Dietro lo specchio: ZARDOZ

Dietro lo specchio: Zardoz 


Dieci anni prima di Terminator e a un lustro da Mad Max. Per scoprire che nel più impensabile degli scenari fantascientifici (non per niente chiamato Vortex), se mai un concetto cardine fosse capace di racchiudere il significato insito in esso, la parola chiave è sostanzialmente una. Sostanzialmente la stessa: sopravvivenza. Ma non è la macchina, il fattore che consente ai superstiti di resistere. E non è nemmeno la miscela, mediante la quale guadagnare tanti più chilometri quanto più ne permettano le circostanze di un Fato frenetico. Se la sopravvivenza impone ai pochi prescelti la lotta, l’elemento-simbolo è delineato dalle armi. Quelle che un’ipotetica divinità, in forma d’inquietante mascherone aleggiante nel vuoto, consegna alla tribù degli Sterminatori: i predestinati a far piazza pulita di chi, tra miseria e terrore, non vuole sottostare alle regole della nuova era. Ma la Storia – quella con la S maiuscola – trascende la fantasia e (in)segna. E la fantascienza, decenni dopo, ne fa tesoro per un apologo, venato nelle sfumature di filosofiche allegorie, capace di una nuova profezia allarmista. Se poi la letteratura conduce la mente umana a una riflessione raziocinante, i cui segnali e i cui dubbi trapelano da indizi che non collimano col nuovo Ordine che si vuol imporre, c’è chi, tra i ministri del sistema, osa l’inosabile penetrando nel castello del potere (il Tabernacolo) e si ribella alla legge, riuscendo ove non può il Winston di Orwell. Pure, in un’epoca regredita tra il preistorico e il medievale in cui il sesso, manco a dirlo, è un tabù bandito con la forza, lo sterminatore Zed (l’ultima delle lettere dell’alfabeto) attraversa lo specchio come l’Alice carrolliana. In uno straniante connubio di visionario, controcultura e kitsch, la fantascienza si sposa con la struttura fabulistica – a cominciare dal titolo, contrazione di Wizard of Oz, eponima fiaba di Baum – e incede in un riassestamento narrativo dalla lentezza forse voluta, allo scopo di restituire un altro ordine: quello naturale delle cose. E fare una nuova piazza pulita: ai danni di quanti, privilegiati immortali immersi in un’atmosfera di apatia, si sottomettono a quello “avveniristico”, gioco di parole a parte. In un tal scenario, James Bond in look sadomaso, revolver alla mano e codino, un Sean Connery pre-Ram
írez si muove alla ricerca della mortalità perduta per ottenere la cui posta, dodici anni prima di Highlander, solo a una coppia è concesso restare vivi per ricominciare l’esistenza dal principio, consumarla e dissiparla. E l’Allegretto della 7a di Beethoven non può che fungere da esemplare contrappunto e, a propria volta, immortale monito. 

Francesco Saverio Marzaduri 

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