Vendetta catartica: ROLLING THUNDER

Vendetta catartica: Rolling Thunder 


Dopo il sensazionale successo di Taxi Driver, Paul Schrader entra nel novero degli screenplayers più considerati e contesi degli anni Settanta: nell’eventualità che uno script non venga realizzato, preferisce scrivere copioni nuovi o stenderne gli abbozzi, sperando che arrivino sulla scrivania di qualche regista o produttore disposto, in seguito, a investire su di essi; il più delle volte, Schrader si limita a lavorare sui soggetti per affidarli a cineasti diversi, spesso alle prime armi o decisamente inesperti, piuttosto che considerare l’eventualità di girarli in proprio: Rolling Thunder rientra nella seconda categoria, essendo un copione che l’autore vorrebbe in effetti realizzare anche come regista, benché il soggetto conosca disparati transiti da una mano all’altra, essendo venduto dapprima all’American International Pictures gestita da Larry Gordon, poi alla Columbia e alla Fox per poi passare ancora, e definitivamente, all’AIP. 
Il personaggio principale presenta molte analogie con quello del precedente, fortunatissimo script, trattandosi come Travis Bickle di un reduce del Vietnam mutilato non solo nella psiche ma anche nel fisico, desideroso di vendicare la famiglia, decimata da una banda di teppisti. Il massacro di questo “angelo della morte”, però, non presenta significati di espiazione, apparendo una schietta azione di vendetta fine a sé stessa, ma il sentimento di rabbia repressa che cova il protagonista è lo stesso che anima Travis. 
All’inizio – racconta Schrader – il personaggio non è un combattente del Vietnam, bensì un misantropo ottuso e razzista del Texas, divenuto eroe di guerra senza mai combattere e non privo di quello stesso margine antisociale che, d’altronde, contraddistingue l’icona di Travis Bickle; a parte questo, il razzismo di fondo che lo anima è tale da spingerlo ad affrontare una comunità di texani di origine messicana (eredità di un’inimicizia risalente alla sua infanzia e alimentata dalla guerra) e da compiere un’indiscriminata strage. Sfortunatamente – continua Schrader – pur mantenendo qualche tipo di metafora che concerne il razzismo americano in Vietnam, l’elemento della discriminazione è completamente eliso, e lo sceneggiatore rimedia facendo del protagonista un eroe che torna a casa dopo sette anni di prigionia per scoprire che la moglie desidera divorziare da lui, prima che i teppisti invadano l’abitazione del reduce alla ricerca del compenso in denaro da lui avuto come indennità. Gli assalitori lo torturano, gli causano un incidente alla mano e ne sterminano la famiglia, dopo che questa consegna il vitalizio alla banda. Logico che scatti la molla della vendetta, uno stratagemma raffinato quanto freddo per smascherare gli assassini e poi ucciderli. 
In un primo tempo – si diceva – Schrader vorrebbe realizzare Rolling Thunder come regista, ma poi commette l’errore di affidare il soggetto all’anonimo Heywood Gould e la regia al mediocre John Flynn, che annacqua gli spunti, peraltro interessanti, in una serie di stucchevoli scene sanguinose in cui la violenza risulta più un fine che un mezzo. A favore del risultato, figura il disegno ben definito di personaggi attendibili, benché privi della patologia perversa inizialmente prevista da Schrader; ciò fa del prodotto un’opera sul reducismo vigilante, ma per quanto tesa e coinvolgente non riesce a distanziarsi dal filone dei sottoprodotti reazionari in voga negli anni Settanta, sia pure frutto di un’identica matrice apologetica, e si risolve in un ibrido a metà strada fra Taxi Driver e Il giustiziere della notte di Michael Winner, nel quale le scene di violenza finiscono per preponderare sulla vicenda. 
Nonostante questo, la tematica affrontata in Rolling Thunder anticipa di un paio d’anni Interceptor di George Miller, nel quale lo spunto è portato a conseguenze estreme sullo sfondo di un futuro prossimo di tipo apocalittico. Anche la figura del giustiziere vigilante smarrisce ben presto le proprie connotazioni sociologiche in una quantità di film di serie B in cui l’ideologia, già di per sé rozza, si fa sempre più ambigua e la tesi parafascista del cittadino che si difende da sé è condotta all’estremo limite patologico e si smaltisce in una quantità insostenibile di quadri violenti, efferati ma stantii, in cui risulta arduo trovare giustificazioni sociologiche alle azioni dei vigilanti protagonisti. 

Francesco Saverio Marzaduri

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