La ballata di Dalton: L’ULTIMA PAROLA – LA VERA STORIA DI DALTON TRUMBO
La ballata di Dalton: L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo
L’immagine di Dalton Trumbo che scrive a macchina nella vasca da bagno e lavora
alle sue sceneggiature è, ne L’ultima parola,
un’immagine ambivalente: un’icona sospesa tra l’entusiasmo
della propria integrità idealista, resa tuttavia possibile solo tra
mura domestiche, e il peso prevaricante di una Storia pronta a
smorzare tale passione e a gambizzarne la creatività.
È
ciò che più caratterizza questo film, un biopic
che si aggiunge
alla casistica, non molto florida, di titoli cinematografici sul
maccartismo (l’ultima volta che Hollywood dedicò un film sul tema
fu, quattordici anni prima, con Good
Night, and Good Luck. di
George Clooney). Ma a dispetto di opere come Il
prestanome o
il trascurato Indiziato di reato,
meglio incentrati sul climax
di tensione che
soffocava gli Stati Uniti negli anni Cinquanta, il regista Jay Roach
opta per una descrizione psicologica del personaggio Trumbo in ogni
suo raggio d’azione, senza nessuna intenzione di farne un martire o
una vittima sacrificale. La crociata del futuro regista di E
Johnny prese il fucile per
la sopravvivenza artistica, culminante nella vittoria agli Oscar
dietro pseudonimo per le sceneggiature di Vacanze
romane e La
più grande corrida (e
le cui statuette furono ritirate dopo molto tempo), segue i passi di
un intellettuale moralmente coerente coi propri principi, conscio di
un’avvisaglia che ne rende arduo il percorso (nella carriera e nel
nucleo familiare), ma che non ne scompone l’aplomb
di gentiluomo
dal misterioso look,
occhiali, baffi lunghi e folti, sigaretta con bocchino.
Come
tante altre volte capita in casi affini, data la delicata quantità
di materiale di cui si dispone, L’ultima parola – La
vera storia di Dalton Trumbo finisce
per apparire un prodotto dichiaratamente al di sotto delle ambizioni:
è lodevole però il tentativo di concentrare l’attenzione dello
spettatore sull’uomo anziché sull’artista, i cui onesti dettami
rilasciano la lezione più preziosa impartita ai figli, anche a costo
di sacrificare una festa di compleanno. Nel dignitoso compitino cui
si assiste, non esente da segmenti umoristici (l’incontro
determinante con Otto Preminger) o in cui la realtà si contorna di
speranza (la caparbia scelta di Kirk Douglas di volere Trumbo per la
lavorazione di Spartacus),
la prima parte riecheggia gli anni delle udienze in cui i “Dieci di
Hollywood” finirono sulla lista nera, di tono non dolente ma
crepuscolare (a un certo punto il bianco e nero di un cinegiornale si
stempera nel colore). Qui lo spettatore meglio informato ritrova le
personificazioni di Louis B. Mayer, Ian McLellan Hunter, Sam Wood e
sente menzionare Robert Taylor o Gregory Peck. E se filmati
documentaristici permettono di veder sfilare corpi e volti di altre
star coinvolte nella “caccia alle streghe”, da Reagan ai coniugi
Bogart, il gusto cinephile consente
di sorridere nel vedere, quasi più vere del vero, le interpretazioni
del “Duca” Wayne (con cui Trumbo duramente si scontra) e di
Edward G. Robinson, delatore suo malgrado (non potendo cambiare
faccia quando è l’unica che hai e non sei solo un nome che puoi
nascondere dietro un’identità fittizia).
Dato
il rischio di una materia ancora scottante, della cui responsabilità
una fetta d’America non riesce a farsi carico (il film è stato
infatti criticato in patria), molti nomi sono cambiati o inventati.
La stessa personificazione in stile dark lady della
guru del gossip Hedda
Hopper, in cui Helen Mirren si produce in un altro numero
d’istrionismo, è troppo carica di astio e viscerale antipatia
verso i “rossi” per non dare l’impressione che molto della
biografia di Trumbo, firmata da Bruce Alexander Cook, sia stata
compressa a scapito della filologia storica. E se Bryan Cranston
s’impegna con onore in una parte non facile, altre figure risultano
meglio caratterizzate, dalla moglie Cleo (l’ormai matura e sempre
bella Diane Lane) al produttore di B-movies Frank
King, che dà modo al gigantesco John Goodman di rubare la scena. È
sufficiente vederlo minacciare di ripercussione un anticomunista, che
gli consiglia di licenziare Trumbo, sino quasi a demolire il proprio
studio per capire come la debordante vitalità di un interprete
maiuscolo ben s’attagli ad un ruolo su misura. Ciò non dissipa
l’impressione di un’occasione in parte mancata, che avrebbe
potuto essere un pamphlet analogo
ad altre importanti ricerche sul tema, come i volumi di Giuliana
Muscio e di Sciltian Gastaldi. E come insegnano gli ultimi lavori di
Tarantino, l’odierna condizione dei fatti può far capolino tra le
riposte pieghe di una ricostruzione, o anche solo tra nuvole di fumo
sui tasti di una macchina da scrivere in primissimo piano. Ai filmati
storici e alle foto sui titoli di coda, al cui centro è il vero
Trumbo, il compito di constatare come non ci sia realtà storica più
fedele, o perfino condizione di prigionia (topica nella vita e nella
carriera dello sceneggiatore), di quella che tali testimonianze ci
mostrano.
Francesco
Saverio Marzaduri

Commenti
Posta un commento