Viaggio attraverso il corpo: MAD DOGS & ENGLISHMEN
Viaggio attraverso il corpo: Mad Dogs & Englishmen
“Come
sanno tutti i cultori di musica (…), è oggi considerato il miglior
cantante di Rhythm and Blues; forse inferiore solo a Stevie Winwood
dei Traffic, ma indubbiamente più popolare di lui. Inglese di
Sheffield (è nato nel ’44). Joe è segnato nella figura sgraziata
e nei movimenti quasi spastici dall’infanzia trascorsa nei suburbi
operai e sui banchi delle scuole professionali. (…) Prima di
cantare, ha lavorato da idraulico; e il successo, del resto molto
contrastato, non ha ancora disteso i lineamenti tirati del suo volto.
Ma ora ciò che prima lo rendeva sgradevole, la sua disarmonia fisica
quasi di rachitico, la sua voce falsa da vecchio negro, le
contorsioni spasmodiche, tutto fa parte della sua personalità di
cantante, è diventato stile. E indubbiamente nessun cantante è
capace di suscitare la partecipazione emotiva di massa che accompagna
come un uragano le sue esibizioni.”
La
formidabile performance
al festival di Woodstock, documentata nel suo momento topico
dall’omonimo film, aveva dato a Cocker una notorietà straordinaria
e la sua casa discografica, per capitalizzare al meglio la
situazione, aveva organizzato nella primavera del ’70 un tour di
cinquantasette giorni negli Stati Uniti, da marzo a maggio,
affiancandogli un’orchestra di undici musicisti e un complesso di
dieci coristi, tutti tra i migliori in circolazione. Durante la
tournée venne registrato materiale destinato alla confezione di un
album dal vivo, e fu combinato un accordo con la Metro-Goldwyn-Mayer,
che il successo di Woodstock
aveva
incoraggiato ad investire in film di questo genere: una troupe
seguì
la tournée filmandola interamente, al fine di produrre un
documentario da distribuire in sinergia con l’uscita del disco.
Il
risultato fu un insieme di sessantadue ore di materiale girato, che
in sede di montaggio venne ridotto a poco meno di due in un’opera
che, secondo Bonfiglioli,
“supera
Woodstock non
solo per la violenza coinvolgente, la dissipazione parossistica,
l’aggressività visiva e sonora, ma anche per l’impiego del
materiale cinematografico che il regista sa tagliare dosando
arditezze avanguardistiche e documentarismo fedele, per la coerenza
tematica che mantiene le esibizioni musicali entro la documentazione
non pretestuosa di una tournée (…), e infine per la capacità di
analisi socio-psicologica che, attraverso una serie di interviste, si
conclude con un ritratto appena abbozzato ma certo non banale del
protagonista, Joe Cocker.”
Il
film ha più virtù che difetti. Giovane regista già con esperienze
documentaristiche e televisive al suo attivo, Pierre Adidge utilizza
per le sequenze musicali lo stesso set di opzioni e accorgimenti
tecnici utilizzato da Wadleigh, Scorsese e soci nel montaggio di
Woodstock,
ottenendo un risultato non altrettanto magniloquente e originale, né
capace delle medesime significazioni plastiche, ma di qualità visiva
talvolta superiore, se si considera la migliore organizzazione dello
spazio all’interno delle inquadrature montate.
Il
responsabile alla fotografia, David Myers – già a capo di un’unità
durante le riprese del film di Wadleigh – applica a Mad
Dogs & Englishmen la
stessa scelta tipologica di inquadrature impiegata per la
documentazione dei numeri musicali in Woodstock,
potendo tuttavia contare su preparazioni sceniche che, riducendo la
libertà di improvvisare, consentivano però un utilizzo assai più
efficace dei materiali. La stessa tecnica dello split
screen
viene ripresa e perfezionata, rispetto a Woodstock,
utilizzando con grande efficacia immagini simultanee, visibili come
attraverso un sistema di monitor (probabile retaggio dell’esperienza
televisiva del regista).
Come
in Woodstock,
sono frequenti le inquadrature in simultanea dei vari musicisti
durante l’esecuzione di un brano, o dei musicisti e del pubblico,
ma rispetto al film di Wadleigh le opzioni si fanno addirittura più
numerose. Frequenti, quanto in Woodstock
erano
episodiche,1
le immagini di un medesimo soggetto visto contemporaneamente da più
punti di vista: immagini dotate di un’organizzazione spaziale
interna generalmente più accurata e felice, a prescindere dalla loro
disposizione più o meno simmetrica sullo schermo.
Non
altrettanta cura il film pone, purtroppo, agli aspetti sonori:
l’esibizione al Fillmore East di New York e quella al Santa Monica
Civic Auditorium furono registrati ai massimi della tecnologia
disponibile, su nastri stereo a otto piste, e ciononostante (o forse
proprio per questo), la restituzione acustica fu definita a
shoot-the-works stereo:
quanto a dire, qualcosa di non esattamente gradevole. Va però
precisato che, così registrata, la pista sonora del film poteva
rendere appieno solo nel caso di proiezioni con opportune
apparecchiature di fonoriproduzione, non sempre disponibili nei
cinema d’essai in cui Mad
Dogs & Englishmen,
almeno in Europa, fu prevalentemente proiettato: nelle sale dotate di
tali apparecchiature per la stereofonia, la resa acustica era
infatti, per quanto se ne sa, nettamente migliore.
Il
film di Adidge, comunque, non esaurisce sul piano spettacolare i
propri motivi d’interesse. Nei suoi aspetti e sviluppi, nelle
situazioni comuni e individuali, nei riti collettivi e personali, e
più in generale nel suo configurarsi in termini di viaggio, la
tournée risulta infatti documentata con estrema puntualità. In Mad
Dogs & Englishmen ogni
immagine rimanda al tour, all’esperienza mobile nel tempo e nello
spazio in cui gli artisti risultano impegnati. Le sedi di tappa della
tournée (New York, Dallas, Honolulu, San Francisco, ecc.) si
susseguono distinte e in varia maniera riconoscibili, come
riconoscibile è il procedere del tempo in termini di clima e di
stagione, passando da quello ancora invernale dei marciapiedi
innevati di Broadway al sole della California. L’organizzazione
della vita della troupe
dei
musicisti in tournée appare scandita in un susseguirsi di situazioni
topiche, alcune analoghe (camere d’albergo, fast food, teatri: in
esse però non è mai analogo l’insieme dei comportamenti) ed altre
inedite (esemplare la lunga sequenza in automobile attraverso Dallas
mentre un accompagnatore e l’autista mostrano a Cocker l’edificio
da cui sparò l’assassino di Kennedy, facendo commenti).
La
condivisione del tempo e dello spazio da parte di un gruppo e il
disvelamento dei codici di relazione interna attraverso
l’osservazione dei suoi membri, risultano elementi assai
focalizzati. Il gruppo è assortito per sesso, razza, età, specie
animale (includendo bambini e cani, presenti in ambedue le comitive),
tutti o quasi sono musicisti, tutti o quasi hanno un ruolo di scena,
tutti o quasi – bimbi e cani compresi – hanno una parte nello
show. Prima ancora che uno stile di vita, è la musica nel suo farsi
l’elemento di condivisione primaria interno al gruppo di Mad
Dogs & Englishmen,
ed è la musica nel suo farsi il termine di scambio e di correlazione
più frequente fra i suoi membri: essa infatti scaturisce dalle più
inattese situazioni, sgorga spontanea durante i trasferimenti in
aereo, nelle sale d’attesa, sui pullman, prende corpo nello spazio
di un attimo, basta un vocalizzo perché altre voci si aggiungano e
improvvisino uno spiritual, un gospel, un blues.
Non
vi è netta demarcazione tra i cosiddetti comportamenti di scena
o di retroscena,
comportamenti che paiono essere sostanzialmente gli stessi: il
direttore artistico della banda, Leon Russell, gigioneggia sornione
in scena esattamente come fuori; Cocker appare spiritato ed esausto,
prima e dopo le esibizioni quanto durante; le ragazze sul palco
cantano, coccolano i bambini e prendono in braccio il cane,
esattamente come in camerino o all’aeroporto o in albergo; ed è
sufficiente imbastire una prova anche in numero ridotto perché
questa si muti in un estemporaneo show, dove risalta il gusto di fare
musica insieme, e la capacità di farla divertendosi, come nella
scena in cui Joe Cocker e altri quattro o cinque improvvisano, fuori
dal palco, la più divertita versione unplugged
di Lawdy
Miss Clawdy.
Nel
film di Adidge sono situazioni comuni quelle che si risolvono in
spettacolo, e non c’è individuo che in tali situazioni non
interagisca attivamente o non cooperi in senso spettacolare. Vi è
nel film la sequenza di un picnic cui partecipa l’intera troupe,
in un’atmosfera (dopo la neve newyorkese e molte claustrofobiche
camere d’albergo) da idillio primaverile; ai compagni di troupe
sdraiati o seduti sull’erba, uno degli accompagnatori si mette a
declamare, sceneggiandolo, un poema in versi, e gli astanti
partecipano retoricamente al gioco, sottolineando con sospiri
all’unisono o interlocuzioni ad arte i vari passaggi del poema. Il
gruppo di Mad
Dogs & Englishmen,
in definitiva, è composto da gente di spettacolo, consapevole di
esserlo e capace di giocarci. Forse per tale ragione le figure
memorabili risultano essere molte: l’accompagnatore di colore che
al ristorante ordina “qualunque cosa vi sia di pronto per
ventiquattro persone” con la stessa facondia con cui declama le
vicende in versi di un infelice amore; la corpulenta Emily impegnata
a sedurre per gioco i musicisti in scena; le ragazze del coro e la
maliziosa alleanza femminile che suggeriscono; Leon Russell dal
perenne atteggiamento di gatto annoiato che, alla domanda circa le
sue opinioni politiche, risponde che lascia la politica agli altri
affinché abbiano qualcosa da fare.
La
più memorabile risulta quella di Cocker; non tanto per il numero
delle sue apparizioni quanto per la loro densità, per la fatica e il
travaglio che affiora in lui ad ogni inquadratura. L’uomo che parla
di sé nelle interviste è un giovane di estrazione proletaria che
non ha dimenticato le proprie radici (“Nelle scuole inglesi –
spiega il cantante al suo intervistatore – non si pone mai il
problema relativo all’avvenire degli alunni: come se tutti debbano
seguire, nel campo del lavoro, le orme paterne. Ai tempi della scuola
il mio futuro non mi era molto chiaro, non provavo interessi
particolari, e nessuno mi ha dato veramente una mano in questo senso.
Ci dicevano che avremmo fatto bene a diventare contadini o qualcosa
del genere”), travolto da un successo enorme che sembra
moltiplicare, oltre ai ritmi di vita, anche mai risolte nevrosi
personali. Non vi è una sua inquadratura in cui non affiorino
segnali di crisi interiore imminente, in cui Cocker non sembri
prossimo a collassate. Non una, a parte quelle dove canta, in cui dia
l’impressione di trovarsi in pace con sé stesso e a proprio agio
con gli altri (nella citata scena del picnic lo si vede, a un dato
punto, allontanarsi repentinamente dal gruppo come spinto da un
insopprimibile impulso ad isolarsi), non una in cui le palpebre non
gli si spalanchino sgomente o non gli calino esauste. Scrive ancora
Bonfiglioli:
“C’è
nel film una piccola e bionda prostituta che, a Dallas nel Texas, è
ricercata come specialista in orgie. ‘La vita – dice – è un
viaggio attraverso il corpo, e bisogna sperimentarlo tutto.’ A
ripensare queste parole, Joe ha un sorriso di comprensione. Anche per
lui la vita è così: un furore di sperimentazione fisica trasformata
in orgia sonora, scialo gratuito, dissipazione di energie fino
all’estenuazione.
Fuori
dalla scena, Joe può parlare di sé con lucida modestia, contemplare
con uno sguardo incolore da operaio inglese la generosa follia del
proprio dispendio.”
La
tournée è dunque, per lui, anche la ricostruzione dell’itinerario
umano e professionale che lo hanno portato fin lì, è l’attuazione
empirica di un suo percorso di verifica in termini di resistenza
psicofisica, un transito senza risparmio verso l’estremo limite e
il crollo, un voyage
au bout de la nuit
pagato con la consunzione e l’esaurimento di sé. Nel documentare
ciò, infatti, Mad
Dogs & Englishmen
documenta l’ultima straordinaria prova di un artista non più
capace, di lì in poi, di esprimersi ai medesimi vertici: documenta
la fase che immediatamente precede il più irreversibile dei punti di
rottura, come le vicende successive a questo primo tour americano
confermarono.
Visto
il tutto esaurito che la banda aveva fatto registrare pressoché
ovunque, la casa discografica di Cocker organizzò di lì a poco
negli Stati Uniti una nuova e più lunga tournée, cui l’artista –
sempre più afflitto dall’impressione di essere sfruttato –
avrebbe voluto sottrarsi e che terminò sfinito; il desiderio di
monetizzare ai massimi il favore del pubblico spinsero poi
discografici e manager ad infittire d’impegni l’agenda di Cocker,
che cadde infine in una grave forma di esaurimento; l’abuso di
stimolanti, psicofarmaci, droghe e alcolici cui l’artista era
dedito, fecero il resto. A manager e discografici che esigevano il
rispetto di impegni stabiliti, Cocker rispose lasciando scadere nella
più totale inattività i due anni di contratto che ancora lo
legavano ad essi. Quando tornò, non era e non fu più che l’ombra
dello straordinario showman
visto
in precedenza; qualche isolato successo commerciale e l’inesauribile
rendita di ammirazione conquistata nel periodo aureo, gli hanno
permesso di vivacchiare artisticamente fino ad oggi. E Mad
Dogs & Englishmen,
forse il più efficace e spettacolare film di tournée mai girato,
rimase – e musicalmente è, con ogni probabilità – il suo canto
del cigno.
Francesco
Saverio Marzaduri
1 Nel
film di Wadleigh risultano infatti assai più frequenti le simultanee
inquadrature di soggetti diversi piuttosto che diverse simultanee
inquadrature del medesimo.

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