L’attuale Paese è un tema delicato. Ovvero, LA FELICITÀ È UN SISTEMA COMPLESSO

L’attuale Paese è un tema delicato. Ovvero, La felicità è un sistema complesso 

 

Qualche anno fa, Paolo D’Agostini su “La Repubblica”, riguardo l’ultima fatica di Leone Pompucci, Leone nel basilico, scrisse che di siffatti prodotti inconsueti l’attuale cinema italiano pare aver smarrito lo stampo: la difficoltà, soprattutto in simili casi, risiede nell’ardua scommessa di coniugare i gusti del pubblico odierno con la trattazione di tematiche “adulte”, mescolata alla voglia di sperimentare. 
Analogo discorso verrebbe da fare per La felicità è un sistema complesso, quinto lungometraggio di Gianni Zanasi, vent’anni prima – come Pompucci – una delle più fresche promesse della nostra produzione: a cominciare dal titolo filosofeggiante, l’operina sembra suggerire un’ambizione dove il coraggio, nella gestazione di spunti seri, s’impipa altamente di aspettative spiazzate, quando non deluse, o di ammiccanti quanto prevedibili facilonerie. La confezione di questo film – la cui idea, ridotta a mezzora, sarebbe ottima per uno short – risulterà di minor portata per un pubblico recentemente catechizzato da pindarici velleitarismi, come quelli cui sta abituando l’ultimo Sorrentino; eppure la sostanza, nella volontà di guardare al presente dentro e fuori dallo schermo senza tanti fronzoli, risulta più invitante. 
Ciò detto, negli ultimi tempi, l’apologo sociale è assurto a rischio. È un rischio raccontare di un Paese totalmente immerso in concetti quali “globalizzazione” nei propri deleteri aspetti, “omologazione” o la famigerata espressione jobs act, pavoneggiandosi dietro simili pomposi fonemi, e invero camuffando le reali intenzioni. È un rischio parlare della crisi in cui versa l’Italia, della disoccupazione che obbliga catene di negozi alla chiusura, del futuro assai poco florido cui vanno incontro neolaureati costretti ad adattarsi a impieghi degradanti, o non nelle loro capacità. Il cosiddetto capitale umano, al cinema, si affronta di petto seguendo patine grottesche – come fa Paolo Virzì nell’omonimo film dedicato all’argomento – o si sfuma con l’aneddoto intriso d’ottimismo, che non riesce del tutto a cancellare l’amarezza. Ci ha provato Gianni Amelio con L’intrepido, senza (voler) riuscire a staccarsi dal modello roseo-neorealista stile Miracolo a Milano. E una decina d’anni fa ci provò Francesca Comencini, con un titolo sbrigativamente distribuito e poco dopo tolto di mezzo, Mobbing – Mi piace lavorare
Non stupisce che la firma di Amelio faccia capolino nei ringraziamenti conclusivi dell’opera di Zanasi, benché il modello di riferimento, più che altro, detenga qualche familiarità col Moretti intimista e socialmente più introspettivo. E chi di recente ha visto il mini-film L’impresa di Davide Labanti sa che, nella piccola azienda a gestione familiare, dimissioni e licenziamenti sempre in agguato dipendono da tornaconti personali ed egoismi interessati, alla cui origine due speculari concezioni di “famiglia” antepongono il moloch industriale a quello del duplice rapporto umano e professionale. A spuntarla (c’erano dubbi?) è il sistema capitalista, non proprio cristallino, di una società alienante e prevaricatrice. Ma lo spirito giovanile è qualcosa di troppo agli antipodi dalla meccanica freddezza del mercato, fortunatamente distante dai crismi delinquenziali che sovente scaturiscono da chi vi opera. 
In tal senso La felicità è un sistema complesso è un piccolo gioiello, come la scelta del suo titolo, giacché quanto ha da dire lo afferma con un coraggio ripagato dall’ambizione, dovuto a un occhio che, generosamente, concede assai al realismo documentaristico e al tratteggio psicologico. Ad esempio, nelle numerose occasioni in cui Enrico-Valerio Mastandrea è in compagnia degli “squali” del profitto, tra cui Giuseppe Battiston. Non esente nemmeno da tocchi grotteschi (come nella sauna-antro in cui il protagonista è affiancato dall’israeliana fidanzata del fratello, presentata come segretaria), il lavoro di Zanasi alterna la messinscena dell’inferno aziendale alla voglia di Enrico di concedersi al ralenti del sogno, e qui l’autore mostra di assimilare la lezione di Moretti e i virtuosismi à la Fellini e Antonioni. Perché è l’onirismo, di nuovo, l’àncora volta a restituire il senso di quella felicità indicata dal titolo che l’attuale condizione, d’altronde, non rende solo complesso ma decisamente utopico. Di più: inspiegabile. Lo dimostra la reazione verso il cinico imprenditore, Maurizio Donadoni, di uno dei due orfani (eredi loro malgrado di un’azienda impegnativa) di cui Enrico si prende cura, avendo scoperto la propria reale funzione nell’organigramma. 
Allo scopo di evitare il probabile insuccesso (e il conseguente fallimento) di una carriera imprenditoriale tutta in salita, il compito di Enrico – a dir il vero stravagante, ma non più di tanto, stando ai consueti paradigmi – risiede nell’avvicinare i dirigenti di grandi imprese nazionali per convincerli alla cessione a terzi dell’azienda. Quanto basta per scorgere nella figura dell’uomo qualche vaga eco della commedia che fu. Ma a dispetto dell’editore di sordiana reminiscenza, Enrico non vagheggia la fuga per sfuggire alla routine: conscio di non essere felice della propria esistenza, l’unica che ormai purtroppo conosce e che tra l’altro gli garantisce benessere, il giovane ambisce a uscire al meglio da tale situazione. 
Non è uno che scappa – gli si sente affermare – a differenza del padre, industriale fallito sfuggito alla bancarotta, e dell’immaturo fratello, che gli ha messo in casa la giovane extracomunitaria. Ma, come l’Antonio del menzionato L’intrepido, comprende di poter costruire serenità attraverso un’indiretta palingenesi personale, anche grazie a una presenza femminile. Figura che rappresenta il futuro, interculturale, costituito da tante giovani mani: la “torta di noi”, intesa come unione, che funge da allegro motivetto musicale sui titoli di coda, e che Enrico improvvisa durante un karaoke, consapevole che l’epoca delle nonne è inesorabilmente lontana dal suo tempo. Gesto che spezza la catena della continuità ereditaria – volendo anche filmografica – delle origini e della tradizione, della provenienza e del familismo. 
Perché, per dirla con qualcuno, il conflitto tra generazioni è sano se produce discrepanza. E così, nel bel mezzo di un’altra mischia (non soltanto quella di una partita di pallone), sulle suadenti note di She’s a Rainbow, Enrico contempla la solidarietà e la felicità mimando il moonwalk di Michael Jackson, tirando un sospiro di sollievo quando, alla fine di tutto, conosce il licenziamento. Anch’egli senza pensarci, torna a dormire sonni tranquilli sul pavimento di casa, come la sua ospite, potenziale angelo demiurgico. 
Se la realtà fosse altrettanto facile come in sogno... 

Francesco Saverio Marzaduri 

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