La fuga impossibile: CINQUE PEZZI FACILI
La fuga impossibile: Cinque pezzi facili
Presentando Cinque pezzi facili prima di una sua messa in onda televisiva,
Vieri Razzini dichiarò che tale lavoro, “realizzato nel 1970, fu
un film perfettamente del suo tempo, come dovrebbero esserlo i grandi
capolavori e quasi sempre le cose riuscite, come potrebbero esserlo
oggi film come Palombella rossa o L’attimo fuggente:
film diversissimi nella forma, ma che partono tuttavia da uno stesso
principio di necessità, e che sono un grido contro il conformismo
contemporaneo (...). Tutt’e due si preoccupano del presente, come
Cinque pezzi facili”.
Secondo
lungometraggio diretto da Bob Rafelson, pensato inizialmente come
film d’essai e costato 800.000 dollari, Cinque pezzi facili
ottenne sorprendentemente un’accoglienza ottima, finendo
persino tra i candidati all’Oscar per il miglior film. Prodotto
dalla B.B.S., una società di cui facevano parte, oltre al regista,
Bert Schneider e Steve Blauner, produttori esecutivi di un successo
planetario quale Easy Rider, il film è principalmente la
storia di una fuga. Il film di Rafelson ha più di un aspetto in
comune con opere che ruotano sul medesimo tema (lo stesso Easy
Rider, Strada a doppia corsia,
Punto zero), girate più o meno negli stessi anni,
volte a inquadrare il paesaggio americano nella sua vastità e a
raccontare i diversi episodi di un tragitto. Ma il principale
elemento che accomuna tali pellicole a Cinque pezzi facili è
la coazione al movimento: questo film, nella figura di Bobby Dupea
(Jack Nicholson), personaggio che non a caso porta lo stesso nome del
regista, riesce perfettamente a cogliere lo spirito del tempo, ossia
quell’anima libertaria e ribelle che si è andata formando lungo
tutti gli anni Sessanta, e si è innestata nella grande tradizione
romantica dell’eroe ribelle e solitario, del girovago, del misfit.
Volendo fare un confronto con la citata opera di Hopper, appena di un
anno precedente, ci si accorge subito che il mito romantico on the
road del personaggio è colorato di sfumature molto più
psicologiche ed esistenziali, laddove in Easy Rider i valori
simbolici che definivano il tema del viaggio erano riassunti nel
lungo, disperato itinerario dei due protagonisti.
La
fuga di Cinque pezzi facili è quella di un uomo inquieto che,
sempre scontento di sé, soffre dell’infelicità di vivere in un
mondo per lui alienante; alla continua ricerca di qualcosa che non
trova, fugge e si perde, non sapendo più a quali certezze
aggrapparsi. Un disadattato insomma, che pur tuttavia cela qualcosa
di ambiguo sin dal nome che porta, Robert Eroica – “in un senso
estenuato e perdente, silenzioso e indurito, (…) creatura
particolare e al tempo stesso prototipo umano”. Ma tutto questo non
lo si coglie subito, dato che ha modo di manifestarsi solo nel corso
del film. All’inizio, lo conosciamo con il diminutivo di “Bobby”,
per mascherare l’ironia del suo nome, e lo vediamo svolgere
l’attività di operaio presso un pozzo petrolifero, nel sud della
California: le sequenze introduttive, prima ancora che compaiano i
titoli di testa, ce lo mostrano impegnato nel tentativo di azionare
una ruspa, nel sollevamento di una pompa o nell’estrazione di
petrolio da un giacimento prima di gettare un occhio, esausto, al
proprio orologio. A queste seguono le immagini del suo ritorno a casa
mentre il giorno tramonta: la sciropposa musica che le accompagna è
quella di un disco di Tammy Wynette – cantante country
popolarissima presso i ceti più popolari statunitensi – che la
giovane compagna di Robert, la cameriera Rayette (Karen Black), sta
ascoltando intanto che, seduta sul lavello del bagno intenta a farsi
la toilette, aspetta il suo uomo. Questi rincasa e senza salutare
esprime un giudizio distruttivo circa i gusti musicali della ragazza
(“Se ti azzardi a rimetterlo sul giradischi, quel coso, te lo
riduco in confezione spray!”), facendo poi notare che, se anche
Rayette lo rimettesse sull’altro lato, il problema riguarderebbe
l’integrità musicale.
È
sufficiente questo inizio, apparentemente semplice, per suscitare
nello spettatore una prima idea del personaggio in esame: un apatico
che, dopo una giornata di estenuante lavoro, non vuole ascoltare
niente, tanto più se ciò riguarda gusti musicali per lui
insostenibili. Rifiuta persino di sentire un motivo che la propria
compagna, per ottenere un giudizio, gli chiede di poter cantare
(“Tutto quello che ti chiedo è di aiutarmi a perfezionare il mio
talento musicale”), probabilmente già sapendo che questo non si
allontanerebbe molto da una musica che odia o non condivide; eppure
la cosa non dovrebbe sconvolgerlo troppo: Bob, allegoricamente, ha
abbracciato una cultura per lui contemporanea e indigena, cultura che
in Rayette, ragazza di estrazione proletaria e priva di elevate
categorie di giudizio (sua unica aspirazione è quella di diventare
una cantante country-western), trova un’immagine-simbolo
convincente.
Di
essa, l’uomo non condivide tutti gli aspetti, o più semplicemente
non riesce a coglierne il significato. Quando si tratta di discutere
con la giovane, Bob reagisce con aria infastidita e sarcastica
(“Cantami una canzone, dai…”): gli unici momenti in cui i due
amanti sembrano passare il tempo insieme, sono quelli costituiti
dagli incontri con un’altra coppia di amici, Elton (Billy “Green”
Bush), compagno di lavoro di Bob, e Stoney (Fannie Flagg), dal
bowling ai burger stands. Ma tutte le volte, Bob non perde
occasione per umiliare la compagna – la sequenza del bowling è
d’obbligo: il giovane critica le scarse qualità di Rayette nel
tentativo di segnare un punto (“Mi tiri tutti quei lisci per
diciannove frames e poi mi fai lo strike sull’ultima palla
quando la partita è perduta… Favoloso!”) e subito dopo fa per
abbordare qualche prostituta. C’è quanto basta perché la ragazza,
in lacrime, corra a nascondersi in un parcheggio: disgustata e piena
di vergogna (“Mi tratti come un cane: fare il galletto proprio di
fronte a me, in quel modo…”), Rayette ha capito, contrariamente a
quanto lei pensa, che Bob considera temporanea la loro relazione, e
teme che l’uomo la lasci da un momento all’altro (“Se veramente
una volta ti salta in testa di lasciarmi, lo leggi sui giornali il
giorno dopo”). L’uomo, goffamente, tenta di consolarla,
promettendole che non compirà un’azione simile.
Tutto
sembra tornare alla normalità. Al lavoro, nei momenti di break,
Bob scherza con Elton, gioca a poker, riscuote la paga settimanale. A
un certo punto, mentre sta tornando a casa con Elton, si trova
bloccato nel traffico di una freeway: ovviamente va in
escandescenze, se la prende con gli automobilisti (“Perché ve ne
state chiusi lì in fila, che mi sembrate tante formiche?”) che
suonano forsennatamente il clacson. Sceso dalla macchina, abbaia
infantilmente a un cane, fa per salire sul paraurti di una vettura,
poi si arrampica sul cassone aperto di un camion per studiare la
situazione e vi scopre un vecchio pianoforte. Comincia a suonare con
aria giocosa, poi sempre più compresa, la Fantasia in Fa minore
di Chopin, intrattenendo gli automobilisti imbottigliati, rivelando
un talento incredibile, di fronte al quale lo stesso Elton rimane
stupito. L’amico però non fa in tempo ad avvisare Bob che il
camion ha preso a muoversi, imboccando un’altra direzione. Questa
sequenza, di straordinaria efficacia oltreché di irresistibile
simpatia, spiega un lato del protagonista sino a quel momento per lo
spettatore oscuro, e facilmente si ricollega a quell’iniziale
discorso di Bob circa l’integrità musicale: i suoi gusti, almeno
in questo campo, a differenza di quelli di Rayette o di qualunque
altra persona di estrazione proletaria, sono rimasti più raffinati
di quanto egli non vorrebbe. Bob è stato un pianista prodigio, che
non ha continuato la carriera e ha smesso di impegnare il proprio
talento per diventare, non per costrizione ma per scelta, un misfit.
Questo
suo comportamento, apparentemente anarchico, non è che il rifugio da
un sistema di vita di cui non riesce ad accettare le regole e i
sacrifici: “la protezione della ‘normalità’ proletaria –
come ha scritto Lucia Marzo – è illusoria e s’infrange di fronte
agli impegni che anche la normalità comporta”. Per tale motivo,
quando scopre che Rayette è incinta, di fronte ai consigli di Elton
di accettare la cosa da uomo e di mettere su famiglia, Bob si irrita
e con sarcasmo inveisce contro l’amico (“È ridicolo: me ne sto
qui a sentire uno stronzo che abita in una lurida roulotte e che
vuole paragonare la sua vita con la mia!”); traspare nel suo
comportamento, a quanto sembra, una “superiorità”, o meglio
un’eccezionalità nei confronti dell’ambiente circostante, che lo
porta a considerare speciale il suo destino, a rifiutare ciò che lo
potrebbe rendere un “relitto umano”, e a ricadere nella mera
affermazione del proprio io. In realtà Bob è un personaggio “che
non ha ancora scelto da che parte stare, a quale universo
appartenere”, e per questo motivo continuamente gioca col mondo
ordinario (la sequenza del pianoforte sul camion ne è l’evidente
conferma), un mondo che disprezza in quanto scorre dentro binari
costituiti e sempre uguali, e di cui rifiuta le convenzioni senza
sorprese. Se, da un lato, questa visione della vita lo rende più
snob, dall’altro lo porta, in circostanze drammatiche o grottesche,
a schierarsi proprio dalla parte di quei rednecks che
considera “inferiori”, e a confrontarsi con loro, finendo per
trovarsi vieppiù confuso e disorientato: prima di licenziarsi, fa in
tempo ad accorgersi di una colluttazione – ripresa in un bel
throwaway – in cui è coinvolto Elton con due uomini. Bob
accorre per difenderlo, ma solo dopo viene a sapere che i due sono
agenti federali, venuti a prelevare l’amico, accusato di rapina
(“Ero sotto cauzione, come un fesso me la sono squagliata e questi
vengono a pizzicarmi un anno dopo…”): Elton, evidentemente, si è
trovato nella medesima situazione del protagonista; la differenza è
che, sposando la donna che ha messo incinta, ha preso atto della
situazione. La distinzione fra i due uomini riguarda un diverso modo
di reagire al problema: Elton è più semplice, possiede il buon
senso (e il fatalismo) innato dei ceti popolari, laddove Bob è più
cinico e freddo, ma pure meno capace di assumersi le responsabilità
della vita e meno portato ad ammetterlo (certo, non con coloro coi
quali si mischia partendo dall’idea di essere persona superiore).
Bob è consapevole di essere un individualista inconcludente, che si
porta dietro il suo malessere senza incolparne nessuno, che non ha
progetti, e tantomeno messaggi da trasmettere.
Non
deve stupire, a questo punto, se la successiva scena vede il giovane
andare a trovare la sorella Tita (Lois Smith) a Los Angeles,
impegnata in una registrazione al pianoforte in sala d’incisione.
Un momento che va letto come una sorta di ritorno alle origini
del protagonista, di momentanea riconciliazione col passato:
teneramente, sorride di fronte all’estrema partecipazione con cui
Tita esegue il brano, la saluta in un momento di pausa. Tita, che lo
chiama col suo vero nome, lo avverte che Carl (Ralph Waite), il
fratello maggiore, scampato a un incidente, si è rifugiato con una
giovane donna nelle gioie del violino e del pianoforte, mentre il
padre, rimasto paralizzato, è ormai incapace di comunicare e provare
emozioni. Bob non ha altra scelta dunque che fare visita alla
famiglia, e con visibile disagio promette di rimanere “non più di
tre giorni”; per la prima volta, vediamo un Bob più laconico e
determinato, e – anche se schivo – ancora legato, dentro di sé,
alla famiglia: la sua decisione di ritornare a casa, che da un lato
lo infastidisce per il timore di rinchiudersi in gabbia, dall’altro
lo porta a sperare di ritrovare le consolazioni dell’infanzia. È
una scena, questa, che svela un lato più tenero del protagonista,
troppo breve perché lo spettatore non ricordi all’improvviso che
Bob è un redneck, che fa a pugni, si ubriaca e quando può fa
all’amore con la prima ragazza che gli capita: il lungo, nevrotico
e interminabile piano-sequenza che segue lo mostra durante il
violento amplesso con una prostituta (un episodio, quest’ultimo, di
cui Rafelson si ricorderà, dieci anni più tardi, nella celebre
scena erotica de Il postino suona sempre due volte).
Ciononostante,
Bob non può mancare alla promessa fatta: torna da Rayette, deciso a
lasciarla a casa; ma le pietose lacrime della ragazza sono
sufficienti a fargli cambiare idea, e a farlo decidere di portarla
con sé. “A questo punto”, come fa notare Marco Videtta, “termina
la prima sezione del film che (…) ha tutta l’aria d’essere uno
spaccato della vita di provincia americana”. Numerosi elementi
scompaiono, personaggi come Elton e Stoney escono definitivamente di
scena, la stessa gravidanza di Rayette non viene più menzionata.
Inizia allora quella seconda parte che riguarda il viaggio verso il
Nord di Bob e Rayette: è qui che il film assume l’aspetto di un
road movie, come si accennava all’inizio, con i relativi
incontri ed episodi emblematici. Durante l’itinerario, Bob si ferma
a dare un passaggio a due autostoppiste lesbiche, la cui auto è
rimasta in panne. Una di esse (Helena Kallianiotes) comincia a fare,
disgustata, divagazioni circa il lerciume e il consumismo
dell’America moderna, di quella stessa società in cui il giovane
ha cercato di integrarsi, con successo solo parziale: la sua scelta
di rifugiarsi in Alaska simboleggia il rifuggire da ogni contatto
umano e il nascondersi dietro un ecologismo male interpretato
(“L’Alaska mi è sembrata molto bianca”): ma non è possibile
cercare la purezza andandosene, e il sarcastico Bob non può fare a
meno di rispondere (“Questo prima del grande disgelo”), così
come Rayette, ferita da alcune triviali affermazioni sui ceti
sociali, riguardo ai quali l’autostoppista ragiona per luoghi
comuni (“Si vede che non sei mai stata una cameriera, tesoro!”).
Il
malessere del protagonista nell’episodio, trova in chiave
parodistica un’eco, portata sino all’esasperazione, nello scontro
con l’American System del pollo fritto: in una tavola calda,
Bob ordina una porzione di pollo con contorno di patate. L’acida
cameriera gli fa notare che può ordinare solo combinazioni
prestabilite, fra le quali non è contemplato il pollo con patate.
Bob insiste ma ogni tentativo di incrociare le combinazioni prendendo
il pollo da una e le patate da un’altra è inconcepibile: alla fine
il giovane, imbestialito, ordina due diverse combinazioni, suggerendo
all’inserviente di eliminare elementi superflui (“Tutto quello
che deve fare è tenersi il pollo, portarmi il toast e farmi pagare
il sandwich di insalata di pollo, così non ho violato nessun
regolamento”), risolvendo poi l’ordinazione in un insulto (“Il
pollo se lo può tenere, però in mezzo alle cosce!”). Oltre a
fornire ulteriori delucidazioni su Bob, “l’episodio è rilevante
(…) per l’evidente satira della falsa razionalità del sistema”,
della standardizzazione, incarnata nella figura della cameriera. Il
giovane sfida le grette restrizioni della società; tuttavia, rimane
l’impressione che il suo disagio fra persone e costumi si risolva
comunque in “una superiorità ‘intellettuale’ che (…) gli
deriva dalla sua origine aristocratica”. Il fatto che ogni rapporto
umano, per le autostoppiste, significhi contagio, spinge Bob,
a metà tragitto, ad abbandonarle su un’autostrada.
La
coppia si separa quando Bob lascia Rayette in un motel: la totale
devozione e la disponibilità erotica della ragazza sembrano non
convincerlo più; insoddisfatto pertanto anche della ricerca di un
amore idealizzato, l’uomo inventa la scusa che la sua famiglia non
è preparata al fatto che ci sia un’altra persona con lui. In
realtà è sempre il suo modo di pensare che lo spinge a tenere
distanti due mondi – tra cui egli si trova come in un limbo – fra
loro distinti per costumi e cultura, ma accomunati dalla stessa
solitudine. La terza ed ultima parte, che fa luce sul ritorno di Bob
all’isola di Puget Sound, presenta un’ambientazione non troppo
diversa dall’arida oil town che ha fatto da sfondo alla
prima sezione del film: qui, la cornice è un luogo deserto e
solitario, in cui la famiglia di Bob conduce un’esistenza, anche se
agiata, chiusa e monotona. Lo squallore che accomuna i due scenari va
letto come un’anticipazione del successivo Il re dei giardini di
Marvin, la cui Atlantic City conserva i medesimi connotati di
grigiore e desolazione. Quando Bob raggiunge casa, la m.d.p., in un
aggraziato piano-sequenza, ne osserva i mutamenti, ne scruta lo
sguardo, volto a spiegare il suo riadattamento, la riscoperta di
ricordi e oggetti rimossi nel tempo: non è cambiato nulla, forse, ma
per lui è come la prima volta dopo anni. Una musica in sottofondo lo
accompagna: il fratello, Carl Fidelio, e la sua fidanzata Catherine
(Susan Anspach) stanno eseguendo Chopin al piano. Quando entra nella
stanza del padre, ove Tita gli lancia un sorriso di benvenuto, Bob,
di fronte al genitore – che per via della malattia mostra di non
riconoscerlo – si lascia andare ad una mesta considerazione (“Non
sa nemmeno chi diavolo sono…”).
Durante
il pranzo, la conversazione langue, smozzicata in frasi che sembrano
essere di convenienza, raggelate da silenzi imbarazzanti (non è
fuorviante confrontare questa scena con un analogo momento di Taking
Off di Miloš Forman, altro film in cui si manifesta il rifiuto
dell’istituzione familiare canonizzata su modelli conformisti). In
tono pacato, Carl – il cui collo irrigidito sottolinea il rifiuto a
guardarsi in giro – avvisa Bob che la sua lunga assenza aveva
aggravato il già precario stato di salute del padre, al punto che si
era pensato di chiamare un detective. Più tardi, Bob confida alla
sorella il proprio disagio riguardo al padre, ed ella disapprova il
suo scetticismo (“Anche lui ha un suo modo di comunicare”). Nel
suo evidente spaesamento, il giovane comincia a provare un certo
interesse per l’attraente fidanzata del fratello, Catherine, una
ragazza affettata e formale che con rigoroso fervore si fida dei
propri sentimenti. In sostanza, quel prototipo di grazia e
femminilità che per un uomo come Bob, abituato a ben altro genere,
arriva come un miraggio: tanto diversa dalla giuliva Rayette – che
in campo musicale non nutre che un effimero sogno – Catherine
colpisce Bob soprattutto per l’eleganza dei modi, la raffinatezza e
la serietà con cui si dedica alla musica: elementi che Bob, per
contro, ha rinnegato e ha smesso di perseguire. Proprio Catherine,
nel corso di una cena, si chiede cosa mai abbia potuto spingere un
uomo, “con un’incredibile preparazione musicale”, ad
abbandonare la musica: la ragazza, che evidentemente considera Bob
una persona di famiglia, ligia e seriosa, non si aspetta che questi
risponda, senza vergogna, di avere avuto occasione di cimentarsi,
come maestro sostituto, presso il “Las Vegas Musical Review”.
Cosa che, ovviamente, delude le sue aspettative, tanto più che Bob
ne simula la rivista, pacchiana e kitsch. Accompagnata da
Carl, Catherine torna indignata al suo pianoforte. Bob però non è
tipo da scoraggiarsi per questo genere di situazioni, sebbene,
sovente, subentri in lui un senso di insoddisfazione e di rimpianto:
la superiorità intellettuale che lo caratterizza, e che lo
porta ad essere scettico col prossimo in più circostanze, gli deriva
proprio da questa origine aristocratica. Durante una partita di
ping-pong col fratello, non si crea problemi a sfotterlo per il suo
distorto modo di camminare o per il collo indolenzito: come bene ha
scritto Marco Videtta, a differenza di personaggi quali Wyatt (Peter
Fonda) e Billy (Dennis Hopper) in Easy Rider o Arlo Guthrie in
Alice’s Restaurant, Bob “non teme di essere perseguitato o
picchiato, può anzi permettersi di polemizzare, di inveire”.
Approfittando
di un impegno fuori città del fratello, Bob cerca di intrecciare una
relazione con la fidanzata di quest’ultimo e quando lei, suadente,
gli chiede di suonarle qualcosa al piano, le dedica il Preludio n.
4 dall’Opera 28 di Chopin, uno dei “cinque pezzi
facili” cui allude il titolo, brano “che assume il significato di
un ritorno proustiano alla sua infanzia di giovane prodigio”.
Questo momento – di toccante lirismo – è risolto con un lento
piano-sequenza sottolineato per intero dalla durata del brano: la
m.d.p., partendo dall’immagine di Bob che suona, si sofferma per un
attimo sullo sguardo di Catherine per poi inquadrare lentamente, una
dopo l’altra, le fotografie appese alle pareti di casa, i ritratti
dei grandi musicisti, le immagini dei membri della famiglia da
piccoli, in età adolescenziale, in posa concertista (per ultimo, il
padre nella mansione di direttore d’orchestra); a conclusione del
brano, l’inquadratura torna sul volto profondamente affascinato
della ragazza, e su Bob che suona gli ultimi accordi. Questi ultimi
due elementi svolgono funzione di cornice.
Tale
sequenza, visivamente strutturata in modo circolare, rimanda a una
figura assai frequentata dagli autori del “nuovo cinema americano”
e presente in molte loro opere (si pensi a Corvo rosso non avrai
il mio scalpo e a Come eravamo, entrambi di Sydney
Pollack, o a Strada a doppia corsia di Monte Hellman), ossia
quella del chiasmo, “una delle forme in cui si presenta la figura
del cerchio”; la fuga stessa del protagonista può definirsi
circolare, nel senso metaforico del termine: destinato a
rifare gli stessi incontri, ad imbattersi nei medesimi problemi, a
ripetere esperienze più o meno identiche negli esatti posti da cui è
partito, Bob condivide il destino del criceto imprigionato in una
ruota, e la sua corsa, tutto il suo movimento, non servono a
schiodarlo dalle medesime posizioni, né a condurlo in qualche
possibile altrove.
A
ciò si aggiunga la coazione a ripetere, che nel protagonista del
film di Rafelson assume forme di evidente gravità (addirittura al
limite della patologia) rispetto a quelle che affliggono, poniamo, il
personaggio principale di Alice non abita più qui di Martin
Scorsese: a causa della propria insicurezza, che un esibito cinismo
non riesce a nascondere, Bob è destinato a ripetere continuamente
gli stessi errori. Quando Catherine cerca di manifestare la propria
commozione, Bob risponde di non avere provato, nell’esecuzione del
preludio chopiniano, alcun sentimento (“Forse”, la irride, “se
tu ce ne mettessi un altro po’ potrebbe arrivare fino a me…”).
Il suo sarcasmo distruttivo finisce col prevalere anche nelle
circostanze meno adatte. Ma essendo deciso a non lasciarsi sfuggire
l’incarnazione dell’unico modello femminino capace di
interessarlo veramente – la ragazza ideale in grado, forse per la
prima volta, di non farlo sentire snobisticamente superiore – dopo
un iniziale diverbio con la ragazza (“Tutto quello che ho ricevuto
da te sono sguardi espressivi a tavola la sera, e un sacco di vaghe
allusioni a proposito di un certo dopodomani”), Bob finisce per
conquistarla, sebbene lei non giudichi “molto aggraziato” il suo
linguaggio, e lui ne critichi l’atteggiamento serioso (“La
serietà… È solo questo che per te è importante? Essere seri?”).
In un certo senso, Bob sta ricadendo nel passato, sia nello
scegliersi una musicista per amante sia nel mettersi in competizione
con il fratello. A Catherine, per la verità, il giovane appare più
eccitante e pericoloso rispetto agli uomini del suo ambiente. Ma
anche se, come scrive Franco La Polla, “l’America non è la
musica armoniosa e perfetta di Chopin, non è un ‘facile pezzo’
per pianoforte, e la nostalgia del proprio mito di compiutezza e di
realizzazione è destinata a crollare”, per un momento magari
irripetibile, Bob – proprio con la ragazza – può finalmente
manifestare sentimenti inaspettati, parlare di sé, uscire in qualche
maniera allo scoperto, cosa che in genere non si piega a fare, e nei
confronti della quale, anzi, esibisce ugualmente disprezzo.
Quell’attimo
di riconciliazione del personaggio con sé stesso è interrotto
dall’arrivo di Rayette – che ha lasciato l’albergo in cui Bob
l’aveva confinata. È sufficiente una cena perché la frivola
ragazza dia un’immagine del giovane del tutto nuova per la famiglia
di quest’ultimo. L’insistito uso del primo piano sul volto
infastidito di Bob, svela un disagio così insostenibile che l’uomo
prende e se ne va: il presente ricomincia a prevalere sul passato. Ma
quello che più mette a disagio Bob è il diverso carattere delle due
donne. Anche in questo caso, egli si sente un incomodo fra due poli
opposti: Catherine lo giudica, Rayette – semplicemente – lo
accetta. L’uomo va a rifugiarsi in una tavola calda, riprende a
ubriacarsi (il sottofondo musicale, altro elemento “chiasmico”, è
sempre di Tammy Wynette), e va a dormire per la strada come un
clochard. Tornando a casa, Bob riesce a incrociare Catherine,
ma non fa in tempo a scusarsi per l’imbarazzante situazione. Nel
pomeriggio, la sua famiglia organizza un “salotto”, tra i cui
ospiti si distingue una saccente e disumana psicologa. Le prediche
sociologiche di quest’ultima finiscono per irritare Catherine. La
situazione si ribalta: non è più il cinismo di Bob a ferire i
sentimenti della ragazza, ma l’ambiente stesso cui appartiene; allo
stesso modo, Robert si vede costretto a prendere le difese
dell’ingenua Rayette (“Ma dove cacchio lo trovi il fegato di
classificare la gente, di stabilire a quale tipo appartiene lei,
paladina del celibato?”), schierandosi – come già aveva fatto
per Elton – proprio dalla parte di quella classe in cui si è
mimetizzato. Quando poi Bob scopre che Tita, sessualmente
insoddisfatta, ha instaurato un rapporto masochista con l’infermiere
del padre, attonito sfoga la propria rabbia azzuffandosi con
quest’ultimo. Infine, tenta di convincere Catherine a venire via
con lui: ma il rigore con cui la ragazza considera i veri sentimenti,
lo porta a respingerlo, perché nel giovane non vede determinazione e
rispetto per sé stesso (“Se un uomo non ha amore o rispetto verso
sé stesso e non lo ha nemmeno verso la sua famiglia, il lavoro, i
suoi amici, con quale diritto lo chiede agli altri? Perché dovrebbe
pretenderlo?”).
Fallito
questo tentativo, Bob – cercando di sfidare la propria incertezza
interiore – si decide a spiegare sé stesso in un triste monologo,
vero e proprio
vis-à-vis,
col padre paralitico
(“Io mi sposto di continuo. Ma non perché... perché stia cercando
qualcosa di particolare, ma perché mi allontano dalle cose, che
vanno a male se io rimango. All’inizio sembra che tutto prometta
bene, e poi...”).
La m.d.p. lo segue,
in campo lunghissimo e in profondità, mentre spinge la carrozzina
del padre verso il sole che tramonta (lo stesso sul quale, all’inizio
del film, Bob tornava a casa dal lavoro). Dal discorso di Bob, in un
momento di toccante realismo, trapela anche il fatto che il suo
dramma abbia origine nella non-comunicazione col genitore, “che mai
come ora è incapace di fornirgli una risposta”, lampante simbolo
di un’America “che non sa più cosa dire ai suoi figli”; nelle
parole del giovane si può, inoltre, facilmente intuire che già
prima della sua partenza c’erano delle difficoltà (“È tutto
molto simile alla situazione in cui eravamo prima che io partissi”),
come trapela dai primi piani sugli sguardi del giovane e del vecchio
ammutolito. In lacrime, Bob ammette, annientato, la propria sconfitta
(“Non sono mai stato troppo bravo in queste cose. Mi dispiace di
non esserci riuscito…”). A proposito di questa scena, Lucia Marzo
scrive:
“Nicholson
diede un contributo decisivo, appassionato, persino litigando con
Rafelson, il quale voleva più lacrime, più pathos nella
recitazione. Jack pensava invece che Bobby non potesse mai diventare
‘sentimentale’, che l’emozione sarebbe stata più forte per il
pubblico e la scena veramente tragica solo se trattenuta, imbrigliata
dentro i limiti dell’atteggiamento duro, difensivo del personaggio,
della sua incapacità a ‘sciogliersi’ come soggetto di rabbia, di
dolore, di amore filiale.”
Bob
si decide, dunque, a ripartire con Rayette: Tita, per l’ultima
volta, lo abbraccia e lo saluta chiamandolo Robert, il suo vero nome.
Per strada, Bob si mostra più freddo e arrogante, incapace oramai di
sopportare il comportamento di Rayette e le sue domande, il contrasto
fra lei e la ragazza che ha perso. Giunto a una stazione di servizio,
l’uomo consegna il portafoglio a Rayette, sosta in una toilette, si
toglie la giacca, guarda la propria immagine riflessa in uno
specchio. Senza speranza nella sua ricerca del significato della vita
(come il David Staebler, interpretato dallo stesso Nicholson, de Il
re dei giardini di Marvin),
“condannato in eterno all’aspirazione del recupero di un passato
che si vorrebbe far coincidere con quello del proprio paese”,
chiede e ottiene, di nascosto, da uno sconosciuto un passaggio su un
camion diretto in Alaska. La scelta di questo luogo non è casuale e
“come destinazione – scrive Videtta – ha più significati: può
essere una meta casuale, la cui non-scelta del protagonista esprime
la sua confusione interiore; rappresenta una fuga dal passato
americano; sottolinea l’irrilevanza del posto in cui si scappa (…)
poiché la fuga è in realtà da sé stessi”. Esemplare, oltre che
manifesta, la drammatica constatazione del giovane circa
l’impossibilità d’ogni rapporto umano, che lo porta
paradossalmente ad accettare il punto di vista di quelle
autostoppiste da lui scacciate durante il viaggio verso casa.
Seguendone le orme, scegliendo definitivamente la via di un
vagabondaggio senza legami, Bob – facendosi forza (“Sto bene…
Sto bene…”) – “cerca scampo a un crollo che minaccia di
coinvolgere conservatori e progressisti”.
Solitaria
partenza verso un luogo dove “fa un freddo del diavolo”, la sua è
una fuga impossibile: non liberatoria, anzi, greve di pessimismo. Più
che un “no” radicale, essa rivela l’annientamento del
protagonista: “adatta a un’epoca in cui i luoghi dell’alternativa
si sono veramente ristretti, l’America non è e non sarà più un
‘grande paese’ per i suoi giovani (…), e ciò che resta è la
consapevolezza, e la forza necessaria per resistere alla vita”.
Francesco
Saverio Marzaduri

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