La musica è finita (sullo schermo): TIME IS ON OUR SIDE – THE ROLLING STONES
La musica è finita (sullo schermo): Time Is on Our Side – The Rolling Stones
Ultimo valzer rappresenta l’epitaffio di quella generazione musicale
che aveva visto nove anni prima, nel concerto-evento di Woodstock,
la propria celebrazione, ed è appunto in tale epitaffio che risiede,
oggi come allora, il principale valore simbolico del documentario di
Scorsese. Tanto la “tre giorni” di Woodstock era l’apoteosi del
movimento alternativo americano quanto Ultimo valzer è il
celebrativo crepuscolo di quegli ideali: dunque, il suo valore di
evento coincide con la fine di un periodo che il gruppo rock
documentato, The Band, saluta con la propria ultima apparizione dal
vivo.
Per
contro, Time Is on Our Side – The
Rolling Stones rappresenta l’ufficiale
“canto del cigno” del genere rockumentary
destinato alle grandi sale, benché l’evento documentato nel film –
la tournée americana dei Rolling Stones nel 1981, in occasione del
ventesimo anno di attività del gruppo inglese – non rechi traccia
o sottolineatura di alcun aspetto sociale o politico. La pellicola
appartiene, insomma, a quella categoria di film-concerto la cui
convenzionale struttura cinematografica non sembra affatto
finalizzata a soddisfare i gusti di un pubblico eterogeneo,
rientrando nella tipologia dei film-concerto pensati esclusivamente
per gli estimatori degli artisti documentati.
Time
Is on Our Side – The Rolling Stones
appare tranquillamente come un baraccone
variopinto: un grande spettacolo e nulla più, teso a evidenziare
unicamente la grande energia sprigionante dal gruppo. Fragorosa, la
musica attacca per non interrompersi più sino alla fine: da Under
My Thumb a Twenty
Flight Rock, i brani si succedono gli uni
agli altri, talora rischiando la monotonia. Di rado si scruta dietro
le quinte, ed è possibile avvertire solo all’inizio un aspetto di
retropalco, quando la m.d.p. segue dai camerini l’ingresso in
palcoscenico degli Stones.
Il
regista, Hal Ashby, non nasconde la propria radicata predilezione per
il complesso, al punto da averne inserito sei brani nella colonna
sonora del suo fortunato Tornando a casa; non deve stupire,
quindi, che i beffardi e trasgressivi Stones – sulla scena dal 1962
– trovino in Ashby l’autore teoricamente più adatto alla
realizzazione di un film-concerto di grande impatto spettacolare. Ma
benché promettente sia l’intesa stabilita fra il cineasta e il
leader Mick Jagger, la regia sembra visibilmente indecisa sulla
direzione da prendere, non risultando in grado di filmare uno show
coloratissimo, eccessivo e ridondante: più che un’occasione, un
pretesto per rivedere il gruppo nel suo più tipico repertorio di
mosse, smorfie e atteggiamenti carriera-applauso.
Viceversa,
pur rimanendo addosso agli interpreti, la m.d.p. sembra prendere le
distanze da quanto filma, e se l’intenzione di dare un senso alla
presenza dell’autore di Oltre il giardino si rivela
inappagata, nel riprendere il tour, Ashby preferisce concentrarsi sul
palcoscenico, senza cedere a facili tentazioni sociologiche, offrendo
uno studio comportamentale dettagliato anche attraverso un montaggio
sovrapposto di episodi e concerti differenti. Come osserva Tullio
Kezich:
“Straccioni,
sudati, senza umorismo, spesso un po’ sinistri, i Rolling Stones
suonano con la sigaretta attaccata al labbro, bevono alla canna, si
scambiano scappellotti e calcioni, trascinano per la scena veli
colorati e bandiere. Campione di questa maleducazione stilizzata è
Mick Jagger, la cui performance
burattinesca
svaria tra sguaiataggini e ambiguità, corsette, molleggiamenti,
mosse sculettanti, lanci di baci, inchini, sogghigni. Trasandato e
squinzio, il cantante fronteggia i colpi di calore togliendosi la
canottiera e facendo la mimica del bidé, agita il ditino vindice,
mostra i denti, si rotola per terra e tira la lingua in un
ininterrotto contrappunto di ovazioni.”
Gli
estimatori e i fan più accaniti del complesso trovano nella
pellicola di che contentarsi: tanto che, incorniciato di luci
rutilanti, voli di palloncini colorati, chiassate collettive e fuochi
d’artificio, lo spettacolo ha successo, ovviamente, nella chiave
della regressione. La regia mette da parte il montaggio veloce e i
vertiginosi movimenti di macchina che, di solito, si accoppiano alle
riprese di concerti rock, mantenendo l’inquadratura fissa e
adottando un montaggio volto a scandire tempi estremamente più
dilatati di quelli musicali. In sostanza, ciò che Ashby evita è
proprio quello stile patinato che, di lì a poco, nei clip musicali e
in gran parte della produzione cinematografica americana, sarà la
cifra stilistica seguita con più ricorrenza nel corso degli anni
Ottanta.
Sebbene
l’occhio del regista si limiti al puro fatto musicale, senza
stacchi né interpolazioni, Time Is on Our
Side – The Rolling Stones ha
più difetti che pregi: ad angolazioni inconsuete si alternano
inquadrature di scarsa efficacia (i piani americani e i campi medi,
ad esempio, risultano poco appropriati a rendere l’atmosfera del
concerto): in questo senso, uno stile sì dimesso e misurato sembra
annullare in misura straniante la mimica sfrontata di Jagger, così
come il suo istrionismo. Pur essendo il più stanco, forse, dei
film-concerto sui Rolling Stones (gli altri sono The
Rolling Stones Rock and Roll Circus di
Michael Lindsay-Hogg, il famigerato Gimme
Shelter di Albert e David Maysles e Shine
a Light di Martin Scorsese), Time
Is on Our Side – The Rolling Stones ha
al suo arco un paio di sequenze d’una certa efficacia, nelle quali
si avverte il tentativo d’interpretare una canzone per immagini:
una, nella fattispecie, concerne l’esecuzione del brano che ispira
il titolo della pellicola, Time
Is on My Side, durante la quale
fotogrammi del concerto si alternano a immagini degli anni Sessanta,
che documentano gli Stones agli inizi della carriera e i fatti
storici che caratterizzano il loro tempo. Ancora, la sequenza di
un’esibizione del gruppo che intona il medesimo brano, messa a
confronto con quella del concerto ripreso da Ashby: la voce del
Jagger dell’81 si trova a doppiare il
Jagger degli anni Sessanta. Quanto all’episodio da comica muta in
cui le azioni sul palco si svolgono a velocità accelerata, non è,
in fin dei conti, che un tentativo di virtuosismo registico gratuito
e fine a sé stesso.
Celebrazione
acritica con funzione di risonanza, Time
Is on Our Side –
The Rolling Stones rientra nella tradizione del film-evento
concertistico di onesta fattura, nel quale inquadrature piatte
servono un montaggio poco serrato, incapace di osare e preoccupato
com’è di andare oltre le regole usualmente imposte dal genere. I
numeri musicali si sommano e confondono in un rito di esaltazione
degradata, che trova il suo apice nell’esecuzione di Honky Tonk
Women, durante la quale un pubblico in delirio risponde alle
consuete provocazioni del cantante leader. Sono ormai davvero lontani
i tempi di Woodstock, ove rilevante risalto era dato a quanto
succedeva sul palco e, prima ancora, davanti ad esso, tra la folla:
aspetto che conferiva al film di Wadleigh il proprio valore di
simbolo.
E
se, dal succitato festival, Ashby estrapola l’inno americano nella
versione distorta di Jimi Hendrix, inserendola nella colonna musicale
di Time Is on Our Side – The
Rolling Stones sui titoli di coda, non si può
fare a meno di constatare come la celebrazione di quell’evento, in
anni recenti, rimanga di fondamentale importanza giacché risiede
unicamente nella sua irripetibilità, condannando qualsiasi altro
tentativo di rievocarlo a una serie di pallide operazioni. Il
clamoroso entusiasmo con cui gruppi di fans in deliquio accolgono i
loro beniamini, perlomeno a giudicare dalle immagini, testimoniano
che il tempo – parafrasando il titolo del film – è dalla parte
degli Stones.
Non
altrettanto si può dire del pubblico di Woodstock,1
nel frattempo cambiato, come del resto i suoi gusti (musicali e non
solo), dovendo sempre più fare i conti con le tendenze
socio-culturali che di volta in volta impongono gli anni. L’avvento
del videoclip e la diffusione dell’era multimediale sono alle
porte, e il rockumentary chiude – non proprio in bellezza –
la sua stagione di gloria.
Francesco
Saverio Marzaduri
1 Dal
punto di vista cinematografico, non si può dire lo stesso neppure
del regista Ashby, in seguito trovatosi a cimentarsi con operazioni
tanto più imposte dalla produzione quanto più commercialmente non
ripagate al botteghino: lo stesso Time
Is on Our Side –
The
Rolling Stones ne
è un esempio.

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