupero di fiducia, permeato di semplicità e senso del dovere. Lo spettro della violenza, nei minuti iniziali, è sempre dietro l’angolo, e a ribadirlo è il segmento in cui l’attrice di teatro fa le prove con sé stessa (e le lacrime paiono tradire la sua messinscena, non nascondendo un’autenticità di vissuto quotidiano). Va da sé che il non credere a un affetto possibile – come a un amore possibile o a una possibile amicizia – inneschi un pellegrinaggio senza meta del ragazzino, per le vie di Torino, come in un Paese dei Balocchi senza festa: senza coetanei con cui condividere interessi, Valerio vagabonda in bici toccando con mano gli effetti del proprio trauma, e la cinepresa ne segue l’itinerario alternandone la solitudine di novello Billy Casper a scorci urbani e paesaggi di una Torino autunnale. Sul tutto aleggia un’aura sinistra dove la tensione si fa, di rimessa, palpabile negli episodi in cui un barlume di serenità è rimesso in discussione, per un controllo della polizia ai danni di un pregiudicato o per la stessa presenza di una volante che gira per le strade. E al momento opportuno, un odio non convinto è strillato in faccia alla presunta responsabile di quell’introverso malessere. 
Tutto fa pensare che La vita possibile, il cui titolo sottolinea ciò che la vicenda mostra, appaia un calvario biblico rovesciato nel suo opposto: Valerio si ritrova nel ventre di un’allegorica, enorme balena dalla quale evadere, una volta consapevole che anche nel Male apparente si possono incontrare slanci inattesi d’amore, bontà d’animo inconsuete, fiducia e ottimismo raggiunti a caro prezzo, in figure di dubbia reputazione. Ancor prima di ritrovare il sentimento verso una madre che, per garantirgli protezione, gli ha nascosto una lettera di scuse da parte del padre, Valerio incappa nel graffio a una gamba che una giovane squillo russa (apparentemente sprezzante verso il giovane) gli lenisce – anch’esso un continuum del personaggio di Nadja – e s’imbatte nell’amicizia di un ex atleta straniero caduto in disgrazia, proprietario di un ristorante. E giacché parliamo di una fiaba per adulti, non può mancare il riavvicinamento del ragazzino verso il perduto sentimento grazie alla stessa prostituta. Nonostante sia destinato a un amore impossibile, reso tale non solo dalla differenza di età, ma anche dal divario di classe e dalla realtà (la letterina di scuse da parte di Valerio, di cui il getto di un idrante vanifica la consegna al destinatario). 
Al pari dell’altrettanto recente Questi giorni, La vita possibile è un piccolo film dove i personaggi tipici, come le situazioni tipiche, non mirano ad essere qualcosa di discrepante da ciò che sono. Ed è proprio questa genuinità di fondo a farne un prodotto con una sua valenza, anche se già vista e destinata a non lasciare grandi solchi, rientrando giocoforza in quel genere di confezione media di cui il nostrano cinema indipendente avverte l’assenza. Lo stile di De Matteo ha connotazioni personali, lontanissime da qualunque riferimento banale, eppure si ripensa alle altrettanto originali favole metropolitane (e oggi pressoché ignorate) di Peter Del Monte, non meno colme di inquietudini adolescenziali, piccole solitudini e preziose scoperte della vita sullo sfondo di mondi freddi. E probabilmente non è un caso che il personaggio dell’attrice teatrale, che adotta Anna e Valerio offrendo loro amore e ospitalità, sia Valeria Golino, in passato corpo-feticcio di Del Monte (e il cui ruolo appare più sacrificato di quello, pur sofferto e dolente, offerto a Margherita Buy). Sorprende, però, che il poco di sole narrativo e intimista risplenda di una luce propria nell’acqua gelida della stagnante produzione italiana: che risulta controvento anche nell’avviare l’intreccio verso il più convenzionale degli escamotage, il lieto fine. Dopotutto, adulta o meno, non è che una fiaba. 

Francesco Saverio Marzaduri 

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