Palco e retropalco: ZIGGY STARDUST & THE SPIDERS FROM MARS
Palco e retropalco: Ziggy Stardust & the Spiders from Mars
Don Alan Pennebaker è stato certamente uno dei più continui, importanti
e coerenti film
makers
che abbiano documentato su celluloide eventi legati alla musica rock.
Già a metà degli anni Sessanta aveva prodotto un’interessantissima
opera incentrata sulla prima tournée di Bob Dylan in Gran Bretagna,
Don’t Look Back,
film che documentava ciò che l’artista, assurto a ruolo messianico
o aspirante a tale ruolo, non poteva coscientemente esimersi dal
mostrare, ma che soprattutto mostrava la cesura, consapevole quanto
astuta, fra il proprio essere persona reale e il proprio status
di personaggio, tanto più evidenziato dalle immagini quanto più
negato con ostinazione dalle parole che l’artista rilascia: al
punto di rifiutare ogni spiegazione aggiuntiva circa le proprie
composizioni e il loro significato, lasciando ad esse il compito di
parlare da sole e
ostentando, talvolta, il più sovrano distacco enunciativo nei loro
confronti.
Con
quel film, Pennebaker, fortemente debitore delle correnti underground
e degli stili cinematografici così
largamente impiegati in quell’epoca di cambiamenti culturali e
prim’ancora socio-politici, si gemellava alla personalità di Dylan
nel suo progettare e portare avanti la possibilità
di documentare attraverso
tecniche, sintassi e percorsi propri del più ortodosso “cinema
verità” l’impossibilità
a documentare la realtà
più profonda (in questo caso, relativa all’artista reale),
testimoniando di una sempre più consapevole possibilità di
trascendere l’evento (un concerto specifico, una tournée) in
funzione del suo farsi oggetto estetico d’altro tipo.
Esempio
procedurale lampante erano le interviste – talora camera
look, talaltra concesse
ad interlocutori fuori campo – che si alternavano tra un’esibizione
canora e l’altra dell’artista, per la maggior parte tese a
raffreddare ogni possibilità di comunicazione emozionale attraverso
le più oscure dichiarazioni; o come certe inquadrature ravvicinate,
che parevano insistere con spietatezza su Dylan rendendone visibili
lo smarrimento, la personale incertezza sull’opportunità di
palesare o meno il proprio pensiero o stato d’animo, l’occasionale
posizione di fonte enunciativa, il ruolo di fornitore di verità
relative che si trovava improvvisamente a recitare.
Qualcosa
di molto affine è rintracciabile in questo Ziggy
Stardust and the Spiders from Mars,
realizzato da Pennebaker alcuni anni dopo e incentrato, stavolta, sul
lungo tour di David Bowie e del suo gruppo nel 1972. Affine, ma non
uguale: il film precedente si snodava durante un’intera tournée
evidenziandone alcuni momenti topici, mentre Ziggy
Stardust and the Spiders from Mars fornisce
la documentazione di un solo concerto del tour. Tale concerto però
non viene ripresentato nella sua continuità temporale, costantemente
interrotta dal montaggio cinematografico, e già l’incipit del film
(in cui viene mostrato il marciapiede londinese affollato di gente in
attesa, davanti alla sede del concerto) lo annuncia chiaramente: a
tale inquadratura infatti, accompagnata fuori campo dalle note di una
sinfonia di Beethoven, ne fa seguito una in cui si vede Bowie davanti
allo specchio del suo camerino, intento a truccarsi da marziano e a
parlare coi giornalisti. Nel corso del film tale procedimento si
ripeterà in più occasioni, ma già questo inizio, finalizzato a
mettere in luce aspetti topici del personaggio, annuncia la volontà
di non tentare ripresentazioni dell’evento basate sulla
ricostruzione del suo continuum
temporale.
Da
questo punto di vista, Ziggy
Stardust and the Spiders from Mars anticipa
per certi versi lo scorsesiano Ultimo
valzer, nel quale il
grande risalto offerto all’aspetto musicale si accompagna alla
caratterizzazione di ogni singolo musicista, attraverso brevi
interviste che si alternano alle esibizioni. Nel film di Pennebaker,
tuttavia, le fugaci soste in camerino e la nutrita galleria di
travestimenti e make-up,
che permettono a Bowie di presentarsi al pubblico in più modi
diversi man mano che lo spettacolo procede, tendono a restituire
dell’artista l’immagine più oggettiva possibile, sebbene la
continuità temporale fra esse e le esibizioni dell’artista durante
lo show si risolvano, in termini di montaggio, in una continuità
cinematografica che vanifica qualsiasi presa diretta. Di conseguenza,
anche gli insistiti primi piani su Bowie, truccato in modo sempre più
vistoso ed eccentrico, si concentrano sulla sua studiata mimica
facciale, sulle sue pose plastico-gestuali, sulla sua padronanza
scenica e sul suo rapporto col pubblico. Pennebaker offre uno sguardo
oggettivo sulla multiforme personalità dell’artista semplicemente
esibendone la fenomenologia, fuori e dentro la scena.
È
in quest’operazione che risiede la maggiore affinità fra Ziggy
Stardust and the Spiders from Mars e
Don’t Look Back,
nel quale l’immagine di Dylan è ricondotta alla sua
rappresentazione più plausibilmente oggettiva: Dylan era quasi
sempre presente, evocato da discorsi quando non lo era, inquadrato
durante le interviste o ripreso di spalle, intento a leggere,
prendere appunti, scrivere a macchina; il suo interagire era a volte
giocoso, altre scontroso, mai prevedibile; in alcune occasioni si
mostrava accigliato, in altre disponibile, in altre ancora faceva
abrasivamente capire agli astanti di essere disturbato dalla loro
presenza. Don’t Look
Back cercava di sondare
l’oggetto della propria analisi, insistendo sul dietro le quinte e
sulle immagini rubate alla quotidianità dell’artista (inquadrature
traballanti, bianco e nero, assenza di commento e, paradossalmente,
scarsa presenza di sequenze girate durante i concerti). Ziggy
Stardust and the Spiders from Mars tenta
la medesima carta, ma all’interno di un solo concerto, ossia di un
evento a suo modo eccezionale e, dunque, lontano da ogni idea di
quotidianità. Nella sua ripresentazione, la sola quotidianità
rintracciabile è quella che emerge da ogni sequenza di Bowie in
camerino, ossia proprio nel luogo più esclusivo e negato ai più.
Il
pubblico, in questo film, torna ad essere parte integrante dello
spettacolo, diversamente che in opere di altri autori: già in
Monterey Pop,
film che documentava un altro fondamentale evento rock (il festival
tenutosi nella località californiana nel giugno del ’67),
Pennebaker aveva attribuito al pubblico funzioni di eguale e
complementare importanza rispetto ai musicisti, facendone il logico
terminale d’un previsto processo d’identificazione da parte degli
spettatori cinematografici. Al pubblico veniva data voce assai di
rado, ma la sua presenza non era elusiva: lo si vedeva in un gioco di
campi e controcampi partecipare alla musica e al suo ritmo,
attraverso immagini montate alternativamente con quelle degli artisti
che si esibivano, ascoltare immobilizzato dalla stupefazione oppure
assorto, concentrato in mille forme di raccoglimento. Attraverso la
sua pluralità e onnipresenza, il pubblico informava di sé tempo,
luogo e azione, e documentandone la tipologia simbolica e
d’atteggiamenti Pennebaker riusciva, attraverso il montaggio, a
catturarne lo spirito. Allo stesso modo, in Ziggy
Stardust and the Spiders from Mars,
il gioco di campi e controcampi utilizzato in precedenza vede uno
stuolo di spettatori/ascoltatori interagire con l’esibizione dal
vivo del loro idolo, mette in sequenza immagini di Bowie con primi
piani di spettatori di volta in volta euforici, incantati, in
deliquio, in lacrime, ipnotizzati dal carisma dell’artista sulla
scena. Come in Monterey
Pop, il montaggio
documenta la partecipazione del pubblico, la sua tipologia di gesti
ed azioni, documentandone le emozioni nell’irripetibile momento del
loro insorgere.
In
Ziggy Stardust and the
Spiders from Mars,
Pennebaker si mantenne fedele alle proprie estrazioni stilistiche,
lavorando in economia anche in presenza di uno show particolarmente
scenografico, senza tentarne visualizzazioni aggiunte e limitandosi
alla ri-presentazione dell’evento in sé. Tale evento, uno show che
David Bowie portò in tournée per una o due stagioni, contribuì non
poco alle fortune della rockstar britannica; esso metteva in scena il
suo album The Rise and
Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars,
ispirato a una figura di alieno creata dallo stesso Bowie,
avvalendosi d’una coreografia diretta da Lindsay Kemp e
interpretata da quest’ultimo col suo corpo di ballo. Uno spettacolo
imponente e multiforme, che Pennebaker scelse di ri-presentare in
conformità al proprio stile e alla propria prassi produttiva
abituale. Nonostante, cioè, la presenza stessa di un balletto
venisse ad alterare l’abituale gioco dialettico tra pubblico e
musicisti, giustificando eventuali deroghe stilistiche e qualche
licenza creativa in più, Pennebaker confermò in questo film le
proprie preferenze all’immagine oggettiva piuttosto che alla
visualizzazione soggettiva, e la propria non disponibilità a filmare
la realtà giudicandola.
Scelta che implica di per sé l’adozione del low
budget come pratica
produttiva permanente.1
Francesco Saverio Marzaduri
1 Al
riguardo, lo stesso Pennebaker ha dichiarato: “I miei lavori
nascono senza essere padroneggiati dalle case cinematografiche. Io
sono indipendente, quindi conto meno, e incontro enormi difficoltà a
piazzare i miei film”.

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