L’angelo della morte: AL DI LÀ DELLA VITA
L’angelo della morte: Al di là della vita
Frank Pierce (Nicolas Cage), il paramedico di Al di là della vita, è un personaggio che reca più di un’analogia col Travis Bickle
(Robert De Niro) di Taxi Driver e col John LeTour (Willem
Dafoe) de Lo spacciatore. Con Al di là della vita,
opera che lo vede alla sua quarta collaborazione con Martin Scorsese,
Paul Schrader porta a termine un itinerario che, iniziato venticinque
anni prima, torna infine agli aspetti più tetri della metropoli
quale visione di dannazione, a comporre con le altre due storie una
sorta di personale trilogia metropolitana. La vicenda ruota intorno
alla professione del protagonista, e quella che a tutti gli effetti
sembra essere una missione più che un’attività è eseguita
nell’andirivieni di un’ambulanza a folle velocità, tra strade
buie e malfamate.
Le
scene del film illustrano Frank impegnato a scontrarsi sia con i suoi
tre assistenti, dai caratteri di volta in volta diversi, sia con il
proprio dubbio angoscioso: qual’è il mio compito? Nel girone
infernale della grande città, dominato ormai da un’irrecuperabile
solitudine e dalla violenza in cui sfocia, anche Frank è soggetto a
un calvario che lo conduce a un gesto estremo. In questo nuovo
capitolo, il quadro di desolazione che in Taxi Driver è di
tipo impressionista si fa opposto, in quanto rimarcato da immagini
rapide e deformate, accelerazioni e stacchi improvvisi, ralenti e
camera car, dettagli e luci scintillanti al limite
dello psichedelico e il tutto accompagnato da una frastornante
colonna sonora rock; entro un simile quadro, Frank affronta la
propria ossessiva Via Crucis, al termine della quale riesce ad
ottenere la redenzione.
In
Al di là della vita, lo spettatore si ritrova a fare i conti
con una realtà che, realistica in tutto il suo degrado, è
monoculare perché filtrata dagli stati d’animo e, prima ancora,
dallo sguardo vitreo di Frank: è sufficiente a provarlo il primo
fotogramma sugli occhi del protagonista, che introduce l’imminente
odissea e, a sua volta, rimanda all’immagine iniziale di Taxi
Driver sugli occhi di Travis. Il taxista spalanca lentamente le
palpebre come per ridestarsi da un sonno agitato, ma il vero incubo
lo aspetta a occhi aperti notte dopo notte a bordo di un taxi.
Per
contro, Frank tiene gli occhi bene aperti: la missione salvifica ha
annientato sonno e vita privata, qualunque traccia di riposo sembra
sia stata rimossa. L’uniforme da paramedico che Frank indossa
assume automaticamente un nome e un cognome, un corpo e un volto
nella sua immagine: la sua esistenza si lega ineluttabilmente al
lavoro. In Taxi Driver, Travis non ottiene la redenzione in
quanto conscio di essere già fregato dalla vita; al contrario, in Al
di là della vita, Frank pare l’incarnazione del discorso che
il taxista Wizard (Peter Boyle) fa a Travis: l’esistenza di ogni
uomo dipende dai suoi stati d’animo e dalle sue scelte, che devono
essere soggettive, indipendenti, incondizionate. Persino il dolore
rientra nelle scelte di un individuo.
Frank
si sposta di continuo, automaticamente, in ambulanza, e la sua
esistenza si lega indissolubilmente alla sua attività: questa
professione diventa la sua vita e il paramedico non può scegliere
diversamente, preferendo agire secondo stato d’animo (“Se uno fa
un certo lavoro, diventa quel lavoro”, afferma Wizard). La
liberazione spirituale di Frank si giustifica con la scelta
consapevole di aiutare il prossimo, in modo da essere utile al mondo
e prima ancora a sé stesso; comunque vada, non può esserci
cambiamento nell’ordine delle cose, il destino è uno e trino,
“siamo tutti fregati, chi più chi meno”. Da questo punto di
vista, Al di là della vita rappresenta l’ideale
proseguimento di Taxi Driver.
Nonostante
ciò gli sembri un’afflizione da cui possibilmente evadere, Frank
sa di non poter veramente cambiare lavoro, non avendo alcun peso in
nulla, non essendo nulla, all’infuori di quel compito. Risultano
vane le richieste di licenziamento sollecitate al capo che, invece,
lo spedisce di turno ogni sera e gli posticipa la destituzione, non
avendo alcuna intenzione di cacciarlo. E se questo, a Frank, può
sembrare un dispetto, una sofferenza o una tortura, egli sa bene che
in questa dolce droga della disgrazia risiede la sua occupazione,
essendo l’unico fattore che gli permette di andare avanti senza
esserne assuefatto: come nota Serafino Murri, “perdere sensibilità
di fronte alla morte e alla tragedia è diventata una tecnica di
sopravvivenza”.
Lungo
un tragitto urbano estenuante che dura tre notti ma sembra
interminabile, Frank si tormenta alla ricerca del proprio ruolo
esistenziale, cercando di capire quale accidenti sia il suo posto nel
mondo e quale funzione abbia veramente l’uniforme che indossa,
convincendosi che la risposta sia nel salvare la gente, magari
all’ultimo momento (“Quando salvi un uomo, ti sembra di essere
Dio”), e andando in crisi quando ciò risulta impossibile.
Ossessionato dal fantasma di Rose (Cynthia Roman), una ragazza
sudamericana asmatica che non gli è riuscito di salvare, il
protagonista si cala in un abisso interiore cupissimo, la cui chiave
d’accesso è il suo immotivato complesso di colpa.
La
Via Dolorosa – il percorso ascensionale che esige, per il
raggiungimento del Paradiso, di partire dall’Inferno – fa sì che
il Nostro abbia incontri e/o scontri con personaggi di assortita
umanità – cinici e mistici, rockettari punk e capibanda rapper,
rabbini e suore battiste, spacciatori portoricani e malati “drogati”
d’acqua, persino sadici neonazisti in divisa da infermiere – e
che l’osservatore ne segua le lunghe traversie. Come nel caso de
L’ultima tentazione di Cristo, queste possono ritenersi la
proiezione dei turbamenti di Frank e delle ossessioni che lo
affliggono; il calvario coincide con il percorso negli anfratti e nei
gironi infernali della sua psiche, accentuato dalla droga e
dall’alcol. Al termine di tale itinerario spirituale, l’uomo
incontra la grazia, realizzando che la propria specifica funzione non
è salvare dalla sofferenza, bensì lenire il dolore prima del sonno
eterno, magari soltanto essere lì e “agire senza pensare”.
Per
capire questo e tornare a vivere, Frank deve morire
interiormente e tirar fuori la parte morta di sé stesso,
esorcizzarne il fantasma nascosto, cacciarlo da sé. Il titolo
originale dell’opera non potrebbe essere più manifesto, indicando
il compito di “portare fuori la morte” e, contemporaneamente, di
estrarre il morto che risiede in ciascuno. L’atto che consente la
redenzione di Frank consiste, nondimeno, in un’uccisione: quella
dell’anziano Burke (Gullesh Oliver Johnson) in coma, il cui spirito
implora, anzi ordina al paramedico di spegnere le macchine che lo
tengono in vita. Compiuta la missione, atroce ma necessaria, Frank
ritrova sé stesso e si riconcilia.
Nell’ultima
scena, quando va a trovare Mary (Patricia Arquette) per comunicarle
il decesso del padre, il Burke che lui stesso ha ammazzato, il Nostro
si ritrova di fronte all’immagine di Rose, l’asmatica per cui non
sa darsi pace, riflessa sul volto di Mary; questa volta, lo spettro
di Rose rivela a Frank che la sua sofferenza, provata ogni volta per
salvare degenti, non è indispensabile in quanto dipende, di nuovo,
da una scelta soggettiva che condiziona l’esistenza (“Nessuno ti
ha chiesto di soffrire, è stata una tua idea”).
In
questo caso, la sofferenza coincide con la malattia professionale di
Frank, elemento scatenante della sua discesa psichica agli inferi, ma
è soltanto dopo aver ucciso Burke che il paramedico non teme più il
fantasma di Rose e addirittura può parlarle vis-à-vis,
tanto che il volto della giovane si trasferisce su quello della donna
di cui lui è invaghito, mentre in realtà ad affrontarsi faccia a
faccia sono le anime di Frank e Rose. In occasione dell’ultimo
incontro con lo spettro della ragazza, l’uomo è finalmente
esentato da sensi di colpa e non ha più debiti con sé stesso:
inizialmente, la sua voce off rivela come egli abbia tentato
fino all’ultimo di salvare Rose, sebbene gli sforzi siano stati
vani; a seguire, Frank causa la morte di Burke staccando i macchinari
per qualche istante, il tempo sufficiente a lasciarlo senza ossigeno
e simulare una crisi.
Il
decesso accidentale di Rose e non voluto da Frank, avvenuto mentre
questi disperatamente tenta di salvarle la vita, è invece voluto e
causato nel caso di Burke, cui Frank dà la morte – l’autentica e
giusta azione – per volontà e amore di Mary. La morte del vecchio
diventa la vita del paramedico che, comprensibilmente sconvolto, non
si rende conto di aver salvato il vecchio da un’agonia
insostenibile, mettendo in salvo la sua anima e quella del moribondo:
i conti tornano.
Per
ripristinare una pace interiore, Frank deve tradire il precetto della
propria professione e “macchiare” di un sangue anche più
indelebile l’uniforme; se il quadro contraddittorio ha rovesciato
l’ordine, paradossalmente la vera missione benefica di Frank
consiste nell’uccidere il malato, quando salvarlo dalla morte
imminente equivarrebbe all’inferno della sofferenza. Il significato
dell’esercizio del protagonista consiste nel salvare la gente ma
l’azione più giusta, per quanto efferata sia, risulta fare ciò
che non si dovrebbe: procurare la morte, farsi artefici di essa,
divenendo assassini a fin di bene ma trasgredendo l’inviolabile
deontologia della professione, venendo meno ai doveri che questa
comporta.
Ancora
una volta in extremis, e negli ultimi passaggi narrativi, un
uomo acquista la pace interiore, ritrovandosi abbracciato con
trasporto a una ragazza in un letto, sotto una bianca luce accecante
– la luce della grazia. Per tornare a conseguire la serenità,
Frank deve fare i conti con sé stesso e la propria disperazione,
affrontando un tormento spirituale non lontano dal citato L’ultima
tentazione di Cristo; i poli si sono però rovesciati e, per
amore di una donna, la figura cristiana in oggetto deve farsi
redentrice sottraendo un uomo dal supplizio, allontanandolo dal
ciglio spaventoso dell’abisso dinanzi al quale si è spinto. Il
tragitto mentale di Frank rivela come all’interno di un magmatico
travaglio, inevitabilmente penoso, è pur sempre possibile uno
spiraglio di felicità.
A
ben guardare, Al di là della vita costituisce il più tipico
esempio di impronta schraderiana, senza che si arrivi ad alcun
ipotetico vertice di nichilismo; come scrive Murri:
“È
il trionfo del pessimismo cosmico di Schrader: solo nella
trasfigurazione del reale e nell’autoinganno, ‘al di là della
vita’, c’è una felicità possibile. La morte, per chi resta
sulla terra, è un business come tutti gli altri: è l’estasi che
tradisce il corpo l’unica via alla gioia.”
Al
pari di Travis e John, anche Frank ha il sonno leggero, essendo la
sua professione di tipo notturno, e nelle scarse ore di riposo diurno
i suoi sonni sono piuttosto agitati. Il suo stile di vita è
principalmente legato alla strada e alla notte e ben poche risultano
le scene in cui il paramedico è visto di giorno senza l’uniforme,
o tra le mura domestiche mentre si appresta a consumare qualche ora
di riposo; quando questo capita, l’obiettivo inquadra Frank che si
gira e rigira agitato tra le lenzuola, mentre negli scarni momenti in
cui l’uomo riposa, l’ellissi si risolve in dissolvenze o fondu
che introducono le nottate in cui il protagonista è di
servizio.
Nel
finale, Frank finalmente cade in un sonno profondo tra le braccia di
una ragazza, sotto il peso di una stanchezza infinita: il ritrovarsi
a letto tra le mura domestiche ha l’aspetto di un premio valso la
fatica, di una posta raggiunta dopo un’odissea lunga e ossessiva.
Da non dimenticare che lo scopo di questo varco, conseguito appieno
al termine di un’esperienza di nevrosi ossessiva forzata, “non è
compiere il ‘gesto’ per dare un senso alla propria vita, ma
‘staccare’ dai turni allucinanti di una vita di soccorsi che di
senso ne ha fin troppo, e andarsene a dormire senza essere divorati
dagli incubi sanguinolenti dell’esperienza”.
Frank
è dunque una versione aggiornata di Travis Bickle e, se si vuole, di
John LeTour, trattandosi di corpi e sguardi la cui esistenza si
concentra prevalentemente di notte. Se però Travis rifiuta di
assumere droghe o sostanze stimolanti, Frank non esita a calarsi
nell’emisfero della “morte rossa” o a guidare l’ambulanza
ubriaco per addentrarsi nei dintorni più defilati e meno stabili
della propria mente, laddove il film ostenta l’impronta di un
viaggio psichedelico.
Travis
perlustra la città come tassista in cerca di clienti, Frank la
esplora in un’ambulanza in cerca di malati; il denominatore comune
tra questi due personaggi consiste nel trasporto,1
ovvero in un traffico di vite, coefficiente che li distanzia da John:
Travis trasporta clienti, Frank carica a bordo degenti e moribondi e
John è trasportato a sua volta da un autista – semmai, il
trasporto che l’uomo ha con sé non è altro che la droga da
smerciare ai clienti.
In
Al di là della vita si ritrova uno stilema caro a Schrader
quanto a Scorsese: la prima parte del film è narrata dalla voce off
di Frank e tanto basterebbe a farne il coronamento ideale di una
trilogia, sospesa tra decadenza urbana (esteriore) e purezza umana
(interiore). La voce di Frank mantiene uno spessore del tutto simile
a quello che avevano Travis in Taxi Driver e John ne Lo
spacciatore e consente allo spettatore non soltanto di fare
meglio luce sul ruolo di paramedico del protagonista, ma anche di
costruirsi un’idea sui termini in cui la funzione viene assolta
dallo stesso. Ancora una volta, se monoculare è il point of view,
lo spettatore filtra con gli occhi del personaggio – del resto, il
citato fotogramma iniziale è lì a ribadirlo.
A
dispetto di quanto accade per Taxi Driver e Lo spacciatore,
Frank non tiene un diario in cui annota osservazioni, sensazioni,
impressioni e disgusti. Se pure ne ha uno, è nell’ipertesto che lo
tiene, e non c’è immagine o fotogramma che lo mostri nell’atto
di scrivere, essendo sua funzione prevalente quella di agire sulla
strada e in corsia d’ospedale, fra la guida di un’ambulanza e i
reparti nei quali scarica i degenti; le uniche volte in cui Frank è
in borghese sono per accompagnare Mary dal pusher e per
sperimentare a sua volta la “morte rossa”.
La
voce fuori campo del personaggio ha lo scopo di fornire al pubblico,
che poco sa di lui, informazioni e delucidazioni, accompagnando e
commentando le sue azioni e la realtà in cui questi agisce. Come per
i film citati, anche la voce di Frank scandisce comportamenti e stati
d’animo; talvolta si fa meno frequente, fungendo da contrappunto
alla realtà del paramedico senza stavolta anticipare i suoi gesti,
come se voce e azioni appartenessero a due emisferi opposti o
comunque separati. I commenti di Frank non consentono allo spettatore
più di quello che le immagini mostrano, focalizzate in tutta la loro
deformata nudità, ma si limitano a sottolinearle con humour
macabro.
Eppure,
la voce fuori campo non si esprime monotona e imperterrita su tutto
e, nella seconda parte, perde qualunque tipica funzione o risalto
sino al termine del film, lasciando il posto a quella dell’anziano
Burke che supplica Frank di ucciderlo; da quel momento la voce off
del protagonista sfugge fino a ridursi al mutismo, mentre quella
del vecchio è tutta interiore perché spirituale. Anche la voce
fuori campo di Frank muta completamente registro di lettura e
acquista un nuovo spessore, appartenendo non più a uno che illustra
la vicenda nel suo progredire, ma alla coscienza di qualcuno che
parla tra sé, confrontandosi con dubbi e angosce da dissipare.
Contrappunto alla voce di Frank e ai pensieri che ne ottenebrano la
mente è quella di Rose, interiore e spirituale, con cui il
paramedico si ritrova, ormai libero, a dialogare nel finale.
Ma
oltre alle analogie, si deve constatare con le suddette pellicole una
differenza sostanziale. In Taxi Driver, Travis osserva la
realtà notturna attraverso gli specchietti retrovisori o il
parabrezza del taxi, quest’ultimo barriera che gli consente
l’immunità dal degrado urbano e lo relega ad un ruolo di testimone
passivo nei momenti in cui è ripreso a bordo – ne fornisce un
esempio la sequenza in cui alcuni teppisti gettano uova marce al
vetro del taxi, lasciando Travis freddo e distaccato. Soltanto in due
scene la realtà sembra violare la barriera che la separa
dall’osservatore, da parte sua indeciso sul comportamento da
adottare in merito: dapprincipio, la giovane prostituta che cerca di
sottrarsi al mezzano (Harvey Keitel) rifugiandosi nel taxi di Travis,
un istante prima che il gangster la trascini fuori e lasci a Travis
una banconota per comprarne il silenzio; a seguire, il cliente
paranoico (Scorsese medesimo) che costringe Travis a spiare insieme a
lui la finestra della casa ove abita la moglie, e dice al taxista di
volerla ammazzare con una 44 Magnum.
“Nelle
strade non ci sono pareti, nessun controllo”, afferma invece il
paramedico di Al
di là della vita,
e quella realtà che venticinque anni prima era rigorosamente tenuta
fuori da un taxi è adesso accolta nell’ambulanza di Frank,
moltiplicata per tre e riscontrata nei diversi volti, caratteri e
gesti degli assistenti del paramedico – il cinico obeso (John
Goodman), il filosofo di colore (Ving Rhames), il nazista sadico (Tom
Sizemore). A sua volta depositario di una drammatica realtà privata,
Frank è spinto a misurarsi con ciascuna di quelle figure e le realtà
che esse rappresentano. Inoltre, il dettaglio che distingue Travis da
Frank sta in una differente maniera di calarsi agli inferi, in un
diverso calvario, fisico e cruento per il primo e interiorizzato nel
secondo; Travis è un angelo della vendetta, sì, ma Frank è un
angelo degno del perdono. Il martirio di questi si distanzia anche da
quello di John, simile semmai alla strage di Taxi
Driver,
ma analoga è la redenzione, poiché fornita in ambo i casi
dall’amore, o meglio dall’appagato sentimento per una donna.
Francesco
Saverio Marzaduri
1 Ulteriore
elemento di conferma suggerisce un brano musicale incluso nella
trascinante colonna sonora del film, Bell
Boy degli
Who, letteralmente “facchino”, o più semplicemente
“trasportatore”; sebbene si tratti di un coefficiente
extra-diegetico, tale canzone indica in termini semplicistici
l’attività del protagonista.

Commenti
Posta un commento