La sostenibile leggerezza del malessere: MIA MADRE
La sostenibile leggerezza del malessere: Mia madre
A distanza di quattro anni da Habemus Papam, il cui risultato, nonostante l’anticipo sui tempi, non aveva convinto
del tutto chi scrive, Nanni Moretti compie un bel salto in avanti. E
tuttavia senza discostarsi da spunti e tematiche che, agli occhi
dello spettatore più consolidato, appaiono ormai un irrinunciabile
“feticcio”, tanto da potersi interpretare come uno speculare
contraltare dell’odierno malessere. In Habemus
il regista
guardava, con occhio sardonico, all’incertezza di un neo-Papa
timoroso di ricoprire la propria funzione, la cui rinuncia finale ad
assumersi una responsabilità troppo alta per lui, di fronte a una
folla gremita ed incredula, era il riverbero di una società
irrimediabilmente annegata nelle incertezze di uno sviluppo raggiunto
solo all’apparenza. Dunque, nella precedente opera, Moretti
affrontava senza raggiri l’incomunicabilità di un protagonista,
addirittura il Sommo Pontefice, verso una società e un Paese dai
molti timori e vogliosi di speranze ben riposte. Speranze che, nella
scena conclusiva, il cardinale Melville-Michel Piccoli non si sentiva
in grado di soddisfare.
La
protagonista di Mia madre,
Margherita, è una regista, in stile Francesca Archibugi o Cristina
Comencini, altrettanto desiderosa di offrire il proprio contributo a
un malessere sociale, in questo caso la crisi e la disoccupazione,
attraverso la mise-en-scène di
un film di denuncia, nella cui lavorazione qualcosa sembra non andare
per il verso giusto. E se poc’anzi si accennava ai temi-feticcio
del cinema di Moretti, il concetto “film nel film” non può non
rinviare a Il caimano,
così come, ancor prima, al musical sul pasticcere trozkista che, in
Aprile, Nanni
desiderava di veder ultimato, senza aver il coraggio di realizzare
sino in fondo. Per tacere del personale otto e
mezzo rappresentato dal sottovalutato Sogni
d’oro e prima ancora dalla sequenza
d’apertura di Ecce bombo.
Eppure,
si diceva, in Mia madre si
avverte qualcosa di diverso dalla precedente produzione dell’autore,
senza che l’ex autarchico rinunzi del tutto al proprio stile:
proprio la psicanalista di Habemus Papam,
cui si presentava Melville in sordina senza rivelarsi, era la
Margherita Buy qui in preda ad ansie e insicurezze di fronte a un
film da terminare, i cui obiettivi rischiano di deragliare nella
messa in opera a causa di una troupe non
del tutto capace di comprenderne gli intenti. La cosa rischia di
farsi più complicata quando entra in scena Barry Huggins (John
Turturro), interprete americano chiamato a interpretare il padrone di
una fabbrica, la cui vanagloria – o sedicente tale – si scontra
con gli intenti (nobili?) del film. In una scena di riprese, di
tensione lontana anni luce dalle nevrosi di Michele Apicella verso lo
staff nel citato Sogni d’oro,
le due nevrosi, dell’interprete e della regista, entrano in rotta
di collisione: un po’ per le narcisiste megalomanie di Barry, un
po’ per le fragilità di Margherita, che non comprende più –
come lei stessa a un certo punto afferma – le ragioni per cui il
suo film non va nella direzione giusta. E, senza ammetterlo, dando
ragione alle amnesie e agli sfoghi di Barry, per il quale i dialoghi
del film appaiono inconcludenti e posticci.
Mia
madre, in tal senso, si presenta come uno
psicodramma, scaturito da una psicanalitica costola di Habemus,
al cui centro Margherita – Giulietta degli
spiriti rivisitata da un autore dietro cui
Fellini ha sempre trovato il proprio spunto – fa i conti con la
propria autocoscienza, coi propri ego(centr)ismi e i propri spettri,
i propri rimorsi e i propri incubi – ma la cosa rimanda anche a
Buñuel e a
Pasolini. Ciò perché il frammento di
esistenza quotidiana che la riguarda si ricongiunge all’aneddoto (e
alla vera figura) principale: l’agonia di una madre anziana,
un’intimista Giulia Lazzarini, verso la quale la protagonista sente
di non aver trasmesso la propria vicinanza. Se il film rischia di
porre lo spettatore di fronte a un piano emotivo disagevole, Moretti
fa di una voluta discontinuità narrativa una cifra minimalista molto
precisa. Essa gli consente di saltare da un episodio a un altro nel
disegno esistenziale di ogni figura in azione, incrociandolo e
confluendolo a mo’ di congiunzione, intorno a una paziente che non
dà a vedere il proprio disagio ma che avverte come imminente il
momento estremo: quel domani cui
dice di pensare alla domanda della figlia, nell’ultimo fotogramma
del film, mostrato nel ricordo di una Margherita in lacrime, eppure
sorridente.
In
Mia madre, il discorso
sulla morte in famiglia, dal suicidio della madre di don Giulio ne La Messa è finita, di trentaquattro anni prima,
all’incensato La stanza del figlio,
trova quell’asciuttezza che, nel secondo titolo, appariva mero
artificio narrativo. Si comprende come quest’ultima fatica – che
rammenta anche l’operazione documentaristica dedicata da Alina
Marazzi alla madre in Un’ora sola ti vorrei
– fosse dettata dalla necessità del
regista di Brunico di superare un momento particolarmente delicato.
Mia madre si può
definire un’opera “personale”, salvo che l’autore mette a
nudo il proprio stato d’animo (mai del tutto mostrato, preferendo
concederlo all’immaginario Apicella), la propria interiorità e –
perché no? – il proprio usuale narcisismo, scegliendo di
“sdoppiarsi” e preferendo ritagliarsi la parte da co-protagonista
di Giovanni, il saggio fratello di Margherita. Se altrove Nanni
relegava il personaggio tipico a Silvio Orlando, per la seconda
volta – parafrasando un titolo del quale
Moretti era interprete ugualmente imponente – lo fa con una
Margherita Buy misurata e in sottrazione, come non capitava di vedere
da un po’ di tempo in qua. Si aggiunga che in Habemus
Papam impersonavano due diverse concezioni di
psicanalisi.
Mia
madre è un lavoro dichiaratamente
“asettico”, in cui gli attimi dolorosi della vita – coi quali
prima o poi occorre scontrarsi, volenti o nolenti – sono
rappresentati senza alcuna spavalderia, ma con una dimissione
parallela a quella di una qualunque esistenza (un po’ come la
seduta di chemioterapia inclusa nel terzo segmento di Caro
diario, che Moretti filmava mettendo in
mostra sé stesso e la malattia di cui soffriva). Quasi l’autore
fosse consapevole che di fronte alla rappresentazione di quei
dolorosi istanti lo spettatore non saprebbe come comportarsi, e vi
può anche rinunciare, tuttavia senza farlo del tutto. Più o meno,
la stessa cosa che, tre anni prima, fece Bellocchio con Bella
addormentata, altra opera coraggiosa e
“scomoda” sull’eutanasia.
E
il sottile confine tra realtà e finzione è impreziosito da un’altra
messa a nudo: quella dello sbruffone Barry, che, ubriaco, strilla a
Roma lo slogan felliniano “Bevete più latte”, e a casa di
Margherita rivela un segreto inconfessato, inerente la malattia del
padre. Come pure la scelta di restituire ai due interpreti
principali, escludendo il personaggio di Turturro, il proprio nome
anagrafico per il rispettivo ruolo. E se qualcosa resta, comunque, ad
impedire di definire Mia madre,
pur dolente e bello, un capolavoro, il segreto della riuscita risiede
tutto nella sua asetticità, senza compiacimenti nel dolore o
escamotage prodotti
allo scopo di commuovere ad ogni costo lo spettatore. Trattasi di un
dolore composto e dignitoso, un caos calmo
come lo è, in primis,
Moretti medesimo: un fatto reale trasposto sul grande schermo,
lontanissimo da quanto, anni addietro, si prestava alla teorizzazione
di Bazin.
Francesco
Saverio Marzaduri

Commenti
Posta un commento