Il canto del cigno: ULTIMO VALZER
Il canto del cigno: Ultimo valzer
In un suo saggio scritto in chiusura degli anni Settanta, Alberto Crespi affermò che “la musica rock” aveva “ampiamente concluso la sua
parabola creativa, a parte qualche individualità ancora valida”, e
che “di movimento musicale” non
era “proprio
più il caso di parlare”. Col tempo si vide come tale affermazione
fosse giusta in senso relativo.
Il
rock avrebbe infatti, dalla
fine di quel decennio in poi, imboccato nuovi percorsi, praticato
nuove contaminazioni e sperimentazioni, conosciuto ulteriori
evoluzioni e, sulla spinta di situazioni socio-politiche che andavano
a loro volta mutando, generato nuove tendenze e nuovi stili. In
pratica sarebbe cambiato – anche radicalmente, sebbene non siano
mancati i musicisti fedeli a una certa tradizione – ma non
scomparso. Si sarebbero accentuate le sue caratteristiche di
fenomeno di consumo, in misura assai maggiore rispetto a prima;
l’industria culturale avrebbe esteso il proprio controllo su di
esso, generando dialetticamente adesioni o ripulse tra gli artisti, e
quindi molti e diversificati itinerari creativi, con più o meno
seguito, con maggiori o minori compromissioni di mercato; i linguaggi
musicali e le poetiche si sarebbero confrontati con problematiche
ideologiche, economiche, socio-culturali in mutazione rapida, con
esiti artistici scaturiti da nuove possibilità di ricerca sonora,
con tecnologie in progressivo miglioramento.
Più
che estinguersi, dunque, il rock si sarebbe evoluto – o involuto,
secondo il punto di vista. È tuttavia giusta l’opinione di Crespi
se la si riferisce a una certa età del rock, a una sua fase
precisa, segnata dalla condivisione di certi codici di riferimento
piuttosto che di altri; se il rock è espressione culturale di
antagonismo giovanile, appariva ormai chiaro nella seconda metà dei
Settanta come quello vigente, quello dei fratelli maggiori,
non rappresentasse più quelli minori, ossia le fasce
emergenti di pubblico: queste si riconoscevano piuttosto in nuovi
modelli espressivi, che rendevano conto del loro antagonismo
giovanile; e se vi era stato un tempo in cui “rock” sembrava
significare rivoluzione, in termini ideologici e non solo di costume,
dando corpo e voce a istanze, sentimenti, idealità, utopie, spinte
progressiste, voglia di pace e di equità sociale, antimilitarismo e
altro ancora, appariva altrettanto chiaro come quel rock
avesse smarrito per strada una dopo l’altra ogni propria
connotazione rivoluzionaria.
Questo
trapasso, la fine della giovinezza del rock, ebbe la sua
celebrazione. Il Giorno del Ringraziamento del 1976 (“giovedì 25
novembre”, puntualizza Gian Carlo Bertolina) si tenne al Winterland
di San Francisco – l’ex Fillmore West, il glorioso auditorium
celebrato in Fillmore
di
Richard T. Heffron e in The
Grateful Dead Movie
di Jerry Garcia – il concerto d’addio d’un gruppo tra i
migliori e più longevi della scena americana: The Band. In
maggioranza canadesi, “come gli Steppenwolf, Joni Mitchell, Neil
Young e Leonard Cohen, tanto per chiarire che il rock americano non è
sempre targato USA”, i cinque componenti avevano alle spalle
un’ormai lunga carriera insieme, avendo cominciato come gruppo di
accompagnamento di Ronnie Hawkins quasi quindici anni prima, quando
si esibivano (in omaggio al già affermato artista che li guidava)
come The Hawks. Il gruppo aveva accompagnato poi, per molti anni, Bob
Dylan, collaborando all’incisione di alcuni tra i suoi album più
importanti (quelli in cui Dylan abbandonò il sound
acustico e si convertì alle sonorità elettriche del rock) e
accompagnandolo in concerti e apparizioni:
“Per
Dylan, essi furono il miglior complesso di tutta la sua carriera, sia
nelle esibizioni dal vivo che nelle registrazioni di studio,
culminate con gli album Blonde
on Blonde
e di The
Basement Tapes.
Il loro stile tradizionale, il loro repertorio di canzoni country,
ebbe una certa influenza su Dylan, specialmente quello di Nashville
Skyline;
dal canto suo, il gruppo assorbì l’ambiguità lirica del grande
folksinger, l’immaginazione che si esprime per parabole.”
Il
fatto che Dylan si riferisse a loro, in ogni circostanza,
semplicemente come alla “banda”, fece sì che il gruppo adottasse
tale semplice denominazione di lì in poi, e la mantenesse quando si
mise ad incidere dischi in proprio, qualificandosi immediatamente per
uno dei più interessanti e originali gruppi della scena americana.
Definita da qualcuno “il solo complesso capace di infiammare le
folle parlando di Abramo Lincoln”, la Band sembrava parteggiare per
una certa America contadina, conservatrice, sottomessa alla legge,
legata ai valori della tradizione; nei loro brani si coglieva l’eco
dei grandi spazi, della spinta all’ovest, della guerra civile
americana; le celebrazioni dei pionieri, della moralità biblica,
della vita non ambiziosa e assennata; sotto un certo profilo,
“proprio quei valori che il rock, elogio della vita cittadina, del
mito giovanile, della violenza e della contestazione, aveva cercato
di rifuggire nei quindici anni precedenti” la loro apparizione.
“La
loro musica attingeva a un vasto repertorio di folk americano (inni
della religione battista, ballate dei monti Appalachiani, brani
cajun,
il ‘rag’ di Scott Joplin) che solo raramente conosceva la
benedizione del rock; a tenere unite le varie parti ci pensava
l’esperienza e il mestiere dei componenti che imperniavano lo stile
su un rythm & blues addolcito, alla base del quale stava
l’energico ritmo funky imposto dal batterista, e all’occorrenza
cantante, Levon Helm (l’unico
statunitense del gruppo, N.d.A.).
(…)
La semplicità, la spontaneità del suono-Band era solo apparente.
Dietro la facciata stava una complessa entità musicale, anni di
lavoro spesi a cercare l’affiatamento e il ‘mestiere’. Pur con
diversi cambiamenti, i cinque stavano insieme sin dal 1959, (…)
ebbero una rigorosa e informale educazione sonora suonando nei posti
più sconosciuti d’America, per i valligiani dell’Arkansas e gli
indigeni del Texas. Quell’itinerario attraverso il mitico grembo
americano servì più tardi al complesso per irrobustire la trama
delle sue canzoni, creando una poetica visione del classico paesaggio
americano e della sua storia, il West della Vecchia frontiera,
l’apocalittico sud di Faulkner, il mondo che Brady ha immortalato
nei suoi dagherrotipi.
(…)
La semplicità contadina della Band era un atteggiamento artificioso
come ogni altra immagine
del mondo rock. (…) Così, quando il complesso tornò a immergersi
nella realtà cittadina, con album quali Stage
Fright e
Cahoots,
spettri di alienazione, paranoia, disperazione cominciarono a
emergere; polizia, violenza, la scomparsa dei sacri simboli d’America
(la ferrovia, l’aquila, il bufalo), con l’aggravante di problemi
personali, impresari spietati e timor panico dinanzi al pubblico. (…)
L’inquietudine, l’angoscia che il complesso così scopriva era
l’eco della città, la stessa voce che aveva dato vita al rock’n
roll: nessuna fantasia bucolica, nessuna fuga all’indietro nella
storia poteva zittirla.
Quasi
come antidoto, gli album successivi (…) si rifiutavano di cader
vittima del circolo vizioso dell’innovazione a tutti i costi (…)
Così, paradossalmente e in maniera del tutto originale, la Band si
estraniava dal flusso temporale pur impiegando forme sonore che si
rinnovavano continuamente.”
La
Band fu, insomma, un gruppo che attraversò la scena rock americana
durante l’intera sua prima lunga fase, dall’età in cui “Frankie
Avalon dominava le classifiche con Venus”
attraverso tutti gli anni Sessanta e fin oltre la metà dei Settanta,
collaborando ed esibendosi con alcuni dei suoi nomi più illustri.
Nel 1976 il gruppo prese la decisione di sciogliersi, ritenendo ormai
conclusi i comuni percorsi, quello artistico e quello personale; per
celebrare i quali, al concerto del Thanksgivin’ Day al Winterland,
accettarono di partecipare in molti, tutti compagni di strada coi
quali era stato compiuto un pezzo del cammino: artisti incontrati in
una circostanza o in un’altra, gente che era stata importante per
la carriera del gruppo, per la sua crescita personale e artistica,
per le occasioni che avevano creato o anche solo per il modello che
avevano rappresentato.
Parteciparono
così il loro primo boss,
Ronnie Hawkins, e il loro ultimo, Bob Dylan; parteciparono i
compatrioti cantautori Joni Mitchell, Neil Young e Neil Diamond;
parteciparono bluesman
e cantanti di gospel come Muddy Waters e gli Staple Singers, amici
personali legati dal medesimo amore per il blues come Van Morrison,
Dr. John, Paul Butterfield, esponenti della “British Invasion”
come Eric Clapton, Ron Wood, Ringo Starr, voci del country
tradizionale come Emmylou Harris. Anche i poeti Michael McClure e
Lawrence Ferlinghetti accettarono di partecipare al commiato.
Per
conferire lustro alla celebrazione del loro addio
alla strada,
Robertson, Helm, Rick Danko e compagni, pensarono di tramandarne ai
posteri la documentazione. Fu quindi allestito l’occorrente per la
registrazione dal vivo del concerto – destinata ad essere posta in
vendita in un album triplo di sontuosa eleganza, con relativo booklet
di fotografie a corredo del medesimo – e si considerò la
possibilità di filmarlo. Tramite Jonathan Taplin, che era stato
manager per la tournée della Band alcuni anni prima, vennero presi
contatti con Martin Scorsese che aderì con immediato entusiasmo:
dichiarò che l’evento meritava senza dubbio di essere filmato,
almeno in 16mm e si dichiarò disponibile. Questo però avveniva nel
settembre del ’76, quando all’evento mancavano due soli mesi.
Dichiarò, in seguito, Scorsese:
“Dopo
aver fatto New
York, New York avevo
due settimane libere, e durante queste due settimane preparai il
film. (…) La musica è la mia vita. Quando mi hanno proposto di
filmare il concerto del Winterland, non ho esitato un secondo. Non ho
dovuto scegliere: l’occasione era semplicemente irresistibile.”
Gli
accordi vennero conclusi in fretta: la Band avrebbe finanziato
l’acquisto del materiale, Scorsese e gli operatori avrebbero avuto
una percentuale sul film nel caso la sua realizzazione e
distribuzione si fosse compiuta; si noti qui di passaggio, a sostegno
della sincerità d’entusiasmo di Scorsese, come questi – regista
ormai affermato e vincitore d’una Palma d’oro a Cannes –
accettasse una scommessa produttiva e contrattuale che in qualche
modo lo riportava alle proprie origini professionali, alle sue
estrazioni di film
maker
indipendente; la stessa possibilità di lavorare sul rock, dopo le
buone prove di Medicine
Ball Caravan e
di Elvis
on Tour
– ma soprattutto a distanza di anni dal superbo lavoro di montaggio
compiuto in Woodstock,
alla cui realizzazione aveva avuto parte anche in regia1
– costituiva per Scorsese una sorta di ritorno ai propri esordi. Ad
onta di quelle che risultarono poi le opinioni del regista a
riguardo, e di cui si dirà, il seme della malinconia e dello spleen
non
poteva che risultare, in una simile operazione, incubato dall’inizio.
Si
stabilì di girare il film in 35mm, con il sonoro sincronizzato e
sette macchine da presa. Scorsese preparò un taccuino operativo di
duecento pagine, in modo da avere sempre il controllo della
situazione e sapere quale altra macchina doveva iniziare a girare, e
da quale punto, ogni volta che terminava la pellicola. In fase di
realizzazione, tale controllo non sempre si verificò, come da
dichiarazioni dello stesso regista:
“Ovviamente,
potei realizzare soltanto alcuni dei miei propositi, perché quando
la Band cominciò a suonare non si sentiva più nulla. (…) Per
alcuni motivi, Bob Dylan temeva poi che il film avrebbe in qualche
modo creato dei problemi al suo Renaldo
& Clara.
So soltanto che Dylan fu l’ultimo a salire sul palco per suonare
con la Band dopo sette ore di concerto e solo poco prima che salisse
ci dissero che potevamo riprendere soltanto due canzoni (…). Io
chiesi se ci avrebbero dato un segnale per avvertirci quando stavano
per essere suonati questi due brani, e mi dissero ‘Sì, una specie
di segnale’. Ma quando Dylan salì sul palcoscenico, c’era una
tale confusione che non sapevo cosa fare. Bill Graham era al mio
fianco e mi diceva: ‘Filmalo! Viene dalle tue stesse strade. Non
preoccuparti, non lasciarti mettere sotto, filmalo!’ ma, come dissi
più tardi ai ragazzi, avevamo un film di sette ore e non volevo
creare problemi. A ogni modo, avemmo il nostro segnale…”
Scorsese
non manca di precisare che, quando vide il materiale girato, capì
che “avrebbe potuto diventare un film”. I problemi che seguirono,
infatti, non vennero dalla qualità dei materiali, e fu piuttosto a
cagione dei troppi impegni del regista se il film conobbe
impedimenti. Scorsese era ancora, infatti, contrattualmente impegnato
alla realizzazione del suo New
York, New York
(che uscì nel ’77), il cui produttore Irwin Winkler andò su tutte
le furie quando scoprì che il regista si trovava a San Francisco a
filmare per suo conto anziché sovrintendere il montaggio; il
risultato fu che, alla fine del ’76, Scorsese si trovò con due
film da montare, e per questa ragione il documentario sull’ultimo
concerto della Band uscì dopo quasi due anni dalla sua
realizzazione. Durante questo periodo Robbie Robertson, il leader
della Band, si consultò con il regista circa alcune proprie idee
riguardo il film. Riferisce in proposito Scorsese:
“Mi
disse che intendeva realizzare una Last
Waltz Suite
comprendente i brani Evangeline,
The
Last Waltz e
The
Weight.
Infatti il filmato di quest’ultimo brano era incompleto ed inoltre
Robertson disse che voleva registrare una versione di Evangeline
assieme a Emmylou Harris, gli Staple Singers e Ray Charles. Mi sembrò
una buona idea. A quell’epoca il film era stato venduto alla United
Artists, che ci diede altro denaro per dieci giorni di riprese in
studio, di sera.
Alcuni
mesi dopo, Robbie decise di inserire nel film anche delle interviste.
Ottenemmo altro denaro dalla United Artists e lui decise che li avrei
intervistati io, il che non mi parve una buona idea. Erano tutti
calmi e disponibili (…) io filmavo con due macchine da presa a 35mm
e non sapevo quello che i ragazzi avrebbero fatto. Robbie andava
bene, Rick (cioè
Rick Danko, altro membro del gruppo, N.d.A.)
era divertente, ma ogni tanto si alzava e camminava per il corridoio
e io dovevo seguirlo. Alla fine mi disse che avrebbe fatto solo
quello, perciò illuminai il corridoio senza sapere cosa avrebbe
fatto una volta arrivato in fondo!”
Il
film uscì finalmente nel 1978 e fu presentato a Cannes, appuntamento
tradizionalmente favorevole a Scorsese, ove ebbe il compito di
chiudere (fuori concorso) la rassegna. Prese il nome da uno dei
brani, quello destinato ad aprire e chiudere il film, che Robertson
aveva composto per l’occasione – un valzer per strumenti acustici
solisti – il cui titolo confermava l’intenzione crepuscolare e
nostalgica del progetto: Ultimo
valzer.
Gian Carlo Bertolina, nella sua monografia su Martin Scorsese, ne
sintetizza la trama come segue:
“Per
celebrare la fine del loro sodalizio durato diciassette anni, i
componenti del complesso The Band (Rick Danko, Levon Helm, Garth
Hudson, Richard Manuel e Robbie Robertson) rilasciano un’intervista
a Scorsese. Gli spezzoni di questa intervista-conversazione, tenuta
negli studi Shangri-La, la loro compagnia di produzione, si dipanano
inframmezzati alle numerose canzoni eseguite da loro e dagli ospiti.
Robbie e soci cominciano col dire: ‘Sono sedici anni che ci
sopportiamo a vicenda’, e spiegano le ragioni della scelta di
quella sede specifica per l’ultima apparizione pubblica: fu proprio
lì che esordirono, nel ’59 con il nome di The Hawks. Suonarono
anche ‘in un posto enorme, a Forth Worth, nel Texas’, che dopo
molto tempo seppero essere di proprietà di Jack Ruby, l’assassino
di Lee Harvey Oswald implicato nella morte di John Kennedy. Robbie
rievoca come ebbe inizio la collaborazione con Ronnie Hawkins, che è
stato il loro primo ‘leader’: ‘Ronnie mi chiamò, ed io
accettai’. Nei primi tempi era duro tirare avanti (‘Non avevamo
il becco d’un quattrino, neanche per un sandwich’), così
ricorrevano a qualche furtarello nei supermarket; e ne raccontano uno
in dettaglio, con le enormi tasche dei giacconi stracolme di
scatolette.
Nella
prima fase della carriera passarono attraverso l’esperienza delle
droghe (LSD, la ‘scimmia sulla schiena’, ecc.). Dopo aver
adottato nomi diversi decisero di assumere come definitivo quello di
‘The Band’, visto che tutti gli amici e conoscenti li chiamavano
così, compreso Bob Dylan del quale erano intanto diventati il gruppo
accompagnatore fisso. Ricordano con nostalgia e in tono elegiaco la
loro avventura newyorkese: ‘Manhattan: il sogno assurdo… Ci
eravamo piazzati al Times Square Hotel, sulla 42a strada; era
favoloso… la Roulette Records, l’etichetta per cui incidevamo,
aveva sede a Tin Pan Alley, il luogo mitico della musica americana;
vi lavoravano nomi come Carol King, Mort Shuman e altri. Questi
compositori esprimevano il senso della strada… in un certo senso fu
l’inizio della fine di Tin Pan Alley’.
Scorsese
chiede: ‘Evitavate la pubblicità, vero?’ Rispondono: ‘Sì, ce
ne stavamo tranquilli, eravamo produttivi e cercavamo di concentrarci
sulla musica’. ‘Come conciliavate donne e viaggi?’ ‘Benissimo,
avevamo molte avventure, ci siamo divertiti parecchio, ma è meglio
non addentrarsi in cose troppo personali’. Levon parla del loro
debito di riconoscenza verso il loro ‘padre sprituale’, il grande
musicista blues Sonny ‘Boy’ Williamson: ‘Una sera andammo a
trovare Sonny a casa sua e ci trattenemmo a suonare tutta la notte.
Fu fantastico, una notte da fiaba. Lui ogni tanto sputava in un
barattolo per terra e noi non sapevamo spiegarcene il motivo,
comunque non ci badavamo granché. Al momento di andarcene, abbiamo
guardato in quel barattolo e ci siamo accorti che sputava sangue.
Pochi mesi dopo, ci dissero che Sonny aveva chiuso per sempre’.
Levon
cita ancora Carl Perkins, Muddy Waters, Bo Diddley, Elvis come
interpreti ‘di passaggio’ dalla tradizione del blues all’avvento
della rivoluzione rock: ‘Il risultato di questi stili può
chiamarsi ovviamente Rock & Roll’. Scorsese chiede a Rick: ‘E
ora che farai?’ L’altro risponde: ‘Mah, della musica… quello
che ho sempre fatto’. E Robbie: ‘È la musica che ci porta, dove
vuole…’ Ricordano ironicamente l’ingresso nel gruppo di Garth,
che accettò di unirsi a loro purché sul suo contratto fosse
specificato che i compensi gli erano dovuti per ‘lezioni di musica’
(la sua formazione era classica, aveva studiato composizione al
conservatorio e la sua famiglia era scandalizzata dal fatto che
potesse aggregarsi a ‘quei barbari del jazz’).
Robbie
afferma che furono loro a inaugurare la moda degli show viaggianti,
con l’esibizione di numerosi solisti e gruppi aggiunti,
contraddistinti dalla presenza del ‘numero di mezzanotte’ e della
jam-session improvvisate. Infine, introducendo l’apoteosi finale
del valzer e del saluto musicale collettivo, conclude: ‘La strada è
stata la nostra scuola. Che cosa ci ha insegnato? A sopravvivere…
Ma non avremmo più potuto ottenere nulla dalla strada. Forse sono
superstizioso, ma sento che la strada ci ha dato moltissimo e a
questo punto avremmo forzato la fortuna a voler continuare. La strada
si è rimangiata molta gente in gamba che di lì aveva cominciato:
Hank Williams, Buddy Holly, Otis Redding… Janis, Jimi Hendrix…
Elvis… Sul serio: ci puoi giurare…’”
Già
in Elvis
on Tour,
di cui – con la fedele Thelma Schoonmaker – aveva curato il
montaggio, Scorsese si era cimentato con un progetto che prevedeva la
ricostruzione per immagini della carriera d’un artista, un viaggio
nella memoria fino alle sue origini per poi da qui, attraverso
testimonianze di persone intervistate, risalire al presente. Nell’uno
e nell’altro caso lo sguardo si ferma alle soglie del futuro senza
contemplarlo. Al massimo lo sbircia, come in Ultimo
valzer,
dove l’idea dell’intervista pur dovendosi, come sembra,
attribuire a Robertson, offre comunque a Scorsese la possibilità di
rendere esplicito ciò che le immagini del concerto, con la
passerella di vecchi amici, compagni di strada e maestri di vita che
allinea, offrono implicitamente: l’occasione per celebrare il
percorso e la storia del gruppo dalla prospettiva del suo prossimo
scioglimento (ovvero, ancora una volta, la vita dal punto di vista
della sua fine). “New
York, New York”,
ha dichiarato Scorsese in una citata intervista, “era la musica di
mio padre; Ultimo
valzer
è la mia. E non credo che questo concerto sia una fine. La fine di
un’epoca forse, ma non quella del rock. Ultimo
valzer
non è un’elegia. Non c’è tristezza”. Ma se si può
concordare, come già argomentato, che questo film non celebra tout
court la
fine del rock, bisogna pur rilevare che di aspetti elegiaci esso ne
presenta parecchi (e uno, come si è visto, già rilevato da
Bertolina nella sintesi del film da lui offerta, e relativo
all’ambiente musicale newyorkese): ciò in quanto la
fine di un’epoca,
la fine d’una musica vissuta con passione, intensità e incoscienza
giovanili, è di per sé elemento foriero di suggestioni elegiache.
Ultimo
valzer
mostra da subito connotazioni elegiache: nelle prime inquadrature in
esterni del Winterland, ripreso in un malinconico giorno autunnale,
di una San Francisco affatto simile all’idillio eternamente solare
cantato da Scott MacKenzie in Monterey
Pop,
di una città grigia che le tribù giovanili sembrano avere
abbandonato; “inquadrature di spettatori isolati o in coda che
aspettano l’apertura del Winterland. Immagini livide che parlano
troppo, parlano di sconfitta, di ripiegamento, di ultima occasione
per ritrovarsi”. Il film è elegiaco nell’icastica commemorazione
degli amici assenti, di coloro che non ci sono più, di quelli che
la
maledetta vita difficile del
musicista on
the road
ha finito per consumare sino alla morte: Hank Williams, Sonny “Boy”,
Janis, Jimi, Elvis – nomi su cui indugia con evidente emozione un
intristito Robbie Robertson. È elegiaco nella scelta dei brani
inseriti: da una Helpless
cantata da Neil Young – brano del ’68, “scritto cioè in un
periodo di euforia per una rivoluzione che sembrava possibile”, e
che invece parla di un luogo perduto della giovinezza che offre
ancora il ricordo e il conforto dei sogni, un luogo a cui tornare con
la mente, il luogo dei cambiamenti avvenuti e rimossi; brano che,
ascoltato quasi dieci anni dopo, pare “un poetico sberleffo a chi
allora accusava Neil Young di essere un decadente” – a The
Night They Drove Old Dixie Down
della Band, che piange la caduta di Richmond, la resa degli sconfitti
nel duro inverno del 1865, la fine del vecchio Sud; da una Caravan
di Van Morrison che sembra scelta per ricordare le tribù giovanili
in perenne migrazione da un posto di buone vibrazioni a un altro, a I
Shall Be Released,
in cui tutti, padroni di casa e ospiti, uniscono le proprie voci in
un canto comune.
Ascoltare
certi brani, nota Alberto Crespi, “significa riandare alle
ambiguità del passato, e constatare come il presente non le abbia
superate se non nella malinconia”. E aggiunge:
“Per
questo Ultimo
valzer
è un film segnato dal rimpianto, e non è certo casuale il fatto che
Dylan (che nella bellissima inquadratura che lo introduce compare
‘dal basso’ dello schermo, in primissimo piano, come emergendo da
un orizzonte di ricordi) scelga, nel suo vastissimo repertorio, un
brano come Forever
Young
che pare un patetico inno alla gioventù ormai perduta; e così anche
la finale I
Shall Be Released,
con il palco pieno di stars ultraricche, canto a una speranza
tramontata (…), sembra solo una smorfia ironica a un passato che è
stato bello ma poco consistente. Si piange e si sogghigna su ciò che
non si è stati: il senso finale del film potrebbe forse essere
racchiuso in questo slogan: il rock come nostalgia di una coscienza
mancata. In questa parola chiave, ‘nostalgia’, Scorsese trova la
nota giusta per la propria ispirazione tutto sommato
sentimentaleggiante…”
Vale
la pena sottolineare come lo stesso décor
scenico non abbia nulla a che spartire con l’interno del Winterland
visto in altre occasioni ed altri film, accentuando qui gli aspetti
celebrativi dell’addio con elementi di solennità ridondante,
facendo scrivere a Michel Henry di una “mise-en-scène
flamboyante”
e, soprattutto, di “un’opéra funèbre aquel le décor
‘viscontien’ de la Traviata
fournit une toile de fond appropriée”. Ciò che il film celebra
trascende, infatti, l’esibizione degli artisti sulla scena. È
qualcosa che va visualizzato in quanto afferente alla sfera delle
idee, e il lavoro di Scorsese sulle scenografie, sul décor,
sull’organizzazione della scena, la selezione operata sugli
elementi, tendono a esplicare visivamente tale concetto:
“Au
cours de cette soirée qui marqua la fin d’une epoque, il se trouva
ainsi composer le requiem d’une generation celle du Band, la
sienne, la notre.”
Il
regista, d’altronde, non si pone docilmente né meccanicamente al
servizio dei musicisti. “Scorsese, on le sait, n’est pas cinéaste
à s’accomoder d’une réalitè préexistante”, osserva ancora
Henry, “il lui faut cette réalitè, la plier à ses visions, en
décupler l’intensité, lui insuffler sa vehemence toute
personelle”. Ciò che del concerto interessa a Scorsese sembrano
essere unicamente le parti più funzionali ad un progetto che, con
ogni evidenza, trascende la sua documentazione: non solo dal concerto
di Winterland provengono infatti i materiali che, nel film,
documentano le esibizioni musicali:
“Ce
triomphe de la mise en scène n’est jamais aussi apres coup en
studio sur un plateau de la MGM. Dans la calme de son laboratoire,
Scorsese procède alors à une recréation toute experimentale des
coreographies visuelles chéres aux musicals d’antan. Sur ce point,
il en remontre a George Sydney lui-meme, le champion des ‘figures
orchestrales’ que saluait ici Alain Masson. Dopouillant le genre de
ses pomper traditionelles et notamment de son pittoresque décoratif,
il compose, par la seule vertu des jeux d’ombres et des movements,
d’appareil un universe autonome, abstrait, à la limite du
fantastique, qui ne doit plus rien au chaos de la vie. Une magie qui
justifie, en dernier ressort, cette damn
impossible way of life.”
Questo
delle scene aggiuntive non è il solo indizio, sotto certo profilo
neppure il più evidente, della relativa importanza data da Scorsese
al concerto in sé; l’altro, il principale, è dato dalla
sostanziale rinuncia a inquadrare il pubblico, superbamente ignorato,
massa indistinta relegata alla penombra, a poche apparizioni ai
margini dell’inquadratura, agli spazi fuori campo. Non vi sono
“plan de réaction”, non vi sono controcampi su di esso: il
pubblico non partecipa che per effrazione ai dialoghi che sulla scena
si svolgono tra i membri della Band e i loro ospiti, e le poche volte
in cui lo si vede (o per meglio dire lo si distingue un poco di più),
come sull’esibizione di Eric Clapton o in quella finale, dove tutti
cantano insieme I
Shall Be Released e
una serie di zoom
all’indietro permettono di abbracciare l’intero palco e parte del
pubblico, tali apparizioni suonano intrusive o fanno l’effetto,
come notato da Henry, di un ritorno alla realtà dopo una lunga
immersione onirica. “Ciò che mi interessava”, ha poi dichiarato
Scorsese, “era descrivere l’intensità che regna tra i musicisti
e non le reazioni del pubblico”. E sotto questo aspetto, Bertolina
ritiene che non si possa che dargli ragione:
“L’intensità
esplode spesso in momenti indimenticabili, che fanno amare questa
musica anche ai non appassionati. Il numero di Muddy Waters che canta
Mannish
Boy sprigiona
un mood
straordinariamente vivo, quasi tattile. Durante l’esecuzione di The
Night They Drove Old Dixie Down pare
a tratti che l’essenza stessa della musica rock invada la scena:
una sensazione che mette i brividi. Tutto questo è naturalmente
frutto della bravura di interpreti ed esecutori, ma è anche la
dimostrazione del ‘magico’ talento di Scorsese, ormai sviluppato
a tal punto da trasformare qualsiasi progetto in elaborazione
personale, inconfondibile.”
E
Giovanni Grazzini, pur nel contesto d’una recensione non
particolarmente entusiasta (o che, perlomeno, esprime dubbi sulla
dignità artistica e le qualità estetiche della musica rock),
aggiunge:
“C’è
da capirlo quando Scorsese (…) dice di aver voluto descrivere
soprattutto la tensione che regna fra i suonatori (così affine a
quella dei suoi film realisti). A un uomo di spettacolo come lui non
poteva sfuggire la dinamica cromatica di un concerto dove ciascun
interprete esprime insieme una virtù tecnica e un’esplosione
fantastica, concorre col timbro della propria personalità e del
proprio strumento a una trama di prodigi e di utopie. Con i movimenti
di macchina egli l’ha presa al volo e fissata nel suo coreografico
cerimoniale; con i suoi otto operatori ha testimoniato la sacralità
d’uno spettacolo (…).”
Non
c’è dubbio infatti che Scorsese sia un metteur
en scéne
di levatura e personalità superiori rispetto alla media degli autori
di genere rockumentary
e
che il film, segnato da ricerche visive e tematiche stilisticamente
assai definite, vada visto come organico e coerente alla produzione
di questo regista. Ultimo
valzer
fornisce infatti parecchi spunti di meditazione sul cinema di questo
autore, sviluppando sin dall’inizio altrettanti collegamenti con
esso: la prima inquadratura del film, su uno della Band che gioca a
biliardo, sembra anticipare Il
colore dei soldi,
il décor
e la stessa inquadratura dei titoli di testa su una coppia impegnata
in un valzer rimandano a quelle scenografie viscontiane di cui
parlava Henry, e che sono rintracciabili in opere successive come
L’età
dell’innocenza.
Ciò che comunque interessa qui, è che Scorsese destruttura la
documentazione del concerto, inserisce materiali musicali a esso non
afferenti, sostituisce la dialettica pubblico-artisti con quelle tra
un membro e l’altro della Band, tra i membri della Band e gli altri
artisti, tra la Band e l’intervistatore, superando con ciò la
documentazione in sé e trasformando quest’ultima in uno spettacolo
che la trascende. L’elisione del pubblico
presente
è data dal riconoscimento d’un altro tipo di pubblico, quello
delle sale, quale destinatario fruitivo della ri-presentazione
dell’evento, nonché dalla piena consapevolezza di come tale
ri-presentazione possa e debba essere altro rispetto all’evento.
“Scorsese
realizza Ultimo
valzer intersecando
in montaggio alternato il reportage dello show, un’intervista ai
cinque elementi del complesso musicale e tre ‘esibizioni’ cantate
e registrate negli studi della MGM. Tre modi differenti di usare la
cinepresa (come strumento di registrazione, come provocazione a
parlare e come organizzatrice di una meticolosa messa in scena) ed
una struttura ad intersezione tripla per riflettere le (e sulle)
meccaniche dello spettacolo.”
Secondo
Bertolina, “Ultimo
valzer costituisce
il punto di massima dialetizzazione tra oggettività documentaria e
fabulazione in Scorsese”, mentre Carlo Scarrone aggiunge che il
film “non viene a risolvere la questione (cinema o vita, realtà o
finzione) ma a complicarla”, e ad ingarbugliare il gomitolo
dimostrando come la vita non gioisca senza la finzione e la finzione
non viva senza la vita. Lo stesso Scorsese, d’altra parte, ha
dichiarato di non fare differenza tra i propri film documentari e i
propri film drammatici, sebbene riconosca che questi gli richiedono
maggior fatica di quelli. Salvo poi aggiungere come Ultimo
valzer
sia il solo dei suoi film che egli possa vedere e rivedere senza
stancarsi, esattamente come i dischi della Band, che non si stancava
mai di ascoltare.
“La
musica è la mia vita”, ha affermato, esattamente come nel film
Robbie Robertson si diceva convinto che fosse la musica a portarli
dove voleva. E in Ultimo
valzer,
l’amore e la sensibilità di Scorsese per la musica lo porta a
confrontarsi col sempiterno problema di come filmarla, elaborando un
testo che si serve di un evento celebrativo come pretesto e fonte
primaria di materiali visivi, per trascenderlo in celebrazioni più
ampie e concentriche, dove la celebrazione dell’addio alla strada
di Robertson e soci si fa celebrazione della loro carriera, e questa
dei loro tempi, e questa ancora del rock dei loro tempi, sino a
farsi, quest’ultima, celebrazione del rock tout
court.
Scrive Alberto Crespi:
“Poiché
siamo nella seconda metà degli anni Settanta, e i ragazzi di un
tempo hanno passato la trentina, la contraddizione di sempre è
vissuta sotto il segno del rimpianto. Si è detto che quel concerto
chiuse un’epoca: in realtà non fa che registrarne, ancor oggi, una
lenta decadenza che è iniziata molto prima e prosegue tuttora. Se si
può parlare, appunto, d’una struttura musicale che pre-esiste al
film, allora possiamo dire che Ultimo
valzer sembra
essere una riflessione, amarognola e disincantata, su questa eterna
colonna sonora (il
rock, N.d.A.),
su ciò che poteva essere ed è stata solo raramente, cioè
(nonostante le inevitabili connivenze con l’industria) la nuova
coscienza di tutta una generazione. Ma (quasi) tutti quei musicisti
si sono lasciati assorbire in maniera indolore, e oggi la Band, con
l’aiuto di Scorsese, torna tristemente su quei momenti con un senno
di poi che non è più molto costruttivo, soprattutto nelle
interviste intervallate al concerto in cui Robbie Robertson, Levon
Helm, Garth Hudson, Rick Danko e Richard Manuel si confessano,
oscillando tra un’amara ironia (‘Giochiamo a sputtanarci’, dice
Danko all’inizio) e un triste rimpianto dei good
old times.
Così, mentre Danko dice che continuerà a fare musica perché è
l’unica cosa di cui è capace, Robertson afferma che coi concerti e
le tournée non se ne poteva più, che ‘è una maledetta vita
impossibile’ – e subito dopo, nell’ultima sequenza, i cinque
musicisti, vestiti come concertisti ‘borghesi’ del secolo scorso,
suonano il languido valzer del titolo, in cui si racchiude la fine di
una musica e di tutt’un’epoca.”
Ultimo
valzer sembra
in definitiva contenere una doppia morale: l’inserimento delle
interviste e delle confessioni a ruota libera sembrano rifiutare la
logica del mito, sanzionare la prassi di non vedere niente e nessuno
in termini mitici o apologetici e affermare come tutto vada osservato
attraverso le vicissitudini della realtà; ma l’elisione del
pubblico, l’inserimento di scene ricostruite e girate in studio
dove movimenti fluidi e dolci del dolly
si sostituiscono alla libertà della presa in diretta, la perfezione
nostalgica della messa in scena e della regia, indicano la volontà
di non rinunciare alla mitizzazione in sede di ri-presentazione
dell’evento.
In
questo caso, al fine di registrare (o per meglio dire: mettere a
punto) immagini “di commozione plurima”, come le chiama Scorsese,
“la provvisorietà indefinibile delle immagini in
memoriam,
il bilancio d’una generazione, una lapide”. Di conseguenza, però,
consegnando al mito i contenuti e la materia del film, attraverso
quel mercato cui Ultimo
valzer
si era rivolto dall’istante preciso della sua progettazione in
termini ricchi,
con la scelta del 35mm, della registrazione su ventiquattro piste,
l’appoggio di una major
e l’allineamento di “una parete di stelle resa possibile grazie
ai sapienti intrallazzi delle grandi case discografiche”.
Il
film che chiude il decennio aureo del rockumentary,
in definitiva, è un documentario che non ha più nulla del
pionierismo dei primi esiti, lontano ormai da essi una considerevole
distanza in termini di qualità ma pure in termini di premesse
teoriche, ideologiche, di principio; che non solo ammette ma dichiara
volontà e diritto di ricorrere alla fiction, a scopo di una più
estetica visualizzazione del materiale documentato; è, dopotutto, un
documentario che il suo stesso autore dichiara di non distinguere dai
drammi a soggetto da lui girati. Di lì a non molto, d’altronde,
sarà la fiction a dominare la più parte delle visualizzazioni sulla
musica rock. E sotto questo profilo Ultimo
valzer,
oltre a chiudere un’epoca, mostra in quale direzione lo specifico
genere si sarebbe mosso di lì in avanti.
Francesco
Saverio Marzaduri
1
La sequenza dedicata all’esibizione di Sly & The Family
Stone, in Woodstock,
pare sia stata infatti materialmente girata da una troupe
diretta
da Scorsese.

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