I have a dream: IL RE DEI GIARDINI DI MARVIN
I have a dream: Il re dei giardini di Marvin
Una variazione della tematica già al centro di Cinque pezzi facili, e, come il film precedente, un’opera triste e affettuosa, al contempo realistica e melodrammatica. La storia è quella di due fratelli, “legati dai ricordi d’infanzia ma contrapposti dai temperamenti”: l’uno è un estroverso agente pubblicitario, che nutre folli progetti intorno a un fantomatico regno del gioco d’azzardo nelle Hawaii, l’altro un entertainer radiofonico introverso e angosciato, in continua lotta con sé stesso, che ha finito per non nutrire più alcuna speranza nel futuro. Probabilmente, l’equilibrio fra le istanze maniacali e nevrotiche che caratterizzano questi personaggi, è più scrupoloso che non in Cinque pezzi facili. E se lo scenario del film precedente era una California ruvida e desolata, quello de Il re dei giardini di Marvin è lo sfondo fatiscente, grigio e invernale, di Atlantic City. Da mecca di tante, innumerevoli Miss America – che puntando tutto sulla propria sensualità si abbandonano a un’effimera illusione di vittoria – il luogo descritto acquista uno spessore tragico e patetico come la sua spiaggia, waste land di sapore eliotiano, ove le ex reginette di bellezza, scoprendosi appassite, danno fuoco ai loro abiti e seppelliscono creme e rossetti. E anche se i personaggi non smettono un istante di giocare, di sognare e fare progetti, di simulare per un istante anche l’elezione di Miss America in un grande teatro vuoto, la mancanza di valori comporta tuttavia la perdità dell’identità, e rende comico l’esistere. Si finisce, proprio come il personaggio interpretato da Jack Nicholson, per vendere domande senza risposta a una folla invisibile. Il tocco di Rafelson consiste in uno stile scarno sino all’icasticità, che ne Il re dei giardini di Marvin, opera davvero bellissima – e, non a caso, priva di colonna sonora vera e propria – trova la sua formulazione più compiuta: una vicenda che, come scrive Franco La Polla, “presenta i caratteri dell’incubo, ma dell’incubo camuffato sotto l’apparenza della vita immediata”, i cui personaggi “emergono figuralmente oppressi da un isolamento che ricorda da vicino la visione dello spazio cara alla pittura iperrealista”. Pessimista come Salvate la tigre, dello stesso anno, anche se il film di Avildsen – se possibile – lo è di più.
Francesco Saverio Marzaduri

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