Nel segno del mito: PER UN PUGNO DI DOLLARI

Nel segno del mito: Per un pugno di dollari 


Se dello spaghetti western si è parlato e scritto più di quanto all’epoca si potesse pensare, figurarsi a proposito di quello che da ognuno, a tutti gli effetti, è considerato il capostipite. Come sovente accade a opere il cui concepimento trae origine dalla casualità, e tanto basterebbe a conferirle aura di mito, a interessare di un film come Per un pugno di dollari sono, in prevalenza, aneddoti e curiosità sulla sua realizzazione. La cui conseguente fortuna si spiega, anzitutto, con il controverso successo di operazioni western girate in Europa molto prima del cult di Sergio Leone – tutte, manco a dirlo, debitrici dei prototipi statunitensi cui facevano il verso – e in secondo luogo con quella che un tempo era la più agevole forma di pubblicità, cioè il “passaparola”. 
Come osserva Marco Giusti, in un paese come il nostro era ancora assente l’archetipo teso a stabilire le regole del genere e a reinventarlo, e regolamentarlo, per i cineasti europei e italiani. La fortuna sostanziale, per Leone, fu di arrivare quando topoi e pattern, stilemi e cardini adocchiati nei progetti antecedenti il suo – tutto quanto, insomma, fa ora del western all’italiana un riconoscibile marchio di fabbrica – erano già squadernati in attesa del nome e/o dell’opera che li portasse alla completa sublimazione. Il resto è storia del costume e della mitologia. A partire dalla leggenda secondo la quale Per un pugno di dollari è il remake all’amatriciana (e c’è chi ancora lo definisce un plagio) del giapponese Yojimbo – La sfida del samurai, e ancor prima da Piombo e sangue di Hammett. Pure, secondo le parole di Scorsese qui in veste di filologo, non è esente qualche eco da Budd Boetticher. Come pure l’interesse mostrato da nomi quali Enzo Barboni e Tonino Valerii, a loro volta futuri artigiani del western, nei confronti del film di Kurosawa, che indusse il primo a convincere Leone ad andarselo a vedere. Come la genialità dello stesso Leone, per qualcuno ai tempi piuttosto dubbia, nel carpire idee di colleghi riadattandole furbescamente al proprio estro. 
Sia come sia, il concepimento di un’opera i cui scenari, perlopiù di derivazione spagnola, ben si prestano a un elisabettiano intreccio di faida familiare – sfruttata da un misterioso individualista anarcoide – è sufficiente a garantire aria fresca a un genere ormai logoro, che in Italia trova la propria codificazione. Cosa rara, che con Leone si concretizza per la prima volta: un rilevante risalto si dà alle ferite, che la cinepresa, tra un tempo dilatato sino allo spasimo e l’altro, sottolinea in modo assai marcato. I corpi, in Leone prima che in Peckinpah, finalmente sanguinano. E se nel secondo l’ortografia dell’immagine troverà la propria firma nell’insistito utilizzo del ralenti, in Leone è ancora la dilatazione del campo-controcampo e l’uso, non meno insistito, del prim(issim)o piano a condurre l’ansia dello spettatore verso una catarsi finale, perfettamente integrata nelle regole del genere da ritagliarsi, di diritto, uno spazio nella sfera della classicità. 
Non occorrono grossi dispendi: semmai i problemi economici si riconducono ai permessi e alle liberatorie per girare in esterni. Nemmeno per quanto concerne il casting, che a grossi nomi quali Henry Fonda, Charles Bronson o James Coburn – via via sciorinando nomi di secondo piano, da Rory Calhoun a Frank Wolff, da Philippe Leroy a Henry Silva – impone un giovane volto televisivo: il Clint Eastwood (cui presta la voce Enrico Maria Salerno) destinato a diventare icona western come il sigaro ch’era costretto a masticare, e il cui nome molti anni più tardi sarà scolpito nell’Olimpo dei grandi registi, proprio grazie alla collaborazione con Leone iniziata con Per un pugno di dollari. 
Il resto, si diceva, è leggenda. Come la presenza di Gian Maria Volonté (doppiato da Nando Gazzolo) o di Mario Brega nei panni dei villain. Come la collaborazione musicale fra il regista ed Ennio Morricone, che consentirà a quest’ultimo di entrare in hit parade. Come il divieto ai minori di diciotto anni appiccicatogli in un primo momento dalla censura, a causa di alcune situazioni particolarmente violente. Come la curiosa esistenza di una sequenza introduttiva, totalmente estranea all’originale e mostrata solo alla tivù americana, che reca la firma del leggendario Monte Hellman, dove lo Straniero è interpretato da una controfigura. 
Se è vero che, un po’ per fortuna e un po’ per furbizia, si può diventare grandi quando il percorso è spianato da qualcun altro in modo poco brillante, è altrettanto vero che ogni inizio comincia sempre da una fine. E parafrasando John Ford, se la leggenda diventa realtà, a prevalere è la leggenda. Come tutte le storie che su Per un pugno di dollari, e in generale su tutta la filmografia di Sergio Leone, seguitano a circolare. Nel segno del mito. 

Francesco Saverio Marzaduri

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