La rivoluzione video-culturale: CHUCK NORRIS VS. COMMUNISM
La rivoluzione video-culturale: Chuck Norris vs. Communism
Torna in mente il film Patul conjugal di Mircea Daneliuc, in cui un viscido proprietario di sala
cinematografica dei tempi di Ceauşescu tappezza le pareti del suo
cinema di manifesti coi volti di Schwarzenegger, di Van Damme e un
po’ di tutti i prototipi del virilismo machista dell’epoca. Quei
symbol che
la civiltà occidentale d’oltreoceano ha imposto negli anni
Ottanta, capisaldi dell’immagine fondata sul principio, non ancora
in declino, che muscoli e steroidi siano gli indispensabili
coefficienti di un disegno costruito sulla forza. Il desiderio coatto
del Paese di rispecchiarsi e confrontarsi con note icone di
culturisti ipervitaminizzati (e magari imitarne gesti e posture)
concilia con la volontà, meno immaginifica, di sconfiggere il
tiranno.
La tesi si rivela indovinata dopo aver assistito a Chuck Norris vs. Communism, prodotto che impreziosisce un discorso inerente la Romania e il suo assorbimento del consumismo occidentale: e se culturismo e feticismo anni Ottanta avessero avuto un ruolo determinante nella disfatta del Conducător? Certo è che il cinema romeno si è occupato in tempo recente di televisione, attento a non trascurarne gli aspetti più intriganti, dalla parossistica funzione del medium al suo assorbimento, quasi sempre deleterio. Sarà sufficiente ricordare A est di Bucarest o Hârtia va fi albastră, dove il senso di eroica rivalsa con cui il Paese ambisce a mostrarsi fa i conti con l’invadenza dello schermo televisivo e delle immagini diffuse da questo – in Porumboiu è un amarcord scalcinato e fallimentare sul Ventun Dicembre, in Muntean una rielaborazione dei fatti che il piccolo schermo diffonde senza trascurare il minimo, fatale dettaglio. Se si aggiunge che un altro tema ricorrente è il parallelo tra cultura progredita e voglia della Romania, gambizzata sul nascere, di emanciparsi, il documentario di Ilinca Călugăreanu mira a un obiettivo specifico: la ripetizione di qualcosa che lo spettatore estero, posto più in avviso, ha già compreso.
L’osservatore italiano assiste tenero e divertito alle testimonianze dei tanti romeni che, di fronte all’obiettivo, affermano quale gioia costituisse veder sfilare i corpi e volti di Stallone, Richard Gere, Tom Cruise, David Hasselhoff, Mickey Rourke o il Brando di Ultimo tango a Parigi. E nello stesso tempo quasi dimentichiamo come i demagogici disegni politici del Geniul din Carpaţi facevano di tutto (e di più) per segregare i simboli del capitalismo e della modernità occidentale, poiché accalappiando le masse estere avrebbero traviato una Romania incorrotta. Una contraddizione svelata da un inserto in bianco e nero, in cui Ceauşescu in persona strilla che il Paese può crescere libero e progredito attraverso l’arte, la letteratura, le forme di espressione e pensiero in generale. Tali forme, il pubblico romeno – di preferenza la fascia più giovane – può conseguirle dalla diffusione di videotape pirata, di cui si conosce l’esistenza, tale è la diffusione in città, in periferia, nelle campagne. Ma gli organi di partito fanno in modo d’impedirne la divulgazione, addirittura presentandosi in casa della gente e sequestrando brutalmente i nastri (c’è chi ricorda che anche il figlio del dittatore fosse ingolosito dal traffico delle videocassette, e se ne facesse spedire alcune). I tanti volti di persone comuni immortalate dalla Călugăreanu – cresciute a pane e culturismo, azione e sesso facile – restituiscono il quadro, ulteriormente nitido, dello spirito e del pensiero di una nazione che, assistendo alle tendenze e alle nevosi delle superpotenze, lo prendono a esempio, se non a valvola di sfogo, per il grande passo. E in un pubblico che assiste alle visioni clandestine (ma non troppo) dei nastri, non interessa poi tanto che figurino anche spie pronte alla soffiata: controllati e controllori sono tutti pronti all’inevitabile rottura.
È questo l’aspetto più suggestivo di Chuck Norris vs. Communism, la cui documentazione conduce verso una linea di pensiero, chiarissima, sul duplice binario medium-sviluppo culturale. E nell’assortito calderone di interviste trapela il desiderio di rivivere quegli istanti tabù, accuratamente celati, come una nostalgica reiterazione. Né si possono dimenticare gli eroi di tale exploit, teso a fendere i precostituiti, deliranti schemi di Potere: Irina Margareta Nistor, la doppiatrice standard del mercato romeno (e l’unica in circolazione), bionda dai grandi occhiali e voce sinuosa; e Teodor Zamfir, colui che come in un’apparizione da opera spionistica corruppe à la Schindler alti funzionari di Partito e doganieri per la circolazione delle cassette, e offrì a Irina un ruolo di rassicurante patrona per un popolo che smise di evadere con la mente, perennemente zittito da una cultura trionfalistica avviluppata su sé stessa e priva di significati. Il risultato concepì un lavoro di doppiaggio di tremila film americani e portò milioni di romeni dove non potevano arrivare, mostrando loro ciò che non osavano immaginare. La ricostruzione di come avvenne l’incontro, e di ciò che ebbe luogo in sale d’incisione filmate tra ombre nere e luci soffuse, rientra nell’operazione docu-fiction ed è l’aspetto più labile, giacché inevitabilmente didascalico ma interessante in un disegno filmografico che strizza l’occhio a un genere inviso al regime, e quindi sospetto. A uscire vittorioso è il parallelo tra due antitetiche bozze di eroe: a quello del Partito, tutto chiacchiere e smanie di grandezza, si contrappone quello fiabesco ma reale, seguace del sogno e della modernità, salutato come “la seconda voce romena dopo Ceauşescu”, cui un mixer, un paio di cuffie e un microfono bastano in quell’istante a fare della Romania una plausibile isola trovata di libertà. Cose che nella Romania attuale, ormai libera dal tiranno ma non dal bisogno, giungono come un’eco vintage riconducibile a un’epoca lontana, ma nemmeno troppo, da ricordare con (poca) rabbia e (tanta) nostalgia.
La tesi si rivela indovinata dopo aver assistito a Chuck Norris vs. Communism, prodotto che impreziosisce un discorso inerente la Romania e il suo assorbimento del consumismo occidentale: e se culturismo e feticismo anni Ottanta avessero avuto un ruolo determinante nella disfatta del Conducător? Certo è che il cinema romeno si è occupato in tempo recente di televisione, attento a non trascurarne gli aspetti più intriganti, dalla parossistica funzione del medium al suo assorbimento, quasi sempre deleterio. Sarà sufficiente ricordare A est di Bucarest o Hârtia va fi albastră, dove il senso di eroica rivalsa con cui il Paese ambisce a mostrarsi fa i conti con l’invadenza dello schermo televisivo e delle immagini diffuse da questo – in Porumboiu è un amarcord scalcinato e fallimentare sul Ventun Dicembre, in Muntean una rielaborazione dei fatti che il piccolo schermo diffonde senza trascurare il minimo, fatale dettaglio. Se si aggiunge che un altro tema ricorrente è il parallelo tra cultura progredita e voglia della Romania, gambizzata sul nascere, di emanciparsi, il documentario di Ilinca Călugăreanu mira a un obiettivo specifico: la ripetizione di qualcosa che lo spettatore estero, posto più in avviso, ha già compreso.
L’osservatore italiano assiste tenero e divertito alle testimonianze dei tanti romeni che, di fronte all’obiettivo, affermano quale gioia costituisse veder sfilare i corpi e volti di Stallone, Richard Gere, Tom Cruise, David Hasselhoff, Mickey Rourke o il Brando di Ultimo tango a Parigi. E nello stesso tempo quasi dimentichiamo come i demagogici disegni politici del Geniul din Carpaţi facevano di tutto (e di più) per segregare i simboli del capitalismo e della modernità occidentale, poiché accalappiando le masse estere avrebbero traviato una Romania incorrotta. Una contraddizione svelata da un inserto in bianco e nero, in cui Ceauşescu in persona strilla che il Paese può crescere libero e progredito attraverso l’arte, la letteratura, le forme di espressione e pensiero in generale. Tali forme, il pubblico romeno – di preferenza la fascia più giovane – può conseguirle dalla diffusione di videotape pirata, di cui si conosce l’esistenza, tale è la diffusione in città, in periferia, nelle campagne. Ma gli organi di partito fanno in modo d’impedirne la divulgazione, addirittura presentandosi in casa della gente e sequestrando brutalmente i nastri (c’è chi ricorda che anche il figlio del dittatore fosse ingolosito dal traffico delle videocassette, e se ne facesse spedire alcune). I tanti volti di persone comuni immortalate dalla Călugăreanu – cresciute a pane e culturismo, azione e sesso facile – restituiscono il quadro, ulteriormente nitido, dello spirito e del pensiero di una nazione che, assistendo alle tendenze e alle nevosi delle superpotenze, lo prendono a esempio, se non a valvola di sfogo, per il grande passo. E in un pubblico che assiste alle visioni clandestine (ma non troppo) dei nastri, non interessa poi tanto che figurino anche spie pronte alla soffiata: controllati e controllori sono tutti pronti all’inevitabile rottura.
È questo l’aspetto più suggestivo di Chuck Norris vs. Communism, la cui documentazione conduce verso una linea di pensiero, chiarissima, sul duplice binario medium-sviluppo culturale. E nell’assortito calderone di interviste trapela il desiderio di rivivere quegli istanti tabù, accuratamente celati, come una nostalgica reiterazione. Né si possono dimenticare gli eroi di tale exploit, teso a fendere i precostituiti, deliranti schemi di Potere: Irina Margareta Nistor, la doppiatrice standard del mercato romeno (e l’unica in circolazione), bionda dai grandi occhiali e voce sinuosa; e Teodor Zamfir, colui che come in un’apparizione da opera spionistica corruppe à la Schindler alti funzionari di Partito e doganieri per la circolazione delle cassette, e offrì a Irina un ruolo di rassicurante patrona per un popolo che smise di evadere con la mente, perennemente zittito da una cultura trionfalistica avviluppata su sé stessa e priva di significati. Il risultato concepì un lavoro di doppiaggio di tremila film americani e portò milioni di romeni dove non potevano arrivare, mostrando loro ciò che non osavano immaginare. La ricostruzione di come avvenne l’incontro, e di ciò che ebbe luogo in sale d’incisione filmate tra ombre nere e luci soffuse, rientra nell’operazione docu-fiction ed è l’aspetto più labile, giacché inevitabilmente didascalico ma interessante in un disegno filmografico che strizza l’occhio a un genere inviso al regime, e quindi sospetto. A uscire vittorioso è il parallelo tra due antitetiche bozze di eroe: a quello del Partito, tutto chiacchiere e smanie di grandezza, si contrappone quello fiabesco ma reale, seguace del sogno e della modernità, salutato come “la seconda voce romena dopo Ceauşescu”, cui un mixer, un paio di cuffie e un microfono bastano in quell’istante a fare della Romania una plausibile isola trovata di libertà. Cose che nella Romania attuale, ormai libera dal tiranno ma non dal bisogno, giungono come un’eco vintage riconducibile a un’epoca lontana, ma nemmeno troppo, da ricordare con (poca) rabbia e (tanta) nostalgia.
Francesco Saverio Marzaduri

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