La ragione di un sogno: Sergio Citti e il cinema

La ragione di un sogno: Sergio Citti e il cinema 


Er cinema è quer posto dove vai, compri un bijetto e poi trovi uno che ‘tte lo strappa… Quell’è er cinema, no? O me sbajo?”
SERGIO CITTI 

Qualche anno fa ho avuto modo di rivedere Brutti, sporchi e cattivi, durante un’ennesima sua messa in onda televisiva. La cui trama, come si sa, ruota su uno stuolo di baraccati alla periferia romana che la cinepresa di Scola, con piglio semi-documentaristico, scruta e trasla con l’occhio impietoso della commedia italiana. E non può non trasparire (e come d’altronde non potrebbe?) un’impronta pasoliniana nella piccola grande sfera su cui si pone lo sguardo. Anche in una bottega di orrori casalinghi, dove l’ignobile cinismo del patriarca Manfredi è proporzionale alla delinquenza cui è spinto il parentado per sopravvivere – in sé e per sé costante di una commedia, la nostra, ai limiti del ne(r)orealismo, frattanto divenuta irrimediabilmente corrosiva – lo spettatore più accorto riconosce e ritrova Pasolini. Salvo che le note circostanze, un anno prima dell’uscita del film, impedirono a questi di prestare la propria collaborazione per un prologo filmato, e ciò spiega la ragione per cui alla voce “consulenza artistica” sui titoli di coda fa capolino il nome Sergio Citti. 
Senza voler imporre al critico di fungere anche da storico pedestre, e indurlo a una testimonianza esaustiva sul ruolo da Citti assunto nella menzionata pellicola, quanto sinora esposto dovrebbe bastare alla formulazione di un’idea, se non a mettere a fuoco meglio l’immagine di un cineasta che sfortunatamente non è mai riuscito a godere di una cifra personale. Inutile, oltreché sterile, negare l’evidenza: indissolubilmente, il nome di Sergio Citti è legato alla filmografia pasoliniana. Pure, il fatto che tale nome appaia in uno degli epitaffi della commedia italiana non può non far pensare che la lezione “di vita”, con tutta la propria realista connotazione, inoculi una sorta di tara ereditaria a un genere la cui risonanza derivava da un’allegorica traslazione. E nelle cui pieghe grottesche l’osservatore più disposto poteva scorgere qualsivoglia riferimento alla realtà. 
Come si sa, il piglio vernacolare, romanamente sanguigno, con cui si ritrae una Capitale infida, in tutti i sensi ai margini e resa ancor meno innocente da derelitti che il titolo vuole lontanissimi da aure di virtù e nobiltà d’animi, agevola nella comprensione di un occhio, quello di Citti, da sempre sensibile alla rappresentazione di una realtà sordida. E tuttavia desiderosa di pieghe oniriche, dove la ragione del sogno, per mostrare che tale sogno non si scosta completamente dalla reale condizione, è stemperata – sublimata, anzi – da un’ironia ora mordace e cattivista, ora graffiante e irriverente. 
Nella non vasta filmografia registica di Citti, che egualmente conta titoli di un certo pregio, lo sguardo è quello di un cineasta che assorbe la lezione controcorrente di Pasolini, infondendo non poco il pepe necessario all’eversiva asciuttezza nella politique del secondo. Sovente ne è il cervello e il motore, fin dai titoli d’esordio Accattone e Mamma Roma, per i quali rispettivamente è sceneggiatore e co-interprete insieme al fratello Franco, e curatore dei dialoghi. Senza trascurare la collaborazione per il Bolognini de La notte brava e per il giovane Bertolucci de La commare secca, anch’essi realizzati sotto lo sguardo di Pasolini. Ma il sodalizio umano e artistico tra Citti e Pasolini – destinato a durare quindici anni circa, sino alla morte, comprendendo la lavorazione di Salò – non si esaurisce nella collaborazione di nomi fissi della sua produzione (Baragli, Davoli, Delli Colli, Donati, Ferretti, Garofalo, Grimaldi, Morricone), e a seguire s’impreziosisce da firme non meno rinomate (Cerami, Piovani, Grieco, Jemma, e ancora Mario Ambrosino, Francesco de Masi, Andrea Crisanti). 
Al pari di Fellini, del quale condivide un ironico apprezzamento (“Er momento più bbello der cinema è quanno te danno ‘n acconto”), Citti inscena un immaginario dove il reale non può apparire più vero di quel ch’è, e lungo un itinerario che solca una condizione d’indigenza e squallore: benché non sia facile tener testa alla fame, sopravvivere alla disperazione o alle meschinità del mondo, arrabattarsi anche a costo della più esasperata avidità o dell’azione più turpe, le creature del regista-sceneggiatore romano si rilasciano al racconto, quando non al sogno, quale unico surrogato a un’esistenza grigia, monotona, fatta di piccoli crimini o di truci delitti, e talora estrema ratio per attendere la morte. Inusuale, ma non troppo, che in Citti il quid onirico di matrice felliniana abbracci la poetica pasoliniana, irriverente e all’uopo sporca: una bilanciata alchimia che non dimentica lo sguardo fiabesco e surreale di apologhi politico-allegorici come Uccellacci e uccellini, La Terra vista dalla Luna, Che cosa sono le nuvole? e La sequenza del fiore di carta
Chi conosce Citti nella dimensione del fantasy può individuarne la mano in quello che, a detta di molti, è il suo capolavoro, I magi randagi, all’uscita incompreso e ignorato come pure i titoli che ne conclusero la produzione (Vipera, Fratella e sorello). Un’opera il cui soggetto all’origine è un ipotetico film da girare inerente la Natività di Cristo (quel medesimo Porno-Teo-Kolossal di cui Abel Ferrara, nel recente Pasolini, avrebbe ricostruito alcune sequenze): traendo spunto dal prototipo, Citti immagina che a rappresentare la Natività sia una combriccola di teatranti filosofi, i quali, non capiti, sono costretti ad allontanarsi e compiere lunghi itinerari da viandanti. Sino a che, inevitabile, la realtà non sostituisce la fantasia… 
Personalità nomade, girovaga come i magi randagi, è lo stesso Citti. Un cinema apolide, il suo, inesorabilmente relegato ai margini di una produzione, e ancor prima di una cultura, incapaci nel tempo di conferire a cineasti del medesimo calibro un più equo riconoscimento, e che dunque condanna l’opera cittiana a non trovare quanto le spetterebbe. La cosa, all’autore romano, non sembrava importare più di tanto, come documenta una video-intervista, rilasciata poco prima della scomparsa: Citti confessa in prima persona il suo rapporto col cinema e con la vita a quei Ciprì e Maresco che, a partire da Cinico Tv, molto devono a lui quanto al suo maestro. A loro, il regista di Ostia testimonia il ricordo di un Pasolini dedito a catturare un episodio d’insostituibile realtà sul set de Il Decameron, nonostante la pellicola fosse terminata da diversi minuti. Ancora, Citti rivela lo spirito giocoso, vitale, sempre scherzoso e sorridente, di una figura altresì tormentata, sulla quale si è detto e scritto di tutto, e il contrario di tutto, salvo forse comprenderla nella sua interezza. 
Il sogno e l’antitesi sono i pattern predominanti del cinema di Citti, dove il primo aiuta a esorcizzare la seconda. Perfino i riferimenti a un’attualità del tempo peggiore della stessa peggiore fantasia fanno, di questo cinema, un’isola a parte ben poco commerciabile: ne è un esempio Piripicchio, figlio dei suonatori ambulanti di Duepezzidipane (il titolo, rammentava il compianto Grazzini, è “proprio così: tutt’una parola”), che, da rampollino riconoscente, via via diventa un piccolo mostro, cinico e crudele. L’ingrediente per dimenticare la mestizia, anche solo per un istante, è la risata, da intendersi quale strafottente scherno e liberatorio sfottò – la stessa che sorprende i due assassini, una volta giustiziati, negli ultimi fotogrammi di Storie scellerate. A star bene accorti, il cinema di Citti è puntellato di presenze comiche, figurine ilari che recano facce e corpi buffoneschi illustri (Benigni, Montesano, Nichetti, Nuti, Pozzetto, Villaggio, Verdone e persino Fiorello), accostati a interpreti di rango (Gaber, Gassman, Giuffré, Noiret, Placido, Proietti, Stoppa, Tognazzi, le sorelle Melato e via sciorinando), e tutti a un tempo immortalati in paradossali situazioni al fianco di comprimari (da Mario Brega ad Angelo Infanti, da Franco Javarone a Carlo Monni, a Giacomo Rizzo), anche appartenenti all’avanspettacolo meno raffinato (Frassica, Luotto, Vitali), che detengono e mantengono inalterata la forza, e prima ancora la poetica, del più genuino intrattenimento popolare, quello che già le riviste più militanti e politicamente impegnate riconoscevano a Franchi e Ingrassia a inizio anni Settanta. 
Non meno ardito è l’accostamento di questo cinema, e questa poetica, con l’operazione delle stripes, dove un contorno scenico funge da pretesto od anello di congiunzione per una sequela di segmenti, talvolta ad incastro, e personaggi che la circostanza obbliga a intersecare un unico discorso. Al cinema l’operazione si rivela indovinata con il citato Storie scellerate, che rinvia alla struttura semplice del racconto nel racconto ereditato dalla Trilogia della vita, mentre la papalina corte dei miracoli messa in scena appartiene al contesto più schiettamente romanesco. E, rivalutato nel tempo, è il corale Casotto, titolo ben distante da qualsiasi connotazione di commedia balneare scollacciata. Ma è nel piccolo schermo che Citti consegue risultati anche meglio definiti: esercizi di stile – parafrasando una tardiva operina girata a più mani e a cui l’autore romano ha collaborato – dove la poetica sospesa tra il grottesco e il favolistico porta a eccellenti risultati, da Il minestrone, ancora di matrice pasoliniana e, seppur uscito in sala, da recuperare nell’extended version del formato televisivo, fino al monumentale Sogni e bisogni
In quest’ultimo caso, il frame di base non può nascondere la derivazione felliniana, fotografando il destino (che non per niente ha il volto della Masina) incarcerato per un equivoco insieme al Bene e al Male, alla disperata ricerca, una volta evaso con loro, di un libriccino sul quale è scritta la vita di ciascun essere umano. Al contrario, il libriccino è nelle mani di un bimbo povero le cui manine sono riprese di volta in volta nell’atto di scrivere ciascun titolo degli undici segmenti, presentati a due a due per ogni puntata televisiva: apologhi concisi di un riadattato Ai confini della realtà, che il ritrovatore del quaderno inventa e scrive di sana pianta sul prezioso strumento del Fato, rendendole reali e veritiere. 
Questi, si diceva, gli echi che meglio identificano (e permettono d’identificare) la produzione cittiana. Ma il regista-sceneggiatore romano ha sempre fatto di tutto per dissociarsi dagli inevitabili paralleli ipertestuali coi maestri da cui discende la sua opera, e austera è la sua presa di posizione verso i critici, ignoranti sulla materia trattata. Nondimeno, sarebbe un errore gravissimo dissertare di Sergio Citti senza spendere qualche parola per Mortacci: autentica summa di pensiero arbitrario e saggezza, di un modo al contempo anarchico e cialtrone d’interpretare la vita e il suo rovescio; e anch’esso strutturato per episodi ad anello con relativi personaggi, sullo sfondo di un camposanto che, reinterpretando Edgar Lee Masters, in certo senso è stretto parente del Buffalora di Tiziano Sclavi (e del gotico adattamento di Michele Soavi). In un passerella di situazioni bislacche, dove lo sguardo irriverente, ancora una volta controcorrente, non s’inchina nemmeno alla morte e alla voglia di scherzarci su (“Ce diventerei amico”, per usare le sue parole, “so’ sicuro che la incastrerei… Je farei ‘na sola!”), Citti compie un balletto dissacratorio lontano da mestizia o da patetismo, dove la beffa felicemente spodesta il macabro e la polka che lo conclude è degna della danza funerea de Il settimo sigillo. Mortacci riesce dove non riusciva lo spunto di partenza di Viale del tramonto, coi deceduti che dialogavano tra loro sulle proprie spoglie; ma i tempi sono quelli che sono. E se il tempo ancora non ha reso giustizia al nome di Citti, né concesso un’attenta riscoperta al suo occhio (dis)incantato e difficilmente collocabile, piace pensare che tra i defunti “non morti” del film figuri anche lo spiritaccio di un artista senza padroni. O così, almeno, chi scrive vuol ricordare la morte – avvenuta l’11 ottobre di quattordici anni fa, e a quarantaquattro anni dalla dipartita di Pasolini – di qualcuno che nel panorama del nostro cinema ha portato avanti il messaggio del collega-maestro: che in quella favola dolce-amara ch’è la vita, “essere morti o essere vivi è la stessa cosa”. 

Francesco Saverio Marzaduri 

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