I bambini ci guardano: LE CHIAVI DI CASA
I bambini ci guardano: Le chiavi di casa
“Come posso spiegarmi,
Se ancora una volta distoglie l’attenzione
Sempre
la solita storia...”
CAT
STEVENS
“Scendi
dal trono e rilascia il tuo corpo
Qualcuno
deve cambiare
Sei
la ragione, ho atteso così a lungo
Qualcuno
ha la chiave
Ma
sono quasi alla fine, non ho tempo
Sono
devastato e non riesco a trovare la via di casa...”
STEVE
WINWOOD
Bambini.
Questo il denominatore comune, il marcatore deittico che sembra
accompagnare l’attività di Gianni Amelio, lo stilema che
caratterizza la sua opera quanto nessun altro: i bambini sono di
questo autore una costante, in quanto depositari – anzi, titolari –
di una verità, una saggezza di fondo tramite cui guardare al futuro,
come una finestra (o uno specchio) sul mondo. Nella fattispecie il
meno lindo, il più cinico e disilluso.
Poetica
zavattiniana? Sicuramente. Tant’è che Amelio riesce a condurre
tale tematica con una sicurezza e, prima ancora, una sensibilità
congeniali ai grandi maestri neorealisti, fedeli agli schemi e topoi
appartenenti al cinema italiano dell’immediato dopoguerra e
collimanti con la radiografia, registrata con occhio altrettanto
scrupoloso, di un paese colto in tutta la propria nudità, incapace
d’indossare a lungo la maschera della fatuità e, dunque, spogliato
di qualsiasi ingannevole patina. È la genuinità del sentimento, la
sua semplicità, a mantenere viva la speranza, a invitare alla
resistenza, ferma restando l’artificiosità di un mondo sempre più
destinato a non lasciare di sé alcuna traccia d’innocenza, né
radice di passato e, quindi, a non offrire prospettive per
l’avvenire. Nel cinema di Amelio, però, a differenza che in
Rossellini o De Sica, i fanciulli restano gli unici plausibili
detentori di questa verità. Una verità che, per molti versi, non
sanno di possedere, ma – chissà come – riescono a comunicare ai
loro alunni
(paradossalmente gli adulti) in virtù del proprio candore, di
un’incorrotta purezza mai destinata a crollare e/o scomparire,
sebbene ridotta a volte ad esile spicchio. Poco importa del resto che
anche loro, crescendo, si trovino un giorno o l’altro a dover fare
i conti con un futuro piagato e ad avvertirlo sulla propria pelle,
scoprendo troppo tardi di avere perduto, con la primigenia innocenza,
un tesoro. Nel frattempo anche loro diventeranno adulti, e da piccoli
maestri quali inizialmente sono (“piccoli Archimedi”, anzi,
parafrasando uno dei titoli di Amelio più significativi al
riguardo), si troveranno dinanzi al compito d’imparare, o
reimparare, quanto hanno perduto o solo temporaneamente rimosso,
avendo altri bambini come insegnanti cui consegnare il testimone.
Questo,
sembra suggerire il cinema di Amelio, è ciò di cui gli adulti
dovrebbero mostrarsi riconoscenti ai bambini, la loro preziosa
lezione, giacché in esso risiede l’ottimismo di questi ultimi, il
loro piccolo segreto mai destinato a spegnersi, in un mondo che di
ottimista o innocente ha sempre meno. Un mondo sospeso in una
dimensione priva di coordinate temporali che rischia, per la sua
indefinitezza, d’inghiottire i suoi abitanti come un’eliotiana
waste
land.
Questo, probabilmente, uno dei più intimi significati di Le
chiavi di casa,
e questo, a pensarci, l’epilogo di un’opera tra le più
significative della filmografia di Amelio: quel Ladro
di bambini
col quale l’ultima fatica del suo autore ha numerosi elementi
comuni, dall’analoga origine a una sostanza che appare identica in
entrambe le pellicole. Quello stesso Ladro
di bambini nel
cui titolo il marcatore deittico, e vero protagonista di quasi tutto
il cinema di Amelio, è dichiaratamente presente. Accanto ad esso, Le
chiavi di casa va
a collocarsi, come un ulteriore tassello, in un mosaico
cinematografico attraversato pressoché interamente da piccoli grandi
ometti – dai Ragazzi
di via Panisperna a
Colpire
al cuore,
a Il
piccolo Archimede,
via via risalendo ai cortometraggi televisivi degli esordi, tra cui
La
fine del gioco.
Persino
in un’opera personalissima di non immediata chiave di lettura, e in
apparenza lontana dalle corde di Amelio, Porte
aperte,
appare un fanciullo la cui auto-descrizione, messa per iscritto su di
un tema scolastico letto dallo stesso durante un pranzo in famiglia,
è interpretabile come una riflessione sul periodo in cui è
ambientata la vicenda e suona, nella propria tenuità, quale estremo
spiraglio d’innocenza e saggezza: valori ormai irrimediabilmente
compromessi in una Sicilia soggiogata dal fascismo, ove la pena
capitale è elevata a tronfio strumento di giustizia ciecamente
indispensabile.
Amelio
regista di bambini, dunque, e di conseguenza legittimo erede della
lezione neorealista dei grandi maestri, riproposta con fedeltà,
debito e amore assoluti nell’odierno panorama cinematografico
italiano: basterebbe a comprovarlo il giudizio di opera più
rappresentativa della nostra produzione che Amelio attribuisce a
Ladri
di biciclette,
così come dell’insegnamento di alcuni autori delle cinematografie
cosiddette “minori” ma qualitativamente eccelsi (Güney su
tutti), affinità rintracciabile nella rappresentazione radiografica
di spaccati sociali, realizzati con occhio né severo né impietoso
bensì sensibile e, il più oggettivamente possibile, vicino alla
realtà.
Senza
dimenticare la multiforme varietà di esempi che, spaziando da
Truffaut a Comencini, giunge a Mira Nair e Abbas Kiarostami (dopo il
quale, la filmografia iraniana sembrerebbe sempre più concentrare
l’attenzione sull’infanzia e i suoi aspetti), l’opera di Amelio
è contrassegnata da una successione di tematiche e pattern
tanto riscontrabili nei suoi film da poter essere classificabili come
la cifra stilistica più comunemente predominante del regista, la sua
firma, il suo marchio di fabbrica. In primo luogo, il tema del
rapporto genitore-figlio, genealogico o metaforico che sia: prima
ancora che ne Le
chiavi di casa,
già in opere quali Colpire
al cuore
o Così
ridevano (quest’ultimo,
pure, attraversato da una linea che rimanda direttamente al Visconti
di La
terra trema,
pietra tombale del Neorealismo) tale rapporto, d’impronta
genealogica, si concentra rispettivamente su una stretta relazione
padre-figlio e fratello-fratello, destinata a fallire in Colpire
al cuore
e a proseguire, contro ogni drammatico ostacolo, in Così
ridevano.
In
Lamerica,
altresì, il rapporto si fa metaforico nell’unione dapprincipio
forzata, poi via via più sciolta e approfondita, tra Gino (Enrico Lo
Verso) e Spiro/Michele (Carmelo Di Mazzarelli),1
rispettivamente l’adulto spiantato e figlio del cinismo cui si
accennava e il vecchio retrocesso allo stadio infantile ma, proprio
come gli altri piccoli protagonisti del cinema di Amelio, custode
d’una saviezza e un ottimismo di fronte al quale il “figlio
adottivo” non può non vergognarsi né rimanere indifferente.
Identico ottimismo si riflette sugli sguardi, accesi di speranza, dei
passeggeri albanesi di una nave destinata (in teoria) a condurli
verso le coste italiane, nell’epilogo del film: d’una simile
fiducia, soltanto i bambini sanno essere detentori.
Da
accorto narratore per immagini qual è, Amelio riesce a intersecare
la tematica genitore-figlio col motivo, altrettanto caratteristico
del suo cinema, del viaggio: si pensi al tragitto compiuto da Gino e
Spiro/Michele su di un camion lungo le strade albanesi; itinerario
interiore, dolente e visionario come quello del precedente Il
ladro di bambini,
nel quale il rapporto padre-figlio, pure di carattere metaforico,
oltre a Le
chiavi di casa,
prelude a numerosi altri esempi di pellicole italiane on
the road,
da Un’anima
divisa in due
di Silvio Soldini a Domenica
di Wilma Labate. Film che trovano, ne Il
ladro di bambini,
il loro antesignano, la loro matrice tanto da poter essere
classificabili tranquillamente all’interno di un sottogenere (se
non capitolo a parte) della nostra produzione cinematografica,
peraltro già fatta propria nei gloriosi anni della commedia
all’italiana: la rivisitazione del road
movie.
Nello
specifico, in comune con Il
ladro di bambini,
le opere di Soldini e della Labate affrontano il tema del viaggio
attraverso l’Italia compiuto da un adulto e un bambino, così come
Le
chiavi di casa che,
nella seconda parte, vede Gianni (Kim Rossi Stuart) e Paolo (Andrea
Rossi), padre e figlio naturali, intraprendere un anomalo tragitto in
Norvegia allo scopo d’incontrare la “ragazza” del piccolo
protagonista. Cosa che richiama Alice
nelle città
di Wenders: qui, parte del viaggio intrapreso da Felix (Rüdiger
Vogler) e la piccola Alice (Yella Rottländer), in teoria verso il
paese natale del primo, aveva luogo anch’esso su di un traghetto, e
tuttavia era destinato a non risolversi e a riportare alla realtà i
due protagonisti, costretti a tornare indietro e a lasciare, su uno
scompartimento ferroviario, il profondo legame nato durante il
viaggio, quest’ultimo riflesso di un amore impossibile.
Ne
Le
chiavi di casa,
a differenza che in Wenders, il percorso è inverso giacché la
conoscenza tra Gianni e Paolo ha luogo su di un treno, proseguendo in
seguito sul traghetto diretto in Norvegia. La conclusione del film,
però, avviene lungo una strada come ne Il
ladro di bambini,
nel quale il viaggio termina senza che il regista conceda allo
spettatore la possibilità di vederlo terminato, lasciando i due
piccoli protagonisti – inquadrati di spalle – seduti su di un
ciglio. Pure, in Le
chiavi di casa l’epilogo
vede padre e figlio adagiati sui bordi di una strada di campagna la
cui spaziosità sembra inghiottirli, simboleggiando quello che sarà
il futuro per entrambi, incerto per l’adulto ma carico d’ottimismo
per il ragazzo.
Accentuata
da un panorama freddo e muto, quasi antonioniano,2
la sospesa ambiguità dell’immagine finale lascia tuttavia spazio
allo stesso auspicio accompagnante l’epilogo di Lamerica,
quasi assente ne Il
ladro di bambini,
il cui ottimismo, nella propria stentatezza, risiedeva solo nelle
parole di Rosetta (Valentina Scalici) con cui si chiudeva il film,
rivolte al fratellino; parole pur sempre di conforto e
incoraggiamento (“C’è anche il campo di pallone all’istituto.
Ti prendono subito a giocare…”), di fronte alla dolorosa realtà
cui i bambini venivano ricondotti, una volta terminata l’esperienza
col loro accompagnatore. Analogamente, le parole con cui Paolo
consola Gianni sono cariche di fiducia, ma la dolorosa realtà cui
entrambi devono far fronte mostra quella patina rassicurante, fievole
e comunque avvertibile, di cui Il
ladro di bambini e
Così
ridevano
non recano traccia.
In
virtù di detti aspetti, Le
chiavi di casa
rappresenta la summa
artistica, e prima ancora umana dell’opera di Amelio, il traguardo
– conseguito a pieni voti – di una maturità di regista che
coincide con quella di uomo, e come nella gran parte della sua citata
produzione, anche in questo film l’elemento-cardine risiede ancora
una volta nella semplicità. Il rapporto padre-figlio, così
predominante nel cinema di Amelio, si fa lezione di vita prima che di
regia, conservando l’autore quella capacità, rara nell’odierno
panorama cinematografico, di stabilire un legame di complicità coi
suoi piccoli interpreti, sancita dalla profonda benevolenza che il
cineasta ha per loro, sul set come nella vita. Qualità propria di
citati maestri quali De Sica e Truffaut, e a ben guardare, non è un
caso che il protagonista di Le
chiavi di casa
rechi lo stesso nome del suo autore.
Analogamente,
non dovrebbe apparire strano che un regista ricco d’una tale
esperienza e di grande sensibilità come Amelio, riesca nella
trattazione di un tema rischioso e delicato, stucchevole in mani meno
accorte, e tale da conseguire nella maggior parte dei casi un
risultato più incline a una rappresentazione estetica – talvolta
gratuita – della cosiddetta diversità.
La strada percorsa da Le
chiavi di casa è
molto vicina a quella attraversata da Non
ti muovere
di Sergio Castellitto, contraria ai passi falsi del peraltro riuscito
Perdiamoci
di vista di
Carlo Verdone o di Ti
voglio bene Eugenio di
Francisco José Fernandez. Fondamentale in questo senso la sequenza
che vede Gianni, in un improvviso impeto di rabbia, sottrarre Paolo
alla sua reiterante, meccanica riabilitazione in ospedale, scandita
da una barriera disumana – nel proprio teorico beneficio – di
comandi strillati al ragazzo dalla fisioterapista tedesca, incurante
dei suoi evidenti sforzi fisici. Sequenza interpretabile, se si
vuole, anche in termini polemici nei confronti della burocrazia
amministrativa, programmatica quanto disumana la sua parte (“Ospedale
si occupa di cure, non di vita privata!”, dice a Gianni la zelante,
acida impiegata all’accettazione).
La
conoscenza tra un genitore spinto da un senso di colpa e un figlio
disabile, da inizialmente lenta si fa sempre più graduale e offre ad
ambedue l’occasione reciproca per disegnare le rispettive
personalità: l’adulto si mostra sensibile e affettuoso verso
Paolo, affascinato dalla sottile filosofia con cui il ragazzo guarda
avanti, senza cedere remissivo ai gesti di dispetto o ai capricci di
quest’ultimo, nel fronteggiare i quali si mostra talvolta irritato
o esasperato; si pensi al momento in cui Paolo, forse soltanto per
gioco, ascolta la televisione a tutto volume, incurante dei richiami
di Gianni di abbassare l’audio (al che, l’uomo prende e spegne
l’apparecchio).
Allo
stesso modo, nel suo candore, nella propria inesauribile energia e
vitalità carica di coccole e tenere argomentazioni, Paolo nasconde
un’indole caparbia e combattiva, sì da impuntarsi qualche volta
negli scambi d’opinione o anche solo nelle interazioni col
genitore: nella toilette del treno, Gianni è invitato da Paolo a
voltarsi e a non sbirciarlo mentre soddisfa i propri bisogni (con
altrettanta esemplare pudicizia, la macchina da presa sposta
l’attenzione sull’adulto che, di fronte agli ordini del figlio,
sorride teneramente), e più tardi, in ospedale, è letteralmente
cacciato via dalla stanza ove il ragazzo sta sostenendo un esame
clinico.
Sovente,
le improvvise complicità tra Gianni e Paolo mutano registro e
sterzano verso sbalzi d’umore, scatti d’ira, ribellioni e rifiuti
violenti, e se da un lato il ragazzo ha quell’età particolare in
cui nasce il desiderio di muoversi da soli nel mondo, dall’altro,
le sue inaspettate cupezze lo inducono ad abbandonare l’istituto e
salire sul primo autobus, allo scopo di tornare in “quella casa –
scrive Emanuela Martini – della quale, orgoglioso, esibisce le
chiavi e della quale sa raccontare, ora gioioso ora terribilmente
atono, i riti quotidiani”. Intimorito ma non turbato, Gianni
attende il ritorno di Paolo da un momento all’altro sino a notte
fonda, confidando in un’imminente riapparizione del figlio, e
quando questi effettivamente torna, un nuovo e rapido scambio di
sguardi tra i due sottolinea l’aura di una divertita complicità,
avvertibile anche in questa circostanza, come se non fosse cambiato
nulla o accaduto qualcosa.
Tutto
a posto e niente in ordine, ma gli sbalzi d’umore di Paolo, anziché
capricci, rimangono momenti transitori che non possono cancellare il
legame fra lui e Gianni, tale per cui l’adulto ritrova il ragazzo
senza difficoltà3;
non c’è, né deve intercorrere, sfida tra padre e figlio ma
soltanto un reciproco desiderio di stima, comprensione e
approvazione, prima ancora che affetto. Gli episodi più drammatici e
tesi (due, in tutto il film) terminano sempre con Paolo nell’atto
di spiegare a Gianni i problemi che più lo assillano, riguardanti
non il proprio handicap, bensì le responsabilità che l’innocente
ragazzo sente, anzi crede fermamente gli competano, come fossero
parte di lui in quanto fanciullo normale
– ancora una volta, in un’opera di Amelio, il bambino si dimostra
più attento, maturo e adulto
del genitore-allievo.
Anche
in questi casi, la tensione non è mai spinta all’eccesso,
risolvendosi il più delle volte nel gioco: basti a comprovarlo il
viaggio in Norvegia che i personaggi intraprendono nel sottofinale, e
prima ancora la dettatura della lettera all’“amica di penna”
norvegese di Paolo, la cui inaspettata ironia – frequentemente
presente nei dialoghi del film – rammenta da vicino la scena della
lettera di Totò,
Peppino e la... malafemmina.
Una corrente d’intesa, una sorta di giuoco comune lega Paolo a
Gianni, malgrado tutto. E sempre nonostante tutto, arrivano momenti
felici, un’intimità che li isola dal resto del mondo.
Ne
Le
chiavi di casa,
la vera disabilità
che sembra interessare il regista è di carattere psicologico e
concerne, sì, una responsabilità: quella di Gianni, la sua
preparazione ad affrontare col figlio una vita inevitabilmente
contrassegnata da difficoltà e imprevisti. Al Nostro non mancano, ed
è già qualcosa, determinatezza e tenacia, e quando nel sottofinale,
tra abbracci e premure, propone a Paolo di venire a vivere con la
propria nuova famiglia, lo fa con spirito giocoso e non superficiale,
e lo spettatore crede fortemente alla sua buona fede, così come
Paolo ci crede in prima persona. Di conseguenza, mal sopportando di
vedere costantemente il figlio alle prese con la fatica quotidiana
cui il suo corpo si scontra, durante la traversata in traghetto
Gianni getta incredibilmente in mare il bastone con cui il giovane è
sempre costretto a camminare, tra le risate e lo stupore di
quest’ultimo; da quel momento in avanti, l’esistenza dell’uno
diventa parte integrante dell’altro (e viceversa), una cosa sola e
indivisibile, che sembra trasmettere ad entrambi l’idea in comune
di essere padroni di se stessi e delle proprie emozioni.
Quanto
muove Gianni e determina la sua convinzione è un mero desiderio di
normalità, vale a dire di amore normale,
che in più d’una circostanza sembra concretizzarsi, dal momento
che per tre quarti del film, se non dell’intera pellicola, lo
spettatore dimentica ciò che affligge il rapporto fra Gianni e Paolo
nelle proprie fondamenta, dovuto naturalmente ai problemi fisici e
psicologici del ragazzo: causa di una crisi acquattata dietro la
sostanza, cui segue l’effetto delle improvvise tensioni tra padre e
figlio. Ciò s’intuisce anche prima che la scena finale rimetta le
carte in tavola, riconducendo i protagonisti alla realtà e
inducendoli a rifare i conti coi fantasmi di un amaro passato che,
inizialmente, sembra rimosso. Le anomalie fisiche di Paolo sembrano
essere temporaneamente accantonate dagli sviluppi narrativi, così
come Gianni sembra trascurarle per un istante mettendole
innocentemente da parte – benché, come il ragazzo che le vive
sulla propria pelle, non possa eluderle a lungo.
Eppure,
la normalità di cui si diceva è qualcosa che entrambi, in
particolare Paolo, sembrano ricercare a prescindere, sebbene questo
resti fondamentalmente un aspetto per il momento soltanto
immaginario, se non utopico: durante una conversazione con Gianni, il
ragazzino afferma di essere un tabagista, e più tardi, in una
sequenza successiva, Paolo si alza – ancora seminudo – dal letto,
volto ad uscire dall’albergo, prima di essere raggiunto in
extremis dal
genitore. Motivo? Il ragazzo è intenzionato a tornare in quella casa
ove lo attendono i numerosi doveri che il focolare domestico riserva,
ma che, pur facendo parte della vita più quotidiana e banale, Paolo
snocciola con orgoglio, essendo un fattore integrante e primario di
quell’esistenza normale che persone come Gianni sottovalutano. Cose
di tutti i giorni, è evidente, che però Paolo tende a non
trascurare sì da considerarle hobbies,
in quanto di tali “passatempi” non ha ancora usufruito e di cui,
in realtà, non potrà mai usufruire. Persino quando si diverte a
giocare col videogame o si scatena davanti alla televisione, o anche
si ribella impuntato al genitore, Paolo appare un ragazzino normale
perché tale lui si sente in prima persona, sciolto e disinvolto,
senza sforzarsi né fingere di esserlo, incondizionato da qualunque
drammatica realtà.
Le
chiavi di casa,
si ribadisce, conserva molti aspetti in comune con Il
ladro di bambini,
essendo ambedue film di tragitto, o meglio di spostamenti e transiti,
per la maggior parte compiuti in treno: lo stesso treno su cui lo
spettatore lascia il giovane Pietro (Francesco Giuffrida), diretto
verso il riformatorio in seguito a un delitto commesso dal fratello,
per amore del quale Pietro si addossa la colpa, nell’epilogo di
Così
ridevano.4
Il primo incontro tra Gianni e Paolo ha luogo, difatti, in uno
scompartimento ferroviario esattamente come quello, ne Il
ladro di bambini,
tra il carabiniere Antonio (Enrico Lo Verso) e i due fratellini in
consegna. Nondimeno, laddove tale incontro manifestava un disagio e
una tensione per tutt’e tre i personaggi, che solo man mano aveva
modo di sciogliersi e tramutarsi in un rapporto di solidarietà più
stabile e profondo, ne Le
chiavi di casa l’interazione
avviene una volta esorcizzato l’iniziale disagio per Paolo, e prima
ancora per Gianni, durante un reciproco scambio di sguardi. La
complicità scioglie all’istante l’imbarazzo, non appena il
ragazzino prende coraggio, mentre imperterrito continua a giocare col
videogame, e chiede all’adulto “Mi volevi dire qualcosa? Tutto a
posto?”, cui un Gianni sorridente risponde superata la diffidenza,
come se entrambi si conoscessero da sempre.
Come
Antonio, Gianni diventa in
primis un
“ladro di bambini”, trovando in elementi quali l’attenzione e
l’amicizia gli unici antidoti possibili per Paolo, fattori che
anche il più benefico esercizio di riabilitazione non può
offrirgli. In sostanza, l’adulto cerca d’insegnare al figlio la
vita e i suoi valori più concreti e autentici, e conscio di
sottrarre Paolo alle cure dell’istituto, si fa artefice di un
sequestro.
Ne Il
ladro di bambini,
allo stesso modo, contravvenendo involontariamente ai propri
obblighi, Antonio tenta di restituire serenità e allegria ai due
fratellini, finché l’ineluttabile non ricompare e riconduce i
fanciulli oltre il sordo muro di un istituto romano, che impedisce
loro qualsiasi contatto diretto e/o esperienza con la vita.
Per
alcuni versi, Le
chiavi di casa
sembra avere qualcosa in comune anche con Il
grande cocomero di
Francesca Archibugi, nel quale, vedi caso, la malattia giunge come
l’anticamera da cui transitare per conseguire quella guarigione
di
fondo che è la maturità. In quest’opera, a sua volta memore de Il
ladro di bambini,
di un anno precedente, il metaforico rapporto padre-figlia tra il
pediatra (Sergio Castellitto) e la piccola paziente epilettica
(Alessia Fugardi) si risolveva nei loro reciproci insegnamenti: la
dottrina della bimba, però, si dimostrava molto più preziosa e
adulta
per
il medico (come Gianni, tormentato da un giustificabile senso di
colpa) che, nel finale, confidava alla fanciulla di aver trovato,
nell’assisterla, “una ragione in più per alzarsi presto la
mattina”.
Circa
l’epilogo di Le
chiavi di casa,
poco importa se l’osservatore si trova di fronte a interrogativi
quali: genitore e figlio riusciranno a incontrare la ragazza di cui
Paolo parla al padre? Esiste veramente questa ragazza? Lei e Paolo si
sono realmente conosciuti tramite corrispondenza? Nel frattempo,
ancora una volta, la scena conclusiva vede i due protagonisti in un
confronto-scontro delle proprie personalità, lungo una strada di
campagna: un Paolo indispettito gioca con il clacson mentre Gianni è
al volante, e la cosa va avanti finché l’uomo non richiama il
ragazzo, che non vuole saperne di smetterla. Al che, arrestata
bruscamente la vettura nella brughiera, spenta la musica a tutto
volume, Paolo racconta di nuovo i riti quotidiani che richiede il
focolare domestico (pulire, fare la spesa e il bucato, e via
dicendo).
Intanto,
il legame fra padre e figlio si è concretizzato e rinsaldato, e
benché le amare lacrime di Gianni ne rappresentino un inequivocabile
segno, gli scogli cui dovranno far fronte comune non potranno
spegnere la stima che ognuno sente per l’altro; se durante il primo
incontro in treno, un Gianni intimorito è prontamente guidato da
Paolo, nel finale come nell’incipit, il ragazzo è sempre pronto a
offrire le redini al genitore, a spiegargli come poterlo aiutare. “Le
forze affettive in campo – scrive la Martini – si equilibrano, e
non nel segno della compassione o della rinuncia, ma in quello del
bisogno o del rispetto reciproci”.
Di
conseguenza – e lo spettatore ne è consapevole – il gioco che
accompagna il rapporto fra Gianni e Paolo, comunque vadano le cose,
non può né deve consentire al dolore di avere il sopravvento,
nonostante l’inesorabilità di tale fattore spinga un personaggio
come Nicole (la Charlotte Rampling migliore degli ultimi anni,
intensa come solo in Stardust
Memories
di Allen), inquietante madre-coraggio di una ragazzina altrettanto
disabile, a dire “perché non muore” per amore della figlia,
riscontrando nella morte l’unico rimedio a una comune sofferenza.
Anche tra Gianni e Nicole si avverte un legame che trova conferma nei
loro rispettivi, desolanti segreti, che entrambi hanno modo di
rivelarsi reciprocamente nella penombra, nell’attesa di un ritorno
imminente di Paolo.5
Il proprio mistero, Gianni lo rivela soltanto quando, turbato
all’idea di non poter più vedere il figlio, comprende quanto quel
ragazzino sia la cosa più importante nella sua esistenza. L’uomo
si confessa in un vis-à-vis
con
Nicole durante una notte portatrice di consiglio, e quando Paolo
magicamente riappare – quasi che, in apparenza, non fosse cambiato
nulla – senza una motivazione particolare, Gianni è spinto a
riavvicinarsi alla donna: seduta a una fermata del metrò, lo sguardo
triste fisso nel vuoto, a sua volta, è indotta a confessare il
tormento che non le dà pace, l’angoscia di cui è rassegnata
vittima, prima di eclissarsi per sempre.
Spinto
a confidarsi il più possibile con Nicole, Gianni ne è attratto
perché nella donna scopre quella tempra forte, nell’affrontare la
sua stessa situazione, che lui crede mancargli; algida bellezza
sciupata dal tempo, Nicole è segnata nell’animo dalla sofferenza,
dall’accorante convivenza con un problema che l’affligge ogni
giorno, ma che, nel dramma, sembra non perdere mai la sicurezza e
perfino una certa allegria, per conseguire la quale ha imparato ad
accettare le piccole cose (le medesime, si noti, che Paolo snocciola
al genitore), ché talvolta occorre un poco di superficialità per
andare avanti.
Dunque,
Le
chiavi di casa
è irto di momenti allegri – si pensi a certi dialoghi tra Gianni e
Paolo, nei quali l’inaspettata ironia ben si adatta al loro gioco
di correità – che, in qualche episodio, lo rendono simile a una
commedia (il primo incontro in ospedale tra Gianni e Nicole, complice
la presenza di Paolo), non lontana – si diceva – da quelle
commedie italiane in cui la strada, come in un classico americano
anni Settanta, fungeva da sfondo per la caratterizzazione dei
personaggi: “per la prima volta – osserva sempre la Martini –
il melodramma cede il passo alla commedia, tragica ma anche lieve,
dei sentimenti”.
Quanto
della grande varietà di accenti e sfumature si debba
all’interpretazione di Kim Rossi Stuart6
e dell’esordiente Andrea Rossi, è evidente; nell’episodio che
vede Paolo giocare in continuazione col volante, incurante dei
richiami del padre, si avverte perfino un’eco di Rain
Man – L’uomo della pioggia di
Barry Levinson: qui, lungo una strada, l’autistico Raymond (Dustin
Hoffman) giocava con lo sterzo dell’automobile che lo trasportava
insieme al fratello (Tom Cruise), rischiando di mandare quest’ultimo
fuori corsia.7
In Le
chiavi di casa,
però, la sequenza conclusiva è indispensabile a sottolineare
l’inevitabile distanza che separa il genitore dal figlio, anche se
le coccole di Paolo e le tenere espressioni che riserva a Gianni,
mentre questi si abbandona a un pianto liberatorio, accentuano un
vero e proprio ruolo paterno assunto dal ragazzo. Tale ruolo dovrebbe
rivestirlo Gianni, relegato invece a un atteggiamento fanciullesco.
L’indirizzo
che Paolo gli rilascia in tutti gli accesi episodi che lo vedono
interagire con lui, non ultimo l’epilogo, Gianni promette di
segnarselo, quando in realtà la macchina da presa non lo inquadra
mai con carta e penna. Anche se il finale lascia intuire che questi
non scorderà il recapito, quanto sembra turbare l’uomo è
un’impressione di disorientamento: tanto Paolo sente casa sua
sempre più vicina a lui da tentare – bambinescamente – di
tornarvi in un paio d’occasioni, quanto Gianni la avverte come
lontana e sempre più irraggiungibile. Impervia, semmai, è
l’attenzione che l’adulto dovrà prestare al giovane, e benché
un raggiunto legame d’amore e amicizia sia ormai consolidato, lunga
resterà la distanza.
Nell’ipotesi
che il ragazzo cresca, maturi e diventi adulto anche nel fisico, la
presenza del suo problema, apparentemente accantonata, rimane
predestinata; in merito a questo, lo smarrimento di Gianni trova
un’eloquente cornice nella brughiera norvegese che funge da
scenario nell’immagine conclusiva, alla cui freddezza si
contrappone il tenero abbraccio di un padre e un figlio stretti l’un
l’altro, inquadrati in una minutezza che li rende un piccolissimo
punto sopraffatto dalla vastità del panorama. Il problema tornerà
sempre a galla: se non escluderlo, lo si potrà ignorare o trascurare
– involontariamente o meno – o solo fingere che non esista;
l’esistenza di Gianni e Paolo si riassume nel cerchio-giocattolo
con cui un altro bambino disabile, a torso nudo, gioca al
parco-divertimenti, di fronte al quale il protagonista resta turbato:
in quel cerchio ci sono lui e Paolo, quella è la spirale
dell’esistenza cui ambedue, nella più concreta delle possibilità,
andranno incontro.
Per
quanto sia probabile che le ritrovi, Gianni è convinto di non
riuscire più a trovare quelle chiavi che il figlio gli mostra con
tanto orgoglio e incrollabile fermezza: I
can’t find my way home...
Francesco
Saverio Marzaduri
1 Qualcosa
di simile a un rapporto padre-figlio si avverte, inoltre, nella tesa
quanto intensa scena dell’interrogatorio, che vede Gino di fronte a
un funzionario di polizia dall’aspetto austero, ma anche paterno;
non per nulla, questi a sua volta accenna al giovane del proprio
rapporto col padre, amante dell’Italia e studioso d’arte a
Firenze, durante la guerra.
2 A
detta dell’autore, però, il riferimento è a un altro film di
Rossellini, Stromboli – Terra di Dio.
3 Nella
filmografia di Amelio, qualcosa di analogo si avvertiva ne Lamerica,
una decina d’anni prima: Gino si muoveva alla ricerca di
Spiro/Michele (a sua volta, come Paolo, animato da una bambinesca
volontà di tornare a casa), riuscendo a rintracciarlo – anche qui
di notte – ricoverato in un ospedale.
4 Non
si dimentichi che, in Lamerica,
desideroso di tornare in Italia, Spiro/Michele sfugge a Gino, la
prima volta, su di un treno. Inoltre, Le
chiavi di casa reca
una similarità anche col precedente Così
ridevano,
riguardante il senso di colpa di due rispettivi personaggi: nel
primo, Gianni decide di accompagnare il figlio a Berlino, dopo aver
rifiutato di vederlo per tanto tempo; nel secondo, Pietro ricambia, a
sua volta, il sacrificio per il quale il fratello Giovanni (Enrico Lo
Verso) si è prodigato in anni di faticosa attività, onde
consentirgli di conseguire il diploma di maturità magistrale.
5 In
Lamerica,
analogamente, Spiro/Michele è depositario di un segreto –
riguardante la propria vera nazionalità – che viene a galla
nell’oscurità di un ospedale scarsamente illuminato.
6 Lo
stesso attore era stato protagonista, una decina d’anni prima, del
mediocre Cuore cattivo di Umberto Marino, nel quale la
rappresentazione della disabilità,
mescolata al disegno della strumentalizzazione del mezzo mediatico,
suonava irritante nella propria superficiale programmaticità.
7 Per
certi versi anticipatore di Le
chiavi di casa,
Rain
Man narra
la progressiva conoscenza di due fratelli le cui esistenze,
all’inizio, sono reciprocamente ignorate. Anche in questo caso, la
relazione tra i personaggi coincide con l’accettazione di una
diversità,
cui segue l’instaurazione d’un legame, attraverso un tragitto on
the road lungo
le highway
americane.

Commenti
Posta un commento