Pubblico Domin(i)o

Del trentesimo lungometraggio firmato dal settantasettenne Brian De Palma sappiamo già tutto: una coproduzione europea (Danimarca, Olanda,
Belgio, Francia e Italia) con un budget
che si aggira sugli 8 milioni di dollari; due beniamini del piccolo
schermo come protagonisti, Nikolaj Coster-Waldau e Carice van Houten,
noti per la serie tv Il
Trono di Spade;
l’apporto di un direttore della fotografia caro ad Almodóvar, José
Luis Alcaine. Soprattutto, il ritorno sugli schermi del cineasta dopo
sette anni di silenzio (l’ultima volta fu con Passion),
impreziosito dalla collaborazione del montatore Bill Pankow e del
musicista Pino Donaggio, suo storico collaboratore. Tale è stata
l’attesa (cui De Palma ha sacrificato la partecipazione al Torino
Film Festival, che gli aveva dedicato una retrospettiva completa) che
la montagna ha partorito il classico topolino, tanto che per la prima
volta, tra i numerosi alti e bassi con l’industria, il Nostro s’è
visto costretto a disconoscere un suo lavoro. “Domino
non
è un mio progetto”, dichiara, “non ho scritto la sceneggiatura.
Ho avuto un sacco di problemi coi finanziamenti, non ho mai avuto
un’esperienza così orribile sul set. Una gran parte del nostro
team
non è ancora stata pagata dai produttori danesi. Questa è stata la
mia prima esperienza in Danimarca, e quasi sicuramente sarà
l’ultima”. E, come d’uso in circostanze simili, già si parla
di un’edizione più lunga del film che, se mai esistesse, forse
vedrà la luce in home
video.
Stando
all’attuale risultato – distribuito nel periodo più ingrato
della stagione, e pure in pochissime sale – l’impressione dello
spettatore, cui non si chiede per forza d’essere un fan
di De Palma, sa più di malinconia che di scontento. Fa specie che,
nell’attuale produzione postmoderna, politique
e
spunti tipici siano restituiti con l’aura vintage
di
sempre (“Quando la tecnica di un regista si nota”, affermava
Buñuel,
“il film è da buttare”). Fatto sta che, persino in un intrigo
internazionale innescato dalla casualità degli eventi, la tecnologia
che da sempre affascina l’autore, la vera protagonista di Domino,
è asservita a una rete mastodontica dove CIA e ISIS, inseguitori e
braccati, son tutte confuse pedine invischiate nel sistema,
facilmente plasmabile quanto l’osservatore (“Siamo americani,
leggiamo le vostre mail”, recita una battuta). Il moloch
del
multimediale ha pressoché azzerato la demarcazione tra pubblico e
privato trasformando l’umanità in uno show di pubblico dominio,
filtrato da migliaia di camere con la rapidità d’un click; e se la
realtà, nel doloroso Redacted,
assurgeva ad atroce “ripulitura” di volti cancellati attraverso
la reinterpretazione dell’obiettivo, in quest’ultimo caso
s’ingolfa a livello dell’involuto sistema capitalista facente
leva sull’umana bassezza. Come dire che la realtà ha trasceso la
fantasia oltre ogni concezione di orrore. Ancora fresco l’analogo
esempio capitato a un altro movie
brat della
New Hollywood: quel Paul Schrader che per De Palma firmò lo script
di
Complesso
di colpa,
il cui Nemico
invisibile,
altra spy
story incentrata
su uno spunto affine, fu sveltamente tolto di mano e rimontato dalla
produzione senza il benestare né la supervisione del regista. E se
s’acclude il discusso Ore
15:17 – Attacco al treno di
Clint Eastwood, viene da pensare che il mercato cinematografico si
lasci prendere la mano da una delicata questione la cui globalità
mediatica non necessita di narrazioni a soggetto, con impatto meno
immediato nonostante l’encomiabile intento. Sicché in Domino
(sin
troppo ovvio il titolo) il McGuffin
della
situazione (l’ISIS) e la conseguente paranoia collettiva tramutano
la materia narrativa d’un esteta dello sguardo in uno spettacolo
imbrigliato nella rete che documenta – e che, forse, intende
denunciare. Quasi che la troppa zavorra fornisse a chi un tempo lo
osannava la possibilità di boicottarne l’invettiva; e l’esito
giunge come un prodotto di sapore televisivo, buono tutt’al più
per trascorrere un paio d’ore, senza particolari guizzi. Semmai, si
diceva, la nostalgia risiede nella cieca fede a un paradigma
(superato) cui De Palma ha abituato da lustri, e tuttavia non
mancherà chi – in futuro – ne parlerà come di un capolavoro:
anche in tale occasione, complice una trascurabile verosimiglianza in
cui lacune ed errori paiono cercati a bella posta, si dà adito alla
costruzione della mise-en-scène
più
che alla cura della ripresa. E per quanto mostri di sprezzare
l’operazione, l’autore di Omicidio
a luci rosse continua
ad omaggiare Hitchcock senza che la maniera giochi col ridicolo,
inserendo attimi di tensione anche in parentesi dilettantesche. Se
non bastano più un paio di piedi insanguinati sulla porta d’un
ascensore, con la serrata colonna di Donaggio a commentare, è in una
dilatata fuga sui tetti, siglata da un atterraggio su alcune casse di
pomodori, che si ritrova un collaudato stile. Per tacere della resa
dei conti all’arena: cinque minuti tirati allo spasimo, con tanto
di ralenti
e
bolero a scandire le azioni di poliziotti e impacciati terroristi
(primissimi piani dei quali ostentano goffaggine tramite un drone
esplosivo). Né mancano vezzi autoriali tipici (lo split
screen,
lo schermo multiplo) e virtuosismi (lo stringere su dettagli in
apparenza insignificanti): affettuosi cocci in una struttura vetusta
e logora, dove una recitazione pedestre, chissà quanto volutamente
iperbolica, funge da tappezzeria a un convenzionale assetto da
B-movie
(la
missione dello sbirro si sposa a una vendetta indotta da un incidente
professionale), con tanto di regolamento di conti a conclusione. Dove
la strumentazione non manca di apparire in funzione, all’occorrenza
serbando qualche sorpresa (l’ecografia svelata da uno smartphone),
e a cui un lavoro dal dichiarato impianto rétro
riserva
l’estremo quesito: un attentato jihādista
diffuso
da YouTube, con una voce off
a
discernere tra martirio e suicidio, è da intendersi a mo’ di
chiosa cerchiobottista o di provocazione?
Francesco Saverio Marzaduri
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