Morte al lavoro: TUTA BLU
Morte al lavoro: Tuta blu
L’esordio dello sceneggiatore di Taxi Driver dietro la macchina da presa ha luogo nel 1978 con Tuta blu, un thriller ambientato tra gli
operai di una fabbrica automobilistica di Detroit alle prese con la
corruzione del sindacato e la cui vita è descritta in modo
semi-documentaristico. L’idea principale del progetto ha origine
dal fatto che un membro della Writers’ Guild, tale Sidney A. Glass,
incontra Paul Schrader e gli propone un’idea riguardante un copione
ispirato alla figura del padre, metalmeccanico di colore di Detroit;
secondo quanto narra il regista, lo spunto presenta un intreccio
avvincente, il cui protagonista è un frustrato che compie un
suicidio allegorico a causa di un furto ai danni del sindacato, a sua
volta associazione che dovrebbe presumibilmente proteggerlo.
Constatando
che Glass non ha però alcuna intenzione di rimettere mano al
soggetto, Schrader contatta il fratello Leonard, con cui ha già
lavorato per Yakuza e Il compagno di scuola,
chiedendogli di aiutarlo a sostenere il progetto. Tuta blu
viene scritto in pochissime settimane ma, proprio durante la sua
realizzazione, Glass si rifà vivo accusando inaspettatamente
Schrader di avergli sottratto l’idea: ma il progetto è stato
depositato e l’atmosfera politicizzata in cui si protrae la
situazione costringe la Writers’ Guild a non rilasciare diritti sul
copione se il problema non viene risolto. Lo sceneggiatore, di
conseguenza, si vede costretto a un compromesso, e l’accordo
siglato prevede che il nome di Glass sia inserito nei credits
del film quale autore del soggetto.
A
tutt’oggi, Tuta blu rimane una delle opere migliori dello
Schrader regista, se non il suo capolavoro assieme a Affliction
(realizzato vent’anni più tardi), e nulla toglie che sotto il
grasso e le tute blu dei tre operai protagonisti covino tutti quegli
incubi schraderiani che avranno modo di manifestarsi nei film
successivi.
Tre
amici – il bianco Jerry e i due neri Zeke e Smokey – lavorano in
una fabbrica automobilistica di Detroit e sono delusi dal sindacato
che, anziché proteggere i loro diritti, è colluso con la dirigenza;
decidono quindi di alleggerire il fondo spese sindacali
dell’industria, dal quale prelevano seicento dollari. Tuttavia, gli
uomini rimangono sbalorditi quando il responsabile locale dell’union
rivela che la somma rubata potrebbe aggirarsi
intorno ai diecimila dollari; gli amici hanno anche sottratto un
taccuino che contiene la prova incriminante di azioni e prestiti
illegali, e sono incerti sul da farsi: Jerry propone di rivelare la
corruzione, ma Smokey suggerisce il ricatto. I loro piani vengono
subito scoperti: Smokey resta ucciso in un “incidente” nel
reparto vernici della fabbrica, mentre l’ambizioso Zeke è messo a
tacere con un impiego come amministratore di reparto. Intimidito
brutalmente, Jerry chiede aiuto a Burrows, un agente dell’FBI, e
quando si reca in fabbrica in compagnia della scorta per prendere la
propria roba, è respinto dagli altri operai e aggredito pesantemente
da Zeke.
Sostanzialmente,
il film affronta un soggetto insolito e, proprio perché spinto sul
pedale del sociale, diverso rispetto a spunti e tematiche di cui
Schrader si occuperà in seguito; pure, curiose sono le motivazioni
dell’autore nella scelta di cimentarsi con una storia differente,
in tutto e per tutto, da quelle cui ha abituato come screenplayer
e le ragioni collimano con un giudizio diretto ed immediato rivolto
non tanto alla classe operaia, quanto ai sindacati e alle leghe che
si prefiggono, in teoria, di venire incontro all’utente e
garantirgli aiuto, allo scopo in realtà di sfruttarlo per motivi
quasi sempre legati all’interesse. La figura di operaio
tratteggiata in Tuta
blu
sembra obbedire all’imperativo della militanza culturale e politica
richiesto dallo Zeitgeist
dell’epoca, ma questo non toglie che l’opera resti anomala –
tanto più se si pensa che le pellicole americane degli anni Settanta
dedicate al mondo operaio si contano sulle dita di una mano – e, a
un tempo, politicizzata e disillusa. Come afferma il regista:
“Aspiravo
a un messaggio politico. Ma il film non è così politicamente netto
come doveva essere. Anzi, è molto più disperato e nichilista di
come i sinistrorsi avrebbero voluto che fosse.”
La
rappresentazione del sindacato operaio sconta l’opinione
generalmente condivisa su Hollywood in contrapposizione agli usi e
costumi dell’ambiente religioso da cui Schrader proviene; non per
niente, nel successivo Hardcore,
il regista proseguirà il discorso a carte scoperte nella descrizione
del sottobosco pornografico, visto come limbo infernale dall’ambiente
calvinista: proprio un uomo di formazione religiosa si cala in tale
abisso toccandone con mano – nel senso concreto e non solo
metaforico del termine – i lati più oscuri e remoti, indotto dal
bisogno di ritrovare la figlia, ma pungolato anche dalla sfida con la
parte più nascosta della sua anima.
In
questo senso, Tuta
blu
è un’opera dietro i cui aspetti più trasparenti covano tutti gli
incubi schraderiani e rimane esemplare nel confermare l’opinione su
quello che l’autore definisce sistema casto e puro, a proposito del
quale il film mostra l’aspetto più affascinante da una parte ma,
dall’altra, anche la sua contraddittorietà: infatti, proprio come
il sindacato dei lavoratori descritto in Tuta
blu,
Hollywood offre un’opportunità di lavoro ai suoi membri, sebbene
quello che più conta sia il profitto, fattore che lo rende un
business
in virtù dello sfruttamento delle maestranze e da non confondersi
con la qualità dei prodotti.
“I
funzionari sindacalisti sono visti come la classe dirigente. Penso
che tutti i sindacati di quel piglio finiscano per diventare
indemocratici e trasformarsi in lobby, e ciò, presumo, deriva
decisamente dalle mie impressioni sulla Chiesa. La gente mi domanda
del percorso che ho intrapreso per Hollywood e dice ‘Come ci sei
riuscito?’, giacché vede Hollywood come una sorta di struttura
monolitica. In genere, rispondo che quando ti cimenti con un milieu
che cerca di controllarti i pensieri, stabilendo accordi con un
ambito che vuol semplicemente pilotarti le azioni materiali, questo è
facile in parte. Hollywood se ne frega altamente di quello in cui
credi; tutto ciò che vuole è comportarsi in una certa maniera per
far quattrini.”
All’uscita
di Tuta
blu,
Schrader rammenta di essere stato etichettato come un marxista, o più
correttamente una “nuova promessa marxista”, benché l’autore
abbia sempre cercato di smentire tale giudizio e tenersi alla larga
da opinioni avventate, spiegando che quella non era affatto la strada
verso cui si era indirizzato: la politica ostentata nel film –
afferma il regista – “è quella del rancore e della
claustrofobia, l’impressione di essere manovrato e di non essere
più sotto il controllo della tua vita”. Lo stile duro e diretto
sul mondo operaio è un soggetto scarsamente affrontato da Hollywood,
ma proprio in virtù della scelta del tema trattato, così marginale
nel cinema americano, consiste la posizione controcorrente di
Schrader, almeno per la crudezza con cui quest’ultimo racconta
l’alienazione e la violenza della vita in fabbrica: da una parte,
la tensione che si respira man mano che la vicenda si dipana è
riconducibile alle movenze da film noir
cui Tuta
blu viene
condotto, e dall’altra dipende strettamente dal realismo della
situazione narrata, cui la recitazione degli attori contribuisce a
dare un apporto di rilievo.
Due,
in particolare, sono i momenti in cui si respira questa tensione: si
prenda la sequenza in cui il nero Smokey (Yaphet Kotto) rimane ucciso
nel reparto vernici della fabbrica, asfissiato dal gas degli spray il
cui fumo lentamente invade la stanza costringendo l’operaio a
trascinarsi a fatica verso l’uscita (frattanto bloccata da un
carrello elevatore) e a sbattere esanime la testa sul vetro. Ancora,
la sequenza in sottofinale che vede Jerry (Harvey Keitel) al volante
della sua auto mentre è pedinato da una presenza indistinguibile, ma
che l’uomo sospetta trattarsi di Zeke (Richard Pryor), il cui
silenzio nel frattempo è stato comprato dai padroni, o di un
sindacalista della fabbrica che tenta di sbarazzarsi di Jerry: la
quasi insopportabile tensione dello spettatore fa il paio con quella
dell’operaio, il cui sospetto d’essere perseguitato lo induce
alla paranoia e, per poco, non lo porta a restare vittima di un
incidente; effettivamente, un’auto si avvicina a quella di Jerry in
modo sinistro e, logicamente, questo fa salire la tensione finché
l’uomo non s’imbatte in una macchina della polizia che,
arrestandolo, in un certo senso gli salva la vita.
Il
piglio veristico cui si accennava emerge da molti episodi: si pensi
nell’incipit alla reazione accesa di Zeke nei confronti del
sindacato, incurante delle sue lamentele sulla busta paga o del fatto
che il suo armadietto non risponde ai requisiti richiesti, ma lo
stesso ambiente operaio è immortalato sin dall’immagine iniziale
sullo sfondo di una Detroit plumbea e metaforicamente inquinata dalle
emissioni gassose delle ciminiere, oltrepiù accentuato dai
fotogrammi degli operai al lavoro, ciascuno “congelato” dai
credits
introduttivi del film; non meno realistica è la presentazione
dell’ambiente familiare di Zeke e Jerry – un nero e un polacco,
si noti – il cui salario risulta sempre più insufficiente a
garantire, al primo, un’esistenza dignitosa alla famiglia e, al
secondo, almeno l’apparecchio per i denti per la figlia, spinta a
costruirsene uno rudimentale da sola.
Benché
parzialmente, l’ambiente operaio riapparirà nella prima parte de
La
luce del giorno,
in quanto il gruppo musicale “The Barbusters” è composto
principalmente da maestranze di un’industria cartiera, ma nello
stesso film è incluso l’elemento-famiglia che già in Tuta
blu ha
modo di evidenziarsi con nitido realismo, prima di riapparire in
molte opere di Schrader tra cui il successivo Hardcore.
Anche Tuta
blu,
però, risulta dotato di un elemento di contrapposizione riguardante
la doppia rappresentazione di un nucleo familiare: quello
professionale della fabbrica – apparentemente tranquillizzante e,
al contrario, marcio alla radice – e quello privato dell’operaio,
con tutti i problemi che ciò comporta e che, per la maggior parte,
dipendono da questioni di lavoro.
A
parte ciò, Tuta
blu
non è privo di momenti ironici e, anzi, proprio l’ironia è
l’elemento primario che stempera momenti di forte tensione: non per
nulla, nel primo ruolo drammatico della sua carriera, Richard Pryor
conferma le proprie doti di attore comico addirittura in circostanze
che, sostenute da altri attori, risulterebbero appunto solo
drammatiche; la presenza massiccia e gesticolante di Pryor, le
invettive sovente colorite del suo personaggio riguardo all’ambiente
operaio e ai sindacati mostrano la tragicità del problema grazie a
uno humour tanto amaro quanto asciutto che accompagna l’opera,
dall’episodio in cui Zeke si lamenta coi dirigenti alla sequenza
conclusiva, in cui l’operaio attacca l’ex collega Jerry
accusandolo di avere fatto la spia e di essersi venduto alla polizia,
quando lui stesso viene comprato con un impiego da amministratore di
reparto per tenere la bocca chiusa. A rimarcare l’ironia di fondo
presente in Tuta
blu,
non manca un’osservazione di Zeke sui programmi televisivi più
seguiti in casa sua, in particolare sulla serie I
Jefferson,
della quale lamenta l’insulsaggine nel mostrare una famiglia di
neri appartenente alla società bene (e alla classe dei bianchi) per
aver fatto soldi con una catena di lavanderie: qualcosa, a detta di
Zeke, che rivela la falsità e inconsistenza del prodotto, se messo a
confronto con gli stipendi da miseria che l’operaio prende
quotidianamente.
Se
le questioni relative alla famiglia sono esorcizzate con ironia,
momenti che dovrebbero costituire apici di tensione lo sono
altrettanto spesso, come la sequenza in cui Zeke, Jerry e Smokey
rapinano di notte la cassa del fondo sindacale; qui, i tre meschini
sono colti in flagrante da un addetto alla sorveglianza, attonito
davanti alle buffe maschere che indossano, tanto da permettere loro
di stordirlo con una mazza da baseball, il tutto giocato su
inaspettati toni da cartoon.
Non sempre, tuttavia, il drammatico sterza in direzioni comiche, e
ciò che ha contorni violenti più spesso è lì per mantenere alta
la tensione: la sequenza finale in cui Zeke provoca l’ex amico, che
reagisce con un gesto impulsivo e stizzito, si arresta sul fotogramma
“congelato” dei due uomini che vengono alle mani, ciascuno in
posizione di difesa. In questo caso il freeze
frame
ha, manco a dirlo, la funzione di smorzare la tensione dello
spettatore, ma il significato è ovviamente allegorico, marcato in
tal senso dalla voce over
di Smokey in cui si ripete un’espressione che racchiude il senso
dell’imperitura lotta fra classe dirigente e proletaria (“Mettono
i vecchi contro i ragazzi, gli anziani contro i nuovi, i neri contro
i bianchi: fanno qualsiasi cosa per tenerci alla catena”). Entrambi
sguardi contrari di una stessa ipocrisia, come di un identico
conflitto, il profitto dell’una dipende sempre dalla frustrante
condizione dell’altra: all’interno e all’esterno della
condizione operaia, gli scontri e i conflitti sono destinati a
proseguire e ad avere uno sviluppo tutt’altro che sereno. E in un
clima tanto teso, gli antichi rancori che covano alla radice, siano
di classe o razziali, sono pronti a riemergere da un momento
all’altro.
Benché
non smodatamente violento, Tuta
blu è
un film fondamentalmente aggressivo, per l’irruenza degli episodi e
il linguaggio vituperante dei dialoghi, fattori riconducibili a un
quadro di quotidianità tratteggiata con realismo. Sostiene Schrader:
“In
quel periodo, la gente mi diceva sempre ‘Fai dei film troppo
violenti’, e io rispondevo ‘No, lo sono psicologicamente, ma non
hanno niente a che vedere con quelli fisicamente violenti’. In
tutta la mia carriera, ho ‘ucciso’ molta
gente quanta Walter Hill – dice lui – ne uccide in mezzora, così
la sensazione di violenza trapela da un quid
completamente
diverso ch’è il mio senso di claustrofobia.”
Dalla
stessa claustrofobia, del resto, è colto Smokey nel reparto vernici
della fabbrica in un citato momento del film – uno infatti tra i
più naturalmente violenti – costringendolo a batter la testa
contro il vetro della porta e a morire asfissiato.
Oltre
che in un’autentica officina automobilistica di Detroit, le riprese
di Tuta
blu
si svolgono a Kalamazoo in un momento di caldo atmosferico estenuante
e, per quanto usuali in un’opera prima, la lavorazione conosce non
poche difficoltà organizzative: un primo ostacolo si ha in fase del
casting
sulla scelta dei tre protagonisti, riguardo alla quale l’autore non
ha intenzione di piegarsi a un’idea falsamente politically
correct
che vede due bianchi e un nero, la trova fuori tempo e razzista la
sua parte, e comunque legata a una vecchia idea di cinema
hollywoodiano. Ne segue che la scelta rovesciata di due neri e un
bianco risulta difforme da quegli schemi tradizionali usualmente
seguiti nel (e imposti dal) cinema americano. Schrader vi è spinto
dalla ricerca di un più definito e complesso disegno dei personaggi,
oltreché di un maggiore verismo che lo spinge ad affrontare la dura
realtà della classe operaia, i problemi che l’affliggono – dai
conflitti personali ai bisogni materiali, alle condizioni di
necessità che spesso turbano lavoratori appartenenti alle minoranze
– e ne schiacciano l’esistenza. Allo scopo di convincerli a
calarsi a fondo nel personaggio, Schrader ritiene più adeguato
rivolgersi a ciascuno degli interpreti principali separatamente,
facendo loro credere di essere la star del film.
Una
seconda difficoltà concerne l’atmosfera di tensione avvertita sul
set che, se da una parte lo appesantisce, dall’altra non soltanto
crea l’adeguato climax
per una vicenda realista, ma accentua in misura sempre maggiore la
progressione narrativa e il disegno dei personaggi coinvolti. La
recitazione degli interpreti è secca, dura e particolarmente
convincente: i tre protagonisti si guardano in cagnesco opponendo,
ciascuno, un proprio tipo di recitazione che sembra non accompagnarsi
quasi mai con quello degli altri, e alla recitazione dinamica e tutta
mosse improvvise di Pryor si oppone a fatica quella autoanalitica e
teatrale di Harvey Keitel (destinato a diventare frequente presenza
schraderiana). Nei momenti di crisi maggiore, la troupe
si divide in blocchi contrapposti che si fanno la guerra, e non
trascorre giorno senza che vi siano alterchi: sia Pryor che Keitel
sono animati da uguale perfezionismo, che la rivalità sul set
accentua, ma ciò si ripercuote positivamente sulla concentrazione e
la resa finale. L’esperienza di comico monologante di Pryor lo
porta, in più d’una ripresa, a recitare a braccio, improvvisando e
addirittura modificando i dialoghi della sceneggiatura come davanti
al pubblico di un live
show,
senza avvertire il regista né la troupe delle proprie intenzioni. In un’altra circostanza, Keitel è
costretto a sospendere un ciak di sua iniziativa poiché si accorge
da solo d’improvvisare. In un altro momento ancora, Pryor provoca
contusioni all’attore Yaphet Kotto colpendolo con una sedia dello
studio. Quanto basta per mettere alla prova il debuttante regista,
indurlo più volte a dubitare che il film venga portato a termine, e
forse a domandarsi se non sia meglio lasciar perdere l’attività di
regista e tornare a quella di sceneggiatore.
Francesco
Saverio Marzaduri

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