Simulacro di vita: THE CANYONS
Simulacro di vita: The Canyons
FRANCO FABRIZI, Action
“È
chiaro che il mondo è puramente parodistico, qualsiasi cosa si
guardi è la parodia di un’altra, o ancora la stessa cosa sotto una
forma ingannevole.”
GEORGES BATAILLE
GEORGES BATAILLE
Sono
trascorsi più di dieci anni, da quando l’ex sceneggiatore di Taxi
Driver affermò che molti film, a dispetto di quanto era solito
accadere ai gloriosi tempi dello studio system, venivano
prodotti da marchi indipendenti. Il cinema – per usare le sue
parole – non era morto ma solo cambiato. E un più di un lustro è
trascorso da quando, con l’avvento di tecnologie sempre più
raffinate e sofisticate, e in perfetta concomitanza con la crisi dei
circuiti di distribuzione cinematografica, lo stesso cineasta di
Grand Rapids stigmatizzava mestamente di preferire che qualunque suo
lavoro apparisse sul (mini)schermo di un telefono cellulare,
piuttosto che su uno grande in una qualunque sala. Visione, questa,
che non vuole essere (e non è più) soltanto pessimista, o al limite
politica, ma appare semplicemente l’amara considerazione di un
rassegnato.
Nondimeno,
come altre espressioni di Paul Schrader, anche questa si deve
ritenere la visione lucidissima, per quanto contraddittoria, di un
identico problema. E non dovrebbe apparire casuale – ne è anzi la
corrispettiva, beffarda riprova – che sia quello stesso cinema che
troppe volte ha fatto di Schrader un director
dal talento perennemente sottovalutato, anche su scala
internazionale, inversamente proporzionale a quello, più largamente
condiviso, di screenplayer.
Addirittura, un cineasta “invisibile”, come lo è il film porno
da girare, il McGuffin
del quale a tutti gli effetti non occorre sapere, di The
Canyons,
diciottesima fatica dell’autore. O più semplicemente un nome di
nicchia, come la maggior parte delle sue pellicole dall’aura mitica
e curiosa (da Witch
Hunt
– Caccia
alle streghe
e Touch,
passando per Le
due verità
e Dominion:
Prequel to the Exorcist,
sino a The
Walker,
Adam
Resurrected
o First
Reformed – La
creazione a rischio),
molte delle quali inedite in Italia – invisibili, appunto – e
alcune uscite direttamente per il mercato home
video.
Quello
stesso cinema, degradato e fatiscente, servito ora allo spettatore
nel nugolo di sale che aprono, siglano e costantemente costellano The
Canyons,
contrapposte a diciture indicanti, a mo’ di capitoletti, giorni
della settimana che fungono da arco temporale per lo svolgimento.
Sale che ci rammentano l’ultimo spettacolo dell’omonimo cult di
Peter Bogdanovich, dopo il quale l’unico cinematografo della
cittadina texana in cui era ambientato si trasformava in un locale
disabitato e desolante, immerso nel vuoto di un’anonima strada,
consegnato al silenzio del vento e alla polvere. O ancora l’altra
sala di proiezione nell’inquadratura conclusiva di Stardust
Memories,
dove il regista-interprete Woody Allen tornava per pochi istanti a
rimirarne il fascino, ormai spoglio della presenza di pubblico e
dell’identità, prima che le luci poco a poco ne oscurassero la
vuotezza.
Di
The Canyons si è parlato, e molto, prim’ancora della sua
uscita (un caso noto, nel 2006, lo si è avuto con Il caimano
di Moretti, e, un lustro fa, con The Wolf of Wall Street di
Scorsese o ancora con Nymphomaniac di
Von Trier), benché l’accoglienza riservata dalla
distribuzione sia stata assai inferiore alle aspettative, molto più
di quanto il tamtam polemico facesse presagire. Un titolo maledetto,
The Canyons (come il suo autore, del resto), concepito più
per uscire nei canali web o direttamente attraverso i media
elettronici che non tramite diffusione nel circuito cinematografico.
Un paradosso, questo, che potrebbe apparire ricattatorio, anche se
così non è, e si rivela indovinato se è vero che un’uscita in
sala, a dispetto dei titoli schraderiani sopra citati, l’ha avuta.
Il problema, con buona probabilità, risiede nella visione autoriale
d’un cinema rimasto (volutamente?) fermo al decennio Ottanta, da
Schrader medesimo peraltro inaugurato con alcuni tra i titoli più
emblematici e rivoluzionari dal punto di vista dell’estetica
scenografica e dell’art design, compresa la moda,
l’arredamento, l’architettura. Nel caso in oggetto, vi è
un’insistita attenzione puntata su lussuose mega-ville con piscina,
su loft e pub notturni, dove colori dominanti, sottolineati
dalla fotografia di John DeFazio, sterzano dal bianco più luminoso e
sfolgorante al blu più ombroso e sinistro.
Ma
The Canyons, si diceva, è tutto in quelle succitate sale
ormai allo sfascio. Ciò a cui il pubblico assiste è la dichiarata
impressione di un déjà vu – o per meglio dire, di una
decadenza – ove ciascuna figura, principale e di contorno, è
(de)cadente, e al cui centro è l’ennesimo ritratto allo sbando di
un’America incancrenita. Quell’altra America in stile
American Beauty o Magnolia, incontrata e rincontrata
sin dagli anni Trenta in generi come il mélo, il noir
o il thriller, e visitata anche in ritratti agiografici (si pensi a
Star 80 di Bob Fosse o al controverso documentario Una
storia americana di Andrew Jarecki), dove gli scandali tra gente
cosiddetta “perbene” hanno spazzato via qualsivoglia etico
valore. A contare, oggi più di prima, sono denaro, corruzione,
immagine: l’affetto, l’amore e i buoni sentimenti in generale, se
mai se ne fosse avvertita parvenza, hanno transfugato da tempo
immemore.
Nell’assistere alle immagini di The Canyons –
sostanzialmente la cronaca di un (ennesimo) fallimento –
all’osservatore verrebbe da fare un accostamento ibrido e
congiungere il tocco di un Altman altrettanto incancrenito coi
perturbanti intrighi tante volte affrontati da Cronenberg, De Palma,
e soprattutto Lynch. Se il mondo è uno sputo – secondo la
battuta-tormentone declamata da uno dei personaggi del film – anche
la vita lo è. E sardonico giunge il commento musicale scelto per i
titoli di coda, Coming Down, eseguito dalle Dum Dum Girls (“Ti
approfitti di quelli che ti amano, / ti approfitti di quelli che non
lo farebbero mai con te, / se mai avessi avuto un cuore / non credo
saresti stato capace / di capire da dove iniziare / perché penso di
crollare...”).
Il
cinema è morto e noi non ce ne accorgiamo, o fingiamo di non
essercene accorti, eccezion fatta per gli spettatori più avvertiti.
Se non un certo tipo di cinema, da quello classico a quello della New
Hollywood, dal quale l’aficionado di Bresson, Dreyer e Ozu
pure discende. Da tempo è svernato oltre le mitiche colline
hollywoodiane ostentate dal titolo, una volta reale fabbrica di sogni
adesso in frantumi. Ma a contare, qui, non è la cinefilia, e bene lo
sa Schrader, che dal canto proprio sembrerebbe tornare a sfidare le
convenzioni e le regole imposte dal mercato cinematografico, ma anche
i gusti del pubblico attuale, contemplando un intreccio tra due
generi fra quelli a lui più congeniali, il melodramma e il nero (cui
in gioventù dedicò un importante saggio). E come ne Le due
verità, riproponendo una storia le cui pedine –
interscambiandosi tra loro in situazioni, segmenti, anelli di
congiunzione che li vedono al centro – loro malgrado si ritrovano
invischiate in un esito bigger than life. Non meno rilevante,
se fin da Affliction il cineasta di Grand Rapids ha toccato il
proprio irreversibile punto di non ritorno – il luogo canonico del
Golgota, che da redenzione si trasla in dannazione e persiste nel
sottovalutato Auto Focus – si può concludere che nemmeno in
The Canyons vi sia traccia di tormento e di conseguente
estasi. Non esiste catarsi: la luce del giorno è un utopico
ricordo.
È
naturale che nel neo-noir in esame, il minimo necessario di
mélo risieda nei discorsi disperati e rabbiosi della
protagonista Tara (Lindsay Lohan) nei confronti di Ryan (Nolan Gerard
Funk), il suo ex amante, per il quale prova ancora attrazione e
amore, pur dovendovi rinunciare per non perdere gli sfarzi a lei
concessi dal produttore-pappone Christian (James Deen). Ogni altro
sentimento è inesistente, la stessa sessualità è una concezione
delegata. L’amore non si fa se non sono oscurate le stanze e ci si
affida a illuminazioni kitsch e soffuse, con un occhio mediatico che
sempre riprende – si tratti di un telefonino o di una videocamera.
In un lancinante gioco di restituzione (meta)cinematografica,
l’immagine che ci viene consegnata è algida, digitale, nichilista
quanto la generazione che armeggia con lo smartphone.
L’amplesso è freddo e meccanico, artefatto e senza vita: le
figure che lo popolano s’aggrovigliano senza guardarsi in volto,
copulano protette dal semibuio della stanza senza scomporsi più di
tanto né domandarsi perché, come cadaveri ambulanti. E la voglia di
fare di corpi inerti, e sfatti, e inodori, qualcosa di mala(ta)mente
espressivo da archiviare direttamente tra gli scaffali filmici,
coniuga i coiti sensuali e amorosi, fatti di gesti appena accennati
di American Gigolo, corredati di ambienti sfarzosi a funger da
contrappunto, al morboso compiacimento di riprendere/si del
menzionato Auto Focus (pellicola dirompente e sgradevole, come
e più di The Canyons).
Trentacinque
anni dopo, la parabola di Hardcore – per la quale il cinema
era crudelmente, genialmente identificato tout court come
pornografia – pare aver trovato una propria risolta compiutezza,
raggiungendo ogni singolo anfratto dell’umana etica: la
pornografia, elevata al rango di arte, è paradossalmente plausibile
quando l’arte si fa pornografia, se si annovera la mercificazione
del blue movie in quanto genere come un qualsiasi prodotto
destinato al miglior offerente. Ancora una volta fa capolino l’idea
assurta a luogo comune secondo cui, per lavorare nell’ambiente del
cinema, non sono propriamente richieste qualità artistiche. Ma in
The Canyons non si vuole più fare il punto o prendere
posizione, bensì descrivere senza perifrasi, sebbene lo sguardo
dell’autore a malapena camuffi il proprio vivido moralismo.
Eppure, al solito nel caso di Schrader, anche per quest’opera
occorrerebbe una seconda visione per rimediare alla prima, un po’
spiazzante, e ragionarci a mente fredda. The Canyons serba
qualcosa di assolutamente unico nel suo (non) genere, tanto più se a
firmare la sceneggiatura – fattore insolito trattandosi di
Schrader, lui stesso sceneggiatore – è un ex giovane scrittore
piuttosto sopravvalutato quale Bret Easton Ellis. La cui mano, in
verità, si avverte molto poco, risucchiata com’è dalla politique
schraderiana, che ancora una volta tale rimane sino in fondo anche se
così non apparirebbe. E il cinema torna ad essere prediletto banco
di prova della resistenza della parola nel mondo: uno sguardo
renitente della resa nei confronti di quest’ultimo, fedele
soprattutto al proprio essere volutamente démodé anche in un
contesto cinematografico come quello attuale.
Rischiando
la reiterazione di tipo autoreferenziale, anche se di classe e in
modo velato – è successo all’Allen di Blue Jasmine – o
la rivisitazione di un’intera filmografia, ripensata, aggiornata e
se possibile impreziosita con nuovi quid (The Wolf of Wall
Street, diretto da quel Martin Scorsese di cui Schrader, negli
anni d’oro, è stato una tra le più strettamente connesse voci di
riferimento). O addirittura la riproposta di un plot già
visto e superato, come fa lo Spike Lee di Oldboy: con una
certa preferenza per questo terzo caso in particolare, ché la voglia
di mettersi in gioco nell’ambito della rivisitazione, osando e
sfidando nuovi codici cinematografici assurti a dogma, paiono aver
convinto perfino chi, come Lee, sempre si è trovato in disaccordo
con essi. E dunque adottandoli e riadattandoli alla propria cifra
stilistica, finendo per mostrarsi versatile anche laddove non si
pensava.
Pure,
nel caso di The
Canyons
Schrader si rimette in gioco consegnando un prodotto dal tiro già
vecchio in partenza senza temere di sfidare le attuali convenzioni, e
rimanendo fedele al proprio assioma, realizzando un’opera che da un
lato legge il cinema, e dall’altro è la cosa meno cinematografica
che si sia veduta da parecchio a questa parte. Di nuovo confermando
il proprio tocco autoriale di tormentato esteta, che parte da uno
spunto obsoleto per riemergere con un preciso, lucidissimo point
of view
sull’odierna realtà sociale e sulla condizione cinematografica di
questa. Anche qui, in sostanza, un’interdizione d’immagini: quel
Bilderverbot
cosiddetto ch’è il preciso percorso seguito dal
regista-sceneggiatore fin dalla gioventù, la prassi tesa a definire
– negativamente – il suo intero approccio al cinema.
Rinviano
al torbido ménage
a quattro di Cortesie
per gli ospiti,
le due coppie losangeline coinvolte nell’industria di celluloide di
serie B, destinate a scoprire reciproci tradimenti atti a
comprometterne le relazioni e cambiarne per sempre le esistenze già
segnate (e perdute) in partenza. Pure nel caso di Cortesie,
altro titolo di sapore cartaceo, la mano di Schrader era guidata da
quelle letterarie di Ian McEwan e di Harold Pinter: con la differenza
che in The
Canyons
nessuno dei quattro personaggi ha superato ancora i trent’anni –
in tal senso, appunto, spunto decadente. Ma come in molta filmografia
schraderiana di cui lo spettatore è memore, i vari Tara, Christian,
Ryan sono figure che dicono e travisano, parlano di sé stessi e a
parole si presentano in modi che le immagini traducono in esatto
ribaltamento. Non sono, non fanno quel che dicono di essere o di
fare: nelle loro parole, nei loro discorsi in ouverture
di fronte al tavolo di un pub, si respira angoscia e inganno,
tensione e sgradevolezza. E se è vero che “gli
uomini si mettono la maschera per diventare belli”,
come emergeva nel biopic
dedicato al poeta-narratore Mishima, il cinema di Schrader è
profondamente permeato di maschere indotte a cadere nel corso di
eventi più grandi della vita.
Di
buffe maschere si servivano gli operai di Tuta blu, debutto
registico dell’autore, per sfuggire alla polizia nel corso di una
rapina al fondo spese sindacali della fabbrica per la quale
lavoravano. Sotto la maschera (e il vestito) niente. Sotto tutti gli
aspetti, fisici e/o morali. Bene lo sapevano il Julian Kay di
American Gigolo e il Jake Van Dorn di Hardcore, la
perversa coppia Robert-Caroline di Cortesie per gli ospiti e
il Lason Crockett di Witch Hunt, sino al Manuel-Alan de Le
due verità, ma pure le figure femminili dell’Irena de Il
bacio della pantera e della Patty Hearst dell’omonima
pellicola, che disperatamente si “travestivano” per rifuggire
disperatamente, senza riuscirvi, da una realtà e da una condizione
naturale insita in loro. E se ai suddetti nomi si volessero
aggiungere i personaggi dei cui film Schrader ha curato lo script
(il body double Sandra Portinari di Complesso di colpa,
firmato Brian De Palma, o persino il Maligno, camuffato da angelo
salvifico, ne L’ultima tentazione di Cristo), scopriremmo
che la casistica potrebbe essere più lunga e per nulla casuale.
Non
potrebbe apparire più centrata l’osservazione di Giona A. Nazzaro,
da sempre appassionato cultore dell’opera schraderiana:
“Entrare
nel mondo, ironia del Bilderverbot subito, significa di fatto morire:
ossia perdere la propria immagine (quell’unica immagine che si
riteneva fosse in grado di sbugiardare tutte le altre e che quindi ci
identifica come eletti). Ma una volta entrati nel mondo, una volta
che s’iniziano a percorrere i sentieri dell’erranza la
possibilità del ritornare a casa diventa di fatto solo una pia
aspirazione. Infranta la propria immagine bisogna necessariamente
iniziare a setacciare il mondo delle cose nel tentativo di trovare un
correlato oggettivo che contribuisca a formulare la cifra della
crisi, della perdita e dell’assenza.”
Seguendo
lo stesso ragionamento, se avvolgere di ambiguità lo sguardo,
consapevoli della sua falsità, diventa seduzione dei sensi, il farsi
stesso dell’immagine si può osservare alla stregua di una
fenomenologia della menzogna.
Molte
volte è stato tirato in ballo Le due verità, originalissima
rilettura de Il Conte di Montecristo, la cui sorte al
botteghino, come per The Canyons, non è stata delle più
facili (in Italia, non per niente, editato direttamente in VHS).
Rammentando il fine gusto estetico per gli impianti melodrammatici e
per i cromatismi fotografici del cinema di Douglas Sirk, qui come là
Schrader opta per una narrazione a spirale impazzita, dove il
cerchio, pur presente, è interrotto dal brusco movimento d’una
retta, in quanto il film si apre e si conclude al tavolo di un bar
con quattro personaggi (anche se non gli stessi, fatta eccezione per
Tara). La scheggia impazzita che dà origine alla retta e ne
determina la traiettoria è Christian, l’alter ego di Ryan:
come lui amante di Tara e come lui amichetto di Cynthia (Tenille
Houston), che di Ryan scopre essere la confidente. Nel commettere un
delitto di propria volontà a spese della stessa Cynthia, Christian
esegue interloquendo al cellulare con il rivale, quasi che di questi
divenisse cattiva coscienza; e facendo sì che del gesto sia
incolpato il suo alter ego, del quale assume per pochi istanti
la personalità, invertendosi di ruolo con lui.
Di
nuovo la maschera, di nuovo il doppio. Che ne Le due verità
rinvia ai due antagonisti nei confronti di Ella (Gretchen Mol), come
Tara indotta a camuffare i propri veri sentimenti per questioni di
tornaconto e di personale comodità, nel contempo obbligando il
marito, Mark (Ray Liotta), al ruolo di terzo incomodo, destinato a
scoperchiare prestissimo l’identità di Alan Riply (Joseph
Fiennes), ribattezzato Manuel Esquema. In The Canyons, per
pochi istanti, è l’antagonista a travestirsi, e non il vero
amante, e il gioco del camuffamento continua anche negli ultimi
minuti: non è Ryan a parlare a Tara, e a carpire nuovi risvolti del
suo privato e di quello di Christian, bensì una giovane mandata da
lui. A mo’ di concatenazione, a propria volta Ryan si ritrova nella
parte di spia come il rivale-doppio – pur non disponendo delle
identiche progredite risorse di quello – nei confronti di Tara,
indirettamente spiata. Il fotogramma finale coglie Ryan seduto sul
proprio letto, appostato in un angolo tra due pareti, nel nudo di una
stanza: posizione speculare a quella di John LeTour (Willem Dafoe) in
un momento de Lo spacciatore, mentre, quasi catatonico,
ascoltava e riascoltava ininterrottamente la voce dell’amante
suicida (Dana Delany) incisa su un nastro.
A
tutt’altra sfera, ben lontana da quella della calunnia, appartiene
Gina (Amanda Brooks), a dispetto degli altri personaggi, in qualche
maniera depositaria di un ordine etico. Come Teresa, la
medium-psicologa de Lo spacciatore (non per niente,
impersonata dalla vera moglie di Schrader, Mary Beth Hurt), o la
Margie (Sissy Spacek) di Affliction, Gina rappresenta l’alveo
domestico e, nel reale senso del termine, sentimentale: quello che
dal cineasta di Grand Rapids non ci si attende, sebbene nei lavori
degli ultimi vent’anni il fattore “sentimento” sia emerso con
più persistenza che non in quelli passati. In The Canyons non
soltanto non ci si aspetta un simile topos, ma la sua stessa
presenza è scomoda, mal gradita e, in quanto tale, allegoricamente
“violata” e scacciata: infatti, pur volendole bene, Ryan confessa
a Gina di amare ancora Tara. E tuttavia, per quanto nemmeno lei sia
innocente (è assistente alla produzione di un B-horror di cui
Christian è principale addetto), Gina si rivela l’unico centro
morale, idealista e sincero, della vicenda, e forse di tutta
l’umanità losangelina, in questo lavoro come già in American
Gigolo, e prim’ancora in Hardcore. The Canyons,
altro non è che il punto di non recupero di un autore nella
descrizione d’una city hall già trent’anni prima
degradata e degradante: metropoli che, ulteriormente imbruttita, non
può che adattarsi ai tempi odierni, e con essi inabissarsi, senza
possibilità di riscatto.
È
difficile non imbattersi in un dualismo caratteriale-psicologico tra
Gina e Tara, giacché quest’ultima è l’emblema di un marcio
stagnante, intriso di vizi e di malsane ebbrezze, volti a divorare –
in cambio di lussi ed esistenze al di sopra di più normali
possibilità – vite di giovani irrequieti che potevano essere
qualcuno e non lo sono diventati. E ora pagano lo scotto non potendo
fare diversamente, perché questo impone il dolce profumo della bella
vita. Giovani divenuti rapidamente, spaventosamente vecchi (anzi,
decrepiti): in questo cocktail di Elizabeth Taylor e di Marilyn
Monroe nel suo ultimo, burrascoso periodo, l’ex fanciulla prodigio
Lindsay Lohan ha modo di giocare con il proprio turbolento privato,
riversando molto della sua verità personale e offrendo un ritratto –
quello di lei medesima, imbolsita e segnata nonostante l’ancora
fresca età – coraggioso e denudante, per nulla compassionevole
nella propria caricata parodia. Per paradosso che sia, per quanto
sfacciatamente sopra le righe (come circostanza richiede), è questa
l’interpretazione migliore di un’attrice in prima persona al
centro di un duplice calvario, personale e artistico – ed è presto
spiegata la sua volontà di prender parte alla realizzazione del film
in qualità di co-produttrice.
Non
è nuovo, Schrader, al ricorso di gamme visive tese a suggerire il
tangibile senso del disfacimento: si prenda l’ultima parte di Auto
Focus, dove il sorriso dell’ex star Bob Crane (Greg Kinnear) si
sporca, le guance si gonfiano e lo sguardo diventa sempre più folle
e delirante. Ebbene: anche Tara, insieme agli altri personaggi di The
Canyons, è una figura-spettro, il cui passato non è (più)
reale passato e quel ch’è non sarà più quel ch’era prima. La
memoria è solo materiale accumulato, privo di coscienza.
Anacronistica reliquia, Tara è residuo di un’epoca altra al
pari di Mishima, Jake Van Dorn, Robert, lo stesso Crane. E prima di
tali fantasmi, non si dimentichi, i già perfettamente canonici
Tanaka Ken di Yakuza e Dianne di Old Boyfriends. Ma se
per questi ultimi una tardiva possibilità di redenzione e di
speranza ha modo di farsi luce, per molti altri il metaforico
specchio (della vita) li conduce verso un karma di automi e di
anime dannate – o meglio, irredimibilmente smarrite – che
tradiscono e violano, sporcano e infangano il proprio trascorso, la
propria immagine allo specchio, con un simulacro esistenziale
destinato a rimanere tale. Destino non più scambiabile e, volenti o
nolenti, norma da adottare.
Oggetto in questo caso figurato, lo
specchio non è più fattore adibito all’estetica dell’immagine,
dall’abbigliamento al portamento, di American Gigolo e di
Mishima. E se un tempo il cinema sostituiva l’esistenza
quale mezzo d’evasione, certamente ora non emula l’arte né la
cattiva televisione, essendo stato fagocitato da una totale
collisione ipertecnologizzata (culminante nella porno chat) fra
pubblico e privato, privacy e reality. Lo specchio,
quello vero, del cinema, rimanda ineludibile a un’immagine perduta,
senza che subentri alcuna possibilità di (voler) tornare sui propri
passi – com’è capitato in precedenti lavori di Schrader,
l’opzione di DeFazio per un occhio fotografico “sporco” funge
da preciso contrappunto.
Alle
anime dannate consegue uno smarrimento imposto dalla disubbidienza,
dove quel che resta è una progressiva, palpabile degradazione.
Quella che permea i giovani volti della vicenda, dal destino immobile
e già predestinato alla dannazione (come il calvinista Schrader sa
molto bene). Come, sul piano tecnico, dalle facce e dai nomi anonimi,
e dalla recitazione altrettanto anonima quando non vistosamente di
maniera. Come per la Lohan, continua il gioco di scatole cinesi,
metatestuale e metacinematografico: il Deen che impersona Christian
viene proprio dai blue movies di cui nel film è produttore.
Si aggiunga che oltre metà dei finanziamenti sono stati raccolti
sulla piattaforma di crowdfunding Kickstarter, e molti attori
arruolati via Internet mediante il sistema Lead the Cast – senza
contare che Ellis in primis, scrittore e sceneggiatore di The
Canyons, è un piccolo grande divo di Twitter. Come acutamente
carpisce Giulio Sangiorgio:
“I
canyons
sono le strade di L.A. al netto dei sogni un tempo fabbricati, quando
le storie su pellicola erano i miti con cui raccontare e raccontarci.
Oggi, quando la protagonista guarda film in TV, le immagini lasciano
il posto a una chat: non è il cinema – da tempo – ciò che
definisce l’immaginario, la paura e il desiderio, ma è la rete, la
messaggistica istantanea, la memoria dei social
network,
lo schermo minuscolo di un tablet. Al posto dei film, qui, c’è il
controllo della vita degli altri.”
Oggi
più di prima, e probabilmente più che mai, l’ipertecnologia non
soltanto è divenuta comoda modalità d’interazione e surrogato
della vita, ma anche diretta sostituzione e alienante rimpiazzo
dell’esistenza stessa. Guarda caso, tra le “belle anime” del
film, c’è chi come Christian detiene strumenti e risorse di
successo – conseguiti con ogni mezzo, di preferenza illecito – e
non si fa scrupolo di manipolare e controllare le vite degli altri.
Lo fa servendosi dello smartphone, del web, di eruditissime
applicazioni e dei programmi di diffusione. In tal senso The
Canyons, così iperrealista e plastico, è davvero un American
Gigolo aggiornato ai tempi odierni. Dispone finanche di chi
lavora per lui a calcolare minuziosamente, prevaricare, dirigere le
esistenze di chi sta nel suo raggio d’azione.
A Christian, non
fa né caldo né freddo agguantare una vecchia fiamma – con la
quale pure Ryan si è trastullato – e commettere un omicidio di cui
a pagare sarà il proprio alter ego e, una volta fatto questo,
indurre Tara in lacrime a stare alle sue condizioni, non vedere più
Ryan e scagionare lui. Anche qui il senso di colpa, anche qui la
perdizione: ma non la redenzione, e l’estetismo funereo prosegue.
Con o senza l’apporto di Ellis, volutamente e dichiaratamente,
quello di Schrader è sempre un disordinato ordine. Come la vita, se
è vero che Christian, strafottente rampollo di ricca famiglia che
gioca col cinema di serie B, nasconde micidiali patologie e si
confida a uno psicanalista – non più un chiaroveggente come la
Teresa de Lo spacciatore – che ha lo sguardo di Gus Van
Sant, autore per antonomasia di storie esistenziali colme di giovani
e irrequieti, di belli e dannati.
Tramite
quella trascendenza che lo caratterizza anche qui, in una storia non
sua, Schrader assume un ruolo di artista “demiurgo”. Se la
trascendenza – sostiene l’autore di Affliction – è
stata oggetto del dibattito filosofico sin da Platone, e del
dibattito estetico fin da Plotino, è attraverso la mimesis,
uno dei primigeni mezzi per la ricerca della verità, che perfino si
può interpretare un prodotto qual è The Canyons. La lettura
può essere di carattere anche filosofico, se si pensa alla
personalità etica ed autoriale di Schrader, come s’è espressa,
del resto, fin dalle sue origini. Ai temi del dovere, dell’obbligo,
del rigore, dell’impegno a restituire ciò che s’è ricevuto e
delle responsabilità chiamate in causa dalla parola data: ben lo
sapeva ogni più caratterizzato personaggio di Schrader, dall’operaio
Harvey Keitel di Tuta blu al detective Robert Mitchum di
Yakuza, dallo scrittore-samurai di Mishima, vittima
autodistruttiva di ciò, al vendicatore William Devane di Rolling
Thunder, vittima altrettanto.
La verità è qualcosa come un
ricordo di quel che l’anima ha già intravisto prima di cadere
nella percezione sensibile: l’idea. Il frutto di una precognizione
dell’essere, che poco a poco si ridesta quanto più riusciamo ad
allontanarci dalle apparenze della molteplicità sensibile. E, come
succede a Tara, ad accedere alla visione dei loro ascendenti,
delle loro idee, verso quell’intelligibile in cui dimora la
Bellezza. Ascendenti esibiti qui dall’amore che la protagonista,
insieme con Gina, prova per Ryan, essendo loro pure una il doppio
dell’altra. La bellezza, nella filmografia di Schrader, si
riconferma elemento e funzione di rilievo.
Quasi
sempre, The Canyons è pellicola d’interni: il capitolo
(conclusivo?) dell’artista di Grand Rapids nei confronti di un uomo
e della propria stanza, partito – se si esclude Taxi Driver
– dal più volte menzionato American Gigolo verso un
matematico, necessario approdo con Lo spacciatore. The
Canyons conclude una sorta di inconsapevole trittico. Ma la
macchina dei rimandi e dei luoghi canonici non si arena qui, se si
pensa al pedinamento di Ryan da parte di uno sgherro di Christian in
un negozio di home video: che in un sol colpo evoca quelli di
Julian e di John, seguiti rispettivamente dall’anonimo tirapiedi di
un potente senatore e da un agente di polizia in borghese. Pure,
rammenta quello della malcapitata Alice (Annette O’Toole) ne Il
bacio della pantera la cui oscura figura inseguitrice – adibita
a creare suspense con un senso dell’attesa dalla tensione
sempre più insostenibile – parzialmente era “smentita”
dall’inatteso arrivo di un cane, con cui la giovane si fermava a
giocare per pochi attimi, oltre che dalla fugace presenza di un tram,
che ulteriormente smentiva l’invisibile presenza.
Una
figura vera e propria, infine, appariva agli occhi di Alice mentre
questa si faceva il bagno in una piscina, ma tale analogia è col
celebre prototipo anni Quaranta firmato Jacques Tourneur, dunque non
più riconducibile ai menzionati esempi schraderiani. E se,
concludendo, anche quella di Schrader si rivela un’interminabile,
magnifica ossessione, The Canyons è un’ossessione (non
troppo magnifica) condotta sino allo spasimo. Ma proprio il rivelare
quanto il cinema abitualmente non è più, e forse non è mai stato,
in grado di mostrare, l’ineffabile che si cela dietro la carne al
di là della materia è il segreto della riuscita, parziale o meno,
condivisibile o no, di questo lavoro. E per quanto non il miglior
titolo dell’autore, The Canyons ribadisce il miglior aspetto
del suo cinema: quello freddo, sporco e concreto. E umanista. Dove si
deve continuare a disubbidire, a trasgredire e a mentire, per (e pur
di) esistere. A comprovarlo è l’ennesima scelta di casting,
costellata di sguardi anonimi e interpreti defilati, ma – per usare
le parole di Roberto Manassero – perfetti per (anti)eroi lacerati e
addicted. “Questo è spettacolo”, esclamava Jake La Motta
(Robert De Niro) in Toro scatenato, altra opera a cui Schrader
ha collaborato. Questo è spettacolo, appunto.
Francesco Saverio Marzaduri

Commenti
Posta un commento