L’ultima tempesta: MOSQUITO COAST
L’ultima tempesta: Mosquito Coast
Posticipato per qualche tempo il progetto de La luce del giorno, Paul Schrader è in un periodo di stasi come regista, mentre da sceneggiatore si occupa della stesura di Mosquito Coast, tratto dall’omonimo romanzo di Paul Théroux; in realtà, questo lavoro ha inizio tre anni prima che Peter Weir si decida a trasporlo sullo schermo in quanto Schrader lo scrive nel 1983, poco prima di partire per il Giappone e realizzare Mishima – Una vita in quattro capitoli. Nel testo di Théroux figurano aspetti e tematiche alquanto congeniali allo screenplayer o, per usare le sue parole, “elementi che concordano con interessi personali”. Reduce dal successo di Witness – Il testimone, Weir affida il ruolo principale a Harrison Ford, benché Schrader abbia in mente un interprete più adatto quale Jack Nicholson.
“(…)
Il vero problema di Mosquito
Coast era il condensamento; ebbe una tale influenza sugli eventi che fu
impossibile ridurlo per intero in un formato di due ore. Ma ero
insensibile all’idea di attenermi al testo. Non credo che il film,
una volta terminato, abbia avuto un buon esito rispetto al libro, in
quanto – più di Taxi
Driver – riguardava
un personaggio inizialmente affascinante, accattivante e ammiccante,
e, quando si capisce quanto sia pazzo, è ormai troppo tardi. Uno dei
problemi fu la tracciatura del ruolo principale. Lo scrissi avendo
Jack Nicholson in mente – l’unico attore, pensavo, che avesse
quel tipo di charme.
Ma, per un motivo o per l’altro, Jack fu indisponibile e si ripiegò
su Harrison Ford, che non dispone di quel magnetismo animale. Non
t’acchiappa nel primo quarto d’ora, e il film va in un’altra
direzione, giacché il personaggio diviene sempre meno
simpatico.”
Ciò che dapprincipio sembra interessare
Schrader è l’introspezione della psiche americana e della sua
moralità, mescolata a un’idea di civilizzazione che vira al
dogmatismo e a un mistico delirio d’onnipotenza, il tutto riassunto
nel personaggio autodistruttivo dell’inventore Allie Fox perso
nella giungla sudamericana. La mano di Schrader si rileva nella
narrazione interamente fuoricampo della vicenda da parte di Charlie
(River Phoenix), il figlio maggiore del protagonista. Seguendo a Mishima, Mosquito Coast è un altro ambizioso progetto
che, sebbene rechi la firma di Schrader nello sviluppo dei temi, deve
scontrarsi con numerosi e autorevoli modelli, da Aguirre, furore
di Dio a Fitzcarraldo, entrambi di Herzog, a Corvo
Rosso non avrai il mio scalpo di Pollack. Nonostante fotografi
atmosfere e paesaggi mozzafiato, il film va incontro a un inatteso
insuccesso, e la sequenza conclusiva, che vede i rottami della barca
trasportante la famiglia Fox stretta intorno al protagonista
agonizzante, metaforicamente trascende l’esito complessivo di
un’opera alla deriva, come i personaggi e la natura al centro di
essa. Mosquito Coast offre sequenze di potente e suggestiva
bellezza (l’esplosione della macchina del ghiaccio, culminante nel
rogo purificatore che invade la foresta) e un misterioso fascino. Ma
a deludere le aspettative è forse il debutto di Ford in un ruolo
negativo e sgradevole, agli antipodi rispetto a quelli fin lì interpretati. Quanto basta per convincere Schrader a
riflettere sui lavori su commissione, prima di decidersi a tornare
alla macchina da presa e realizzare La luce del giorno.
“La
verità è ch’è decisamente più facile scrivere copioni originali
in un modo che adattare libri in un altro, giacché nello scrivere un
adattamento si hanno due datori di lavoro, la persona che compensa e
l’autore del libro, entrambi d’ostacolo alla capacità creativa,
che obbligano a una lavorazione più lenta e faticosa. Quando scrivi
un copione originale, sei guidato solo dall’inventiva e puoi
lavorare più in fretta, senza tante consultazioni di script.”
In Mosquito Coast, l’autodistruzione, così ricorrente nella
filmografia schraderiana, ha le folli sembianze d’un
inventore che l’ideologia spinta al fanatismo trasforma in un
despota, nell’incorrotta giungla dell’America Centrale. Più
semplicemente – osserva Fabrizio Colamartino – il film è una
parabola ecologista con al centro uno scienziato e la famiglia che
fuggono dalla civiltà per rifugiarsi in un luogo in cui si
confrontano con l’impossibilità di conciliare due mondi troppo
diversi, il proprio e quello degli indigeni.
L’irremovibile
decisione di Allie di abbandonare gli Stati Uniti perché nauseato
dalla droga, dalla paura atomica, dalla religione mercificata e dal
consumismo abbraccia la scelta di civilizzare un’isola non ancora
sfruttata. Così facendo, l’uomo non si rende conto di schierarsi a
sua volta dalla parte di chi afferma di disprezzare, dal momento che
– osserva Roberto Nepoti – “non esiste una terra incontaminata
dalla civiltà, quando è lo stesso colonizzatore a farsene veicolo
inconsapevole”; Allie appare agli occhi degli indigeni una sorta di
mistica divinità attraverso l’idea di introdurre
un apparecchio di propria invenzione, che trasforma il fuoco in
ghiaccio, realizzando il sogno di applicare le conquiste della
tecnologia al pacifico progresso di coloro che vivono nel cuore della
natura.
In più d’una sequenza, Allie disdegna ogni
avvicinamento con quanti gli si presentano come missionari e uomini
di chiesa, che molto probabilmente non sono ferventi religiosi, ma la
cui idea di fede risulta più credibile di quella del protagonista;
il quale, non volendo sentir parlare di Dio, ambisce ad essere in
primis l’ambasciatore della riconciliazione fra uomo e natura:
nell’eventualità d’un crollo degli Stati
Uniti, può vantarsi di insegnare ai giovani la sopravvivenza
nell’Eden.
Inizialmente, l’uomo si presenta come un genio
incompreso che sceglie di trasferirsi a Mosquito per porre il suo
talento al servizio degli indigeni e trovare finalmente qualcuno in
grado di apprezzare le sue capacità, ma in seguito l’incontrollata
brama di produttività lo illude di essere un eletto. Soltanto quando
il delirio d’onnipotenza di Allie si spinge oltre i propri già
folli progetti, la famiglia inizia a prenderne le distanze, dubitando
della sua lucidità: improvvisatosi laico missionario, l’uomo
procura la morte di alcuni criminali barricandoli nella macchina,
poiché ritiene che Dio li abbia abbandonati da tempo.
Una
volta che il congelatore scoppia, le capanne degli indigeni vanno
distrutte e gli abitanti abbandonano Allie, questi si proclama
salvatore dei superstiti, respingendo ogni offerta d’ospitalità e
adattandosi a vivere in una capanna sull’acqua; quando si prospetta
per lui la possibilità di tornare a casa, il protagonista costringe
la famiglia a restare sull’isola per restituire vitalità al luogo
arso dal rogo, arrivando ad accusare moglie (Helen Mirren) e figli di
non credere nelle sue capacità.
Raccontata ai suoi la bugia che
sugli Stati Uniti è scoppiata l’atomica, la follia di Allie tocca
il punto del non ritorno quand’egli dà fuoco a una chiesa
sull’isola ritenendola falsa, facente parte di quel mondo che
condanna a priori; stavolta la famiglia, sentendosi ingannata, decide
di non seguirlo nella fuga e, facendo in modo che Allie venga allo
scoperto e sia colpito a morte dalla fucilata d’un
prete, ne decreta la fine. Lo lascierà morire su una zattera alla
deriva, pur restando con lui e sopportandone gli estremi
vaneggiamenti.
I
temi del misticismo, reale o presunto, sono una prerogativa della
filmografia di Schrader e in Mosquito Coast sono sviluppati
con un’ironia beffarda e corrosiva, specie nel disegno d’un
uomo accecato da paranoie superomiste, tali da indurlo a credere di
essere al di sopra di Dio nella condanna di consumi, precetti
religiosi, modi di pensare che non corrispondono ai propri. Il
giudizio spietato di Allie gli si ritorce contro inimicandogli la
famiglia, quando questa realizza che l’idea di purezza teorizzata
dall’uomo è un’utopia demagogica, che non può non sfuggire di
mano al suo ideatore quando tenta di imporla come l’unico e sacro
Verbo in cui credere.
Allie
è convinto che per impossessarsi della vita occorre andar
controcorrente, e chi non la pensa come lui è immediatamente
allontanato, ma l’infondatezza del suo sogno è confermata nella
scena in cui l’uomo porta il ghiaccio a una tribù nascosta tra i
monti: durante il tragitto, il ghiaccio gli si scioglie tra le mani e
il momento simbolizza l’impossibilità d’una
società ideale. Un’ulteriore prova si ha quando Allie appicca
l’incendio alla chiesa: se i sogni dell’uomo sono illusioni, le
sue teorie sono paranoie e inarrivabile è il suo delirio, pericoloso
perché la certezza di queste idee esiste soltanto nella propria
folle mente.
Anche
a rischio della famiglia, l’uomo non rinuncia alla realizzazione
del progetto, difendendo il villaggio a prezzo d’un
terribile omicidio; tuttavia, nella vicenda di Allie non v’è
traccia di espiazione: nel finale, la zattera che lo trasporta
agonizzante, con moglie e figli che lo sostengono nei suoi
vaneggiamenti, gira su un mare un tempo incontaminato e anch’esso
ormai rovinato da una follia umana intessuta di piani ambiziosi e
assurdi. Come scrive Giovanni Grazzini:
“In
realtà non c’è speranza di rinascita e di eredità, quando l’uomo
vuole reinventare da solo la storia, e la Chiesa affida Dio agli show
televisivi. Il Paradiso è perduto per sempre, e non ci resta che
battezzare sarcasticamente ‘Victory’ la zattera del
naufragio.”
Ciò che condanna il protagonista a una
beffarda mortalità è il proprio non rendersi conto di trasformarsi
in uno dei mistificatori che odia, e che in qualche scena gli si
avvicinano: il desiderio di ambizione lo persuade di elevarlo a
divinità illuminata, mentre in realtà lo pone allo stesso livello,
se non a uno peggiore. Anziché l’estasi d’una
visione raggiunta, il delirio finale di Allie appare il tormento che
non lo abbandona e, anzi, lo accompagna sino alla fine.
In
Mosquito Coast l’autodistruzione non si presenta quale
fattore primario per una catartica espiazione, bensì come
un’irreversibile e inconsapevole discesa agli
Inferi. La visione della realtà di Allie e la sua brama di apporvi
rimedio non lo rende lungimirante, ma lo acceca senza consentirgli
metri di giudizio che non siano infettati dalle sue discutibili
teorie; se nell’incipit del film l’uomo appare risoluto nel
guardare più in là degli altri, per contro nel finale è condotto a
una cecità irreversibile quanto allegorica.
Soprattutto
nei film di cui Schrader è regista, l’autodistruzione quale
fattore volto a impedire qualunque possibilità di riscatto è
sviluppata con taglio disperato per divenire progressivamente più
nichilista; a ben vedere, la spirale di follia che anima il
protagonista di Mosquito Coast anticipa quella paranoica del
poliziotto Wade Whitehouse (Nick Nolte) in Affliction e quella
eccentrica della star televisiva Bob Crane (Greg Kinnear) in Auto
Focus: pure, figure condannate all’abbandono della famiglia,
alla solitudine e a una morte inutile quanto invisibile.
Francesco
Saverio Marzaduri

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