Viaggio attraverso il corpo: MAD DOGS & ENGLISHMEN

Viaggio attraverso il corpo: Mad Dogs & Englishmen 


Uscito nel 1970, Mad Dogs & Englishmen documenta una tournée organizzata alla grande dall’industria dello spettacolo, dove il pubblico – per quanto generosamente esibito, osservato, intervistato, e per quanto a sua volta elemento funzionale e necessario – assume il semplice ruolo di Entità Adorante. Gli aspetti di condivisione che questo film documenta riguardano unicamente il gruppo, numeroso ma chiuso, di cantanti, musicisti, coriste, tecnici, roadies, accompagnatori, manager e maestranze, in viaggio da una sede di concerto a un’altra in un tour denso di date. Non riguardano invece il pubblico, puntualmente inquadrato e coinvolto ma relegato a funzione. Qui l’attenzione è tutta sugli artisti, segnatamente su quello più in vista. Mad Dogs & Englishmen è un prodotto mitizzante che, per quanto tratteggi in modo memorabile parecchie figure interne al gruppo, evidenzia le peculiarità esclusive e inimitabili del suo protagonista Joe Cocker: un personaggio, peraltro, già consacrato da Woodstock alle mitologie della musica giovanile, tanto che nella scheda introduttiva al film, in occasione della sua uscita nel circuito italiano d’essai, Pietro Bonfiglioli lo presentava così:

Come sanno tutti i cultori di musica (…), è oggi considerato il miglior cantante di Rhythm and Blues; forse inferiore solo a Stevie Winwood dei Traffic, ma indubbiamente più popolare di lui. Inglese di Sheffield (è nato nel ’44). Joe è segnato nella figura sgraziata e nei movimenti quasi spastici dall’infanzia trascorsa nei suburbi operai e sui banchi delle scuole professionali. (…) Prima di cantare, ha lavorato da idraulico; e il successo, del resto molto contrastato, non ha ancora disteso i lineamenti tirati del suo volto. Ma ora ciò che prima lo rendeva sgradevole, la sua disarmonia fisica quasi di rachitico, la sua voce falsa da vecchio negro, le contorsioni spasmodiche, tutto fa parte della sua personalità di cantante, è diventato stile. E indubbiamente nessun cantante è capace di suscitare la partecipazione emotiva di massa che accompagna come un uragano le sue esibizioni.”

La formidabile performance al festival di Woodstock, documentata nel suo momento topico dall’omonimo film, aveva dato a Cocker una notorietà straordinaria e la sua casa discografica, per capitalizzare al meglio la situazione, aveva organizzato nella primavera del ’70 un tour di cinquantasette giorni negli Stati Uniti, da marzo a maggio, affiancandogli un’orchestra di undici musicisti e un complesso di dieci coristi, tutti tra i migliori in circolazione. Durante la tournée venne registrato materiale destinato alla confezione di un album dal vivo, e fu combinato un accordo con la Metro-Goldwyn-Mayer, che il successo di Woodstock aveva incoraggiato ad investire in film di questo genere: una troupe seguì la tournée filmandola interamente, al fine di produrre un documentario da distribuire in sinergia con l’uscita del disco.
Il risultato fu un insieme di sessantadue ore di materiale girato, che in sede di montaggio venne ridotto a poco meno di due in un’opera che, secondo Bonfiglioli,

supera Woodstock non solo per la violenza coinvolgente, la dissipazione parossistica, l’aggressività visiva e sonora, ma anche per l’impiego del materiale cinematografico che il regista sa tagliare dosando arditezze avanguardistiche e documentarismo fedele, per la coerenza tematica che mantiene le esibizioni musicali entro la documentazione non pretestuosa di una tournée (…), e infine per la capacità di analisi socio-psicologica che, attraverso una serie di interviste, si conclude con un ritratto appena abbozzato ma certo non banale del protagonista, Joe Cocker.”

Il film ha più virtù che difetti. Giovane regista già con esperienze documentaristiche e televisive al suo attivo, Pierre Adidge utilizza per le sequenze musicali lo stesso set di opzioni e accorgimenti tecnici utilizzato da Wadleigh, Scorsese e soci nel montaggio di Woodstock, ottenendo un risultato non altrettanto magniloquente e originale, né capace delle medesime significazioni plastiche, ma di qualità visiva talvolta superiore, se si considera la migliore organizzazione dello spazio all’interno delle inquadrature montate.
Il responsabile alla fotografia, David Myers – già a capo di un’unità durante le riprese del film di Wadleigh – applica a Mad Dogs & Englishmen la stessa scelta tipologica di inquadrature impiegata per la documentazione dei numeri musicali in Woodstock, potendo tuttavia contare su preparazioni sceniche che, riducendo la libertà di improvvisare, consentivano però un utilizzo assai più efficace dei materiali. La stessa tecnica dello split screen viene ripresa e perfezionata, rispetto a Woodstock, utilizzando con grande efficacia immagini simultanee, visibili come attraverso un sistema di monitor (probabile retaggio dell’esperienza televisiva del regista).
Come in Woodstock, sono frequenti le inquadrature in simultanea dei vari musicisti durante l’esecuzione di un brano, o dei musicisti e del pubblico, ma rispetto al film di Wadleigh le opzioni si fanno addirittura più numerose. Frequenti, quanto in Woodstock erano episodiche,1 le immagini di un medesimo soggetto visto contemporaneamente da più punti di vista: immagini dotate di un’organizzazione spaziale interna generalmente più accurata e felice, a prescindere dalla loro disposizione più o meno simmetrica sullo schermo.
Non altrettanta cura il film pone, purtroppo, agli aspetti sonori: l’esibizione al Fillmore East di New York e quella al Santa Monica Civic Auditorium furono registrati ai massimi della tecnologia disponibile, su nastri stereo a otto piste, e ciononostante (o forse proprio per questo), la restituzione acustica fu definita a shoot-the-works stereo: quanto a dire, qualcosa di non esattamente gradevole. Va però precisato che, così registrata, la pista sonora del film poteva rendere appieno solo nel caso di proiezioni con opportune apparecchiature di fonoriproduzione, non sempre disponibili nei cinema d’essai in cui Mad Dogs & Englishmen, almeno in Europa, fu prevalentemente proiettato: nelle sale dotate di tali apparecchiature per la stereofonia, la resa acustica era infatti, per quanto se ne sa, nettamente migliore.
Il film di Adidge, comunque, non esaurisce sul piano spettacolare i propri motivi d’interesse. Nei suoi aspetti e sviluppi, nelle situazioni comuni e individuali, nei riti collettivi e personali, e più in generale nel suo configurarsi in termini di viaggio, la tournée risulta infatti documentata con estrema puntualità. In Mad Dogs & Englishmen ogni immagine rimanda al tour, all’esperienza mobile nel tempo e nello spazio in cui gli artisti risultano impegnati. Le sedi di tappa della tournée (New York, Dallas, Honolulu, San Francisco, ecc.) si susseguono distinte e in varia maniera riconoscibili, come riconoscibile è il procedere del tempo in termini di clima e di stagione, passando da quello ancora invernale dei marciapiedi innevati di Broadway al sole della California. L’organizzazione della vita della troupe dei musicisti in tournée appare scandita in un susseguirsi di situazioni topiche, alcune analoghe (camere d’albergo, fast food, teatri: in esse però non è mai analogo l’insieme dei comportamenti) ed altre inedite (esemplare la lunga sequenza in automobile attraverso Dallas mentre un accompagnatore e l’autista mostrano a Cocker l’edificio da cui sparò l’assassino di Kennedy, facendo commenti).
La condivisione del tempo e dello spazio da parte di un gruppo e il disvelamento dei codici di relazione interna attraverso l’osservazione dei suoi membri, risultano elementi assai focalizzati. Il gruppo è assortito per sesso, razza, età, specie animale (includendo bambini e cani, presenti in ambedue le comitive), tutti o quasi sono musicisti, tutti o quasi hanno un ruolo di scena, tutti o quasi – bimbi e cani compresi – hanno una parte nello show. Prima ancora che uno stile di vita, è la musica nel suo farsi l’elemento di condivisione primaria interno al gruppo di Mad Dogs & Englishmen, ed è la musica nel suo farsi il termine di scambio e di correlazione più frequente fra i suoi membri: essa infatti scaturisce dalle più inattese situazioni, sgorga spontanea durante i trasferimenti in aereo, nelle sale d’attesa, sui pullman, prende corpo nello spazio di un attimo, basta un vocalizzo perché altre voci si aggiungano e improvvisino uno spiritual, un gospel, un blues.
Non vi è netta demarcazione tra i cosiddetti comportamenti di scena o di retroscena, comportamenti che paiono essere sostanzialmente gli stessi: il direttore artistico della banda, Leon Russell, gigioneggia sornione in scena esattamente come fuori; Cocker appare spiritato ed esausto, prima e dopo le esibizioni quanto durante; le ragazze sul palco cantano, coccolano i bambini e prendono in braccio il cane, esattamente come in camerino o all’aeroporto o in albergo; ed è sufficiente imbastire una prova anche in numero ridotto perché questa si muti in un estemporaneo show, dove risalta il gusto di fare musica insieme, e la capacità di farla divertendosi, come nella scena in cui Joe Cocker e altri quattro o cinque improvvisano, fuori dal palco, la più divertita versione unplugged di Lawdy Miss Clawdy.
Nel film di Adidge sono situazioni comuni quelle che si risolvono in spettacolo, e non c’è individuo che in tali situazioni non interagisca attivamente o non cooperi in senso spettacolare. Vi è nel film la sequenza di un picnic cui partecipa l’intera troupe, in un’atmosfera (dopo la neve newyorkese e molte claustrofobiche camere d’albergo) da idillio primaverile; ai compagni di troupe sdraiati o seduti sull’erba, uno degli accompagnatori si mette a declamare, sceneggiandolo, un poema in versi, e gli astanti partecipano retoricamente al gioco, sottolineando con sospiri all’unisono o interlocuzioni ad arte i vari passaggi del poema. Il gruppo di Mad Dogs & Englishmen, in definitiva, è composto da gente di spettacolo, consapevole di esserlo e capace di giocarci. Forse per tale ragione le figure memorabili risultano essere molte: l’accompagnatore di colore che al ristorante ordina “qualunque cosa vi sia di pronto per ventiquattro persone” con la stessa facondia con cui declama le vicende in versi di un infelice amore; la corpulenta Emily impegnata a sedurre per gioco i musicisti in scena; le ragazze del coro e la maliziosa alleanza femminile che suggeriscono; Leon Russell dal perenne atteggiamento di gatto annoiato che, alla domanda circa le sue opinioni politiche, risponde che lascia la politica agli altri affinché abbiano qualcosa da fare.
La più memorabile risulta quella di Cocker; non tanto per il numero delle sue apparizioni quanto per la loro densità, per la fatica e il travaglio che affiora in lui ad ogni inquadratura. L’uomo che parla di sé nelle interviste è un giovane di estrazione proletaria che non ha dimenticato le proprie radici (“Nelle scuole inglesi – spiega il cantante al suo intervistatore – non si pone mai il problema relativo all’avvenire degli alunni: come se tutti debbano seguire, nel campo del lavoro, le orme paterne. Ai tempi della scuola il mio futuro non mi era molto chiaro, non provavo interessi particolari, e nessuno mi ha dato veramente una mano in questo senso. Ci dicevano che avremmo fatto bene a diventare contadini o qualcosa del genere”), travolto da un successo enorme che sembra moltiplicare, oltre ai ritmi di vita, anche mai risolte nevrosi personali. Non vi è una sua inquadratura in cui non affiorino segnali di crisi interiore imminente, in cui Cocker non sembri prossimo a collassate. Non una, a parte quelle dove canta, in cui dia l’impressione di trovarsi in pace con sé stesso e a proprio agio con gli altri (nella citata scena del picnic lo si vede, a un dato punto, allontanarsi repentinamente dal gruppo come spinto da un insopprimibile impulso ad isolarsi), non una in cui le palpebre non gli si spalanchino sgomente o non gli calino esauste. Scrive ancora Bonfiglioli:

C’è nel film una piccola e bionda prostituta che, a Dallas nel Texas, è ricercata come specialista in orgie. ‘La vita – dice – è un viaggio attraverso il corpo, e bisogna sperimentarlo tutto.’ A ripensare queste parole, Joe ha un sorriso di comprensione. Anche per lui la vita è così: un furore di sperimentazione fisica trasformata in orgia sonora, scialo gratuito, dissipazione di energie fino all’estenuazione.
Fuori dalla scena, Joe può parlare di sé con lucida modestia, contemplare con uno sguardo incolore da operaio inglese la generosa follia del proprio dispendio.”

La tournée è dunque, per lui, anche la ricostruzione dell’itinerario umano e professionale che lo hanno portato fin lì, è l’attuazione empirica di un suo percorso di verifica in termini di resistenza psicofisica, un transito senza risparmio verso l’estremo limite e il crollo, un voyage au bout de la nuit pagato con la consunzione e l’esaurimento di sé. Nel documentare ciò, infatti, Mad Dogs & Englishmen documenta l’ultima straordinaria prova di un artista non più capace, di lì in poi, di esprimersi ai medesimi vertici: documenta la fase che immediatamente precede il più irreversibile dei punti di rottura, come le vicende successive a questo primo tour americano confermarono. 
Visto il tutto esaurito che la banda aveva fatto registrare pressoché ovunque, la casa discografica di Cocker organizzò di lì a poco negli Stati Uniti una nuova e più lunga tournée, cui l’artista – sempre più afflitto dall’impressione di essere sfruttato – avrebbe voluto sottrarsi e che terminò sfinito; il desiderio di monetizzare ai massimi il favore del pubblico spinsero poi discografici e manager ad infittire d’impegni l’agenda di Cocker, che cadde infine in una grave forma di esaurimento; l’abuso di stimolanti, psicofarmaci, droghe e alcolici cui l’artista era dedito, fecero il resto. A manager e discografici che esigevano il rispetto di impegni stabiliti, Cocker rispose lasciando scadere nella più totale inattività i due anni di contratto che ancora lo legavano ad essi. Quando tornò, non era e non fu più che l’ombra dello straordinario showman visto in precedenza; qualche isolato successo commerciale e l’inesauribile rendita di ammirazione conquistata nel periodo aureo, gli hanno permesso di vivacchiare artisticamente fino ad oggi. E Mad Dogs & Englishmen, forse il più efficace e spettacolare film di tournée mai girato, rimase – e musicalmente è, con ogni probabilità – il suo canto del cigno. 

Francesco Saverio Marzaduri 


1 Nel film di Wadleigh risultano infatti assai più frequenti le simultanee inquadrature di soggetti diversi piuttosto che diverse simultanee inquadrature del medesimo. 

Commenti

Post popolari in questo blog

Ripartire da Lì/ynch

L’ultima luna di febbraio

Tutte storie: L’ANNO NUOVO CHE NON ARRIVA