L’insostenibile leggerezza dell’ambiguità: IL BACIO DELLA PANTERA
L’insostenibile leggerezza dell’ambiguità: Il bacio della pantera
Sull’onda del clamoroso successo di American Gigolo, Paul Schrader si dedica alla realizzazione de Il bacio della pantera, rifacimento dell’omonimo capolavoro horror di Jacques Tourneur, datato 1942: il regista lo rivisita abilmente aggiornandone la trama alle tematiche più in voga nel cinema americano di quel momento – dal corpo all’orrore derivante dall’intimo, inteso in chiave sessuale – ricorrendo a un’accentuazione espressiva dei contrasti cromatici per il passaggio dal bianco e nero al colore.
Il
progetto, tuttavia, non è il primo né il solo a cui l’autore si
applica dopo aver congedato American Gigolo: la prima metà
degli anni Ottanta trascorre all’insegna della realizzazione di
script personali che, come ha avuto modo di affermare lo
stesso Schrader, restano comunque il momento più interessante ed
importante del suo lavoro; nel novero, figurano anche progetti così
personali da essere lasciati nel cassetto, come ad esempio Mishima
– Una vita in quattro capitoli, che dovrà attendere ancora tre
anni prima di conoscere la trasposizione sullo schermo. Nel periodo
in cui gira Il bacio della pantera, contemporaneamente,
Schrader si dedica al lavoro di due sceneggiature, e una di esse è
L’ultima tentazione di Cristo che viene scritto solo dopo
che Martin Scorsese si è assicurato i diritti del romanzo di Nikos
Kazantzakis per la mise-en-scène (il regista tenta di
acquistare tali diritti già durante le riprese di Taxi Driver,
ottenendoli con sei anni di ritardo, prima di trasporre l’opera
letteraria dopo altri sette, cioè nel 1988).
L’altro
progetto cui Schrader si dedica in qualità di sceneggiatore è Le
due verità, che pensa successivamente di girare come regista
trattandosi di un’opera personale, ma che deve attendere una decina
d’anni prima che l’autore si decida a scriverne il plot, e
altri dieci prima che riesca a reperire i finanziamenti per vederlo
realizzato. Così, nel medesimo lasso di tempo in cui lavora a
L’ultima tentazione, Schrader coltiva l’idea di girare
quello che – a un rapido esame – appare in tutto e per tutto un
rifacimento aggiornato del classico anni Quaranta prodotto da Val
Lewton: Il bacio della pantera segna la prima (e sinora unica)
incursione di Schrader nell’horror, un genere insolito per lui, che
non figura tra i suoi preferiti benché il regista asserisca di amare
un certo tipo di film dell’orrore e di non disdegnare temi e spunti
che ne derivano, specie se riguardanti l’imperituro scontro fra il
Bene e il Male.
“Mi
piace l’orrore esistenziale. Ritengo che la più grande metafora
del cinema si trovi ne L’esorcista,
in cui Dio e il Diavolo si trovano nella stessa stanza, mentre si
scagliano tra di loro sul corpo di una giovane. Non c’è dibattito
più originale che si possa immaginare – letteralmente, è lo
scontro fra Satana e Geova su chi possiederà la ragazza. Voglio
dire: quello è un film horror, decisamente un grande film
dell’orrore. Pure, Rosemary’s
Baby detiene connotazioni spirituali misteriose. Amo questo tipo di horror.”
L’eterno
conflitto tra il Bene e il Male è fondamentalmente lo spunto de
L’ultima tentazione, riguardante il tormento e l’ossessione
di un uomo indeciso se obbedire a Dio restando fedele alla propria
missione divina, o arrendersi ai richiami della carne e alla
tentazione di una normale vita terrena. Oltre che in questo, di cui
Schrader è sceneggiatore, il medesimo spunto si ritrova in molti
suoi lavori da regista; e individuarlo alla base di opere ammirate
quali Rosemary’s Baby o L’esorcista convince
Schrader a seguire un progetto in seguito arenatosi, relativo al
prequel della storia di William Peter Blatty e intitolato
L’esorcista: la genesi. Le riserve che Schrader mantiene sul
genere horror gli impediscono di portare a compimento la cosa, mentre
Il bacio della pantera, che pure verrà terminato, non
risulterà un vero e proprio film dell’orrore, mantenendosi in tal
senso lontano anche dagli esiti di Tourneur: semmai, risulterà
pellicola a mezza strada tra il fantasy e il melodramma, sensuale e
torbida, non esente da quelle connotazioni di tipo trascendentale che
sono la cifra stilistica dell’autore.
Ne
Il bacio della pantera figurano
infatti topoi e
ossessioni riscontrati in precedenza nella filmografia schraderiana,
dall’ambiguità alla doppiezza, dallo specchio alla catarsi e alla
conseguente purificazione, concatenati in modo che ciascuno ne
accompagni o ne richiami un altro: da questo punto di vista, essa è
opera interpretabile anche in una chiave psicanalitica (come i
successivi Mishima,
Affliction e Auto
Focus) talora obbligata, tuttavia, a
trascurare considerazioni edipiche e freudiane a favore di scene il
cui effetto emotivo, o di raccapriccio, è indotto forzosamente,
quasi a ricordare che in un film horror determinati elementi sono
imprescindibili e che a certe regole di genere non ci si può
sottrarre. Del resto, Schrader in prima persona si definisce un
ammiratore di tipo “freudiano” del
genere orrifico.
“La
rivista Newsweek scriveva ch’era un film per jungiani convinti, e
immagino che sia pressappoco quel che volevo: il concetto di mito e
il tipo di immagini primitive impresse nei nostri geni. L’unico
momento nel film per cui mi sono decisamente pentito è la scena
dell’autopsia, in cui il braccio di un uomo spunta dal ventre della
pantera. L’horror era un genere un po’ troppo calcato per me, ma
in un film come quello bisogna dare per scontati questi fattori.”
In
altri termini, Schrader riesce ad adattare alla disciplina
dell’horror le proprie inquietudini e ossessioni, fondamentalmente
i soli e unici coefficienti che consentano d’individuare la sua
firma in questo film, ma non può rinunciare a sequenze che
riconducano Il bacio della pantera al cinema di quel genere;
sono sequenze prevalentemente giocate su effetti speciali e
risultano, a conti fatti, piuttosto fini a sé stesse. Tuttavia, la
massa nera e informe dalla quale spunta un arto umano, prima di
evaporare lasciando una gigantesca macchia sul tavolo dell’autopsia,
ricorda il cadavere felino giacente al suolo dietro cui, nel classico
di Tourneur, si nascondeva Irena (Simone Simon), che moriva allo zoo
dopo aver tentato di liberare una pantera; se lo zoo sembra rimandare
direttamente al film di Tourneur, analogie e differenze fra modello e
remake compongono un disegno più complesso di quanto appaia.1
Il bacio della pantera è anche l’opera che, dopo
American Gigolo, segna la seconda collaborazione del regista
con Ferdinando Scarfiotti e Giorgio Moroder, nelle rispettive qualità
di consulente artistico e autore delle musiche, senza contare che è
anche la seconda prodotta da Jerry Bruckheimer. Squadra che vince non
si cambia, eppure stavolta il risultato è diverso: divergenti i due
film, pur girati a soli due anni di distacco, tanto il primo è
scintillante, d’una tersità siderale, e freddo, quanto il secondo
è viscerale, torbidamente buio, e afoso; opposto è anche il
risultato al botteghino poiché, se American Gigolo ha grande
successo in tutto il mondo, Il bacio della pantera incontra
un’accoglienza molto tiepida negli Stati Uniti e appena più
favorevole in Europa. Secondo Schrader, la ragione principale è
quella di aver voluto fare un prodotto d’essai, qualcosa destinato
di per sé ad un pubblico di nicchia, cavandolo poi da un genere per
soli appassionati, quando la destinazione del film era quella
vastissima della grande distribuzione. Il tentativo riesce infatti
solo in parte: Il bacio della pantera risulta – secondo il
suo autore – troppo commerciale per entusiasmare gli spettatori di
gusti più raffinati e, viceversa, troppo intellettuale per
incontrare il favore del grosso pubblico.
Se
questa, a detta del regista, è la ragione di fondo, non andrebbe
trascurato il fatto che, forse, il cinefilo americano si trova a
disagio di fronte a un film che col classico di Tourneur sembra avere
in comune solo il titolo (Schrader desidererebbe cambiarlo, infatti).
Nondimeno, alcuni episodi appaiono rifacimenti esatti dei loro
corrispettivi originali, riproposti con assoluta fedeltà: si prenda
la sequenza in cui Alice (Annette O’Toole) fa footing in un
parco, senza accorgersi che un’incognita presenza la segue fino in
piscina; qui la ragazza è presa da un crescente panico fino a
scoprire che la misteriosa inseguitrice è Irena (Nastassja Kinski).
A rimarcare la somiglianza tra l’originale e il remake,
contribuiscono due indizi rilevanti: il tram, che passa da una parte
all’altra dello schermo mentre Alice si dirige in piscina, rompendo
la tensione dello spettatore frattanto salita alle stelle (ma la
suspense, prima ancora, è sconvolta da un altro “effetto
sorpresa” nell’istante in cui un cane balza all’improvviso nel
fotogramma, per giocare con Alice anziché per aggredirla) e, nella
sequenza della piscina, l’accappatoio della ragazza lacerato da
alcune artigliate feline. Ancora, nella prima parte, la scena che
vede Irena e Alice discutere in un bar finché una strana donna non
si avvicina alla protagonista e non le sussurra mi hermana
(“sorella mia”), suggerendo un lato enigmatico ed oscuro in
Irena – che forse non sa di possederlo.
Nonostante
il titolo, insomma, Schrader non desidera girare un esatto
rifacimento del film di Tourneur, ma inevitabili sono i paragoni,
oltrepiù accentuati dalle suddette sequenze che, comunque si
vogliano esaminare, mostrano una certa fedeltà col prototipo
risultandone calchi esatti. Il regista è intenzionato a rimanere
tuttavia distante dal modello e, a rimarcare la differenza fra le due
opere, contribuisce l’assenza di quelle soluzioni (luci, ombre,
linee sghembe) che nell’originale erano funzionali al fascino e al
mistero di una favola nera
assai memore delle pellicole espressioniste. Se nella rilettura di
Schrader sembra non avvertirsene traccia, questo dipende dallo stile
registico adottato, diverso da quello utilizzato dall’autore nel
precedente American Gigolo:
solo un anno di distanza intercorre tra i due film, le cui
mise-en-scène e i
piani narrativi risultano però opposti, quasi appartenessero a due
distinti emisferi cinematografici, ma non si dimentichi che ne Il
bacio della pantera – per la prima volta –
Schrader si limita a firmare la regia. Come osserva Stefano
Bortolussi, che non si sottrae al raffronto tra modello e ricalco:
“[S]e
nel film precedente del regista-sceneggiatore (…) predominavano le
linee e le ombre orizzontali (la finestra con le tende tipiche del
noir,
ad esempio, ma non solo: anche i giochi geometrici dei corpi di Gere
e della Hutton distesi sul letto…), nel Bacio
della pantera l’angoscia
delle linee verticali (qualcosa che ricorda quella di Peck in Io
ti salverò di
Hitchcock) è avvertita da tutti i personaggi, ed in primo luogo
dalla macchina da presa stessa, che si avvicina, si allontana, sempre
timorosa del peggio, dalle scure sbarre delle gabbie, dalle porte,
dagli stipiti, dagli angoli minacciosi e segreti.
Peccato
che la minaccia e il segreto (due elementi che erano a fondamento
dell’originale Bacio della pantera di Lewton-Tourneur, e che
davano proprio la sua unicità) riescano ad emergere soltanto dal
tessuto visuale della nuova opera di Schrader, non corrisposti da una
sceneggiatura altrettanto calata nelle salutari ombre dell’ambiguità,
nelle zone di controluce del non detto.”
In
sostanza, circa le differenti scelte di regia adottate per American
Gigolo e Il bacio della pantera, Bortolussi segnala che
entrambe le pellicole sono poste su un asse parallelo applicato a
riferimenti di carattere visivo; Schrader per primo dichiara che
tanto American Gigolo è sviluppato per linee orizzontali,
quanto Il bacio della pantera accentua la propria dimensione
verticale, ma questo livello di lettura si riferisce probabilmente a
un altro aspetto, benché non vada trascurato che, a parte i film
menzionati, in altri lavori di Schrader s’individua una linea
geometrica che non concerne soltanto la costruzione filmica, come nei
casi di Affliction e Auto Focus, ma la stessa
progressione narrativa (si pensi a Cortesie per gli ospiti). A
parte questo, ne Il bacio della pantera si ha l’impressione
che la struttura compositiva di tipo geometrico non dipenda
completamente dal regista e appaia, altresì, un’idea del citato
Scarfiotti, al quale pure, per la maggior parte, appartiene il rigore
creativo, estetico e stilistico adottato per la scenografia, ma si
tratta di un rigore compositivo incerto rispetto a quello che faceva
di American Gigolo un’opera impeccabile e, sul piano visivo,
quasi perfetta.
“Forse
il ‘critico’ che è in lui voleva staccarsi da quella forma del
racconto che rendeva affascinante, intrigante American
Gigolo,
quel muoversi lentamente, con un ritmo ed una cadenza apparentemente
pacati, quel procedere orizzontalmente tra le insidie del plot,
che corrispondeva perfettamente, tra l’altro, alle movenze del
corpo/Richard Gere, l’oggetto sessuale.
E
così la verticalità di Bacio della pantera la si potrebbe
vedere nella particolare struttura delle linee narrative, che ci
portano dalla tragedia al grottesco con una caduta (o una ascesa,
dipende dai punti di vista) verticale, senza deviazioni.”
A
ribadire la profonda distanza da Tourneur è una variazione di
Schrader al copione di Alan Ormsby sulla base del soggetto di DeWitt
Bodeen, riguardante un finale convenzionale ma piuttosto fedele al
prototipo: dopo avere spezzato la maledizione uccidendo Irena, Oliver
appicca un incendio alla capanna in cui depone il cadavere della
pantera; diverso è l’epilogo nella trasposizione: anziché
uccidere la protagonista, Oliver (John Heard) la lega al letto e fa
l’amore con lei, restituendole la sua vera natura e riconducendola
alla sua originaria specie, prima di rinchiuderla in una gabbia dello
zoo – inteso, da questo punto di vista, come una sorta di santuario
di cui l’uomo è custode – e averne cura, vivendo in un certo
senso con lei. Curiosamente, un epilogo che somiglia a quello in
origine previsto per Il bacio della pantera, perlomeno
descritto in questi parametri, si ritrova in Affliction (Wade
dà fuoco alla capanna ove ha deposto il cadavere di Glen, dopo
averlo ucciso involontariamente) ma, prima ancora, in uno dei tre
episodi che interrompono la narrazione di Mishima, Il
padiglione d’oro, nel quale il giovane asceta balbuziente
incendia il padiglione dopo aver fatto all’amore con una
prostituta.
Il
bacio della pantera ha in comune con Mishima – di tre
anni successivo – l’accentuazione espressiva dei contrasti
cromatici: difatti, ciascuna delle trasposizioni dei romanzi dello
scrittore è illuminata e fotografata appositamente sui set con
determinati accostamenti di colore, i cui nitidi cambiamenti
risultano diversi per allestimento scenico, allo scopo di codificare
stilisticamente ciascun episodio (oro-verde-rosso nel primo,
rosa-grigio-nero nel secondo, arancione-nero-bianco nel terzo). Anche
Il bacio della pantera è coordinato di molteplici colori –
dal rosa salmonato e carnacino al rosso sabbia, dal verde smeraldo al
giallo – che fanno capolino nell’introduzione sui titoli di testa
e nella sequenza onirica. In quest’ultima, tra l’altro, si fa
luce sulla misteriosa tara ereditaria di Irena e Paul (Malcolm
McDowell), entrambi ripresi mentre si dirigono in un deserto, stretti
mano nella mano, all’adunanza chiamata da un’arcana entità, la
cui voce fuori campo illustra alla protagonista (e nel contempo allo
spettatore) il motivo per il quale il popolo felino del titolo può
accoppiarsi soltanto con creature appartenenti alla specie in
oggetto. Prima che Irena si trovi ai piedi del medesimo grande albero
visto nel prologo e, davanti a un superbo esemplare di pantera,
sussurri “Madre!”.
Neppure
stavolta mancano i referenti cinematografici: lo specchio,
riscontrato in Hardcore e American Gigolo e destinato a
ritornare nei successivi film di Schrader, viene da Gertrud di
Dreyer, e un deserto rosso di antonioniana reminiscenza, indicato
metaforicamente nella pellicola omonima, si materializza nella
menzionata sequenza del sogno di Irena. Reminiscenze da Antonioni
scaturiscono da un altro particolare: l’episodio in cui Paul
avvicina una turista al cimitero spacciandosi per fotografo (anche in
questo caso, si noti, riappare il topos schraderiano della
maschera) allude a Blow-Up, film spesso utilizzato da Schrader
come base intertestuale preferita, il cui protagonista è fotografo.
Come in American Gigolo e in Mishima, anche ne Il
bacio della pantera i movimenti della m.d.p. rimandano a quelli
inclusi ne Il conformista di Bertolucci e Schrader li
riapplica, per esempio, nella sequenza che vede Oliver nell’atto di
aprire la gabbia in cui è rinchiusa la pantera, dietro le cui
sembianze si cela Paul: la cinepresa è situata in un angolo onde
conferire una forte sensazione di terrore allo spettatore.
Nel
film, figurano persino episodi o frammenti di scene in cui gli spunti
trattati preludono ad alcuni futuri lavori del regista-sceneggiatore:
il prologo de Il bacio della pantera è fondamentale, ché
consente di capire le origini del cosiddetto “popolo felino”,
nonché del sortilegio che pesa sulla protagonista, la quale ne
comprende l’esistenza gradualmente sino ad accettarla nell’epilogo.
Benché da principio stenti a riconoscerlo, Irena appartiene alla
stirpe indicata nel titolo, ma l’incipit è importante anche perché
anticipa L’ultima tentazione di Cristo: infatti, il
sacrificio di una ragazza condannata da un popolo sacro ad avere un
rapporto sessuale con una pantera – mentre la giovane è legata a
un albero – anticipa il sacrificio dell’Eletto, la sua sacra
dolorosa missione,2
ma l’episodio si presenta anche come variante femminile del mito di
Prometeo.
La
sequenza anticipa L’ultima tentazione
anche per lo scenario sabbioso e arido del paesaggio, ma
nei due film un’altra analogia concerne la citata scelta dei colori
nella fotografia. Altri episodi permettono di rilevare anticipazioni
di film sulla mise en abîme
dello sguardo, in particolare Auto Focus:
si prenda il momento in cui un Oliver pieno di sangue freddo tiene a
bada la pantera nella gabbia, mentre gli addetti dello zoo osservano
le movenze dell’animale da un monitor collegato a una telecamera a
circuito chiuso, il che prelude a tutte le scene in cui Bob e John,
sul divano di casa, guardano e riguardano le videoriprese delle loro
orgie.
In
questo caso, come già ne Il bacio della
pantera, la mise en
abîme prevede che i personaggi guardino
qualcosa che è posto al di là di uno schermo (si tratti di una
televisione o di un monitor), mentre nel contempo lo spettatore si
trova in più di un’occasione davanti a uno schermo nello schermo e
scruta personaggi che, a loro volta, osservano col medesimo occhio
del regista. Quest’ultimo, da parte sua, sottolinea le
caratteristiche metalinguistiche e autoreferenziali del suo cinema,
quasi fosse una sorta di “specchio segreto” o – se si vuole –
di una quarta parete: quindi, in una scena girata in montaggio
parallelo, Paul camuffato da fotografo adesca una turista e le scatta
istantanee e, nello stesso tempo, Oliver è ripreso nell’atto di
fotografare Irena.
Si
accennava che, agli inizi degli anni Ottanta, una delle tematiche più
usualmente esplorate dal cinema americano di genere è l’ambiguità,
non necessariamente di carattere sessuale, ostentata anzi sotto molti
altri aspetti e connessa ad altri spunti riguardanti il corpo, o
l’orrore nella maggior parte dei casi proveniente dall’intimo. In
quest’ottica, Il bacio della pantera risulta una scommessa
vinta e costituisce un tassello prezioso nel mosaico dell’horror,
genere in cui la riflessione sull’enigmaticità è affrontata in
tante e tali varianti, anche estreme, al punto che molti registi ora
considerati autori di culto, se non maestri, si sbizzarriscono nella
difficile impresa di presentare (e riproporre) gli spunti succitati
amalgamandoli coi pattern e topoi più assiduamente
frequenti nelle loro filmografie. Ecco che in ambito orrorifico,
quindi, l’ambiguità trova uno dei suoi più rappresentativi
interpreti in David Cronenberg, nella cui opera lo spunto si
contrappone al tema del corpo e delle sue mutazioni – si pensi a La
mosca – o si risolve nella variante dell’entità altra
d’ignota natura, nascosta sotto superfici inaspettate e,
talora, camuffata dietro sembianze umane: la normalità è solo
apparente e cela nei suoi strati, altresì, una presenza imminente
quanto sinistra, e pellicole quali Il demone sotto la pelle,
Brood – La covata malefica o Scanners sono lì a
dimostrarlo.3
A
parte Cronenberg, se da un lato c’è chi affronta la tematica del
corpo e delle sue mutazioni ricorrendo in modo massiccio agli effetti
speciali, visuali e di make up – pensiamo al Ken Russell di
Stati di allucinazione – dall’altro, invece, c’è chi
prende l’aspetto in oggetto e lo coniuga al proprio stile di regia
guardando al cinema del passato e, in particolare, ai classici della
fantascienza di serie B: La cosa di John Carpenter, non a caso
rifacimento de La cosa da un altro mondo di Christian Nyby e
Howard Hawks, rimane fedele al prototipo riproponendo, seppure in
chiave aggiornata, l’idea della presenza mutante proveniente
dall’ignoto e portata alla vita dalle radiazioni, la cui forma
finisce per trasmettersi, poco a poco, su un gruppo di scienziati
sino ad essere in grado di assumere qualsiasi sembianza: in questo
caso, l’entità altra s’impadronisce degli individui
introducendosi nei loro corpi, sino a trasmutarsi in un essere umano
in carne ed ossa – una volta mascherata, la natura dell’umanoide
è difficilmente distinguibile.
Persino
David Lynch si appassiona al tema del corpo e dei suoi mutamenti, e a
testimoniarlo sono i primi due lungometraggi, a tutt’oggi i suoi
migliori: Eraserhead – La mente che cancella e The
Elephant Man sono connessi tra loro dai denominatori del corpo
mostruoso e di una splendida fotografia in bianco e nero, ma se nel
primo caso la cornice, sospesa tra il burlesco e il surreale, è
quella di un’opera dichiaratamente fantastica con punte sparse di
horror, nel secondo la storia realmente accaduta di John Merrick
(John Hurt), l’uomo elefante del titolo, ha come sfondo
l’Inghilterra del periodo vittoriano e della letteratura
ottocentesca. La divergenza tra i due film, pur molto simili, sta nel
fatto che in Eraserhead l’ambiguità spicca da un corpo
mutante, presentato nelle forme di un feto repellente, ma il ribrezzo
che questo trasmette al minus habens Henry (Jack Nance) è
ancora di tipo esterno, seppure non convenzionale, e non riesce a
raggiungere la compiuta forma altresì mostrata in The Elephant
Man; quest’ultimo, non essendo un horror né un delirio
visionario come Eraserhead, è una riflessione sullo sguardo –
come Il bacio della pantera in alcune sequenze, insieme ad
altre opere di Schrader – inteso in chiave voyeuristica, ma non
solo: tanto l’esistenza del “mostro” in questione si lega ai
continui confronti con gli sguardi del prossimo, quanto il
protagonista ha un terrore pudico verso il mondo “normale” che lo
guarda morbosamente, e la paura rimarcata nel film è quella di
Merrick d’incutere terrore e ripugnanza agli altri. Insomma,
l’orrore non proviene dall’intimo né scaturisce dalla parte più
riposta e inquietante dell’uomo, bensì dallo specchio che ne
rimanda l’immagine, il completamento di ciascuno.
Quanto
sopra, al fine di ribadire che l’ambiguità richiama o si concatena
a spunti quali il corpo, presentato in numerose varianti, o la paura
d’origine arcana, che in un genere cinematografico come l’horror
trovano la loro area di sviluppo più appropriata, quella che
consente variazioni sul tema affrontandolo secondo chiavi di lettura
anche disparate; che consente confronti col cinema del passato
fornendone aggiornati rifacimenti, come nel caso di Carpenter, o
addirittura geniali destrutturazioni come Un lupo mannaro
americano a Londra di John Landis (nel quale, oltre alla
riflessione sulla mutazione del corpo, non sfugge nemmeno il topos
dell’orrore derivante dall’intimo, connesso alla chiave
sarcasticamente sessuale della trasformazione). Allo scopo di evitare
paragoni fastidiosi, Schrader non intende girare un rifacimento
filologicamente esatto del film di Tourneur, trovandosi a disagio a
confrontarsi col modello, ma un raffronto finisce per essere
inevitabile poiché Il bacio della pantera resta pur sempre la
rivisitazione di un classico, ancorché filtrata dallo sguardo e
innervata dai temi di Schrader, originale e, a suo modo, persino
fedele.
In
questa versione, il fattore dell’ambiguità quale presenza ignota
non reca caratteristiche aliene o umanoidi, casomai l’entità altra
risiede nel corpo di Irena e riguarda la sua sessualità, essendo la
ragazza costretta ad avere rapporti con appartenenti alla sua stirpe;
se questa è una cosa che Irena, logicamente, non riesce ad accettare
fino in fondo, nondimeno la scoperta le si fa luce poco a poco, sino
a convincerla della diversità in questione. È d’uopo
segnalare che molte delle opere menzionate poco sopra, girate non per
nulla negli stessi anni, presentano episodi, sequenze o singoli
frammenti piuttosto simili tra loro, in questo senso denominatori
comuni tra pellicole che appaiono i tasselli di un ideale mosaico,
quasi fossero i tanti capitoli di un unico ciclo; quand’è così,
risulta più facile accostare Il bacio della pantera al citato
Un lupo mannaro americano a Londra, giacché numerose sequenze
dei due film presentano analogie e indizi comuni, come se l’uno
rimandasse all’altro: del resto, soltanto un anno separa l’opera
di Schrader da quella di Landis.
In
quest’ultimo, figura un momento in cui David Kessler (David
Naughton), situato di fronte a uno specchio, fa le smorfie alla
propria immagine riflessa, assumendo l’espressione del licantropo
che in realtà è, pur senza rendersene conto: non essendo convinto
di essere un lupo mannaro, David schernisce la sua seconda natura,
salvo ricredersi troppo tardi, e prima che la trasformazione abbia
luogo il giovane non riesce ad accettare la propria nuova situazione.
Parimenti, della realtà che la riguarda non riesce a capacitarsi
Irena, che come David è posta davanti a uno specchio (elemento
schraderiano che puntualmente si collega agli spunti esibiti), ma non
irride la sua seconda natura, mostrandosi semmai colma di dubbi
riguardo le proprie umane sembianze.
Si
noti che tanto Irena è perplessa di fronte alla sua immagine nuda
riflessa nello specchio di un bagno, quanto nel film di Landis lo è
David in una sequenza che, pure, lo ritrae nudo davanti allo specchio
di una toilette, un istante prima di accorgersi della presenza di
Jack (Griffin Dunne), l’amico defunto ridotto a fantasma. La
somiglianza fra i due film non termina qui, facendosi al contrario
più marcata: se della sequenza onirica de Il bacio della pantera,
in Un lupo mannaro americano a Londra risultano numerosi gli
episodi che vedono un protagonista in trance, oggetto di
incubi terribili quanto reali che ne focalizzano progressivamente la
seconda natura; in una di queste visioni, David corre nudo in un
bosco e, avvistato un cervo, lo sbrana. Parimenti, ne Il bacio
della pantera, Irena s’alza dal letto in cui ha appena fatto
l’amore con Oliver e prende a correre, nuda, in una boscaglia
finché non avvista un coniglio, azzannandolo: l’episodio è
seguito interamente in soggettiva, come se lo spettatore guardasse
con gli occhi della ragazza, ma una soggettiva realizzata con una
steadycam priva di ammortizzatori figura anche in Landis,
oltretutto in una radura.4
Ancora,
la stessa sequenza in soggettiva in cui la cinepresa segue Alice
mentre fa footing nel parco ricorda, nel film di Landis,
quella lunghissima e tesa dell’inseguimento di un passeggero nella
metropolitana ma, nondimeno, una discrepanza intercorre tra i due
episodi, benché simili: in Landis, fin dall’inizio, lo spettatore
sa che ad inseguire il malcapitato di turno è il licantropo, le cui
ringhiate fuori campo segnalano subito la sua vicinanza nei paraggi
prima ancora che il mostro si presenti alla vittima e, in profondità
di campo, al pubblico. In Schrader, al contrario, l’idea che Irena
trasformata in pantera segua una Alice ignara della sua presenza
resta infondata ed ambigua, finché una serie di coefficienti non
alimentano la tensione sino a coinvolgere la stessa Alice: le luci
della piscina che si spengono all’improvviso e un ruggito felino
sembrerebbero confermare, effettivamente, una sinistra presenza, ma
l’ambiguità dell’episodio resta tale quando a rivelarsi di
fronte a una Alice terrorizzata è, sì, Irena, ma in umane
sembianze. L’enigmaticità non è solo presente bensì elemento
primario nella mise-en-scène di Schrader, e gli permette di
trascinare lo spettatore nel gioco del gatto col topo, inserendo
quando possibile fattori volti a fomentare la tensione e a
sconvolgerla al momento giusto; senza piegarsi alla soluzione più
facile o scontata, tale da consentire alla banalità di avere la
meglio, il regista non trascura l’ambiguità che ammanta la storia,
vigente quand’anche la tensione raggiunge il suo scopo: figurando
soprattutto nei momenti di apparente sospensione, la citata
componente non cessa un istante di scandire la progressione narrativa
e risaltare in determinati passaggi.
Infine,
un’estrema somiglianza riguarda la metamorfosi dei protagonisti di
entrambi i film nelle rispettive seconde identità – pantera da una
parte, lupo dall’altra – e occorre segnalare che le
trasformazioni hanno luogo in ambo i casi in diretta, complice un
sorprendente impiego degli effetti speciali, opera di Albert J.
Whitlock – già collaboratore per Hitchcock – e Tom Bernam nel
caso di Schrader, e di Rick Baker in quello di Landis. L’affinità
più immediata e importante che accomuna Irena e David è nella loro
natura animale, sebbene congenita nell’una e trasmessa
accidentalmente nell’altro, ma questa seconda identità nascosta
dalle fattezze umane è visibile alle bestie prima che ai personaggi:
David si accorge che gli animali domestici (un cane che passa, il
gatto di casa) lo temono e, nella sequenza de Il bacio della
pantera che ritrae Irena mentre corre nuda nel bosco, i
fotogrammi sfocati che alludono alla soggettiva della ragazza
mostrano un serpente strisciante e un gufo terrorizzati dalla sua
presenza,5
ma occorre dire che l’elemento-dark inside del personaggio
che suscita riconoscimento e timore negli animali è già nel
classico di Tourneur, e ciò si presenta come ulteriore marcato
collegamento del remake al modello e contribuisce, parzialmente, a
smentire le dichiarazioni di Schrader circa la distanza mantenuta dal
suo film.
La
psicanalisi fornisce un interessante parametro nell’analisi de Il
bacio della pantera, tant’è che alcuni degli aspetti in esso
inclusi – dallo specchio alla doppiezza, intesa in senso indiretto
– hanno origini d’impronta psicanalitica; da par suo, Schrader
non ha fatto mistero di avere un interesse per Freud e, di
conseguenza, di avere utilizzato l’analisi nella stesura di molti
lavori sia pure come sottotesto, e il fatto che persino i
lungimiranti “Cahiers du cinéma” abbiano segnalato un aspetto di
carattere edipico in Hardcore è lì a testimoniarlo.6
È
in chiave psicanalitica che risulta più facile interpretare
l’elemento-specchio di molti film schraderiani, compresi quelli di
cui è solo sceneggiatore (Taxi Driver,
Toro scatenato); proprio questa superficie levigata
trasparente permette a Irena di afferrare e, soprattutto, accettare
la sua più intima natura, e a ribadirlo è la sequenza in cui, prima
di correre a quattro zampe nella radura, la ragazza si specchia nel
vetro del bagno a casa di Oliver. Tutto ciò che vede è l’immagine
nuda di una creatura umana ma, ai suoi occhi di fiera che riconoscono
la ferinità, inizia lentamente a farsi luce la verità; benché
Irena ancora non riconosca la propria vera essenza, il sogno della
giovane sul treno per Richmond la mette al corrente: Irena si
specchia nel finestrino dello scompartimento, e mediante una
dissolvenza incrociata si ritrova proiettata, anzi catapultata, al di
là dello specchio. Da un lato, il sogno è l’unico elemento che
permette a Irena l’agnizione di sé, ed è rimarcato da una voce
off di origine ultraterrena, che spiega come i membri della
stirpe felina debbano accoppiarsi tra loro (madre-figlio,
padre-figlia, fratello-sorella), ché la metamorfosi li obbliga
altrimenti a procacciarsi carne umana e nutrirsi di essa. Dall’altra,
lo specchio introduce la visione che illustra a Irena la verità dei
fatti, una volta che la ragazza è proiettata al di là di esso; ma
questa non è la sua unica funzione. Lo specchio entra infatti in
campo sovente, in episodi sempre collegati al motivo principale, ad
esempio nella sequenza in cui la donna misteriosa s’accosta a Irena
e la chiama “sorella”, dove la m.d.p. riprende ambedue i
personaggi riflessi nello specchio del bar. Lo specchio, elemento
schraderiano per eccellenza, accentua il gioco di misteriosa
ambiguità, di arcano non rivelato, di cui la maggior parte delle sue
storie si ammantano7;
nell’episodio di cui sopra, esso suggerisce la natura segreta di
Irena riflettendone la fittizia immagine umana, mentre la cinepresa
fissa il fotogramma sul riflesso della ragazza che si staglia sul
vetro. Pure, ormai perfettamente a conoscenza della sua vera natura,
Irena appare a Oliver da dietro mentre questi è impegnato in una
conversazione telefonica, e mentre la ragazza sopraggiunge la sua
immagine si riflette nella cornice di un quadro.
Da
considerare che i personaggi secondari, in alcune occasioni, sono
fissati nell’atto di discutere di altri personaggi quali Irena o
Paul, a loro volta inquadrati dalla m.d.p. di Schrader nelle sequenze
appena antecedenti8;
questi, a loro volta, appaiono nell’istante in cui sono al centro
delle conversazioni altrui: anch’egli a conoscenza del maleficio di
Irena, Oliver parla al telefono con Alice della ragazza, senza
accorgersi subito che l’oggetto della sua discussione è dietro di
lui, sicché Irena è seguita dall’uomo in un nuovo episodio di
mise en abîme in
soggettiva, risolto in un piano-sequenza e nell’ennesima panoramica
di carattere voyeur.
Oliver segue con lo sguardo un personaggio mentre, nel contempo,
regista e spettatore scrutano lui e l’intero quadro.9
A
dissipare ogni residuo dubbio sulla natura selvaggia di Irena bastano
infine un paio di indizi: l’interesse che la protagonista non sa
spiegarsi per la pantera, la sua lunghissima sosta di fronte alla
gabbia della belva, che altri non è che Paul. Tale componente chiama
in causa l’altro aspetto, di carattere psicanalitico: la doppiezza.
Se all’inizio Irena non riesce a confessarlo, in seguito non può
fingere di non sapere che dietro il corpo della pantera si nasconde
il fratello e che ambedue i personaggi – in ragione del loro
lignaggio – appaiono uno lo specchio complementare dell’altra, i
due corrispettivi doppi di una medesima stirpe; a testimoniarlo è
una delle sequenze iniziali, in cui il montaggio alterna un Paul
trasmutato in pantera nell’atto di agitarsi, e una Irena che si
ridesta improvvisamente dal sonno: Paul è infatti parte di Irena e
viceversa, e a contrappuntarlo è l’utilizzo del montaggio
parallelo (da segnalare che il rapporto amoroso fra Irena e il
fratello non è quasi mai mostrato, ma suggerito tramite dissolvenze
incrociate, primi piani e zoom: Schrader non abbandona gli
stilemi adottati a riguardo nel precedente American Gigolo).10
Il
fatto che Irena e Paul siano componenti di un identico alveo e l’una
sia legata strettamente e sessualmente all’altro lo suggeriscono
due episodi che, pure, hanno luogo in montaggio alternato: durante un
momento di tenerezza, Irena rinuncia ad un rapporto carnale con
Oliver e, nel contempo, Paul rifiuta di fare l’amore con la turista
da lui incontrata al cimitero, salvo che in quest’ultimo caso
l’uomo-felino decide poi di avere un amplesso con esiti
terrificanti. Il legame tra Irena e Paul è insomma evidente, marcato
da continui indicatori che dimostrano come il non sapere di lei circa
la propria natura è forse solo rimozione, e che tale rimozione va
sgretolandosi con l’emersione – psicanalitica – di percezioni,
lapsus, segnali, spie. Il vincolo tra i due è così forte che Paul,
trasformato in pantera, si agita nella gabbia quando la vede, e lei
si paralizza stupefatta davanti alla belva,11
prima che questa ferisca mortalmente il guardiano che cerca di
domarla.
I
momenti forti, in senso grandguignolesco, sono relativamente pochi
nel film, ma quasi tutti hanno luogo in conseguenza di intromissioni
esterne che sorgono a ostacolare anche solo indirettamente il
rapporto fra Irena e Paul: non si ammettono interferenze di alcun
tipo, qualunque elemento intrusivo (sia una prostituta, una turista o
un guardia-zoo) divida i fratelli, intralciadone involontariamente il
legame, paga a carissimo prezzo tale intromissione. La reale natura
di Irena, però, è resa evidente tramite indizi disseminati in
misura via via sempre più esplicita: trasparente è l’episodio in
cui la ragazza, sorpresa e inseguita da Oliver allo zoo, compie un
agile salto su un albero con improvviso scatto, in un attimo
brevissimo e quasi impercettibile. La sua corsa nel bosco, in
seguito, è indizio altrettanto esplicativo. La completa agnizione si
ha nel prefinale quando, pochi istanti prima della sua metamorfosi,
Irena afferra una zanzara in volo mentre Oliver dorme.
La
lezione di American Gigolo lascia un segno molto evidente
sullo stile di regia di Schrader che, fin dall’inizio, fa di nuovo
uso dell’ellissi, concentrandosi su episodi o dettagli
significativi per i risvolti ambigui della vicenda e sfumando su
altri meno significativi o comunque importanti, ma la cui omissione,
in questo caso, non è inusuale: così, i fondu e le
dissolvenze incrociate oscurano tutti gli episodi, nessuno escluso,
che ritraggono i personaggi nell’atto di avere amplessi coi loro
partner e, di conseguenza, la loro esclusione alimenta il clima
enigmatico della storia; si prenda il prologo in cui una ragazza è
sacrificata dal suo popolo a una congiunzione bestiale: l’amplesso
è qui solo suggerito dall’immagine dell’animale che,
avvicinandosi di notte alla giovane legata a un albero, comincia a
leccarle il viso, un istante prima che l’episodio sia oscurato da
un fondu. Si aggiunga la sequenza che vede Paul spiccare un
balzo da felino sul letto di Irena, prima che una dissolvenza
incrociata sposti l’attenzione dal primo piano della ragazza
addormentata a quello, lentamente zoomato, di un Paul sogghignante:
anche in questo caso, il montaggio interviene a lasciare un alone
sospeso. Ancora, il rapporto sessuale di Paul con la turista è
omesso da un nuovo fondu, che raccorda la sequenza in cui
l’uomo spiega alla partner perché non può fare l’amore a quella
che vede entrambi i personaggi – uno dei quali però fatto a pezzi.
L’amplesso ha luogo, la natura felina di Paul predomina finendo per
sbranare la malcapitata, e una lenta panoramica scopre, nella camera
d’albergo dove Paul si è recato con la ragazza, il letto in
disordine, le lenzuola imbrattate di sangue, un braccio dilaniato, un
corpo nascosto e intuibilmente martoriato.
Se
ogni accoppiamento viene eliso (e alluso), anche sulle trasformazioni
di Paul si procede per omissione: la continuità fra i fotogrammi che
ritraggono il personaggio dapprima in sembianze umane e, un istante
dopo, in belva è sempre e puntualmente interrotta da un montaggio
costruito per dissolvenze, laddove la trasformazione di Irena è
inserita nel prefinale, ma un’anticipazione fornisce la succitata
sequenza che la vede correre nuda nel bosco. Sia gli amplessi che le
metamorfosi di Irena e Paul, quindi, sono invisibili allo spettatore,
benché se ne avverta la presenza ad eccezione dell’epilogo,
essendo la parte del film deputata allo scioglimento di ogni dubbio.
A
parte lo specchio e la doppiezza, Il bacio della pantera
presenta un altro aspetto destinato a ritrovarsi nelle future opere
di Schrader e relativo alla relazione triangolare, costituita da
Irena, Paul e Oliver. Essa, logicamente, non può non concernere o
implicare ragioni di natura sessuale, ma la cosa potrebbe
interpretarsi come un sillogismo: Paul informa Irena che il solo
rapporto sessuale per entrambi possibile è l’incesto giacché, per
trasformarsi definitivamente in animali, sono costretti ad
accoppiarsi tra loro; dati questi parametri e frangenti, la
trasmutazione di Paul in pantera avviene in conseguenza del suo
accoppiamento con Irena, e la natura felina dell’uomo si ritrova
trasposta nella ragazza, come esplicitamente sottolinea la sequenza
in cui Irena si rispecchia nel volto della pantera dietro cui si
nasconde il fratello. Tuttavia, la definitiva metamorfosi della
giovane si compie quando il terzo personaggio, Oliver, fa all’amore
con lei e a questo punto, sillogismo a parte, non potrebbe darsi che
pure Oliver sia una pantera e non se ne renda conto o, tutt’al più,
finga di non saperlo e non voglia confessarlo a sé stesso?
Quand’è
così, è facile spiegare la ragione per cui Oliver ha un impulsivo
scatto di violenza e colpisce il poliziotto Bill Searle (Scott
Paulin), dopo che questi gli risponde cinicamente a proposito della
pantera (“Avresti dovuto ucciderla dall’inizio!”), ma ciò non
fa che alimentare in misura persistente il dubbio riguardo l’identità
di Oliver, che ama il mondo animale più di quello umano perché lo
avverte più congeniale e affine. Forse anche in lui vi è una
duplice e nascosta natura, forse è solo innamorato di Irena; forse è
solo la sua esperienza professionale a fargli ritrovare Irena quando
questa fugge in forma di pantera: la belva invita Oliver a seguirla
lungo percorsi di un comune territorio, tuffandosi e sfuggendo alle
pallottole dei poliziotti. Oliver intuisce di doverle tener dietro e
la trova nella casa sul lago in cui ha trascorso il weekend con lei,
non per niente luogo della prima scoperta felina della ragazza
e spazio deputato al rituale che impegna Oliver alla restituzione
della primaria identità alla donna che ama.
“Liberami,
se non vuoi uccidermi! Voglio vivere con la mia specie”, sono le
parole consapevoli di Irena, che all’inizio si nega all’amore di
Oliver ma nel finale implora l’uomo di liberarla, riconducendola
alla stirpe originaria; Oliver immobilizza la ragazza legandola al
letto e ha un rapporto carnale con lei, esattamente come, legata a un
albero, lo ha la ragazza del prologo con una pantera: la differenza
tra i due episodi sta nel fatto che l’amplesso che introduce Il
bacio della pantera è
suggerito ma non mostrato, laddove quella con cui il film si conclude
è l’unica unione sessuale che allo spettatore sia resa
(parzialmente) visibile. Ancora una volta in Schrader, ci si trova di
fronte a un chiasmo ribaltato, in quanto la struttura circolare di
scene o sequenze analoghe è capovolta tanto per una serie di
dettagli quanto per una scelta di campo negli sviluppi narrativi:
nell’epilogo, non è una ragazza (anzi, un’umana) ad avere un
rapporto amoroso con un felino, ma una pantera in forma di donna a
fare l’amore con un uomo.
Una
volta che Oliver restituisce a Irena la sua natura animale, si
dovrebbe concludere che la stirpe felina è finalmente interrotta e
il suo ultimo esemplare chiuso in gabbia; tuttavia, una certa
ambiguità di fondo permane e s’intuisce nello scambio di sguardi
finale tra Oliver e Irena, trasformata definitivamente in pantera,
che ruggisce nell’ultima immagine. L’epilogo può anche suggerire
che se Oliver è un altro felino con sembianze umane il sortilegio
non sia affatto concluso: un’altra pantera è in libertà e, di
nuovo nel cinema di Schrader, tutto può replicarsi da un momento
all’altro.12
In aggiunta a questo, il fotogramma conclusivo sul vis-à-vis
tra Oliver e la pantera suggerisce indirettamente un altro specchio,
e di conseguenza una doppiezza che la ferinità di Oliver
confermerebbe: Irena costituisce l’altra metà di Paul, ma anche
Oliver potrebbe risultare affine alla protagonista, incarnare un
diverso lato di una comune personalità; il cerchio si chiuderebbe,
tutto quadrerebbe alla perfezione.13
Francesco Saverio Marzaduri
1
Riguardo
le analogie e le differenze tra modello e rifacimento – tra cui lo
spostamento dell’ambientazione da New York a New Orleans oltre
all’invenzione, completamente nuova, del fratello incestuoso –
suggestiva è la critica di Filippo D’Angelo, secondo il quale
ciascun indizio o pattern
che lo accomuna al classico di Tourneur è reso manifesto, se non
addirittura violentemente enfatizzato: “Il rapporto intercorrente
fra queste due versioni del soggetto originale di DeWitt Bodeen si
configura insomma come antitetico: se il film del ’42 appare
dominato da una pratica della ‘sottrazione’, di essiccazione dei
codici narrativi e figurativi del cinema horror degli anni Trenta,
giocata nel senso di un suggestimento/occultazione dell’orrore e di
una costante evocazione delle sue suggestioni piuttosto che della sua
sostanza, in quello più recente assistiamo alla messa in atto di
quella che potremmo definire una pratica della ridondanza,
dell’accumulo di situazioni ed effetti orrifici mostrati nella loro
scandalosa (e spesso raccapricciante) ‘pienezza’ operata in
funzione di una massima ‘trasparenza’ dell’orrore, della piena
consapevolezza e della totale accettazione dell’esistenza del
Mostro”. In Tourneur, insomma, l’identità felina
di Irena è appena suggerita da una serie di fattori e sospetti sino
a divenire il motivo fondamentale dell’opera e la ragione intima
del suo fascino, laddove in Schrader la duplice identità di Irena
risulta dichiarata fin dall’inizio; nondimeno, si rischia di
dimenticare che il regista di Hardcore
non è intenzionato a realizzare un remake del classico anni ’40:
così, ad esempio, l’aneddoto di Irena circa la propria razza,
soggetta a orribili mutazioni in conseguenza di connubi sessuali, in
Schrader è esplicitato e affidato al potere ‘realizzante’ delle
immagini nel succitato prologo, che impone l’ottica attraverso la
quale osservare, vivere ed interpretare gli eventi dell’intera
vicenda. Benché lo si scopra man mano che l’intreccio si dipana,
il meccanismo e la funzione raggelante del film, imbalsamati e
congelati nell’operazione distanziante della rivisitazione e
rivelanti l’inefficacia attuale, sono strumentalizzati da Schrader
per concentrare le argomentazioni orrorifiche sull’enfasi del
make-up,
sulla ‘ridondanza’ dell’orrore, sul sangue e gli effetti
raccapriccianti: se in Tourneur “vorremmo quasi che le immagini si
fermassero, per ritardare il più possibile una verità che
rifiutiamo, che vogliamo rimossa, di fronte al film di Schrader ci
troviamo a divorare avidamente le immagini, a desiderare la loro
accettazione verso il punto culminante, lo ‘svelamento’ del
Mostro. Per scoprire, alla fine, che il Mostro non è Irena, né la
pantera, ma Irena in quanto pantera potenziale, cioè l’animale che
è dentro di lei, che si cela sotto la sua pelle pronto ad
esplodere”. D’ANGELO, Filippo: «Cat
People»:
come perdere il bus,
su “Cinema & Cinema”, n. 34, gennaio-marzo 1983. Pagg.
45-48.
2
Del
resto, com’è emerso, Schrader inizia a scrivere L'ultima
tentazione contemporaneamente
al periodo in cui gira Il
bacio della pantera.
3
A
tal proposito, Il
demone sotto la pelle
fornisce un esempio controcorrente di film nel quale l’accostamento
fra orrore e sessualità anticipa Il
bacio della pantera;
oltrepiù, come indicherebbe uno dei titoli con cui è stato
distribuito – They
Came from Within
– l’entità misteriosa d’origine sospetta ricopre un ruolo
intrusivo proveniente dall’intimo e presenta un’impronta di
carattere sessuale: al centro della vicenda, infatti, è un
disgustoso parassita che infesta un condominio ultramoderno e si
riversa sulle persone, provocando appetiti sessuali d’ogni genere.
4
D’uopo
rilevare che l’episodio termina con l’immagine di Irena nell’atto
di scaraventare per terra il lume che Oliver, ridestato dalla
presenza della ragazza, le accende addosso, riflettendone il volto
insanguinato in una frazione di secondo. Più tardi, qualcosa di
analogo si rintraccia in un altro film di Landis, Amore
all’ultimo
morso,
in cui il poliziotto Joe (Anthony LaPaglia), inseguendo Marie (Anne
Parillaud) in una chiesa, se la trova inaspettatamente davanti agli
occhi trasformata in un mostro col volto insanguinato, ma il paragone
finisce qui: l’elemento che accomuna Irena a Marie consiste nella
loro natura mostruosa,
ma laddove la prima scaraventa la lampada per terra in quanto non
desidera che Oliver la sorprenda in un’identità che lei stessa non
riesce temporaneamente ad accettare – pur essendone a conoscenza –
la seconda ha il viso lordo di sangue perché è un vampiro e, non a
caso, frantuma tutti i vetri e gli specchi tesi a rifletterne
l’immagine dannata, secondo l’usuale topos;
eppure, solo il getto d’acqua di una doccia può restituire la
bellezza e, fondamentalmente, l’innocenza che Marie nasconde sotto
un’identità maledetta.
5
In
questa sequenza, la mise
en abîme
fa il paio con la visione monoculare di Irena e col suo punto di
vista, come se in quell’hic
et nunc
anche lo spettatore si trasformasse in bestia e accompagnasse la
ragazza nella sua perlustrazione. Dopo Taxi
Driver,
la componente del singolo point
of view che
costringe lo spettatore a seguire la storia in un’unica direzione
si ritrova in altri lavori di Schrader: se ne Il
bacio della pantera è
inserito con abilità in sequenze specifiche, in film quali Patty
– La vera storia di Patricia Hearst,
Affliction
e
Al
di là della vita è
fattore primario nella costruzione di interi sviluppi narrativi.
6
D’uopo
ricordare che la psicanalisi è sfondo per una pellicola di cui
Schrader è sceneggiatore, Il
compagno di scuola,
la cui protagonista è per l’appunto una psicanalista; il Nostro
sembra inoltre aver dedicato un’intera commedia teatrale, in
seguito sfortunatamente incompiuta, ad un episodio realmente accaduto
a una paziente di Jung, più tardi divenuta una discepola di Freud.
7
Ne
Il
bacio della pantera,
l’ambiguità di fondo è accentuata dalla scelta di New Orleans
come ambientazione, guarda caso la più arcana e poco americana delle
località e sfondo per uno degli script
precedenti di Schrader, Complesso
di colpa:
sede del mistero, dell’occulto e del fervore religioso, tanto che –
cinque anni dopo il film di Schrader – Alan Parker vi girerà Angel
Heart – Ascensore per l’inferno.
Si aggiunga che la religione e tutto ciò che comporta è un pattern
caro a Schrader e un’atmosfera pia si evidenzia nella casa di Paul,
sottolineata da un’illuminazione scarna dovuta ai candelabri sul
tavolo da cena nell’episodio in cui Irena discute con il fratello
sulla loro famiglia d’origine. In tema di reminiscenze
schraderiane, si sente dire nel film che Paul, quando non si tramuta
in pantera, è un missionario della chiesa battista: la sequenza in
cui Irena chiede di lui la illustra in una ripresa dall’alto in
basso, che inquadra la chiesa in modo trasversale; dunque, topoi
e stilemi congeniali al regista trovano un esauriente campo per
essere inseriti, essendo New Orleans luogo soggetto al fervido culto
della religione battista.
8
Si
pensi alla scena allo zoo, in cui Irena si ferma davanti alla gabbia
in cui è racchiusa la pantera, dietro le cui spoglie si nasconde
Paul: il vis-à-vis
tra l’animale e la ragazza è interrotto da un dolly
che
sposta l’attenzione sui guardiani dello zoo, i quali dibattono
sulla pantera che lo spettatore ha lasciato un istante prima.
9
Nella
sequenza in cui, trasformato in pantera, Paul è spiato dai
guardia-zoo attraverso un monitor, si ha l’impressione che
l’animale, a sua volta, ricambi lo sguardo fissando l’obiettivo,
intanto che i guardiani osservano ed esaminano il suo comportamento:
un nuovo episodio di mise
en abîme
in cui lo schermo è attraversato persino da un ciglio felino e in
cui, pure, ha luogo uno “specchio segreto”, durante il quale
l’occhio dello spettatore segue quello del regista, entrambi tesi a
osservare, da un lato, lo sguardo della pantera rivolto verso lo
schermo, ma in realtà verso l’obiettivo della telecamera e,
dall’altro, i custodi intenti a studiare l’animale.
10
Anche
lo specchio traspare come un fattore volto a ribadire la somiglianza
tra Irena e Paul: riflessa nello specchio del bagno, infatti,
l’immagine di Paul sembra quella di un uomo nudo ridestatosi da un
incubo, ma in realtà la sua è l’effigie di un mostro che ha
appena dilaniato una ragazza in una stanza d’albergo e si ritrova
con un brandello di carne umana in bocca, prontamente inghiottito;
pure, Irena si guarda impaurita allo specchio leccandosi le dita
sporche di sangue, ma in entrambi i casi, l’agguaglio è sancito
dalla presenza di una superficie trasparente che, pur riflettendo
l’immagine dei due personaggi sotto un’umana sembianza, li mette
di fronte alla loro vera identità di creature mostruose.
11
Il
momento prelude all’episodio conclusivo che ritrae Oliver nell’atto
di accarezzare e osservare Irena, trasformata in pantera
definitivamente, che a sua volta gli risponde con un ruggito, mentre
un freeze
arresta l’immagine sulla belva.
12
L’enigmaticità
al centro del film è, inoltre, contrappuntata dall’omonimo brano
di traino, che non è scritto da Giorgio Moroder come l’intera
colonna sonora, bensì da David Bowie e interpretato dalla sua
inconfondibile voce; logico che non sia casuale la scelta di Bowie,
rockstar
che ha fatto dell’ambiguità non soltanto la propria immagine, ma
la propria cifra stilistica. Curioso, infine, che lo stesso artista –
a mo’ di cameo
– figuri nel ruolo di Pilato nel più volte menzionato L’ultima
tentazione di Cristo.

Commenti
Posta un commento