Prima dell’11 settembre: 1997 – FUGA DA NEW YORK

Prima dell’11 settembre: 1997 – Fuga da New York 


Tre decenni sono ormai trascorsi dalla sua uscita, ma questo film conserva sempre un’originalità e una freschezza inalterate, superiori a molti altri evergreen. Di più: vent’anni esatti prima di una data, l’11 settembre, destinata a scolpire una nuova pagina di cronaca nera, un cineasta di nuova generazione di nome John Carpenter – tre cult all’attivo, il bellissimo Distretto 13 – Le brigate della morte e i più noti Halloween e Fog – precorse i tempi realizzando un’opera-profezia di allarmismo quasi inverosimile, trasmutando lo scenario della Grande Mela in un’enorme prigione priva di confini, isolata come uno degli enumerabili penitenziari veduti e riveduti nelle pellicole d’ambientazione carceraria. Qui, come ammonisce la voce off che apre il film, vera e propria dantesca porta dell’inferno, chi vi entra non esce più. Il concetto di libertà, per usare un eufemismo, è una pallida rimembranza ed è sintomatico che i resti della statua simbolo di questa libertà si riducano a cocci sommersi nelle acque della baia (quanto a dire che Kevin Reynolds non ha poi inventato nulla). Chi governa tale prigione non è più manovrato da interessi politico-economici, essendo animato dall’unica legge plausibile: la prevaricazione. Come un Olocausto postatomico, che più visionario non si potrebbe, nel nuovo “regno della razza umana” la posta in gioco è unicamente sopravvivere: bene lo sa Snake Plissken – in italiano, chiamiamolo Jena – cane sciolto, disilluso e solitario come i personaggi delle filmografie di Leone e di Peckinpah (non per nulla, figurano nel cast Lee Van Cleef ed Ernest Borgnine). Non uno stinco di santo, ovviamente, ma nonostante tutto ancora pervaso da un senso morale ridotto a gramo barlume. Novello Bogart anche più nichilista, Snake si allontana nell’epilogo dopo aver portato a termine un’obbligata missione: riportare vivo il Presidente (“President of what?!”), malauguratamente caduto nel cuore della metropoli ai piedi del World Trade Center, nel pieno d’una guerra tra bande debitrice di Walter Hill (ispiratrice, da noi, delle parodie dei fratelli Vanzina o di apocrife imitazioni, perlopiù dirette da Enzo G. Castellari). Cavaliere elegiaco senza meta e senza padroni, Jena si allontana restando il cinico che sin dall’inizio comprendiamo essere, congedandosi con una beffa che sigla il senso dell’intera vicenda. E la Los Angeles popolata da replicanti, che a loro volta tentano di sopravvivere e a loro volta sono alla ricerca del senso di un’esistenza non voluta, è appena alle porte... Nel 2001, sarebbe stato irresistibile immaginare l’Air Force One che precipitava nella prigione immaginata da Carpenter: sì, proprio l’Air Force One che trasportava il presidente Bush. Presidente di che?! 

Francesco Saverio Marzaduri

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