Cronaca di una dannazione annunciata: AFFLICTION
Cronaca di una dannazione annunciata: Affliction
“Io mi sposto di continuo. Ma non perché... perché stia cercando
qualcosa di particolare, ma perché mi allontano dalle cose, che
vanno a male se io rimango. All’inizio sembra che tutto prometta
bene, e poi...”
JACK
NICHOLSON, Cinque
pezzi facili
“In
questo fiume seppelliamo i nostri peccati, qui vengono lavati.”
SEAN
PENN, Mystic River
Da annoverare
tra i film più significativi di Paul Schrader, nonché tra le
pellicole americane più rappresentative dell’ultimo ventennio,
Affliction si può
tranquillamente considerare l’opera della completa maturità del
cineasta che, a sua volta, imprime un considerevole mutamento alla
propria filmografia nello sviluppo dei temi. In questo film, per la
prima volta, non si ha a che fare con una redenzione, ma col suo
esatto opposto, consistente in una dannazione priva di qualunque
plausibile via d’uscita. A differenza di altre opere dello Schrader
regista e sceneggiatore e al pari livello di Rolling
Thunder, Tuta blu
e Auto Focus,
Affliction non è
attraversato da quel procedimento di “stile trascendentale” da
sempre alla base della filmografia del cineasta, né dai tre stadi
che in esso hanno luogo.
Quindi,
la vicenda non è percorsa dalle fasi che scompongono il
trascendentale – quotidiana, scissa e statica – e il personaggio
al centro della narrazione è lungi da qualsiasi possibilità di
riscatto o di salvezza, una volta superato un certo limite. Tratto
dall’omonimo romanzo di Russell Banks (in Italia, pubblicato col
titolo Tormenta) e
riadattato senza sostanziali modifiche al testo da Schrader, che
assicura di rispettarne e condividerne intimamente la struttura,
Affliction presenta
molte tracce in comune col suo Touch
(inedito da noi) e City Hall
di Harold Becker (per il quale Schrader si è prestato
come sceneggiatore insieme ad altri), in quanto entrambi itinerari
negli anfratti di un emisfero d’irreversibile dannazione (nel
secondo caso, su uno sfondo metropolitano). In questo film ha luogo
una distruzione, ma – come rileva Alessandro Borri – non è del
tutto esatto che le tre fasi del “trascendentale” teorizzate da
Schrader non abbiano luogo, poiché ne fanno comunque parte, o
meglio: i primi due stadi sono fedelmente rispettati ma, dopo il
disegno del quotidiano e lo scarto tra l’uomo e l’ambiente per
l’evento culminante, non figura la stasi, che in teoria dovrebbe
trascendere la disparità senza però riuscirvi e, di conseguenza,
porta il previsto viaggio di redenzione del protagonista su un
sentiero di irreversibile perdizione.
Affliction
appartiene di diritto a quella classifica di
recenti capolavori per i quali è ammissibile usare più d’una
chiave interpretativa, per di più facilitata da una serie di
coefficienti e indizi, talora espliciti e talora meno ma pur sempre
presenti e perfettamente fusi da Schrader. Uno di essi già risiede
nel cognome dei due protagonisti, giacché “Whitehouse” sta per
“casa bianca”, il cui significato riecheggia un quid
che, ancora una volta nel cinema di Schrader, appartiene
al focolare domestico o all’esistenza familiare intessuta di quei
valori in apparenza puri e intaccati che ne fanno in teoria un
esempio di castità; al contrario, l’alveo familiare dipinto nel
film si presenta da subito come disgregato e tale disgiunzione è
rintracciabile nei lineamenti e nelle fattezze di Wade (Nick Nolte),
poliziotto di mezz’età dall’esistenza in frantumi, segnata da un
matrimonio fallito e da un altrettanto fallimentare rapporto con la
figlia, oltreché dal triste ricordo di un padre violento che non ha
mai smesso di vessarlo. L’imminente e irreversibile scompiglio
avviene di lì a poco, ma prima di essere causato da una serie di
drammatiche vicissitudini, sin dall’inizio l’attento spettatore
ha modo di raccapezzarsi come Wade sia una figura destinata a
caricarsi, cristologicamente, di tutto il peso del peccato, in una
stolida imitazione della Passione.
A
provarlo sono due momenti che raffigurano altrettanti gesti del
protagonista, riconducibili a un’identica valenza simbolica giacché
segni di una crocifissione ineluttabile: inizialmente, un Wade
immobile e imbambolato è posto al centro della strada, le braccia
tese nell’atto di bloccare il traffico cittadino per consentire ai
bambini di scendere dallo scuolabus; nella seconda metà, l’uomo si
estrae il dente che gli duole con una tenaglia, di fronte a uno
specchio. Poco importa, quindi, che il bianco nascosto nel cognome
del protagonista si riferisca anche alla neve che ricopre la località
di Lawford (luogo dell’intera vicenda), poiché si tratta di una
purezza fittizia che lascia il posto alla freddezza della morte; di
conseguenza, in una cittadina ricoperta di neve, la coltre bianca
nasconde un significato opposto a quello che normalmente dovrebbe
avere: Wade è un personaggio bramoso di ricostruire il proprio
nucleo familiare in pezzi, ma persino questo sogno ha acquisito
frattanto, nel regista, una valenza opposta.
Nel
primo dei due momenti – scrive Anton Giulio Mancino – “Schrader,
svuotando di un senso logico questa scena, le conferisce un valore
assoluto, extranarrativo, cristologico. È L’ultima
tentazione di Cristo nel mezzo di una
tormenta di neve, in un paesino del New Hampshire al confine con il
Canada”. La sequenza in cui Wade si estrae il dente, la cui
crudezza mette a dura prova la sensibilità emotiva dello spettatore,
rinvia a quella de L’ultima tentazione,
in cui Gesù (Willem Dafoe) – disegnato un cerchio sulla sabbia –
si strappa il cuore alla presenza del demonio che cerca di corrompere
la sua fermezza manifestandoglisi in sfaccettate quanto spaventose
forme, dal leone alla fiamma, all’albero del Bene e del Male. Tale
sequenza detiene in comune con quella di Affliction
un medesimo margine catartico, tanto che Schrader in
primis la descrive come il simbolo della
propria proverbiale educazione calvinista, come pure il sintomo del
rigorismo morale col quale impagina le sue vicende; analogo spessore
si ritrova nel seppuku conclusivo
di Mishima – Una vita in quattro capitoli
nell’omonimo film.
“Il
tema centrale della seconda parte di Dies
Irae –
scrive
Schrader ne Il
trascendente nel cinema
– passa
dal dubbio se l’amore sia lecito o meno (e ovviamente lo è) alla
questione se persone sotto un’intensa pressione psicologica possono
subire la suggestione della stregoneria”. Il commento di Schrader
al capolavoro di Dreyer appare una valida parafrasi a quello che,
senza alcun dubbio, resta il risultato più compiutamente riuscito
del regista di Mishima:
infatti, le parole di Schrader possono tranquillamente applicarsi per
Affliction,
il cui assunto narrativo s’impernia su creature come Wade che,
sotto un’altrettanto intensa pressione psicologica, subiscono la
violenza dei genitori rivelandosi in seguito, a causa del trauma,
incapaci di amare.
Anche
l’incipit di Affliction,
come già una ventina d’anni prima Hardcore,
s’impernia su una serie di paesaggi innevati, nonostante l’unica
discrepanza consista nell’ambientazione che non è più il Michigan
– terra natale del regista – bensì il New Hampshire; eppure,
sebbene le introduzioni dei due film siano accomunate da un’affine
impronta hopperiana di riferimento e proiettino l’attenzione dello
spettatore su sfondi ugualmente freddi, occorre rilevare che la
differenza circa la dislocazione temporale che intercorre fra
entrambe le pellicole richiama un’allegoria che non abbraccia
soltanto i rispettivi sviluppi narrativi, ma soprattutto le scelte di
fondo adottate da Schrader nella neo-fase del proprio percorso
artistico. Non c’è dubbio che qualcosa sia cambiato nella
filmografia del regista, e il fatto che Affliction
abbia inizio sotto una luce notturna anziché diurna
come in Hardcore è
un’idea chiarificatrice del senso di profonda ed irreversibile
tragicità che, a differenza delle precedenti opere, Schrader andrà
applicando d’ora in poi: del resto, il successivo Auto
Focus sottolinea come le scelte di campo
dell’autore siano ingrediente primario nella narrazione di assunti
destinati a concludersi in tragedia i cui significati, tuttavia, sono
più negativi, sgradevoli e disperati che in passato.
Detto
ciò, anche Affliction non
è esente da indizi di nitida matrice schraderiana: il paesaggio
invernale rientra nella categoria degli sfondi che aprono Tuta
blu, La luce del
giorno e il succitato Hardcore,
legati tra loro dal denominatore comune del disgregamento familiare e
– negli ultimi due – dall’esaltazione dei sacri precetti e
delle virtù tradizionali, assurte come unica strada plausibile per
la redenzione dell’individuo e, di conseguenza, per l’usualità
della sua esistenza. In Affliction,
quanto di questi dogmi da sempre presenti nell’opera schraderiana
figura nel nucleo familiare ivi dipinto è, se non invisibile,
perlomeno defilato, o più semplicemente sfiorato al semplice scopo
di privilegiare un clima di tensione e violenza crescenti nella
vicenda di un individuo che il pubblico scopre, in conclusione,
essere prigioniero di tali valori e condizionato da essi.
Tale
obbedienza s’identifica con la violenza traumatica che Wade
sperimenta sulla sua pelle durante l’infanzia, come suggeriscono i
flashback sgranati che nel corso della vicenda si fanno luce nella
mente del protagonista e lo inquadrano dapprima nell’atto di
spalare la neve in compagnia del fratello Rolfe (Willem Dafoe) sotto
l’autorità del padre Glen (James Coburn), poi in casa mentre è
picchiato immotivatamente dal manesco e alcolista genitore. In
Affliction, per la
prima volta, le virtù tradizionali che in Schrader sono perno
stilistico del suo cinema (nel quale la loro presenza è coefficiente
di basilare importanza per la purificazione dei personaggi
principali), oltreché sintomo inequivocabile della sua educazione
calvinista, sono tracciati in una luce opposta rispetto a quella
usualmente congeniale all’autore.1
Di più: anziché su un sentiero di normalità e remissione, in
questo film conducono lungo un tragitto di totale e negativa
dannazione, intrisa di proterva quanto ingiustificata violenza,
destinata a riversarsi negativamente sul protagonista sino a
trasformarlo in una replica paterna.
Nell’effigie
di Glen, e nel suo rapporto aggressivo e autoritario col figlio,
sembra risiedere la memoria di un’altra figura di padre, il signor
Dunn (Richard Kiley) di In cerca di Mr.
Goodbar di Richard Brooks, e il ragguaglio
risulta anche più chiaro se si pensa che tale bigotto (e sgradevole)
personaggio è un etilista come Glen; nondimeno, pur avendo un
comportamento oppressivo con la figlia pari a quello di Glen nei
confronti di Wade, il padre di Theresa (Diane Keaton) dimostra un
lato della propria personalità eccessivamente religioso, da cui
dipende, in considerevole misura, l’atteggiamento vessatorio verso
la protagonista, non fosse che il fattore religioso presenta,
nell’epilogo, la propria autentica facciata superficiale e
ipocrita: l’eccessivo fervore mistico, infatti, è strumento teso
ad adombrare i profondi complessi di colpa che turbano il signor
Dunn. Per contro, l’aggressività di Glen è una caratteristica
naturale del suo temperamento ed è, quindi, già congenita in lui,
senza essere risaltata o mascherata da fattori religiosi verso i
quali, anzi, il vecchio mostra di provare scetticismo e indignazione:
nella sequenza della veglia funebre della moglie, Glen urla “Fanatici
di Gesù e culi di zucchero!” (“Jesus freaks and candy asses!”),
convinto di essere circondato da figli deboli ed incapaci.
Digrignante
e odioso, virile e maschilista, Glen rimane pur sempre una figura
paterna, quella che manca al Benji (Billy Sullivan) de La
luce del giorno e che, in Cortesie
per gli ospiti, è presenza invisibile ma
costante negli aneddoti snocciolati da Robert (Christopher Walken) a
Colin (Rupert Everett) e Mary (Natasha Richardson). Autocitazionismo
schraderiano a parte, proprio con quest’ultimo film Affliction
vanta caratteristiche similari, che ne fanno il
conclusivo capitolo di un ideale dittico riguardante la figura
paterna: gli episodi d’infanzia che nel primo film si limitano ad
essere narrati dal protagonista, nell’opera in esame addirittura
sono resi visibili grazie ai flashback sui ricordi di Wade, ma – a
ben guardare – tali “salti nel passato” vengono anticipati
dalla narrazione di un terzo non identificato personaggio, che
impressiona gli amici di un bar con le storie che circolano a Lawford
sul vecchio Glen.
In
particolare, l’immagine descrittiva con cui Robert disegna
l’imponente e virile genitore – descrizione che, del resto, fa
capolino in diversi momenti di Cortesie per
gli ospiti, per esempio nell’epilogo e
soprattutto nel prologo, ove ha luogo in voce fuori campo – in
Affliction si trova
trasposto pari pari nel tronfio discorso di Glen a Margie (Sissy
Spacek), da parte sua sconvolta dallo scompiglio dell’equilibrio
domestico, circa l’atteggiamento da uomo che ha sempre
contraddistinto lui e suo padre, mancando al contrario in Wade: segno
evidente di una tradizione fondata su un rigoroso ordine, senza
elementi intrusivi di un disordine atto a scombussolarne la norma;
Glen non nasconde il proprio fascino verso la tradizione gagliarda
cui – dice – apparteneva il genitore, sfoggiando un’influenza
affine all’amore filiale di Robert nei confronti della presenza
paterna, elevata a presenza divina.
“Wade’s
always been a whiner. My old man, now there was a real man! He let no
women push him around. He worked till the day he died. Men like him
were real men. Women knew their place, there was no confusion. Women
respected men then. It wasn’t like it is today...”
In
sostanza, gli aneddoti di Robert sul proprio genitore in Cortesie
per gli ospiti, peraltro ostentati allo
spettatore dalla sua voce fuori campo nell’introduzione, si
ritrovano traslati in maniera identica nelle parole di Glen, il quale
però risulta privo del fascino magnetico che Robert possiede e
trasmette ai suoi disorientati ospiti sino ad affascinarli;
ciononostante, tale suadente fascino consiste nell’ascendente che
il padre di Robert ha esercitato sul figlio, tanto da farne una sorta
di doppio, di possibile alter ego.
La tempra reazionaria e sciovinista di Glen – ereditata a sua volta
dal padre – emerge dalla stessa sostanza da cui ha origine
l’atteggiamento ora protervo, ora ambiguo di Robert, nel contempo
spettro di un passato e immagine riflessa della propria figura
paterna; anche in Affliction il
progressivo rispecchiamento di Wade in Glen si trasmuta in
un’evidente doppiezza, cui il figlio nel finale non può sfuggire,
e non è escluso che dietro tale rispecchiamento si celi una forma di
strano ed impossibile amore tra Wade e il genitore.
A
ben guardare, tale amore è presente negli ultimi passaggi del film,
ribadito da una totale doppiezza che vede entrambi i personaggi
pronunciare le medesime frasi, persino compiere le stesse azioni,
come se si trattasse di una trasmutazione di tipo circolare e nel
contempo, stando a Schrader, di un nuovo chiasmo: abbandonato da
amante e figlioletta, Wade si ritrova solo con il proprio alter
ego, che si congratula con lui e gli urla il
proprio amore (“You’re my blood. You’re a fucking piece of my
heart! You done finally done it. Done it right, done it like a man!
Just the way I taught you! Everything you know comes from me”), e
non appena Wade si gira, simula un colpo di pistola con le dita,
prima di colpirlo fisicamente alle spalle nel capannone; ma Wade non
si tira indietro, e a sua volta colpisce il genitore, dopodiché
afferra un fucile e lo punta al padre in terra,2
facendo poi per sparargli, ma… l’arma è scarica!3
Come
Glen, Wade simula un colpo d’arma da fuoco (sebbene con un fucile
vero e proprio) e fa uno scherzo, chiudendo con un “I love you
too!”. Tuttavia, Wade si spinge oltre e poco interessa che dica
sottovoce al genitore “You don’t know me!”, in quanto – senza
rendersene conto – l’uomo si ritrova vittima di una bertolucciana
strategia del ragno, incastrato cioè in un’inestricabile rete di
dannazione nella quale è stato trascinato da Glen, e condannato a
rimanervi prigioniero. Essendone figlio, il protagonista sa
perfettamente che Glen conosce la sua natura, e lui stesso conosce il
genitore: entrambi sono indissolubilmente legati da un rapporto di
somiglianza e doppiezza che porta Wade ad essere l’ennesimo
specchio schraderiano di Glen. Di sicuro, l’analogia tra padre e
figlio semplicemente suggerita nel precedente Cortesie
per gli ospiti e narrata da Robert nei suoi
aneddoti agli ospiti è rivelata ed esemplificata esplicitamente in
questo film, nel quale echi e connotazioni di spessore mitologico
sono in perfetta linea coi topoi e
le ossessioni di Schrader. “Padre e figlio – nota l’acuto Borri
– degenerati Abramo e Isacco, lottano come orsi nella neve,
nell’unico modo che conoscono per affermarsi. E il film, da
psicologico, si fa secondo Schrader ‘generazionale’”.
Ne
segue che Affliction non
è esente da quel coefficiente di doppiezza che si ritrova in altri
film di Schrader: ad esempio, si pensi a Lo
spacciatore e alla bivalente contrapposizione
John (Willem Dafoe)-Marianne (Dana Delany) e John-Tis (Victor
Garber), nei rispettivi e opposti significati di dolore/solitudine e
dannazione, o in American Gigolo al
confronto tra Julian (Richard Gere) e Michelle (Lauren Hutton),
creature delineanti due lati di un’unica frustrazione sentimentale;
ancora, in Cortesie per gli ospiti,
il parallelo tra una coppia giovane, di media condizione (Colin e
Mary) e una matura e benestante (Robert e Caroline), rappresentanti i
distinti aspetti di uno stesso mondo e di un’analoga crisi di
ménage; infine, il
paragone insito ne La luce del giorno
tra Joe (Michael J. Fox) e Patti (Joan Jett), depositari
di due opposti point of view sulla
musica e sulla vita. Manco a segnalarlo, la doppiezza in Affliction
risiede semplicemente nella somiglianza tra Wade e Glen,
giacché il protagonista diviene brutale e violento come il genitore,
e addirittura beve whisky e assaggia esageratamente il sale come lui;
inoltre, il fatto che Wade viva con il padre è un riflesso
condizionato dal selvaggio maschilismo mutuato dal bieco magistero
paterno, che porta Wade a diventare l’esatto e conforme calco di
Glen.
Non
meno pariforme è la copia dell’ex moglie del Nostro, Lillian (Mary
Beth Hurt), data da Jill (Brigid Tierney) che non nasconde la propria
sottomissione alla madre, tanto più che vive con lei come Wade con
Glen, e ogni volta che il protagonista tenta d’instaurare una
relazione amichevole o perlomeno socievole con la figlia,
quest’ultima non desidera altro che essere riaccompagnata a casa
dalla madre. A pensarci, lo specchio come elemento concreto e
tangibile è presente in due momenti dell’opera e ambedue nella
seconda parte, appunto riguardante il progressivo mutamento
distruttivo di Wade: dapprima, l’uomo è ripreso nella sua stanza,
dubbioso se quella riflessa nel vetro sia ancora la sua immagine; in
seguito, Wade è posto di fronte allo specchio per strapparsi il
molare che gli fa male, nella sequenza più forte del film. Da
segnalare che entrambi gli specchi davanti a cui si mette Wade sono
piccoli e le loro dimensioni mantengono uno spessore allegorico,
riconducibile alla graduale e beffarda morsa cui l’uomo va incontro
(in tale misura, Wade è l’ennesima creatura schraderiana alle
prese con una situazione esageratamente grande, che s’illude di
dominare salvo restarne stritolato).
In
Affliction è
riscontrabile l’elemento metanarrativo, già attinto in Cortesie
per gli ospiti e Witch
Hunt – Caccia alle streghe: infatti,
l’opera in esame è da intendersi come storia di finzione
all’interno della quale alcuni dei personaggi, tra cui lo stesso
Wade, raccontano – o meglio: inventano – storie, sottoinsiemi di
un contesto narrativo più grande messo a sua volta in scena da
Schrader, che consente al pubblico di formulare non soltanto un
giudizio personale sulla vicenda cui assiste, ma addirittura una
propria versione dell’intero metatesto, che coincide con una storia
affiancata a quelle che raccontano i citati personaggi, man mano che
gli avvenimenti si dipanano; in sostanza, l’analisi critica dello
spettatore coincide con la propria assimilazione delle singole
vicende del plot, che
in qualche caso comprende le narrazioni di alcuni attanti, essendo
piani narrativi riconducibili a un’unica matrice apologetica in
quanto sottotesti del medesimo e più grande testo. Come bene scrive
Anton Giulio Mancino:
“In
Affliction,
il risultato più maturo e intransigente dell’intera opera
schraderiana, non si può nemmeno parlare di decostruzione del
racconto, quanto di riflessione sull’evoluzione interna del
racconto, mentre questo si svolge lungo le sue coordinate
tradizionali.”
In
virtù di questo, non sarebbe fuorviante analizzare Affliction
come un metaracconto, aperto alle più variegate e
suggestive chiavi interpretative, essendo un testo che ne comprende
altri nel suo involucro, facendone un’opera meritevole di uno
studio esegetico, ma chissà fino a che punto completo giacché –
come sovente capita per tutti i riconosciuti capolavori – le chiavi
di lettura non sono certo limitate, ma disparate e continue, come
giusto. La verità non esiste: ci sono solo storie.
Affliction
si presenta come un film di carattere
metanarrativo (o metalinguistico, se si vuole), poiché s’impernia
sulla misteriosa morte del sindacalista Evan Twombley (Sean McCann)
nel bosco e per la quale Wade formula mille supposizioni, convinto
com’è che si tratti di un delitto, ma questo sottotesto è incluso
nell’intreccio più rilevante, che riguarda il calvario pubblico e
privato di Wade. In una sequenza, il protagonista è inquadrato al
telefono nell’atto di raccontare una propria personale teoria circa
la morte di Twombley al fratello Rolfe, e quest’ultimo – in
un’altra sequenza che vede riuniti entrambi i fratelli – ipotizza
una versione dei fatti sulla morte del politico: la stessa di cui
Wade si convince, senza accorgersi che lo porta su una cattiva pista.
Difatti, Rolfe costruisce una teoria che il protagonista considera
verosimile e lo porta a cambiare registro, tanto che da astuto
sceneggiatore qual è, Schrader fa sì che anche lo spettatore sia
persuaso della fondatezza di tale ragionamento, mettendo in dubbio i
suoi convincimenti; nondimeno, se da un lato la coerenza dell’ipotesi
di Rolfe sembra lineare poiché non trascura in realtà alcun
indizio, dall’altro è da analizzare come una nuova invenzione, ma
prima che Wade e lo spettatore se ne rendano conto è già troppo
tardi.
“Le
cose non sono così semplici”, dice Wade a Rolfe, e da vittima
della teoria del fratello, si rivela facile esca di presupposti
immaginari (gli stessi che il Nostro formula non soltanto con Rolfe,
ma anche con Margie, quand’è a letto con lei), che non consentono
a Wade di stabilire una tangibile distinzione tra i propri sospetti e
quelli altrui. Sebbene non sia detto che le sue convinzioni sul
decesso di Twombley abbiano reale fondatezza, il protagonista
dimostra nel frattempo di essere incapace di pensare con la propria
testa e di mettere in chiaro i dubbi che lo opprimono, pervenendo
alla verità dei fatti nell’analisi di indizi che lo
faciliterebbero nella soluzione più equa e razionale. Dunque, i
numerosi flash in bianco e nero che attanagliano Wade e abbracciano
il presunto delitto di Twombley da parte di Jack (Jim True) sembrano,
in effetti, avvalorare la tesi dell’omicidio, convincendo il
pubblico che quant’è successo sia esattamente come presume Rolfe,
laddove tali flash non sono che supposizioni, piccoli paragrafi di
uno stesso capitolo risolti nelle visioni monoculari di Wade;
inoltre, iperrealista è il significato dei flash, ché lo spettatore
filtra ciò che ossessiona il Nostro vedendo e immaginando il delitto
con la sua testa, convincendosi per un po’ dell’autenticità (o
presunta tale) delle certezze di Wade, quando non è altro che la
delirante spirale di un paranoico.4
L’impronta
iperrealista delle immagini oniriche prodotte dalla mente di Wade fa
di Affliction un’opera
debitrice di molto cinema americano anni Settanta (si pensi anche
alle singole vicende dei protagonisti incluse nel contesto narrativo,
che rammentano non poco alcune opere intimiste di quel periodo),
senza trascurare che molti giovani registi del cosiddetto “nuovo
cinema americano” hanno mostrato interesse per la componente
iperrealista, al punto da inserirla in alcune tra le loro pellicole
più significative. Da ricordare che la carriera da cineasta di
Schrader ha origine proprio in quell’arco di tempo, e lo script
di Taxi Driver è
lì a dimostrarlo: dunque, Wade detiene più d’una parentela con
Travis Bickle (Robert De Niro) in quanto lo spettatore filtra la
morte di Twombley coi pensieri del protagonista, salvo rendersi conto
tardivamente delle sue errate supposizioni.
Tanto
basterebbe a fare di Affliction un
altro manifesto dell’iperrealismo schraderiano dopo Taxi
Driver, cui non sfugge neppure il paragone
con La conversazione di
Coppola (a sua volta, già fattore d’intertestualità per American
Gigolo): difatti, oltre a Travis, la mente di
Wade serba più d’una similarità con quella altrettanto paranoica
di Harry Caul (Gene Hackman), pure convinto d’imbattersi in un
delitto che soltanto nel finale ribalta le aspettative del pubblico
rivelandosi inesistente, o meglio esistente nella mente di Harry,
incapace di decifrare chiaramente nei nastri che registra perché non
decifra sé stesso, sebbene all’inizio un omicidio sembra incombere
come minacciosa realtà irreale mascherata dietro elementi occulti.5
La
narrazione per immagini non appare molto distante da quella orale,
venata da un’identica patina ingannevole: oltre Wade, Affliction
offre pure la chiave di lettura di un secondo
personaggio, Rolfe, giacché il margine narrativo di cui è rivestito
il film è recato dalla sua voce fuori campo, che sin dalle immagini
introduttive ammonisce il pubblico che ciò cui sta per assistere è
da considerarsi un apologo di fantasia; per la precisione, la voce
fuori campo (di per sé, fattore schraderiano) di Rolfe invita a
immaginare una storia
in cui ciascun personaggio con la propria rispettiva vicenda è da
assumersi come ipotesi o leggenda.
“Let
us imagine that around 8:00 on Halloween Eve comes a pale blue
Plymouth with a police bubble on top. A square faced man wearing a
police jacket is driving the vehicle. Beside him sits a little girl
with a plastic tiger mask covering her face.”
La
voce di Rolfe fa capolino per quasi l’intera durata del film, ma
già da quest’introduzione lo spettatore è tenuto a rammentare che
i successivi sviluppi narrativi appartengono alla fantasia di un
personaggio extra-diegetico, sebbene soltanto momentaneamente esterno
all’intreccio; in questa stessa introduzione, poi, si ritrovano
indizi (pensiamo alla voce over che
apre il film e introduce una storia intesa come invenzione) che
rinviano di nuovo a Cortesie per gli ospiti,
mentre il costume da tigre di Jill riconferma, sia pure
indirettamente, l’interesse di Schrader per il fattore-maschera. La
narrazione di Rolfe, che comprende la versione di Wade e la propria
sulla morte di Twombley, è il sottotesto – si diceva – di un
insieme più grande, il film, dietro i cui fili è il vero narratore,
il regista; da questo punto di vista, Affliction
è un’opera di scatole cinesi ininterrotte, la cui
vicenda s’impernia su qualcuno che racconta una storia, che a sua
volta ne richiama un’altra, eccetera: ciascun episodio presente nel
film s’inanella a tanti altri e ne fa un eccellente esempio di
metanarrazione, nel quale lo stile metalinguistico di Cortesie
per gli ospiti torna più accentuato che in
precedenza.
Ciononostante,
tale è il coinvolgimento emotivo dello spettatore nella varietà di
vicissitudini ed episodi che si susseguono che non appare immotivata
la trascuratezza che dedica all’ingannevole narrazione di Rolfe.
Occorre però stare attenti, poiché non sono rari i passaggi in cui
la voce fuori campo del personaggio racconta cose la cui pervasività
facilmente cattura lo spettatore, preso al laccio e trascinato dal
coinvolgimento delle situazioni: difatti, anche la voce narrante
serba un secondo aspetto riconducibile alla chiave interpretativa
dell’intero metatesto del quale, dunque, è un altro sottoinsieme,
ma su questo punto si tornerà tra qualche istante. Per il momento,
si può dire che se inizialmente Rolfe dice a Wade che le cose non
sono così semplici nella vita, nella conclusione la sua voce
rovescia tale concetto: Rolfe avvalora la semplicità degli eventi,
dopo che per l’intero arco dell’opera sia lo spettatore che Wade
sono caduti nella trappola, convalidando la tesi dell’omicidio; nel
finale, Rolfe sostiene la tesi più semplice, comoda e banale
dell’incidente, ristabilendo un ordine nella contrapposizione cara
a Schrader, ma si tratta di un ordine fittizio, o meglio – ancora
una volta – camuffato, e del resto la maschera da tigre di Jill è
lì a suggellarlo. Scrive giustamente Borri:
“Ora,
dopo aver passato due ore nel freddo di queste anime, suona davvero
inutile la didascalica voce off
finale
di Dafoe che ‘spiega’ il film, tributo all’ansia di riflessione
critica di Schrader.”
Gli
stessi flashback sulla triste infanzia di Wade, rappresentati come un
film amatoriale dalle immagini sgranate, provvedono a determinare una
prospettiva anteriore, una componente retroattiva del male attuale.
Tornando su Affliction come
testo, onde ribadirne la componente metanarrativa, si accennava nel
bar di Nick (Wayne Robson) alla presenza di un ragazzo che rievoca
l’episodio in cui Glen costringe i due figli a recuperare la legna
congelata fuori casa, e lì a pochi metri Wade ascolta assorto: per
lui quella non è una delle tante leggende metropolitane, ma il
ricordo traumatico che ha ipotecato la sua esistenza di adulto civile
e da cui non è mai riuscito ad affrancarsi; perciò, continua a
riviverlo in flashback, e lo riprende laddove l’ha interrotto nel
bar, non appena si ritrova solo nello spazzaneve, di nuovo
incorniciato frontalmente in una parentesi atemporale e in un
ambiente neutro e astratto, omologato dalla neve.6
Eppure,
per come li racconta il ragazzo agli amici, non si esclude che i
drammatici flashback che costantemente ossessionano Wade siano
interpretabili come un’altra storia, cui si può applicare
l’appropriata intestatura di C’era una
volta un padre – a sua volta, titolo di un
film dell’amato Yasujiro Ozu, del ’42, non per nulla incentrato
sui sentimenti di devozione tra un genitore e un figlio, esaltati
dall’impossibilità di esprimerli quotidianamente. Tralasciando la
nota, sviscerata passione di Schrader per Ozu, non è azzardato
definire Affliction una
tragedia dagli eclatanti risvolti giapponesi, né ormai dovrebbe
sbalordire che il cinema nipponico (non solo quello di Ozu) sia da
sempre uno dei modelli intertestuali che accompagnano e ossessionano
Schrader, vedi caso ritenuto da Borri “il più giapponese dei
registi americani”.
“Lo
è per una certa attonita tendenza al contemplativo, alla lenta
focalizzazione degli stati d’animo e alla loro conseguente
accordatura al paesaggio, urbano o naturale che sia. Una condensa che
in Affliction
assume
i toni di una glacialità rappresa che dallo scenario montano
innevato, invisibile, si aggancia ai corpi e alle anime che
atavicamente gli appartengono.”
Niente
fa dubitare che i succitati flashback di Wade siano interpretabili
semplicemente come ricordi dolorosi, ma un uomo solitario come lui e
costretto ad essere solo ha tanto di quel tempo per rimuginare sul
passato da correre il rischio di alterare i fatti, compresi quelli
più recenti, in quanto – come John ne Lo
spacciatore – vive di rimembranze, ma le
rivive in maniera alterata perché non vede chiaro in sé stesso.
Puntuale e motivata è la componente iperrealista che pone Affliction
al centro di una seconda chiave di lettura: esiste
veramente quella persona alla quale Wade si rivolge ogni notte per
telefono e della quale non si sente per quasi mezzo film che la voce
over? In conseguenza
di ciò, Wade ha davvero un fratello di nome Rolfe con cui si
confida?
Eppure,
Rolfe appare per molti versi il doppio di Wade, così come la sua
voce fuori campo che circola per metà film e include la narrazione
della vicenda è specchio della voce del protagonista, tant’è che
nella sequenza in cui un Wade nervoso è inquadrato in automobile a
folle velocità, le voci fuori campo e semi-diegetiche di Rolfe e
Wade che sottintendono una telefonata risultano una il riflesso
dell’altra; in tutto e per tutto, insomma, Rolfe riveste la
bivalente funzione di double face e
double voice di Wade,
così come la voce di quest’ultimo è speculare a quella del
narratore: evidente, quindi, che la sequenza in cui i due fratelli
fanno ipotesi sulla morte di Twombley si debba interpretare come la
messa a nudo della coscienza di Rolfe con le sue mille supposizioni,
oltreché come l’immagine che il personaggio si trova davanti, la
propria anima in carne e ossa o magari la sua seconda personalità,
nel contempo immaginaria e concreta.7
In
Affliction, l’elemento
della doppiezza ricopre uno spessore duplice, in quanto abbraccia la
bivalente contrapposizione padre-figlio e fratello-fratello, in
entrambe le quali figura Wade, essendo perno principale del quadro
narrativo; a parte il protagonista, è possibile radunare anche gli
altri due agenti dei rispettivi paralleli presentandoli entro un
univoco rapporto: in Affliction,
quindi, la doppiezza lascia il posto a uno schema triangolare che fa
dell’opera, una volta di più, il proseguimento ideale di Cortesie
per gli ospiti, il cui intreccio non è
esente da connotazioni di carattere geometrico. Pure, la triade
Wade-Glen-Rolfe ostenta una valenza di tipo morboso in luogo di
quella Robert-Colin-Mary, altrettanto triangolare, ma differenti sono
le rispettive allegorie: tanto il ménage à
trois di Cortesie per
gli ospiti si pone come simbolica lotta tra
Robert e Mary per il predominio di Colin quale oggetto di piacere
sessuale e la riconquista di una passione sopita, quanto il triangolo
di Affliction si
presenta come concreto conflitto tra Wade e Glen per la sopravvivenza
da una parte e, dall’altra, come simbolico scontro tra Wade e Rolfe
per il conseguimento spirituale e la remissione catartica. Acuta è
l’osservazione di Massimo Causo:
“Costruito
su una genealogia attoriale che trova la sua illuminante discendenza
dal granitico James Coburn/Padre, al roccioso Nick Nolte/Figlio,
all’angelico Willem Dafoe/Fratello, Affliction
ha il
peso antico di una arcana parabola, fondativa e terminale ad un
tempo. Sempre più contorto nel proprio dolore e nello spasmodico
desiderio di trovare una via d’uscita, il film descrive il salto
nel vuoto di un personaggio che cerca di negare sé stesso, ma
pratica senza tregua la cecità della sua dannazione. Intanto da
qualche parte, lontano in città, il fratello minore contempla e
racconta tutto, e vive la sua Salvezza contenendo nella sua Ragione
l’occulto desiderio di follia, persecuzione e caduta del fratello:
l’Angelo Nero imprigionato nella neve, con alle spalle il rogo
totemico di un finale sacrificio del Padre. Forse non è un caso se
ad interpretarlo Schrader ha chiamato Willem Dafoe, il Cristo
scorsesiano dell’Ultima
tentazione,
ma anche l’angelo spacciatore di Light
Sleeper:
il destino di salvezza contemplato nella sua ragione…”
Pressoché
interamente, a rifletterci, l’intera filmografia di Schrader come
sceneggiatore e come regista è attraversata dalla figura triangolare
per quanto concerne la caratterizzazione dei personaggi, ma ciò non
si arresta soltanto a una figurazione esemplare di carattere
geometrico, giacché nelle varie vicende di cui Schrader è autore il
numero ricorrente è il Tre: in Tuta blu,
infatti, tre sono i metalmeccanici protagonisti e, in Hardcore,
Jake (George C. Scott) e Niki (Season Hubley) sono alla ricerca di un
terzo personaggio, ossia Kristen (Ilah Davis); ne Il
bacio della pantera, un vero e proprio quanto
ambiguo triangolo si rileva nella relazione incrociata fra Irena
(Nastassja Kinski), Paul (Malcolm McDowell) e Oliver (John Heard) e
il rapporto familiare che lega i primi due personaggi rivela un
sottofondo di tipo sessuale ostacolato dal terzo componente del
triangolo, Oliver, che ricopre un ruolo di agente intrusivo. Ancora,
ne La luce del giorno triangolare
è il rapporto tra i due giovani protagonisti e la madre, che
s’intensifica e approfondisce, da precario qual è, con la malattia
della genitrice.8 In
Patty – La vera storia di Patricia Hearst,
l’Esercito di Liberazione Simbionese si riduce a tre soli
componenti – la stessa Patty (Natasha Richardson), Teko (William
Forsythe) e Yolanda (Frances Fisher) – che si danno alla fuga dopo
che il gruppo terroristico cui appartengono è catturato: tuttavia,
il trio persevera nelle azioni criminose in Pennsylvania e San
Francisco, prima di essere anch’esso arrestato.
A
seguire, la relazione triangolare al centro de Il
bacio della pantera è certo portata a
conseguenze estreme in Cortesie per gli
ospiti, ma anche ne Lo
spacciatore, se si pensa al triangolo
John-Marianne-Tis ribadito in misura eclatante nella sequenza che
vede riuniti tutt’e tre i personaggi e che termina con la morte
della ragazza.9
Da questo punto di vista, il triangolo presente in Affliction
serba molte più affinità con quello degli ultimi due
film, ma non si arresta soltanto al rapporto Wade-Glen-Rolfe e a ben
guardare, seppure in forma blanda, emerge nella relazione
Wade-Jill-Lillian e in quella Wade-Jill-Glen: fra le due,
quest’ultima è più importante perché abbraccia il legame
“affettivo” (se così si può dire) tra genitori e figli, tanto
più che l’incompatibilità fra i tre agenti del triangolo si
traduce in un labirinto di reazioni incrociate in cui l’elemento
debole, ovvero Wade, soccombe all’inossidabile protervia di Glen e
all’eccessiva quanto egoistica sensibilità di Jill. Da osservare
poi che la comunanza di fondo che lega gli ultimi due triangoli è
offerta da due medesimi elementi, Wade e Jill.
Il
numero tre non è meno rilevante nelle pellicole di Schrader come
sceneggiatore, tanto più se applicato a relazioni che detengono
agganci o legami con l’ambiente familiare: in Yakuza,
la presenza di Harry (Robert Mitchum) quale indiretto elemento
intrusivo s’incrocia con le esistenze dello yakuza Tanaka (Takakura
Ken) e della moglie di questi, Eiko (Kishi Keiko), con cui Harry ha
intrecciato una relazione in passato, senza sapere di distruggere la
vita di un terzo personaggio – appunto Tanaka – e d’intralciare
un determinato ordine familiare tradizionale; in Taxi
Driver, un’implicita relazione triangolare
intercorre fra Travis, Betsy (Cybill Shepherd) e Iris (Jodie Foster),
culminante nella decisione del taxista di uccidere i metaforici padri
delle due ragazze, cioè il senatore Palantine (Leonard Harris) e il
mezzano “Sport” (Harvey Keitel). Ancora, in Toro
scatenato, il triangolo familiare emerge nel
rapporto tra Jake (Robert De Niro), Vickie (Cathy Moriarty) e Joey
(Joe Pesci), destinato al conflitto e all’irreversibile fallimento
a causa della non dichiarata distruzione fisica e morale del pugile,
camuffata da gelosia.
In
Complesso di colpa, il
triangolo si fa metafisico e scaturisce in quel connubio tra Michael
(Cliff Robertson) e Sandra (Geneviève Bujold) nel quale si cela
l’ossessione del titolo, in quanto si tratta di un complesso di
colpa dell’uomo verso la morte di Elizabeth; entità invisibile e
in realtà presente nel ménage fra
i protagonisti, quest’ultima è il terzo personaggio di un
triangolo astratto che altrimenti non avrebbe luogo. In Al
di là della vita, il rapporto triangolare
torna ad essere bivalente come in Affliction,
se è vero che una relazione intercorre tra Frank (Nicolas Cage),
Mary (Patricia Arquette) e Burke (Gullesh Oliver Johnson), così come
un secondo rapporto emerge tra Frank, Mary e Rose (Cynthia Roman): da
questo punto di vista, non deve sorprendere che tale triangolo sia
memore di quello di Complesso di colpa,
altrettanto metafisico e ossessivo giacché sottolineato dalla
presenza di un fantasma proiettato nella mente turbata di Frank,
mosso quanto Michael da un complesso di colpa (una volta di più,
Schrader cita sé stesso); in Al di là della
vita, fra l’altro, tre sono gli assistenti
coi quali Frank è di turno in ambulanza in tre distinte notti –
Larry (John Goodman), Marcus (Ving Rhames) e Tom (Tom Sizemore),
uomini dal temperamento di volta in volta diverso. In City
Hall, infine, un triangolo fra i personaggi
principali esiste, benché sia superficiale e trascurabile in quanto
non è dato da relazioni incrociate che coinvolgono tutti i suoi
componenti; ne L’ultima tentazione di
Cristo, al contrario, un triangolo si rileva
nel finale e ricopre uno spessore di scontro che coinvolge un Gesù
agonizzante, un Giuda (Harvey Keitel) invecchiato che lo accusa di
tradire la causa e un Diavolo (Juliette Caton) che manifesta solo in
ultimo la propria vera natura.
Se
si preferisce, Affliction si
può interpretare anche come capitolo finale di una schraderiana
“trilogia catartica”, iniziata con L’ultima
tentazione, proseguita con Lo
spacciatore e, vedi caso, impreziosita dalla
presenza di Willem Dafoe, che in tutti i capitoli che compongono il
trittico ricopre sempre il ruolo del personaggio destinato
all’assoluzione dei peccati e, di conseguenza, alla redenzione; in
realtà, Dafoe è protagonista assoluto delle remissioni al centro
dei primi due capitoli, mentre in Affliction
l’attore interpreta un ruolo di comprimario, la cui
catarsi è indiretta e allegorica, nonché esterna alle vicende degli
altri personaggi riferite dalla sua voce: la purificazione di Rolfe
ha luogo semplicemente in virtù della dannazione di Wade, risultando
altrimenti impossibile.
Da
segnalare che l’apparizione in carne ed ossa di Rolfe non è
immediata e fa capolino dopo tre quarti di film, esattamente come
avviene per Robert in Cortesie per gli ospiti,
col quale – del resto – Rolfe possiede in comune l’elemento
della voce fuori campo; in Affliction,
tale voce è semi-diegetica nello sviluppo dei temi, mentre in
Cortesie per gli ospiti è
extra-diegetica nella prima metà, salvo poi scomparire e cessare
completamente la propria funzione nel momento in cui Robert entra in
scena. A questo punto, non dovrebbe risultare complicato capire per
quale motivo Rolfe è il secondo doppio di Wade dopo Glen, né è
difficile carpire perché la relazione triangolare che emerge dalla
vicenda – anzi, sottovicenda di uno schema più grande – rimanda
a Cortesie per gli ospiti.
In
Affliction, tuttavia,
è la stessa esistenza di Rolfe (oltre che la presenza tangibile) ad
essere messa in discussione, perlomeno finché il personaggio non
appare per partecipare alle esequie della madre morta. Del resto,
anche il suo ruolo nel ricordo di Wade (ma chi ricorda? Wade che
ricorda?) viene posto in discussione: Rolfe non rammenta di essere
stato costretto da suo padre a recuperare la legna congelata assieme
a Wade, il quale – certo – viene picchiato in quella circostanza
(è sempre lui a subire, in maniera incontrovertibile), ma Rolfe non
ricorda di essere stato presente; probabilmente, Wade amplifica la
memoria in qualche modo (o di nuovo, più semplicemente la altera),
coinvolgendo il fratello intellettuale cui demanda il ruolo di
autocoscienza rispetto alla realtà e alla società da cui
progressivamente si allontana.
Indi,
se le cose stanno davvero in questo modo, l’inattesa scomparsa
finale di Wade rovescia all’improvviso l’ordine del racconto; può
darsi che Wade non sia che l’immaginario doppio di Rolfe (“By
telling his story like this, by breaking the silence about him, I
tell my own story as well”, dice la sua voce nell’incipit del
film), la sua parte lesa dalla violenza paterna, una zona rimossa
dalla sua coscienza infelice che pian piano tenta di svincolarsi da
qualunque compromissione con gli eventi, a cominciare dai ricordi
d’infanzia fino ad arrivare ad una piena confutazione della tesi
dell’attentato. Non si definisce Rolfe un ex “bambino attento”
divenuto un “adulto attento”? E questa prudenza da parte sua non
lo porta, come lui stesso afferma in conclusione, alla solitudine e
all’isolamento quali uniche soluzioni praticabili all’interno di
quella società ove le colpe dei padri ricadono sui figli?
Wade
ipotizza la menzogna di Jack circa la morte di Twombley, ma è Rolfe,
con una serie di indizi contestuali, a costruire la tesi; e se Wade
all’inizio s’immagina l’incidente mortale accaduto a Twombley
e, al limite, la presenza di un terzo personaggio responsabile del
delitto, è solo ascoltando Rolfe e confidando in lui che il
protagonista visualizza la concreta responsabilità di Jack, sempre
in bianco e nero come le numerose ipotesi che prendono forma nella
sua mente. In questo frangente, la dannazione di Wade non è altro
che la perdizione di Rolfe negli anfratti di un’adombrata parte
della sua anima, compiuta la quale il personaggio consegue appieno la
propria redenzione; in altre parole, una volta avvenuta la dannazione
di Wade, ossia l’immaginario doppio di Rolfe, la vera personalità
di quest’ultimo può attingere alla completa purificazione.
La
paranoia di Wade, puntualmente ridestata dal pungolo di Rolfe, è
l’esplicita conseguenza delle molteplici e insanabili
preoccupazioni private e affettive di padre, marito e poliziotto
fallito, e questo vale anche per il suo approccio giustizialista
all’ipotetico attentato. Da impulsivo frustrato, il protagonista
vorrebbe (e si fa) giustizia, mentre Rolfe, l’intellettuale
studioso di storia, è interessato alla pura verità, ancorché
terribile, quasi che la conoscenza prescindesse dalle responsabilità
morali di chi la raggiunge. Giustizia e verità, natura e civiltà,
uomo e società, ad ogni modo, si contendono l’anima e i pensieri
di Wade, finché durante l’inseguimento notturno di Jack ha luogo
il transfert: è la
sua voce che reclama la verità e non più quella di Rolfe, mentre
quest’ultimo nel finale convalida la tesi più banale
dell’incidente, come se la spirale aggressiva e omicida di Wade
sortisse un effetto catartico e Gordon LaRiviere (Holmes Osborne) e
Mel Gordon (Steve Adams), apparentemente in combutta, non
speculassero sul serio, comprassero la collina e cancellassero la
città per trasformarla in un imponente e redditizio centro
commerciale.
Affliction
è un’opera scindibile in due blocchi contrapposti,
uno riguardante l’ipotetica morte di Twombley e i vari
interrogativi di Wade e Rolfe nella risoluzione dell’enigma, cui si
aggiungono i dubbi dello spettatore alimentati dalle ipotesi espresse
dalla voce fuori campo di Rolfe medesimo, e l’altro riguardante le
tragiche vicissitudini personali di Wade; la distinzione tra queste
due parti perde ogni funzione dal momento in cui il protagonista,
forse involontariamente, finisce per mettere in crisi la
contrapposizione ordine-disordine (usuale in Schrader e anche qui
presente) amalgamando il primo ambito al secondo, facendo sì che la
distruzione incomba e un destino inevitabilmente tragico sia in
agguato.
In
un certo senso, all’interno della filmografia schraderiana,
Affliction è l’opera
che meglio esemplifica una serie di antitesi e dicotomie applicate in
dualismo e binarietà a personaggi che sono i due aspetti contrari di
un medesimo schema; viceversa, le opposte facciate di una stessa
medaglia, da sempre in Schrader topoi
reiteranti e ossessivi, non soltanto toccano l’apice
in questo film, ma riconducono tali dualismi e dicotomie a una stessa
vicenda – a sua volta, scissa in un’antinomia, determinata da un
testo e un sottotesto – presentandole come elementi talora
espliciti e diretti, talora impliciti e indiretti; la distinzione tra
esplicito ed implicito appare un’altra dicotomia ancora,
applicabile al film come tutti i paralleli che contraddistinguono
Wade e Rolfe: gli ambienti, le opposte personalità, i distinti (e
distanti) modi di agire, pensare, rammentare.
Il
dualismo è, insomma, una componente interpretativa di Affliction
e si esplica in una lunga serie di contrapposizioni che
meglio agevolano la descrizione dei personaggi e i loro caratteri;
nella stessa discrepanza tra i fratelli – parafrasando Borri –
l’attonita tendenza al contemplativo e la lenta focalizzazione
degli stati d’animo si amalgamano al paesaggio, urbano e naturale,
ma non è l’unico parallelo presente nel film, intessuto di
contrapposizioni egualmente applicabili alle due personalità. Si
diceva che il desiderio di giustizia di Wade si contrappone alla
brama di verità di Rolfe e, ancora, alla natura rappresentata
dall’uno si accosta la civiltà (e cultura) delineata dall’altro:
il protagonista è privo dei mezzi intellettuali di cui Rolfe dispone
e tali da consentirgli di opporsi a una condizione socio-emotiva,
laddove il fratello è fuggito dal “natio borgo selvaggio”, ossia
dal giogo dell’afflizione paterna e domestica, verso la città;
inoltre, Wade scola bottiglie di whisky come un ossesso, mentre Rolfe
afferma di non bere.
Se
si escludono dicotomie di carattere più generale, ma pur sempre
importanti e pertinenti al contesto narrativo (individuo-società,
fuoco-neve), la contrapposizione più saliente è evidenziata da
Causo circa la salvezza di Rolfe contro la dannazione di Wade: lo
scenario innevato, di per sé stesso assimilabile come purificatore,
paradossalmente è lo sfondo infernale in cui il protagonista agisce
e nel quale le fiamme risiedono nel sangue che lo stesso Wade sparge
uccidendo dapprima Glen e poi Jack, macchiando le coltri di un
ambiente immacolato alla superficie ma, in realtà, guasto come il
dente che Wade si strappa. Ancora, una dicotomia concerne lo strato
politico (il presunto complotto scoperto da Wade) contrapposto a
quello emozionale che finiscono per accavallarsi e andare in rotta di
collisione.10
La
principale antinomia alla base di Affliction
riguarda, però, la condizione umana e
bestiale – tipica di Wade e Glen, questi ultimi sotto-aspetti di un
determinato personaggio schraderiano, cioè l’animale sociale – e
l’anonimità dell’individuo musiliano, ovvero senza qualità e
drammaticamente avvinto nella trappola civile e in un preciso sistema
culturale di valori tradizionali coi quali si sforza di ribellarsi a
una civiltà decadente, ingiusta e repressiva; come bene scrive
Mancino, precisamente questo fa di tutti i personaggi di Schrader –
nessuno escluso – delle creature straordinarie proprio in quanto
personaggi, la cui sfera privata si arresta a una dimensione
espressiva reale e autosufficiente, esternata spingendosi oltre i
monologhi interiori, le meditazioni o la voce fuori campo.
A
proposito di dicotomie, non manca quella più importante che
attanaglia da sempre l’opera schraderiana, la menzionata
contrapposizione ordine-disordine; la quale, dopo Cortesie
per gli ospiti, non soltanto non ha più
ragion d’essere ma, rispetto ai primi film del regista, sembrerebbe
aver fatto del disordine la concreta misura di giudizio e valutazione
delle storie di Schrader. E questo, forse, perché il disordine
determinato da ogni singolo elemento incluso nel film consente di
formulare un giudizio, o un’esegesi, da un lato non pertinente
all’opera narrata e dall’altro, invece, sempre attinente in
quanto permette di formulare qualunque chiave interpretativa su una
storia riconducibile a propria volta ad una vicenda più grande.
Prima di Affliction,
il parallelo ordine-disordine si è segnalato ne Lo
spacciatore, come fa notare Franco La Polla:
“E
proprio il concetto d’ordine è uno dei cardini del film lungo il
quale in una città notturna si ammassano montagne di rifiuti, che, è
evidente, più che il risultato di uno sciopero dei netturbini sono
le scorie di una coscienza ancora addormentata.
Ma
il disordine trova pendant nella
sfera stessa dell’individuale, del personale: l’appartamento di
John, che nel suo spoglio silenzio denota anche una povertà prima di
tutto morale e un’assenza di gerarchia nel sistema delle cose; ed
anche l’appartamento del drogato-vittima, di colui che fra i suoi
clienti emblematizza tutti coloro che vivono la loro penosa
esperienza senza volontà e in piena soggezione (a differenza di Tis,
che ci viene presentato come vittima quanto gli altri, ma che vediamo
poi nella sua vera luce, una sorta di pericoloso esteta della droga e
del male).”
A
sua volta, poco prima de Lo spacciatore,
la contrapposizione ordine-disordine è già messa a soqquadro dalle
circostanze del caso in Cortesie per gli
ospiti, ovvero nel cinema di Schrader di tipo
più classico, dal momento che la distinzione ha ormai intaccato come
un virus l’alveo familiare che tradizionalmente gli è caro: in
Affliction, il
travaglio di Wade e il rapporto che lo lega alla figura paterna
appartengono di diritto all’ispirazione schraderiana, tant’è che
l’ambiente della famiglia e la relazione tra genitori e figli è da
sempre motivo conflittuale scatenante, così come tortuoso labirinto
di reazioni incrociate.
Detto
questo, Schrader non rinuncia a topoi
o pattern che
gli sono congeniali, riutilizzandoli puntualmente: come la Kristen di
Hardcore o la Patti de
La luce del giorno, in
Affliction Jill (non
più una ragazzina stavolta, ma una bambina) rifiuta non soltanto il
divertimento programmato da Wade, ma proprio suo padre, che
inutilmente si sforza di legarla a sé o almeno d’instaurare un
dialogo con lei. Dunque, l’ordine-disordine peculiare in Schrader
marca con la propria evidenza anche questo film, essendo Jill una
creatura che a dispetto di Patti o Kristen rifiuta quanto di ordinato
(o presunto tale) le è proposto sin dall’età innocente. Come nel
citato Hardcore, ma
anche in Cortesie per gli ospiti,
il rapporto fra genitori e figli è alla base anche di Affliction,
in quanto si presenta come fattore di scompiglio entro un equilibrio
esistenziale già sconvolto in partenza, tant’è precario e attende
il momento più idoneo affinché questo disordine sia sancito
definitivamente, come Schrader ha mostrato film dopo film.
Oltrepiù,
Affliction si presenta
come l’opera della conseguita maturità artistica di Schrader in
quanto fattori, indizi e singole unità riscontrati nei suoi progetti
di regista e sceneggiatore – talvolta singolarmente, talvolta in
gruppo, ma non usati univocamente – sono finalmente radunati e
senza che nessuno sia trascurato o escluso, quindi presentati secondo
una calcolata concatenazione che li vede collegati tra loro,
dimodoché ognuno ne richiama un altro: senza esagerare, in
Affliction non si può
più parlare di calcolato ordine, bensì di calcolato disordine da
analizzare entro il testo e il metatesto (diegetico ed
extra-diegetico) in cui il film è scisso.
Se
ciascun topos abituale
al regista ne richiama altri, la contrapposizione ordine-disordine si
correla al chiasmo, sicuramente inteso come elemento di circolarità,
che tuttavia meglio sottolinea il disgregamento inesorabile del
nucleo familiare, oltreché l’implausibilità di un raccostamento
padre-figlia che per contro era reso possibile in Hardcore
e ne La luce del giorno.
In Affliction, però,
i pattern schraderiani
assumono un margine decisamente ribaltato, lungi dall’aura
precedentemente incontrata in Schrader, confermando la graduale
ambiguità e la conseguente violenza del temperamento di Wade,
condotto a un irreversibile deterioramento psicologico e a
un’imminente dannazione autodistruttiva: nella sequenza iniziale,
Wade e Jill sono ripresi in automobile nell’atto di discutere, ma
si ritrovano a conversare nell’abitacolo di una vettura (il furgone
di Glen, stavolta) anche nel sottofinale.
Sempre
nell’incipit, Wade accompagna la figlioletta a una festa in
maschera organizzata per Halloween, che però la bambina non sembra
gradire, tanto da chiedere al padre di ricondurla a casa come nel
prefinale, e addirittura immediatamente dopo che Wade la va a
prendere a casa di Lillian; infine, quando porta Jill in un bar per
comprarle un hamburger, l’uomo si lascia andare a uno scatto di
rabbia scaraventando sul bancone Nick, che lo ha chiamato “scemo”,
così come all’inizio Wade si lascia sfuggire una reazione
impulsiva ed altrettanto violenta nei confronti del nuovo marito
dell’ex moglie e sempre in presenza di Jill. Già all’inizio,
tuttavia, s’intuisce qualche indizio drammatico su una storia
destinata decisamente a non finire bene, mentre il diverbio tra Wade
e l’ex moglie sfocia in un gesto violento dell’uomo che ha una
ragione a monte e che, poco a poco, risulta essere sempre peggio come
spirale.
L’esistenza
di Wade si presenta fin da subito frantumata, nonostante l’uomo
tenti di mettervi un po’ d’ordine, ma d’altronde il
mantenimento dell’ordine è teorico dovere di ogni poliziotto come
lo è Wade (“What the hell am I? A security guard?”), che in
realtà non capisce (o forse finge di non capire) che le fondamenta
della sua vita – abbraccianti l’infanzia, il privato, il lavoro –
si sono decomposte da tempo, e dunque è assurdo che si renda
depositario di un ordine quando il disordine non soltanto lo
circonda, ma addirittura lo sovrasta sino a distruggerlo. Scrive
Mancino:
“Seguendo
questo copione, il cerchio tenderà a stringersi sempre di più
attorno all’uomo, fino a soffocarlo e a farlo esplodere.
L’equilibrio di Wade è minato sia dall’esterno che dall’interno:
lo attanagliano il giudizio altrui e il senso di colpa, l’ingrata
condizione lavorativa alle dipendenze di Gordon LaRiviere e il mal di
denti, il precipitare degli eventi (l’assurda morte della madre e
l’oscura morte di Evan Twombley) e la tracotanza di Glen, che non
ha smesso di esercitare, specialmente su di lui, la patria potestà.”
Nella
citata sequenza iniziale, in cui padre e figlia discorrono lungo una
strada innevata buia illuminata soltanto dai fari dell’auto, Jill
domanda a Wade se è stato un bambino cattivo: nonostante l’uomo
smentisca sorridendo, fin da subito qualcosa suggerisce alla piccola
che l’uomo che si trova di fronte è una figura negativa e
l’istintiva ostilità di Jill, la persona più giovane e innocente
con cui Wade abbia a che fare e alla quale tiene maggiormente, suona
già come un’inappellabile condanna, di lì a poco comprovata dallo
scatto di rabbia dell’uomo verso il coniuge dell’ex moglie
nell’atto di accostarsi a Jill, sulla quale Wade punta la propria
redenzione. Quando l’uomo si reca da Lillian per prendere Jill,
l’ex moglie gli rinfaccia sdegnata l’azione legale da lui
sollevata per portarsi appresso la piccola e gli intima di
vergognarsi: convinta come la figlia della tempra negativa di Wade,
Lillian gli rinfaccia, in realtà, di volersi portare via la bambina
senza rivelarle ciò che lui ha passato durante l’infanzia e
celandole la verità sulla vita d’inferno che l’attenderebbe in
compagnia di un genitore e un nonno violenti (la stessa vissuta da
Wade, come i flashback sgranati che lo inquadrano col padre e il
fratello, prima nell’atto di spalare la neve e poi dentro casa,
chiariscono in maniera eclatante).
In
teoria, l’azione legale per ottenere la custodia di Jill non depone
a sfavore di Wade, che si batte come qualsiasi buon padre per
conseguire il bene della figlia, non fosse che la sua inconfessata
consapevolezza della vita infernale che lui conduce e verso cui
vorrebbe indirizzare Jill lo rende un personaggio effettivamente
negativo e ipocrita, cosciente che quanto potrebbe capitare alla
bimba è una vita di protervie, nevrosi e soprattutto violenze
psicologiche, quelle che Margie Fogg – la donna su cui, pure, il
protagonista punta il proprio principio di purificazione – subisce
dal momento in cui si trasferisce a casa di Wade e Glen:
nell’episodio conclusivo di Affliction,
quando Wade arriva con Jill e per un istante è convinto di
raggiungere un illusorio traguardo di serenità, Margie è sulla
porta con le valigie, decisa ad allontanarsi per sempre da una
situazione ormai insostenibile.
Un
nuovo chiasmo si trova nella drammatica sequenza in cui Jill corre in
aiuto di Margie per strapparla dalle grinfie di Wade, che in realtà
sta solo implorando la donna che ama di non lasciarlo, in luogo del
flashback che vede Wade bambino violentemente percosso da Glen per
essere corso in aiuto della madre: sia pure involontariamente, anche
Jill viene colpita dal padre. I gesti spontanei di violenza del
protagonista si spiegano con il suo desiderio di remissione, che non
solo è impossibile, ma fin dall’inizio è votato a una conclusione
tragica: infatti, gli estremi e disperati tentativi di Wade di
dimostrarsi migliore e diverso dal padre si ritorcono contro di lui e
le male parole o gli inconsulti scatti di violenza che lo assaliscono
all’improvviso di fronte a Jill o all’ex consorte ribadiscono con
evidenza cristallina la sinistra opinione di entrambe sull’uomo.
Come puntualizza Mancino:
“La
condizione avversa di Wade può solo degenerare, non recedere. Le
numerose circostanze sfavorevoli e la sua maldestra volontà di
emendarsi, agendo in concomitanza, faranno il resto. Tutto si è
compiuto. Sin dal principio è già troppo tardi.”
Da
segnalare che all’inizio, dopo un piccolo alterco con Jill che
approfitta della momentanea distrazione del genitore per chiamare
Lillian e farsi venire a prendere, Wade si presenta subito come una
vittima incastrata dalle proprie involontarie quanto predestinate
distrazioni: l’uomo rimane solo, sentendosi addirittura colpevole
di trascurare la figlia, di non farsi trovare con Jill all’arrivo
della madre e, infine, di lasciarsi andare a una reazione violenta
nei confronti del marito di Lillian; in sostanza, tutto depone a
sfavore di Wade a causa di quelle incapacità, anche le più tenui,
che l’uomo si lascia sfuggire senza rendersene conto, e tuttavia,
nell’istante in cui Wade comprende di avere sbagliato, il momento
per rimediare agli errori giunge tardivo.
La
dicotomia tra ordine e disordine, in cui il secondo polo predomina in
misura schiacciante sul primo, è sancita da una delle prime scene
che vedono Wade cercare a fatica di scambiare quattro chiacchiere con
Jill; se all’inizio Wade dà sfoggio di essere un individuo tutto
d’un pezzo, oltretutto rappresentante della legge, nel prefinale è
lui stesso a smentire completamente quei tratti caratteristici e
distintivi che di lui si sono conosciuti tanto che, nel frattempo,
troppe cose sono cambiate perché il protagonista s’illuda di
tornare a una qualche presunta normalità. “Io non sono più
niente!”, esclama Wade, che non sa nemmeno più il motivo per cui
dispiacersi con Jill, né che pesci pigliare in quanto ha smarrito la
bussola: lo scompiglio ha pressoché prevalso sull’assetto. Del
resto, Wade come può pretendere di rendersi garante dell’ordine se
il suo tentativo di sottrarre Jill a Lillian suona come un elemento
di disordine entro un equilibrio di cui non s’accorge, tanto che
lui stesso in prima persona non riesce a sottrarsi all’autorità
paterna da cui è sottomesso? E, inoltre, Wade come può pretendere
di seguire la pista giusta quando uno stuolo di voci over
– quelle di Rolfe e Jill – si affastellano e gli
confondono i pensieri, sino a distrarlo mentre insegue Jack di notte
e mandarlo fuori strada?
Da
tale contrapposizione, come da quella Rolfe-Wade, prende inizio la
serie di antitesi che costellano Affliction:
il problema risiede nel fatto che Wade cerca di amalgamare un
elemento della contrapposizione a quello opposto, finendo per restare
intrappolato nel disordine che ne emerge. Consiste in ciò la
differenza tra Wade e il suo doppio, il quale guarda le cose
dall’esterno e gli riesce facile perché non vive a Lawford,
essendosi eclissato da tempo dal disgregato alveo familiare del cui
peso del peccato il protagonista è costretto a farsi carico. Al
contrario, Wade analizza dall’interno, senza però avere la
possibilità di guardare le cose col debito distacco: da questo punto
di vista, è superfluo che il ricordo di un’infanzia traumatica o
la convivenza con un padre orco cui si accompagna il mal di denti
siano fattori di carattere esplicitamente simbolico, determinanti
l’afflizione del titolo da cui Wade è attanagliato e che gli fanno
sbagliare ogni cosa, senza consentirgli d’intraprendere la giusta
pista; a essere circuito è anche lo spettatore, convinto di ciò che
crede Wade sino a realizzare troppo tardi di essere stato tratto in
errore: tale topos schraderiano
viene da Taxi Driver,
ma si ritrova anche in Hardcore e,
perché no, ne La luce del giorno
circa il personaggio di Patti, con cui Schrader sembra
simpatizzare facendo sì che anche il pubblico sia accattivato da
lei, finché non cade nella trappola.
Una
delle qualità di Wade che più irritano è un sentimento di voluta,
e ancora una volta non dichiarata rabbia interiore: da questo punto
di vista, il suo tentato rapporto con Margie si pone da un lato come
la frustrata brama di Wade di coltivare un’esistenza normale e,
dall’altro, come uno sfogo alla propria dirompente nevrosi e, di
conseguenza, come motivazione al proprio fallimento di uomo. Insomma,
il tentativo di normalità del protagonista ha luogo al solo scopo di
fallire, in quanto Wade desidera fortemente questo naufragio, sia
pure indirettamente, come il Travis di Taxi
Driver cerca di coltivarsi l’amicizia di
Betsy al semplice scopo di distruggerla, conseguendo completamente
tale fine accompagnandola in un cinema a luci rosse; gli errori di
Wade trovano una chiara matrice nelle sviste o presunte noncuranze
del taxista (“Ho sbagliato tutto!”, dice un Travis avvilito, dopo
essersi convinto che Iris non desidera affatto tornare a casa come
lui inizialmente pensa).11
Non
per nulla Taxi Driver racconta
di una falsa redenzione e, come molti successivi film di Schrader,
anche Affliction è
memore di quell’opera: Wade è una creatura la cui brama di
normalità rivela la propria impronta superficiale man mano che la
vicenda si dipana. In modo inconsciamente distruttivo, l’uomo porta
Margie nell’ambiente familiare in cui è cresciuto con la scusa di
prendere i documenti necessari per l’affidamento di Jill, ma in
realtà per farle conoscere i genitori e rivelarle la crisi che
pervade non solo lui, ma la stessa famiglia che Margie finisce
ovviamente per respingere.
L’episodio in cui Margie abbandona Wade
si può leggere come un’indiretta continuazione de La
rabbia giovane: la Sissy Spacek che
nell’opera di Malick era Holly, a distanza di venticinque anni, in
Affliction impersona
un ruolo che detiene molte affinità con quelle del personaggio
interpretato in precedenza, come fosse una Holly segnata dal tempo,
la cui voce off nel
film del suo debutto dichiarava che non avrebbe più consumato la
vita con un uomo violento. In Affliction,
questo sistematico rifiuto della violenza è rimasto invariato, al
punto da indurla a fuggire portando con sé anche la figlioletta di
Wade, uomo rude come il padre di Holly (Warren Oates) che, vedi caso,
tenta d’impedire che Kit (Martin Sheen) gli porti via la figlia e
mal gliene incoglie, così come Wade cerca inutilmente di convincere
Margie e Jill a non lasciarlo.
In
Affliction, ancora,
Holly/Margie si mette persino alla guida di un’automobile, mentre
ne La rabbia giovane al
volante è Kit, e se Margie s’allontana per sempre insieme a Jill,
a Wade non resta che bruciare le proprie radici e dare fuoco al
capannone in cui lascia disteso su un tavolo il cadavere del padre.12
In Malick, per contro, è Kit a cospargere di benzina e incendiare la
casa con dentro il cadavere del padre di Holly, dopo avergli sparato
a bruciapelo. Un ultimo elemento di paragone con La
rabbia giovane risiede nella casa della
famiglia di Wade: quando il protagonista sale al piano di sopra per
raggiungere la madre che dorme, la scena ricorda la villa in cui
Holly abita con il genitore (ivi, il piano di sopra si scorge nella
sequenza in cui il padre della ragazza sorprende Kit, un istante
prima che quest’ultimo lo minacci con la pistola). Tuttavia,
l’ordinaria follia omicida che anima Kit e lo spinge ad ammazzare
senza odio è differente da quella che, nel finale di Affliction,
porta Wade a uccidere dapprima il padre e poi Jack; si aggiunga,
infine, che Glen palpeggia il fondoschiena di Margie per il semplice
gusto di farlo esattamente come Kit lo faceva a una Holly altrettanto
infastidita.
Stando
a Schrader, la sequenza in cui Wade appicca fuoco al capannone
richiama quella che in uno degli episodi di Mishima,
Il tempio del padiglione d’oro,
vede protagonista il giovane balbuziente, uno dei
personaggi creati dalla mente dello scrittore coi quali quest’ultimo
s’identifica: qui, infatti, il ragazzino incendia il padiglione in
cui ha fatto l’amore con una prostituta, perdendo in seguito la
propria balbuzie. A un attento esame, la progressione di flash e
flashback, rispettivamente in bianco e nero e a colori, che si fanno
luce nella mente di Wade rimanda alla costruzione narrativa di
Mishima, strutturata
per flashback in bianco e nero sull’infanzia e la giovinezza
dell’artista inframmezzati e mescolati alla trasposizione a colori
di episodi di tre romanzi, che s’inseriscono di volta in volta
nella narrazione e rompono la temporalità presente, quest’ultima
imperniata sullo scrittore a capo di una rivolta al quartier generale
che prosegue con un rapimento e termina con un suicidio.13
L’indagine
di Wade sulla morte di Twombley anticipa di qualche anno quella di
Jerry Black (Jack Nicholson) ne La promessa
di Sean Penn, riguardante il barbaro assassinio di una
bambina la cui morte ha luogo in una piccola città del Nevada,
innevata però come Lawford; se si esclude l’ambientazione, la
divergenza consiste nel fatto che se Jerry è morso quanto Wade da
un’ossessione, che tuttavia non concerne il tessuto familiare,
l’investigatore vede giusto nella strada imboccata per individuare
l’omicida, nonostante nel finale – per una tragica beffa del
destino – non abbia la possibilità di smascherare il colpevole e
dimostrare il suo ragionamento, peraltro esatto: in effetti,
l’assassino arriva sul luogo dell’imboscata preparata da Jerry,
ma resta ucciso in un incidente stradale e il detective finisce col
perdere la ragione. In Affliction,
al contrario, Wade sbaglia su tutta la linea, ma nel finale si
tramuta in un povero folle come Jerry, destinato a scomparire non
prima di provocare la morte di Jack, spargendo sangue inutile per
coronare la tesi assurda su un omicidio che non è mai avvenuto, se
non nella sua mente.
Si
aggiunga che Affliction,
come La promessa, è
un film segnato da un’incombente senso di morte: dapprima, Wade si
occupa del caso riguardante la scomparsa di Twombley e s’imbatte,
suo malgrado, nella morte della madre e, a seguire, Wade medesimo
causa indirettamente il decesso del padre e la morte diretta di Jack,
sparandogli alla schiena nella foresta durante una nuova battuta di
caccia (a sua volta, tale sequenza illustra un’altra visibile
circolarità). “Non colpirò più nessuno!” (“I’m not going
to hit anybody”), dichiara all’inizio Wade dopo essersi
abbandonato a uno scatto di rabbia col nuovo marito dell’ex moglie,
ma questa dichiarazione non può non essere smentita dopo che l’uomo
imbocca il sentiero di perdizione: logico che l’ultimo colpo di
fucile sia vigliaccamente dato a un innocente da Wade, che paragona
dapprima sé stesso a un cane che abbaia (“I’ve growled a little,
but I haven’t bit”), e che in seguito, logicamente, finisce per
mordere.
Se
un uomo di nome Wade Whitehouse sia mai vissuto in una cittadina del
New Hampshire, è difficile stabilirlo, ora che lo stesso centro
urbano è scomparso. In tutta questa nebulosa faccenda, l’unica
concreta certezza è l’incubo di un padre imbestialito, misogino ed
etilista, convinto di essere circondato da figli deboli e incapaci,
imbevuti di ottuse credenze mistiche che suonano, ovviamente, come
l’ennesima beffa di Schrader nei confronti della propria educazione
religiosa: lo suggerisce la sequenza della veglia funebre a casa
Whitehouse in cui Lena (Martha-Marie Kleinhans), la sorella di Wade e
Rolfe, interpella quest’ultimo, personaggio pressoché estraneo al
nucleo familiare da cui si è tenuto alla larga; eppure, da un lato
Rolfe ha abbandonato le sue radici esattamente come il Bob Dupea
(Jack Nicholson) di Cinque pezzi facili
di Bob Rafelson, dall’altro si dimostra una creatura
molto più concreta e realista rispetto alla famiglia, scettica
quanto basta verso i restrittivi dettami religiosi (o presunti tali)
condivisi dai congiunti.
A:
How about you, Rolfe? Are you saved?
B:
No, I’m not.
A:
But then you’ll be in hell?
B:
Yes, I guess I will. Me and mom and Wade and pop, we’ll all be
there together...
Comunque
la si voglia vedere, Glen ha avuto un peso specifico sul
protagonista: lo si deduce dal rito sacrificale officiato da Wade in
uno scenario metaforico, costituito da fuoco e neve, fiamme infernali
e grande freddo, purezza immanente e salvezza trascendente. Nemmeno
Affliction, ovvio, è
esente da indizi che riconducono l’opera alla filmografia di
Schrader, vuoi per le ossessioni di fondo vuoi per l’autocitazione;
al primo novero – è emerso – appartiene l’affermazione di
Rolfe riguardo i valori tradizionali religiosi, da lui snobbati con
la stessa cinica nonchalance
mostrata da Patti ne La luce del
giorno, e al medesimo film rimanda una
citazione che figura nel secondo novero: sempre durante la veglia
funebre della madre di Wade e Rolfe, quando questi è avvicinato da
Gordon che gli chiede in quale università si è formato, l’uomo
risponde “Boston University”, le cui iniziali riunite formano la
sigla Bu, ovvero il nome dell’amico (Michael McKean) di Joe e Patti
e chitarrista del loro complesso “The Barbusters”. Com’e facile
intuire, la circolarità non risiede soltanto dietro fattori di
carattere esplicito e implicito presenti nel cinema di Schrader e non
riguarda solamente essi: la figura del cerchio si può estendere
all’intera opera del cineasta, permettendo nel contempo di rilevare
la sua firma con più facilità. Non è dunque difficile capire
perché Affliction sia
un film così ricco di segmenti circolari.
Come
ne Lo spacciatore,
anche in Affliction la
circolarità non si arresta alla mera ripetizione, e concerne le
battute di alcuni personaggi: nell’incipit, la voce di Rolfe
annuncia al pubblico che nella sua famiglia non si parla più di Wade
(“We who loved him, no longer speak of Wade. It’s as if he never
existed”), ma tale locuzione fa capolino di lì a poco, quando Jill
confessa al padre che Lillian ha smesso di parlare di lui; ancora, la
voce di Rolfe informa della benevolenza che la famiglia aveva per
Wade,14
e la stessa espressione è pronunciata da Jill al genitore
nell’affermare di volergli bene, senza contare che nello scontro
finale tra Glen e Wade, prima l’uno e poi l’altro si dicono a
vicenda “I love you!”, dopo avere dimostrato il loro reciproco
affetto con la
violenza. Circa l’immaginario delitto su Twombley, infine, Wade
confida a Rolfe che talora la soluzione è più facile di quanto non
si pensi (“No, that’s too neat. Things ain’t that neat”), e
anche se in chiusura anche Rolfe confermi questo concetto, prima di
lui, la medesima battuta la pronuncia Alma (Marian Seldes), l’addetta
alle pubbliche relazioni, a Wade (“Sometimes things are simpler
than you think”).
A
pensarci bene, Affliction è
interpretabile anche come una favola nera, che nelle maglie del
proprio tessuto narrativo ostenta connotazioni o tracce che rimandano
alla fiaba classica (il padre di Wade possiede i tratti distintivi di
un orco) ma, come si è rilevato, il film è da analizzare quale
metatesto, vale a dire favola immaginaria che presenta al suo interno
una storia di fantasia; in un certo senso, proprio perché giocata
sui riferimenti alle fabulae,
la struttura narrativa di Affliction
può ricordare quella ben più sfaccettata e assortita
di Shining, pure
ambientato su uno sfondo innevato: ma sebbene la rabbia digrignante
di Glen e la progressiva metamorfosi di Wade da quieto padre di
famiglia a potenziale mostro rammentino vagamente il personaggio di
Jack Torrance (Jack Nicholson), il paragone con l’opera di Kubrick
termina qui.
In
conclusione, analizzando la struttura metanarrativa di Affliction
lungo un percorso critico, questa potrebbe essere una
chiave di lettura possibile, da valutarsi tuttavia come una tra le
numerose varianti – a loro volta, assurte a vicende – facenti
parte di un univoco e complessivo contesto narrativo; e se l’unica
storia che a rigor di logica prosegue (o spetta al narratore
proseguire, secondo il romanzo) è quella di Rolfe, parafrasando le
parole conclusive di quest’ultimo nel film, la storia sarà finita,
tranne le interpretazioni di Affliction.
Che continuano, perché sanno, possono, devono continuare...
Francesco
Saverio Marzaduri
1 In Hardcore,
anticipando Affliction di
una ventina d’anni, la serie di dettami tradizionali è ostentata
entro una rigida educazione religiosa fondata indirettamente anche
sulla violenza: basterebbe ricordare l’atteggiamento aggressivo di
Jake negli ambienti a lui estranei per comprendere che quanto lo
anima è un disperato e represso impulso di rabbia, covato per lungo
tempo ma sempre pronto a esplodere.
2 Da
segnalare che Wade punta il fucile a Glen nella medesima posa in cui
Jack Hewitt colpisce Evan Twombley nelle visioni che ha il
protagonista al telefono, quando ipotizza col fratello Rolfe sulla
morte del sindacalista: una volta di più, immedesimandosi nel
personaggio di un suo delirio, Wade resta prigioniero di quelle che
non sono ricostruzioni di fatti, bensì improvvisi flash in bianco e
nero creati dalla mente ottenebrata di un uomo che non vede chiaro
dentro di sé. Non si dimentichi, come già osservato in precedenza,
che la comparazione fra realtà ideale e materiale ricorda quella
di Patty –
La vera storia di Patricia Hearst riguardo
ciò che la protagonista fa e/o dice col gruppo terroristico e ciò
che realmente pensa in merito, ma anche quella tra il piano
percettivo di Patty bendata e il piano visivo dello spettatore di
fronte a immagini riconducibili al point
of view della
ragazza terrorizzata.
3 Da
segnalare che Wade punta il fucile a Glen nella medesima posa in cui
Jack Hewitt colpisce Evan Twombley nelle visioni che ha il
protagonista al telefono, quando ipotizza col fratello Rolfe sulla
morte del sindacalista: una volta di più, immedesimandosi nel
personaggio di un suo delirio, Wade resta prigioniero di quelle che
non sono ricostruzioni di fatti, bensì improvvisi flash in bianco e
nero creati dalla mente ottenebrata di un uomo che non vede chiaro
dentro di sé. Non si dimentichi, come già osservato in precedenza,
che la comparazione fra realtà ideale e materiale ricorda quella
di Patty –
La vera storia di Patricia Hearst riguardo
ciò che la protagonista fa e/o dice col gruppo terroristico e ciò
che realmente pensa in merito, ma anche quella tra il piano
percettivo di Patty bendata e il piano visivo dello spettatore di
fronte a immagini riconducibili al point
of view della
ragazza terrorizzata.
4 Inclusa
anche in Affliction,
la contrapposizione schraderiana ordine-disordine si mescola a quella
realtà-finzione, già presente in American
Gigolo e Cortesie
per gli ospiti:
se inizialmente i due poli sono tenuti distanti, nel corso degli
sviluppi la finzione prevale sulla realtà che, a sua volta, torna a
prevalere sulla finzione soltanto nel finale. Quest’idea di
sceneggiatura non nasconde un’impronta di carattere iperrealista
(del resto, l’iperrealismo è presente anche in Affliction)
che accompagna Schrader dai tempi di Taxi
Driver; a
pensarci, però, tale idea è riconducibile al procedimento
schraderiano dello “stile trascendentale” e alle sue tre fasi.
5 Né
Schrader né Coppola hanno fatto mistero che Antonioni sia uno dei
loro modelli principali di riferimento: se l’omicidio immaginario
de La
conversazione rimanda
a quello di Blow-Up,
nei flash onirici di Affliction – come
fa notare Borri – figura una citazione dallo stesso film, del quale
Schrader si è servito in precedenti occasioni: infatti, la morte di
Twombley avviene in un bosco, e per quanto Wade convalidi l’ipotesi
dell’omicidio, come il fotografo Thomas (David Hemmings) o Harry,
il protagonista non riesce a distinguere le impressioni dalla
realtà.
6 Un
parallelismo riguarda anche la questione metanarrativa: Glen è al
centro delle leggende che i cittadini di Lawford si raccontano per
trascorrere il tempo ma, a sua volta, anche Wade è protagonista di
una vicenda costantemente sospesa tra il reale e il fittizio;
l’ulteriore similarità che accosta l’uomo al genitore è sancita
anche da un ruolo di personaggio al centro di un nuovo apologo di cui
narratore non è un abitante di Lawford, ma il fratello Rolfe.
Inoltre, nella sequenza in cui è al bar che ascolta in silenzio le
storie sulla sua infanzia tra un drink e l’altro, Wade non rievoca
soltanto il passato, ma intravede la proiezione di una metamorfosi
segnata da un epilogo inesorabilmente tragico, sancito
dall’inquadratura che riprende l’uomo seduto al tavolo di casa,
il bicchiere di whisky in mano, dopo avere appiccato fuoco alla
baracca in cui ha deposto il cadavere di Glen.
7
La voce, si è capito, ricopre una funzione di riflesso e contraltare
per la psiche turbata di Wade, come nella sequenza in cui l’uomo
funge da spartitraffico per consentire ai bambini di scendere dallo
scuolabus: ivi, la voce fuori campo che fa capolino nei pensieri di
Wade appartiene a Jill e non è che una ripetizione di quello che lei
gli dice nell’episodio della festa (“Don’t worry, Dad. I love
you, I do. But I don’t want to go to school here tomorrow”);
ancora, nella sequenza in cui Wade insegue un Jack terrorizzato, i
discorsi e le parole fuori campo di Rolfe si attorcigliano
confusamente nella mente del protagonista e lo attanagliano, sino a
mandarlo fuori strada.
8 Da
rilevare che, in Mishima,
tre sono le trasposizioni tratte da altrettanti romanzi dello
scrittore che, di conseguenza, s’identifica con tre diversi
personaggi di sua creazione.
9 Non
si dimentichi che ne Le
due verità la
relazione triangolare, a sua volta, chiama in causa il topos della
doppiezza: Alan (Joseph Fiennes) e Mark (Ray Liotta) rappresentano i
due opposti sguardi di un’analoga idea di sentimento, in quanto
ognuno è depositario di un proprio modo di amare Ella (Gretchen
Mol), e nella contesa appaiono l’uno l’allegorico specchio
dell’altro; sembra ormai evidente che i pattern del
triangolo, dello specchio e della doppiezza – concreta se riguarda
personalità vere e proprie e metaforica se si riferisce all’anima
bipolare di un personaggio – si trovano sovente inanellati tra
loro, trattandosi di spunti assiduamente frequenti nella filmografia
di Schrader, che li ripropone nei contesti più vari e sfaccettati.
10 La
purezza contro la dannazione, che risiede nell’autodistruzione: la
distanza tra questi poli ha luogo anche in merito alla scelta
registica sull’immagine, giacché al fotogramma in 35mm per il
presente si contrappone quello in 16mm per i flashback; di
conseguenza, un altro parallelo concerne l’immagine sgranata e
“sporca” dei flashback contrapposta alla fotografia in bianco e
nero dei flash che vieppiù ossessionano Wade nella convinzione
d’imbattersi in un omicidio, anziché in una morte casuale. La
dicotomia tra immagine in 35mm e in 16mm, a seguire, è riutilizzata
da Schrader in Auto
Focus.
11 Tornando
per un istante alla sequenza della morte di Glen, il fucile che Wade
punta al genitore dopo averlo colpito si rivela scarico: l’uomo ha
voluto fare uno scherzo al padre, senza realizzare che, picchiandolo,
ne ha causato ugualmente la fine; in un certo senso, la cosa rimanda
al sottofinale di Taxi
Driver: dopo il
massacro, Travis si punta un’arma contro per suicidarsi, ma anche
in questo caso la pistola si scopre scarica, e al protagonista non
resta che mimare il suicidio per gioco puntandosi un dito
insanguinato alla tempia. In entrambi i casi, la beffa per mano dei
personaggi ha la funzione di sdrammatizzare una situazione altrimenti
tragica, prima di fare i conti con un altro genere di scherzo, dovuto
al destino; la discrepanza tra i film risiede nella presentazione dei
due fattori in altrettante distinte forme: se in Taxi
Driver la
burla accompagna un risoluto tentativo di suicidio e ostenta un
significato di morte, in Affliction una
beffa inaspettata segue a un gesto impulsivo di Wade e colorisce una
circostanza drammatica, ma una celia più tragica ha luogo e coincide
con la morte di Glen, indirettamente provocata ma ormai avvenuta.
12 La sequenza rammenta quella affine nel sottofinale di Buon
compleanno Mr. Grape di
Lasse Hallström, che anticipa Affliction di
soli quattro anni: ivi, a bruciare la casa di famiglia è il Gilbert
Grape (Johnny Depp) del titolo, subito dopo la morte della madre e un
istante prima di abbandonare Endora (Iowa), insieme al fratello
ritardato (Leonardo Di Caprio). Come il film di Schrader, anche
l’opera di Hallström è dichiaratamente memore del cinema
americano anni Settanta più intimista: anche qui, infatti, lo
straziante ritratto della provincia si amalgama a un corollario di
tragedie familiari tenute insieme dal vuoto esistenziale, ma non
bisogna credere che entrambi i film si propongano come omaggi
obbligati a un cinema démodé o
semplici operazioni nostalgiche, nonostante le vicende narrate
coinvolgano non poco la sensibilità del pubblico, scuotendo e
facendo riflettere lo spettatore. Di particolare interesse è
l’osservazione di Matteo Columbo, che paragona il sottofinale del
film all’epilogo di Frankenstein di
James Whale; in Affliction,
tuttavia, il “mostro” non è divorato dalle fiamme, poiché lui
stesso è artefice di un rogo nel quale a bruciare è il “creatore”,
ossia Glen, così come l’origine della mostruosità che permea il
protagonista.
13 Mishima anticipa Affliction,
certo, e i due film recano similarità che riguardano la fotografia,
ma a questi si aggiunge anche Auto
Focus, che
soprattutto con Affliction mostra
più di un’affinità per quanto riguarda il formato. A pensarci,
nei primi due film si ha una diversa scelta fotografica moltiplicata
per tre e applicata agli altrettanti, contrapposti blocchi in cui le
opere sono costruite, senza contare un medesimo e particolare uso del
bianco e nero; al contrario, la scelta di campo adottata in Auto
Focus vede
un identico formato, spezzato in due parti che si susseguono a
vicenda e riguardano rispettivamente l’ascesa e la caduta di Bob:
nondimeno, la fotografia sgranata che fa capolino nel film non figura
in Mishima e
rimanda al precedente Affliction.
14 Oltrepiù,
Rolfe informa lo spettatore che tale è il silenzio alzato su Wade
dalla sua famiglia che “è come se non fosse mai esistito”: ciò
conferma l’ipotesi che Wade non sia altro che un doppio immaginario
del personaggio che racconta la storia e, una volta di più,
ribadisce l’aspetto irreale della vicenda.

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