Non è mai troppo tardi: IL CORRIERE – THE MULE
Non è mai troppo tardi: Il corriere – The Mule
“Non m’interessa chi ha torto o ragione
Sul serio non voglio più litigare
Troppo
parlare
Dormiamoci
su stanotte
Sul
serio non voglio più litigare
Stanca
di tutti questi giochi”
TINA
TURNER
Il
tempo non si compra. Giunto alla trentottesima fatica e a metà
strada tra biopic
e
road
movie (generi,
peraltro, a lui congeniali), Clint Eastwood fa i conti con
l’esistenza
e il passare degli anni, i sacrifici e gli egoismi d’una vita spesa
per il lavoro anziché per la famiglia, e con una modernità che
senza Internet non saprebbe a quale santo votarsi. Nel contempo il
granitico attore-regista ridiscute il (ruolo del) suo cinema, sullo
sfondo d’una produzione in cui la concezione di “mito” pare non
aver più il margine di un tempo. Non a caso, dieci anni dopo Gran
Torino,
Clint torna ad essere interprete d’un suo prodotto, calandosi nel
ruolo di un novantenne ex veterano del secondo conflitto che accetta
di far da corriere per il cartello di Sinaloa, e – complice l’aiuto
dello stesso sceneggiatore Nick Schenk – ne cambia i nomi e ne
traspone la vicenda, documentata dal giornalista Sam Dolnick. La
storia è quella di un individuo non ancora inacidito col mondo, come
invece Walt Kowalski o Gus Lobel, ma al pari del secondo
sufficientemente arzillo per mettersi di nuovo in gioco. Sin dalle
immagini d’apertura è presentato come un vecchietto tutt’altro
che accigliato: ama i fiori, che coltiva con premura racchiudendovi
la propria filosofia, si presenta a una convention
di
beneficenza e ritira il premio con l’aria filantropa e sorridente
di quel James Stewart a cui più volte è paragonato, offre da bere
agli avventori del bar. Tutti aspetti che la famiglia non tollera in
quanto propri d’un carattere pericolosamente disinteressato, pronto
a mandar a monte la partecipazione alle nozze della figlia (la vera
Alison Eastwood), che decide di non parlargli più. E l’ex moglie
malata, che pur lo ama ancora, non ne comprende l’ossessione per
l’effimera bellezza di quei fiori che vivono poche ore e per i
quali sacrifica tutto. In quei segmenti – reiterando la vérité
del
precedente Ore
15:17 – Attacco al treno ma
restando nella finzione – il
cineasta sceglie di metter a nudo il lato più nascosto del proprio
personaggio, prima di accentuarne contorni e sfumature lungo la
tabella di marcia del nuovo incarico, per lui ignoto, di spacciatore.
Il senso di un’avventura vecchio stampo per le strade della Georgia
e del Nuovo Messico, dove la vicenda è ambientata, non avrebbe il
medesimo effetto senza i lineamenti scavati e rugosi del
protagonista, che canticchia Dean Martin al volante di un pick-up
(Ford,
naturalmente) ignaro di effettuare missioni rischiose o, nella
seconda parte, essere pedinato dai G-Men.
E, impipandosene delle raccomandazioni che i trafficanti gli intimano
ogni volta, il vecchio imbocca vie alterne e non quelle previste,
tarda la destinazione per consumare il miglior arrosto di maiale (e
un fast
food reca
l’insegna Gunny),
aiuta una coppia di colore rimasta in panne. Salva persino i due
trafficanti incaricati di sorvegliarlo da uno sceriffo che li
riconosce, “corrompendolo” con due fusti di popcorn al caramello.
L’aspetto più insolito di The
Mule risiede
in una morbidezza di tratto che il buon Clint, dall’alto dei suoi
89, ha imparato a far proprio con l’acume e la saggezza di chi non
ha niente da perdere, permettendosi di chiamare “negri” o
“mangiafagioli” le etnie senza recare offese intenzionali; tanto
più disarmante è la sua sincerità, quanto più chi agevola n’è
impressionato, e addirittura l’imbolsito boss Andy Garcia, amante
del tiro al piattello e prossimo a un’imboscata, accetta il suo
modo di fare. Una figura disincantata, quella di Earl Stone, che può
concedere a due escort
di
spogliarlo a un party sontuoso o rilasciarsi a qualche goffo passo di
danza con l’analoga nonchalance
di
quando, a festa finita, consiglia a un narcotrafficante di togliersi
da un mondo non adatto a lui. Ne scaturisce il quadro di un
benefattore disposto a salvare chi si trova in difficoltà e a
riscattare la propria attività in serra, fallita a causa degli
acquisti su Internet, col denaro sospetto con cui al contempo
prezzola le squillo in un motel, ricompra il pick-up
e
paga il banchetto nuziale della nipote, tentando così di riparare
all’assenza permanente verso la famiglia. “Non c’era bisogno
che t’arricchissi per essere riammesso”, gli sussurra al
capezzale la coniuge morente, cui la rivelazione dell’uomo sulla
nuova attività, da iniziale sgomento, sfuma in celia. È in questo
divario sulla concezione di scelta individuale, che annovera pure il
dissonante significato di “famiglia”, che risiede il tono
elegiaco del film: la scelta di un’esistenza solitaria, votata
all’egoismo, che contrappone chi si sente qualcuno
in
camera da letto a chi, in un milieu
malavitoso,
trova un nucleo domestico ed è incapace di (dichiarare) gesti
d’amicizia. Ma non si può ignorare la realtà con l’identica
calma con cui ribattere alle minacce armate: se si sceglie una parte,
occorre andare sino in fondo, anche a costi estremi. Proprio tale
indifferenza incuriosisce e affascina l’agente Bates (l’american
sniper Bradley
Cooper), il cui dimenticare l’anniversario di matrimonio, causa il
lavoro, lo apparenta a Earl e si rivela durante un incontro casuale
in un café,
senza che il federale realizzi che il vecchio è il ricercato.
Acciuffato Stone, la missione non ha nulla di eroico: se Walt
sacrificava la vita in difesa dei “musi gialli” che prima
esecrava, il caparbio mulo
sceglie
di pagare con un’incriminazione priva di mitologici orpelli e,
dietro le sbarre, coltivare gli amati gigli, associati, secondo il
linguaggio dei fiori, a sentimenti o caratteristiche positive.
Opera-testamento – e chissà se ultima fatica – The
Mule non
è il capolavoro che ci si aspetterebbe dall’Eastwood regista,
tanto meno vuol esserlo: il segreto della sua riuscita sta nella
semplicità, traguardo raggiunto con costanza. Come se l’autore,
vicino al crepuscolo, riflettesse su sé stesso e sulla propria
produzione con la lucidità dei decani, rivelando una capacità
attoriale di volta in volta affinata dal tempo, che adombra gli altri
illustri nomi del cast. Per più d’un verso simile all’altrettanto
recente Old
Man & the Gun,
di cui serba l’identico disincantato piglio rétro
sull’America
e la sua mitologia, il corriere di Eastwood non rincorre
l’indomabilità e si arena a un ineludibile prezzo. Non è più un
paese né un cinema per vecchi? Non è mai troppo tardi, insegna
Clint: qualcuno da (continuare ad) amare.
Francesco
Saverio Marzaduri
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