L’impossibilità di essere normale: DOVE ERAVAMO RIMASTI
“È una maledetta vita impossibile…”
ROBBIE ROBERTSON, Ultimo
valzer
In
apertura di commento sul trentunesimo, penultimo lavoro
cinematografico del compianto Jonathan Demme, ironicamente, si
potrebbe utilizzare il titolo di una commedia nostrana, Scusate
il ritardo,
giacché troppa è la latitanza che separa Dove
eravamo rimasti dall’ultima
pellicola a soggetto del film
maker
di Baldwin, Rachel
sta per sposarsi.
Non è da trascurare però lo spazio da quest’ultimo riservato alla
musica (che pure, nel caso in oggetto, ha un peso determinante grazie
all’inclusione di brani di Tom Petty, dei Canned Heat, degli Stones
o persino di Lady Gaga), come riprovano i documentaristici Neil
Young: Trunk Show o
Enzo
Avitabile Music Life.
Ma se si eccettua un inedito – A
Master Builder,
tratto da Ibsen – l’assenza del regista dagli schermi italiani
con un prodotto di finzione risale a sette anni fa.
Questo
preambolo è esemplificativo: serve a inquadrare meglio un’operina
che i preview,
sbrigativamente, hanno spacciato per commedia degli equivoci. O, data
anche la presenza di Meryl Streep, per un musical in stile Mamma
mia!. Un equivoco c’è, in Dove
eravamo rimasti: ma non è quella la sorpresa
che l’autore vuole riservare allo spettatore. E se ugualmente nel
film non mancano parentesi ilari, a dominare è l’ingrediente della
malinconia, al contempo detonatore per topoi
specifici di un apologo dolce-amaro. Il
rimorso, ma non il rimpianto. Il tempo trascorso, appunto, troppo
fugacemente. Il desiderio, nonostante tutto, di abbandonarsi ancora
all’euforia come nulla fosse. E quello, all’origine, di essere
normale – o meglio
di sembrarlo, se non di volerlo essere – che finisce per scontrarsi
con la propria impossibilità, anche se si tratta di un’impossibilità
conquistata a fatica.
Proprio
quest’ultimo pattern,
a ben guardare, si rivela una condizione standard nella produzione di
Demme: se il tema dell’ambiguità è sin troppo caro agli
aficionados del suo
cinema dai tempi del meraviglioso Il segno
degli Hannan, è sufficiente rammentare, di
tale filmografia, due eponime figure, condotte in una sfera che le
induceva a fare i conti con la propria natura, messa a nudo da una
seconda parete tesa a rivelarne la profonda precarietà. Nel caso di
Clarice Starling, dietro un’apparente scorza di poliziotta
determinata, era il background
psicodrammatico cui la sottoponeva Hannibal Lecter –
l’antagonistica dark inside
– a permetterle di trovare la chiave dell’enigma e riuscire dove
la polizia non poteva. Soluzione, come noto a tutti, risiedente nel
retroterra più riposto dell’inconscio della protagonista, tanto
vulnerabile da non consentire nemmeno a “The Cannibal” di
sopraffarne la psiche e farne una delle sue innumerevoli vittime. Nel
caso di Andrew Beckett, per contro, l’orgoglio e la gioia della
propria natura gay
(collimante con un’appassionata interpretazione del termine
“diritto”) spogliava di ogni orpello il superficiale alveo della
“città dell’amore fraterno”, anch’esso irto di pregiudizio e
bigottismo, smascherando l’inconsapevolezza di chi – convinto
liberal, oltretutto di
pelle nera – doveva altrettanto confrontarsi con un ego
non meno codino. Nel primo esempio, si tratta di un raggio più
conciso. Nel secondo di uno più ampio che, partendo da un singolo,
via via abbraccia un intero ambito che finisce inevitabilmente
disarmato, nella misura in cui, sfregiata nell’orgoglio,
l’ostinazione di Andy nel restituire l’umiliazione gli garantiva
la vittoria, benché solo in un’aula giudiziaria.
Solo
questi due esempi basterebbero a ricondurre l’intrico narrativo di
Dove eravamo rimasti,
a dir il vero flebile, su un binario identificabile: ancora una
volta, lo spettatore si trova di fronte una figura aliena
(come lo era
Howard, il misterioso clochard
di Una
volta ho incontrato un miliardario).
E per “alieno”, manco a sottolinearlo, s’intende un personaggio
estraneo a una condizione di realtà lontana dai propri dogmi, poco
interessa se mesta, squallida o fondata sull’apparenza, qui
personificata dal principale – un altro nero – del supermarket in
cui la protagonista è impiegata alla cassa, e che a quest’ultima
“consiglia” cordialità e finti sorrisi, anziché cinismo e,
appunto, alienazione. La contrapposizione tra apparente e reale è
sempre dietro l’angolo: Demme non perde occasione per rammentarcelo
fin dalla sequenza d’apertura, quando Ricki
& the Flash – il
nome del complesso rock, oltreché il titolo originale – si
esibiscono in uno scalcinato locale notturno californiano. Il
pubblico di avventori, però, è ridotto a una grama manciata, non
tanto composta di giovani quanto di persone mature, bolse e usurate
dal tempo. Esattamente come i due leader della band, che a brano
concluso, sul perenne filo in bilico tra pubblico e privato,
intrattengono il locale punzecchiandosi a vicenda con le rispettive
vicissitudini personali. E la protagonista Ricki sigla “Sono più
affermazioni da backstage che
da palco”.
Il
cuore dell’assunto risiede proprio nell’ostinazione di un
personaggio che deliberatamente ha scelto di fare dell’esistenza
qualcosa di travolgente,
finendo – suo malgrado o meno – per incappare nel labile confine
realtà-artificiosità. Tale figura – aliena,
si diceva – è calata in un contesto dove luci e fragore dello
spettacolo musicale (l’euforia di un ritaglio esistenziale) vanno
in rotta di collisione, nella vita reale, con un miserevole impiego
(l’usualità quotidiana), a propria volta non esente da falsità e
apparenze. Senza spingersi troppo oltre, la medesima apparizione di
Ricki – a mezza strada tra Bonnie Raitt e Cher – è il
controcanto di un binomio: look
costituito da pantaloni e stivali neri, chiodo borchiato e catenella,
chitarra elettrica alla mano, sotto la cui icona è una signora in
avanti con gli anni (e c’è da sospettare che pure il biondo dei
suoi capelli non sia naturale), affascinante sebbene non avvenente,
dai lineamenti fisionomici da tempo segnati. Per di più, la
dirompente leader dei Flesh non si chiama Ricki, pseudonimo
accattivante con cui ogni sera si rilascia al rock e alla carica
eversiva contro tutti e tutto che ciò costituisce.
Ecco
infatti una telefonata da Minneapolis raggiungere la donna, poco dopo
l’esibizione: l’ex marito Pete Brummel (il Kevin Kline che fu
partner della Streep nello straziante La
scelta di Sophie), distinto signore e
facoltoso uomo d’affari, la prega di raggiungerlo a causa di
un’emergenza. È il momento, per Ricki, di un delicato back
to the roots che la induce ad accantonare il
nome d’arte per riappropriarsi di quello anagrafico, Linda
Rendazzo. Un “ritorno alle radici” che, ineludibile, la pone di
fronte ai suoi egoismi, non esattamente infondati, perlopiù dovuti a
un desiderio – diventare una rockstar – ormai anacronistico, nel
quale solo lei ha finito per credere (e al suo attivo ha visto
pubblicato un solo LP), impossibile per quanto non impensabile. La
presenza di Ricki/Linda, entro un nucleo familiare che le è
estraneo, non può che gettare scompiglio giacché la trasgressione
(di facciata) della protagonista è la trasgressione (forse sincera)
di una dropout il cui
egocentrismo ha seminato incomprensioni, inquietudini, complessi di
colpa. Dietro un atteggiamento superficiale, Ricki sa bene di non
poter tornare sui propri passi: occorre interpretare la parte del
baro fino in fondo, pena il rischio di affrontare un ruolo, quella
della patetica, ben peggiore.
Dietro
la parvenza di commedia brillante, la penultima fatica di Demme è
una rancida operina basata sul non detto, sul silenzio che i
familiari di Ricki/Linda a lungo hanno covato per il disagio, se non
l’imbarazzo, nei confronti di una personalità debordante. È
un’opera malinconica, debitrice di molto cinema statunitense anni
Settanta, benché guardi ai rotocalchi, alle inchieste rosa o al
feuilleton
d’appendice,
più che all’intimismo in sottrazione o a uno psicologismo giocato
sull’ellissi. Questo non significa che sia priva di segmenti
umoristici (e il lancio pubblicitario, almeno in questo, si è
rivelato onesto): n’è un esempio la scena in cui la protagonista,
seduta al tavolo di un ristorante insieme all’ex coniuge e alla
figlia Julie (Mamie Gummer) per incontrare la futura nuora, scopre
che il secondogenito Adam (Nick Westrate) è omosessuale. E
trasecola, come già dopo il tentato suicidio di Julie, per non
esserne stata messa al corrente. Immediata l’eco con Philadelphia,
ma l’episodio – non privo di risvolti da pochade
grossolana –
ulteriormente svela l’atteggiamento di una figura contraddittoria,
omofoba, reazionaria e orgogliosa di dichiararlo senza fronzoli:
l’american girl del
brano in apertura. Ancora, mentre è con Julie in una tavola calda,
la donna con fare trasgressivo apostrofa un cliente seduto al tavolo
accanto, intento a consumare un sandwich con la figlioletta e
infastidito dalle chiacchiere troppo personali che lei declama a voce
alta. E nell’avventore lo spettatore riconosce un cameo
non accreditato
del mimo Bill Irwin, che in Rachel sta
per sposarsi,
non a caso, vestiva i panni di un padre frustrato.
Dove
eravamo rimasti,
parafrasando il titolo italiano, è un invito allo spettatore e/o
seguace del cineasta a reiterare un ritorno a casa seguito da un
imminente sposalizio, prima del quale i preparativi al centro della
vicenda sono occasione per un piccolo esame di coscienza. È, a sua
volta, una dicotomia tra una sfera pubblica permeata di festosità, e
una sfera privata tutt’altro che festosa. E un guado tra due
diverse concezioni nel ritratto della protagonista: a una Ricki
indomabilmente immatura, quale si conosce all’inizio, ne segue
forse una più conscia e responsabile ma non più matura. Il
riavvicinamento, il dolore provato e l’amore restituito ai cari
attraverso pochi gesti lasciano il segno. Lo prova l’indecisione di
Julie nel varcare la soglia della “normalità”, mentre in veste
di testimone del fratello avanza lentamente verso l’altare e per un
istante si arresta. L’indecisione ne frena la volenterosità:
tornano le lacrime, prima che lo sguardo materno di Ricki le
infondano il coraggio sufficiente per proseguire.
Non
poco, ovviamente, contribuisce il recupero (urgente) del loro legame,
nel corso del quale Ricki, nella scena del centro estetico, cerca di
trasmettere un po’ della propria cinica filosofia outsider
a una Julie
sempre più languida e confusa, allo scopo di farne un’aliena
una volta
tanto con causa, e non un’aliena
“normale”
in preda a un’irreversibile crisi. Ancora, si pensi al drammatico
scontro con l’uomo per il quale Julie ha tentato l’estremo gesto
e chiesto il divorzio, svergognato da Ricki in presenza della nuova
partner, dopo che la figlia, per caso, scopre un graffito di dubbio
gusto che la ritrae sul vetro posteriore di un’auto. E se Demme,
del resto, si è sempre dichiarato amante del kitsch,
Dove eravamo rimasti non
rinuncia a qualche battuta un po’ pesante (“Un giorno ti
sveglierai e scoprirai un filo argentato” – si rivolge, impudica,
la madre alla figlia – “e non parlo della testa!”). Come non
poco lasciano il segno i teneri episodi in cui la famiglia,
eccezionalmente riunita, si abbandona a una notte di ricordi: la
melodia da Ricki intonata alla chitarra per i suoi cari; la scoperta
che Pete – nonostante l’infedeltà verso di lei, e anch’egli
dunque personaggio contraddittorio – non ha mai cessato di amarla e
di amare la sua musica (l’unico vinile dell’ex moglie, custodito
in cantina); il gesto di Ricki di rimboccare la coperta a una Julie
assopitasi sul divano. E perfino un’ironica battuta di Pete alla
figlia, mentre si dirige al bagno (“Non suicidarti là dentro”):
perbenista qual è, l’uomo si stupisce un secondo dopo di averlo
detto, mentre una Ricki anche più stupefatta esplode in una risata.
Pur nascosta tra le pieghe, la voglia di giocare è ancora forte.
Se
Dove eravamo rimasti pare
leggersi Rachel sta per sposarsi,
occorre ricordare che numerosi sono i punti di contatto fra i due
film (in entrambi le nozze hanno luogo in giardini paradisiaci), ma
differente è la scelta di campo: Kym era il detonatore conflittuale
in contrasto con un alveo che, nel matrimonio della sorella, mirava
al ritorno di una stabilità, laddove il suo arrivo, in teoria irto
di buoni propositi, rivelava rancori mai sopiti, quando non
esplosioni di collera, da parte di tutti i componenti. L’occasione
per mostrare la pur presente invidia, dovuta al raggiungimento della
normalità, si rivelava, senza camuffarsi più di tanto, in
espressioni finto-umoristiche di un imbarazzante discorso d’auguri,
senza capo né coda, rivolto agli sposi. Invece, nel caso in
questione, Ricki, che sulle prime sembrerebbe ripetere l’azione di
Kym, preferisce siglare le nozze, ormai avvenute, con pochi segnali
di commozione lasciando che a restituire l’allegria sia il suo
gruppo musicale, col quale interpreta My Love
Will Not Let You Down (“Il mio amore non vi
deluderà”), scritta da Bruce Springsteen. Non potrebbe apparire
benedizione migliore, anch’esso un last
embrace. Pure il diverbio con Maureen (Audra
McDonald), la donna che ne ha preso il posto in famiglia dopo la sua
partenza, nonostante l’astio e l’invito della rivale ad andare
via, non si conclude a schiaffi e spintoni come accadeva tra Kym e la
madre Abby.
La
musica è coefficiente al contempo artistico e generazionale per
Demme – sin dai tempi del concerto dei Talking Heads, documentato
trent’anni prima – nella misura in cui Ricki/Linda è married
to the rock. Qualcuno ricorderà quello
sfortunato film, diretto e sceneggiato da Paul Schrader, ch’era La
luce del giorno, la cui title
track pure recava la firma di Springsteen.
Anch’esso un film di famiglie (divise). Anch’esso un film di
desideri, di difficile concretizzazione, e speranze, frustrate ma non
riposte. Ma lì l’apologo era condotto e avviato verso la sfera di
redenzione, costante tra le predilette del cineasta: e Patti non era
personaggio meno caparbio di Ricki, pronto a qualsiasi prezzo pur di
coronare il sogno, prima che la malattia e la morte della madre
determinassero il suo rientro all’ovile. In Dove
eravamo rimasti un’occasione drammatica –
un background –
spinge Ricki a tornare madre per una volta. In ambedue i titoli,
però, ugualmente è presente l’esplosione di gioia, il contagio
dell’allegria mediante la musica. E l’atteggiamento esuberante di
Kym, che pure si ritrova nell’aplomb di
Ricki, si moltiplica anche in altri personaggi, tra cui la stessa
Julie: ma l’esito, là elegiaco, qui si traduce in un bastian
contrario, grondando vitalità.
Film
di famiglie, l’ennesimo nella filmografia di Demme, Dove
eravamo rimasti è un prodotto in due metà,
riverbero dei due distinti (ma non distanti) sguardi della donna, la
trasandatezza prima e la consapevolezza dopo. Demarcazione che
s’infrange quando, unica a non esser stata invitata alle nozze del
primogenito Joshua (Sebastian Stan), nella seconda parte riceve
l’invito. E a siffatta conseguita maturità – la
scelta di Ricki/Linda, si potrebbe
ribattezzare – la porta il pegno d’amore del chitarrista Greg
(vendere la Fender per consentirle il secondo viaggio), aggrinzito
hippy innamorato di lei e da lei strapazzato per quanto riamato. Come
Ricki, un’anima divisa in due trascorsi, uno non esattamente
idilliaco e un altro convinto della propria scelta. Teneramente
intonato a due voci,
Drift
Away (“Allontanati”)
di Dobie Gray suggella, guancia a guancia,
il ritrovamento e la complicità dei due personaggi.
La
penultima prova registica di Demme è una via di mezzo tra un cinema
démodé e la media
confezione di maniera, che non nasconde di appartenere al cinema
delle favole e dei buoni sentimenti, dove famiglia e calore trionfano
su ogni cosa. Non è un segreto che l’autore, come nel menzionato
Rachel, guardi al
prodotto underground in
cui il vero, costante e incessante, si amalgama alla finzione, come
pure adocchia all’opera del compianto Arthur Penn. Pure, in Dove
eravamo rimasti la lezione à
la Cassavetes torna a fare capolino nei
segmenti tra madre e figlia – nella finzione e nella vita reale –
aggiungendo un pizzico di verità in più, quel valore aggiunto ch’è
tra le cose più riuscite del film. E anche il nome d’arte “Ricki”
è un elemento di richiamo finzione-verità, dato che il chitarrista
Greg è impersonato da Rick Springfield. Pazienza se la sceneggiatura
di Diablo Cody presenti più d’una lacuna, né importa troppo che
la vicenda si rifaccia all’esistenza della suocera, componente di
una band in un locale del New Jersey. Branchia di Juno
e di Young Adult,
storie di tormenti e inquietudini giovanili, primi approcci sessuali
e voglia di musica e libertà, Dove eravamo
rimasti, soprattutto, è un’opera che
ancora una volta si poggia sulla performance
recitativa e musicale della Streep, non nuova in qualità di
urlatrice, da Cartoline dall’inferno a
Mamma mia!, sino a
Radio America. In una
pellicola costituita di campi e controcampi, piani lunghi e lenti
movimenti di macchina, l’epilogo è un rutilante tripudio di colori
(la fotografia è di Declan Quinn), dove l’iniziale disagio degli
invitati cede il posto alla baraonda, ricordando l’altmaniano Una
coppia perfetta. Anche la musona Julie si
lascia andare alla musica del cuore,
quando l’impossibilità (ma quanto impossibile, poi?) di essere
normale si traduce, da scapestrata filosofia, in una verità
meritoriamente saggia. La verità su (e di) Ricki/Linda.
Francesco Saverio Marzaduri

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