Lo “spaghetti western” incontra la commedia all’italiana: IL BUONO, IL BRUTTO, IL CATTIVO

Lo spaghetti western incontra la commedia all’italiana: Il buono, il brutto, il cattivo 


“Il film western italiano è nato non già da un ricordo ancestrale bensì dal bovarismo piccolo-borghese dei registi che da ragazzi si erano appassionati al western americano. In altri termini il western di Hollywood nasce da un mito; quello italiano dal mito del mito. Il mito del mito: siamo già nel pastiche, nella maniera”. La considerazione di Alberto Moravia, all’epoca recensore per “L’Espresso”, non è l’unica a mostrare scetticismo nei confronti di un regista, e più in generale di una tendenza, il cui successo, in termini di quantità e di cifre, non sempre era ripagato da qualità d’idee e da sostanza. Da questo punto di vista, la sfortuna de Il buono, il brutto, il cattivo si commisura con il grado di un’epoca che cominciava a guardare con insistenza a contenuti e ideologie, appartenenze e schieramenti. Riviste di critica militante, ad esempio “Ombre Rosse”, il cui titolo non era certo casuale, si schieravano dichiaratamente dalla parte di opere ed autori sensibili alle influenze “barricadere” sia all’estero che in Italia. Viceversa, non si poteva più sopportare che il mezzo cinematografico fosse ancora considerato un mero veicolo di evasione edificante, tanto più se, dietro il paravento dell’azione spettacolare o della risata leggera, si camuffava una morale dubbia. La morale, più semplicemente, di chi non aveva voglia di rimboccarsi le maniche e affrontare il futuro con l’arma dell’allegoria, preferendo sedere sugli allori e mantenere il successo conseguito perseverando nelle proprie collaudate formule. 
Nondimeno, chiedere a un film di Sergio Leone di mostrare qualche connotazione politica all’interno di uno spettacolo chiassoso e ridondante, è come chiedere a una mucca di produrre cioccolato anziché latte. Ciò che ancora oggi fa la forza, in uno qualunque dei suoi western, è soprattutto il senso di un’azione programmata col piglio dello scaltro artigiano, padrone degli strumenti di cui dispone – nel frattempo affinatisi – ove il senso del ritmo, volutamente dilatato all’inizio, prende quota nella scansione dello spazio e del tempo tra un fotogramma e l’altro, tra un primo piano e l’altro, tra una battuta e l’altra. Suggellato da un campo lungo o da una figura intera, scandito da una sapiente applicazione della colonna musicale, l’ingigantirsi dell’azione è costellato da una tagliente ironia pronta a stemperarsi negli episodi più cruenti. 
Il buono, il brutto, il cattivo non solo risponde all’assioma, ma consente di evidenziare quelle componenti delle quali Leone si servirà nei western della maturità: su tutti Giù la testa, nel quale in tanti hanno voluto interpretare la componente politica del regista, e in sostanza l’opera più smodatamente ambiziosa e “rivoluzionaria” di Leone. In effetti, il connubio che lega il Biondo a Tuco, entrambi alla ricerca di una tomba che nasconde un prezioso bottino, è intriso di quell’ilarità irriverente, felicemente perfida, che un lustro dopo si ritroverà nel rapporto fra Sean/John e Juan. In ambedue i casi si tratta di un’unione forzata, dove il legame, come già era l’atteggiamento dello Straniero, è spiegato solo da ragioni di egoistico interesse: per conseguire la posta in gioco si è pronti alla più bassa delle azioni, al più odioso dei dispetti, prima che il Caso rimetta le carte in tavola e ribalti il meccanismo, facendo sì che una delle parti non possa fare a meno dell’altra. La componente, tesa a scandire la situazione, è un’ilarità che dichiarata discende dalla comicità chapliniana (Leone medesimo giustificava la scelta di Eli Wallach intravedendo nelle qualità dell’attore qualcosa di molto vicino a Chaplin), rifacendosi a Laurel & Hardy nella relazione vittima-carnefice, ogni volta messa in discussione, fra Tuco e il Biondo. 
Il buono, il brutto, il cattivo è anche il primo esperimento nel quale Leone amalgama, con indiscutibile senso del ritmo e della tensione, la finzione alla Storia, immettendo parentesi ora crude ora poetiche al centro di episodi reali (e la Guerra Civile, dove i due protagonisti incappano, sta al film come la rivoluzione di Pancho Villa starà a Giù la testa), un po’ quello che in letteratura – anche bassa – hanno fatto in centinaia, da Dumas a De Coster, da Stevenson a Conrad e giù fino a Salgari. Lo spaghetti western, quanto a umorismo in situazioni reali e/o tragiche, discende di fatto da un altro fondamentale genere: la commedia italiana. Sempre nel disegno psicologico fra i tre protagonisti – che costantemente si rincorrono e si fanno le scarpe, sino alla resa dei conti finale – risulta facile individuare i personaggi di capolavori come I soliti ignoti, La grande guerra o I compagni. Tanto più se a firmare le sceneggiature di quei film, come de Il buono, il brutto, il cattivo, sono nomi come Age, Scarpelli, Vincenzoni. Il cerchio si chiude, ancora una volta. Dopo questo film, Eastwood sarebbe tornato in America da star, e Sergio Leone si sarebbe dedicato a una nuova dimensione western che guidasse la Grande Frontiera verso la modernità e la Storia successiva. 

Francesco Saverio Marzaduri

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