Furia selvaggia: ONCE WERE WARRIORS – UNA VOLTA ERANO GUERRIERI

Furia selvaggia: Once Were Warriors – Una volta erano guerrieri 


Sorta di Rocco e i suoi fratelli agli antipodi, l’esordio del neozelandese Lee Tamahori, in seguito mai più ripetutosi agli stessi livelli, è un melodramma iniziatico, romanzo di formazione, tragedia urbana con eccessi, truculenze, ridondanze, condotto a un ritmo incalzante e impregnato di un’energia coinvolgente.  
Il ritratto di Beth (Rena Owen), appassionata variante della Madre Courage, è uno dei più belli mai visti nel cinema dell’ultimo trentennio: bella e accondiscendente, espansiva e rocciosa, è un carattere forte che ama senza arrendersi ai fatti o farsi intimorire dalla prepotenza maschile. Che tiene testa alla follia e al delirio, abbandonando l’animale cieco che ha accanto solo molto dopo la sua fine, quando violenza, squallore, rassegnazione hanno tradito, oltre al corpo, anche lo spirito, trasformando Jake “la furia” (Temuera Morrison) in un personaggio patetico, votato a un futuro cupo e disperato, schiavo dell’alcol e di amici nerboruti, laidi e perennemente sbronzi come lui. Laddove Jake stabilizza la propria ragione sull’istinto selvaggio, ostentando origini guerriere solo attraverso i muscoli e i tatuaggi, al contrario Beth fonda i propri principi – e la propria ritrovata dignità femminile – su quelle stesse perdute origini māori, combattive ma razionali, che il marito sembra aver del tutto rinnegato. Cultura, invero, da consegnare alle nuove generazioni.  
Per citare testualmente Mereghetti, “immerso in una predominanza cromatica di rosso, nero e bianco (i colori māori), è un’opera prima che perde volentieri il controllo del racconto pur di non finire nelle secche della sociologia e che, per contro, fa della fenomenologia del corpo (forzuto, battuto, ammaccato, violentato, tatuato) la chiave – forse un po’ misteriosa e debole agli occhi occidentali – per accedere all’antica spiritualità guerriera”. 

Francesco Saverio Marzaduri

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