Guarigione sessuale: IN CERCA DI MR. GOODBAR
Guarigione sessuale: In cerca di Mr. Goodbar
Ne In cerca di Mr. Goodbar si narra la drammatica vicenda di Theresa Dunn (Diane Keaton) e del
problema che la affligge. Insegnante in una scuola per sordomuti, la
protagonista si trova a vivere una sorta di duplice vita: una,
riguardante la propria sfera intima; l’altra, di facciata, in
conformità al concetto di decoro, probità e rigore a cui la
famiglia l’ha educata. Di giorno, Theresa si dimostra una maestra
molto dolce e premurosa, che ha nei confronti dei ragazzi un
atteggiamento di materna protezione; di notte, la sua attività
quotidiana e la sua maschera sociale sono messe da parte in favore di
un ruolo in cui la donna sembra sentirsi più a suo agio: quello di
assidua frequentatrice di un equivoco locale – il “Mr. Goodbar”
del titolo – dove abbordare un maschio dopo l’altro.
Così
illustrata, la sinossi di In cerca di Mr.
Goodbar parrebbe l’idea di partenza per un
film di Bresson, dato che pure in questa circostanza lo spettatore ha
l’impressione di trovarsi di fronte a una figura che non dà
spiegazioni sulla sua duplice esistenza. Diverso è però l’uso di
elementi atti a specificare gli atteggiamenti dei personaggi nelle
vicende che li riguardano. In Bresson, grazie a uno stile ellittico,
tali fattori risultano scarni fino all’omissione. Risulta così più
arduo risalire alla spiegazione di fondo, al perché, delle azioni
che i personaggi compiono. Nel caso dell’opera di Brooks, i dati
sono accentuati con insistita evidenza fino a svelare del tutto
l’atteggiamento trasgressivo, anticonformista e ribelle di Theresa.
La
protagonista ha un padre (Richard Kiley) religiosissimo, integralista
e intransigente, che non ha mai dimostrato alla figlia l’affetto di
cui, da bambina, sentiva il bisogno, imponendole anzi un’austera
educazione fondata sull’obbedienza a Dio. La ragione di ciò sembra
data da un convinto fervore, quando, in realtà, riguarda ben altro.
Da bambina, Theresa è stata vittima di una forma di scoliosi che
genitori ipocriti hanno spacciato per poliomielite. In seguito, verrà
a galla che la malattia di cui ha sofferto la bambina è ereditaria,
avendo già colpito la zia paterna. E il padre, incapace di accettare
dati di fatto in grado di minare le proprie convinzioni, preferirà
tacerli ipocritamente e trasmettere un profondo senso di colpa alla
figlia: spacciandone il trauma per offesa a Dio, tacendo
sull’argomento, perfino imponendo una menzogna alla famiglia
gabellandola per verità oggettiva, riproponendola ogni volta in modo
meccanico e ossessivo (“Mia madre ha avuto quattro figli, tutti
maschi, tutti perfetti!”). Diventa chiaro da cosa traggano origine
l’atteggiamento di sfida e la voluttà di trasgressione che animano
la donna: la pur gratificante occupazione d’insegnante non sembra
appagarla, poiché rientra nello schema di vita al quale è stata
educata, ed è parte di un quadro impostole.
“Il
film – come sintetizza Sebastiano Lucci – è costruito intorno al
personaggio enigmatico di Theresa, caratterizzato dal suo bisogno di
forti e intense sensazioni. Il suo è un comportamento ribelle contro
la famiglia, contro un padre violento e brutale, contro i valori
tradizionali che le sono stati imposti”. Nel sottofinale, Theresa
trova il coraggio di affrontare il genitore in un drammatico
vis-à-vis,
tenendo testa all’ipocrisia dell’uomo, reo di averle distrutto la
vita, e rinfacciandogli la verità sulla sciagura che l’ha colpita.
La scena anticipa il finale di Hardcore
di
Paul Schrader, di un anno successivo, che pure vede al centro un
doloroso scambio di battute tra padre e figlia: in ambo i film,
analogo è il motivo della ribellione delle figlie, relativo a
condizionamenti e bigottismi paterni.
Inoltre,
come già in taluni personaggi di Bresson, l’atteggiamento di
Theresa si costituisce come sfida nei confronti della famiglia, ma
anche affermazione di sé e del proprio bisogno inappagato di amore:
in ciò si rivela degno equivalente di una figura femminile alla
Dreyer – Gertrud,
ad esempio.1
Delusa dalla relazione sentimentale con un professore più maturo,
cinico e adultero, Theresa colleziona avventure con uomini diversi
senza coinvolgimenti particolari, puri appagamenti che si concede per
recriminare un’indipendenza mancata e soddisfare il proprio bisogno
di emancipazione. È un’amatrice senza amore, che fa quel che fa
più per rivendicazione di sé stessa che per sfida lanciata al
mondo. Se la sua vicenda mantiene un quid
che
rinvia alle opere e ai personaggi di Bresson, la sua veste di lover
without love anticipa
di tre anni il personaggio di Julian in American
Gigolo,
pure diretto da Schrader, interpretato da Richard Gere. Lo stesso
Gere ha un ruolo importante nel film di Brooks, quello del
delinquente Tony Lapato, da Theresa abbordato nel Mr. Goodbar.
Delineato come un maniaco psicopatico, Tony si presenta come un
equivalente invariato dello Stanley Kowalski di Un
tram che si chiama desiderio,
la cui volgarità, crudeltà e sadismo mostrano qualcosa di
terribilmente appetibile; questi fattori sembrano ritrovarsi
trasposti in Tony, alla cui forza bruta Theresa non si sottrae, pur
mantenendo una debita distanza. Come nota Lucci:
“È
un personaggio ambiguo, brutale, cinico che solo attraverso la forza
riesce ad esprimere la propria personalità, come avviene nella scena
in cui la minaccia con un coltellino. (…) Tony non parla molto,
agisce impulsivamente perché è tutto quello che sa fare. Si esprime
con la gestualità, con una prorompente energia vitale. (…) Non ha
radici, è un vagabondo che frequenta locali e bar, che alterna
momenti di violenza e perversione a momenti di tenerezza e
gentilezza.”
Poco
a poco, i gesti schizofrenici e inattesi di Tony finiscono per
conquistare la donna, tanto da preferire il suo magnetismo animale al
carattere più mite e modesto di un complessato assistente sociale
(William Atherton), invaghitosi di lei; predilezione ribadita a
maggior ragione dalla sfida, quando Theresa scopre che quest’ultimo
è benvoluto dalla sua famiglia, anzi è il
benvoluto
al quale il padre della ragazza riserva l’affetto e la cordialità
che a lei sono sempre mancate. La ragione di fondo per cui Theresa
non disdegna attrazione sessuale per Tony è che entrambi sono facce
di una medesima medaglia, depositari di analoghe solitudini e
frustrazioni sessuali.
“Il
rapporto
tra i due – scrive ancora Lucci – è fondato su una violenza
distruttrice, che ha la propria funzionalità nell’intreccio-scontro
fisico con il quale i due personaggi dimenticano il loro passato”.
Del resto, come la protagonista, lo stesso Tony “si nasconde dietro
al suo atteggiamento bullesco, ma resta la vittima sacrificale di un
ambiente che condiziona e determina la sua solitudine e la sua
instabilità”. A simili argomenti, la donna risponde rivendicando
una vita privata, poco importa se coatta, e basata sulla rivalsa;
Tony è personalità contorta ed ambigua, ma ugualmente magnetica:
vedi la scena in cui, nel tugurio in cui vive Theresa, Tony pratica
sesso violento con lei minacciandola con una lama. E l’esistenza
della protagonista si fonda su una ricercata nullità, e la sua vita
fatta di insegnamento e sesso occasionale è destinata a non avere un
futuro. A lungo andare, da un’avventura a un’altra, la giovane si
dimostra incapace di decidere.
Nel
rifiutare risoluta l’amore dell’assistente sociale, che potrebbe
garantirle un tenore di vita più tranquillo ma più opaco, Theresa
preferisce concedersi a un altro bullo (Tom Berenger). Mal le ne
incoglie: il giovane si rivela un pederasta represso che si eccita
unicamente ammazzando i partner occasionali; Theresa viene martoriata
a coltellate e, nel finale, la sua immagine si rimpicciolisce sempre
più nel buio della propria stanza, a sottolineare l’esistenza
anonima di una donna che ha scelto la vacuità in ribellione a
un’etica obsoleta e meschina, anziché un valore affettivo
autentico. Il prezzo di tale scelta è risultato superiore alle sue
possibilità, e ha finito per schiacciarla. L’assunto di In
cerca di Mr. Goodbar non
presenta calvario né redenzione, sebbene veda al centro il
drammatico dubbio-tormento di un personaggio indeciso se seguire le
ragioni dell’istinto o quelle della tradizione
imposte dalla sua famiglia; nondimeno, l’indecisione di Theresa
sulla mediazione da compiere, o la sua incapacità di mediare, tra
educazione religiosa e atteggiamento ribellista, sanciscono la sua
fine tragica.
Il
film presenta, si è detto, elementi vicini a tematiche bressoniane e
la protagonista ha più familiarità con il Michel (Martin LaSalle)
di Diario
di un ladro che
col Julian di American
Gigolo,
fatto salvo il comune status
di amatori senza sentimento; se Julian vive la condizione di
sradicamento eversivo in un ambiente altolocato e molto chic, Theresa
subisce tale condizione in un ambiente domestico degradato,
condividendo con Michel la sistemazione in abituri che torna a
proporsi come sottosuolo
dostoevskiano
(con la differenza che Michel vive tale condizione come prigionia, e
Theresa se ne fa emblema di scelta indipendente). Contrariamente che
in Bresson, però, a causa di quest’incapacità voluta o innata,
per Theresa non è possibile alcuna redenzione, nulla che motivi e
giustifichi la scelta di vita compiuta, e la donna finisce – in un
agghiacciante finale – “per essere bruciata dalla sua stessa
voglia di vivere”, senza traccia di purificazione.
Un’opera
irritante e sconcertante per la miscela di sgradevolezza e
generosità, squallore e tenerezza, umorismo e virulenza. Ritratto
femminile in perfetta sintonia con un periodo che vede descritto in
modo esplicito il rapporto fra i sessi e i loro tabù: le figure
femminili non solo hanno grinta da vendere, ma sempre più
recriminano la propria indipendenza. Il forte influsso della libertà
sessuale conquistata negli anni Settanta non poco condiziona il
desiderio di single per scelta di Theresa: ma la vicenda, narrata
senza moralismi, cerca di capire l’influenza dei vari elementi che
ne condizionano il comportamento (il peso di un’educazione basata
sui sensi di colpa).
Invecchiando,
il regista de L’ultima
minaccia è
diventato un pessimista apocalittico: la sua visione della società
americana crudele e senz’anima è disperata, desolante. Per tanti
anni partner di Woody Allen sullo schermo e nella vita, la Keaton –
portando alle estreme conseguenze il proprio istrionismo mimico
grazie a una sincerità ai limiti dell’autolesionismo – si
cimenta in un’interpretazione coraggiosa e disturbante, mentre
William Fraker fotografa con livida sensualità.
Si
è fatto il nome di Schrader, giacché In
cerca di Mr. Goodbar,
in sostanza, mette in scena un distacco traumatico dalla casa
paterna, il rigetto di un’educazione bigotta e oppressiva, un
rifiuto di regole sociali chiuse e stabilite, la ribellione a un
fideismo praticato da mentitori, il bisogno di una donna repressa e
depressa di emanciparsi, e una sfida da affrontare coi demoni del
proprio inferno, con gli incubi che la visitano. Molto di tutto ciò
anticipa Hardcore
e La
luce del giorno,
specie in relazione a certo bigotto fondamentalismo cristiano e alle
reazioni di ripulsa e di fuga che innesca. Ma nei due film di
Schrader, il precetto religioso non presenta sottofondi di
consapevole menzogna tali da trasformarlo in scappatoia, alibi
cavilloso, fuga, travisamento. Ciò da cui fuggono la figlia (Ilah
Davis) di Jake Van Dorn in Hardcore
e
Patti (Joan Jett) ne La
luce del giorno è,
semmai, la facciata inconsapevolmente ipocrita della religione in cui
ambedue vengono educate, il tabù assoluto verso quel che
precettistica e regole chiuse considerano immorale, il dogma
dell’inesistenza di ciò che non dovrebbe esistere (ma esiste). Il
non ammetterne la presenza non ne cancella l’esistenza, ed è in
direzione dei luoghi più tassativamente proibiti dalla loro classe
d’appartenenza sociale che le due giovani dirigono la loro fuga,
cercando la propria dimensione il più distante possibile dalla sfera
cui provengono.
La
protagonista di In
cerca di Mr. Goodbar risulta
agli antipodi persino con la protagonista di Patty
– La vera storia di Patricia Hearst.
Patty (Natasha Richardson) è, sì, consapevole di porsi dalla parte
della resistenza armata e dell’azione terrorista, e la sua scelta
di vita è teoricamente ispirata a un ideale che ne giustificherebbe
l’esistenza e farebbe di lei un’eroina salvifica; in realtà, la
scelta di Patty è risoluta in apparenza, e la sua espiazione non
risiede nel parteggiare e collaborare con coloro che, inizialmente,
sono i suoi nemici di classe e sequestratori, divenuti poi compagni
di lotta in nome di un ideale, bensì nella sua condanna al carcere.
Dapprima dichiarandosi rivoluzionaria, Patty cade in contraddizione
durante la conversazione finale col padre: l’affermazione della
protagonista, secondo cui il suo errore più grande è consistito nel
diventare un inutile incomodo al mondo, ridisegna il personaggio
mostrandolo consapevole fin dall’inizio di passare dalla parte
sbagliata. Oltrepiù, la dichiarazione di Patty permette di
constatare il legame della donna verso il proprio nucleo familiare
originario – legame che si crede sopito, ma invece è vivo e
profondo – e il dazio che la protagonista accetta di pagare la
riconduce in
extremis verso
un sentiero di purificazione e ritrovata innocenza.
Se
un ideale è pure quello che conduce Theresa ne In
cerca di Mr. Goodbar,
esso è destinato a perdere forza propulsiva quando la giovane si
accorge che quest’esistenza da single non la conduce a nessun
risultato. Non cambia stile di vita, però. L’ostinazione volitiva
e la determinazione che caratterizzano le due citate figure femminili
di Schrader sembrerebbe animare anche Theresa, non fosse che ne In
cerca di Mr. Goodbar la
ragazza rifiuta un’esistenza confortevole che la porrebbe in uno
stato di non ritorno; così facendo, Theresa smarrisce per sempre il
suo margine di redentrice, involontariamente divenendo un’anima
dannata cui non resta che toccare il fondo. Eppure, il film di Brooks
non presenta moralismi che ricattino lo spettatore e il regista,
saggiamente, non prende posizione nei confronti del personaggio e del
suo (desolante) status;
invece, le opere di un dichiarato fautore del rigore morale quale
Schrader sembrano, ogni volta, lasciare un dubbio: se le virtù
tradizionali, in teoria condannate dagli atteggiamenti ribellistici
dei personaggi e dalle loro fughe esistenziali, non siano al contempo
criticate da Schrader, che essendovi cresciuto sembra guardarle non
con disprezzo né con biasimo, ma certo con severità.
Il
dubbio permane poiché – a dispetto dei protagonisti nei finali di
molti suoi film – Schrader rivela di essere fondamentalmente un
puritano, celebrando senza riserve quei tradizionali valori americani
che attraverso alcuni suoi personaggi sembra voler condannare.
Schrader non si sente di censurarli: una buona parte dell’istruzione
ricevuta durante l’infanzia è scaturita da o attraverso questi,
avendolo agevolato nella distinzione tra Bene e Male assoluto e
nell’ingresso nella realtà esterna; a tali dettami, Schrader non
può che essere debitore.2
Come acutamente osserva Giona A. Nazzaro:
“Vi
è l’impressione, osservando lo svolgersi dei suoi film, che
Schrader non metta tanto in dubbio i precetti dell’educazione
religiosa ricevuta dalla sua famiglia quanto il tentativo, forse
addirittura più blasfemo, di riformularli, ripensarli calati nel
mondo della carne e delle passioni.”
Eppure,
a ben vedere, anche la risolutezza dei personaggi femminili di
Schrader da un certo punto in poi tende a illanguidire: nel finale di
Hardcore,
pur sciogliendosi in lacrime, Kristen Van Dorn è pronta a farsi
ricondurre all’ovile, come l’irremovibile Patti ne La
luce del giorno sembra
arrendersi all’estrema richiesta della madre morente di
raggiungerla in Paradiso; in questi barlumi di fragilità
inaspettata, Patti scopre quanta poca fondatezza detengano i propri
atteggiamenti di sfida e ideali di evasione e quanto, per contro, le
manchino i vincoli familiari da cui rifugge, sino a postulare il
proprio ritorno. Risalta come, nella filmografia di Schrader,
l’ambiguità per i personaggi e gli assunti costituiscono tracce
fondamentali e indizio stilistico per eccellenza. Con un’idea di
base:
“Lì
dove dovrebbe vigere il ‘Bilderverbot’,
Schrader
insedia il regno del suo cinema. Per continuare a esistere, Schrader
non può che continuare a disubbidire. È questo il cardine della
moralità del suo cinema. Un cinema rigorosamente singolare che muove
sempre verso gli uomini (desiderio di pluralità…) pur intuendo che
questo movimento è votato alla sconfitta. Eppure si tratta
dell’unico movimento che vale la pena di perseguire con il cinema.
Anche di fronte alla morte.”
In
cerca di Mr. Goodbar anticipa
tematiche e aspetti del primo film di Schrader, girato a ridosso –
esattamente l’anno successivo, quando Tuta
blu,
dopo un lungo apprendistato come sceneggiatore, terrà a battesimo il
suo passaggio dietro la macchina da presa. Come per una delle
maschere schraderiane al loro stato iniziale, la vita solitaria e
indipendente della protagonista non è appagata sul piano affettivo;
la sofferenza di ciò la porta a scegliere una voluta esistenza di
nubile, a separare la propria sessualità da qualunque prossimità di
sentimento e abbandono. E per quanto di finzione, la vicenda di
Theresa presenta non poche somiglianze col tipo di problemi che il
Nostro si è trovato a dover risolvere ad un certo punto della
propria vita.
Francesco Saverio Marzaduri
1 La complessità e la carenza affettiva che contraddistinguono i personaggi di Dreyer hanno origini autobiografiche, in quanto il regista danese in primis ha conosciuto un’esperienza familiare non dissimile da Theresa nel film di Brooks. Orfano di genitori e adottato da un tipografo che con la moglie apparteneva alla setta protestante Indre Mission, che credeva in un Dio spietato, Dreyer ha tosto abbandonato la famiglia adottiva che gli aveva assicurato il pane, ma non l’affetto di cui aveva bisogno. Per curiosa quanto ironica combinazione, equivalente analogo si riscontra ne In cerca di Mr. Goodbar: Theresa abbandona il guscio materno, assuefatta dalle restrizioni religiose cui la famiglia la obbliga, senza consentirle un’esistenza libera e indipendente.
2
È sufficiente ricordare che, nella voce riservata ai
ringraziamenti, Schrader dedica la sua tesi di laurea al padre,
senza la cui educazione non sarebbe riuscito a scrivere l’opera.

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