La metà oscura: CRUISING
La metà oscura: Cruising
È stato bistrattato dalla critica ortodossa statunitense che lo ha stigmatizzato definendolo semplicemente “disgustoso”. È stato
altrettanto criticato dalla comunità omosessuale che s’è vista
comunque rappresentata sulla base di cliché. È stato, insomma, un
caso. Eppure dal 1980, anno della sua uscita, ad oggi, Cruising
emoziona, lacera, divide, sconforta, sconcerta per la sua narrazione
singhiozzante e sincopata, per gli eccessi di realismo e per quelle
improvvise impennate di romanticismo cui non si riesce ad essere
insensibili. Certo, la storia che racconta è forte, la materia che
tratta scabrosa, l’ambiente omosessuale che dipinge abbastanza
torrido. Ma il regista William Friedlkin e i suoi interpreti, Al
Pacino e un bravissimo Paul Sorvino fanno di Cruising
non solo un esempio perfetto di cinema dark,
ma anche un film che, da qualsiasi parte lo si voglia vedere, non
riesce a lasciare indifferenti. Un’opera completamente asciutta
d’amore: l’amore, qui, non esiste. La vicenda si spiega
attraverso la pelle: la pelle sudata, la pelle dei pantaloni, dei
cappelli, dei giubbotti. La stessa pelle dei corpi maschili straziati
dalle coltellate dell’assassino. I rapporti sessuali sono vissuti
prevalentemente come duelli, le uniche scene di sesso esplicito –
anche se non ci scappa necessariamente il morto – sono dure,
estremamente forti, difficili. Perché questo film affonda il
coltello nella nostra anima? Perché nel film c’è un confronto: il
poliziotto Al Pacino si confronta con questo ambiente, ed è
costretto a guardarsi dentro, a scavare dentro di sé, e quello che
vede lo turba. Infatti, a un certo punto assorbe la personalità, le
voglie, i desideri, le abitudini dell’assassino, e tutto ciò
diventa parte di lui, come una seconda pelle. Un’identità nascosta.
Una metà oscura. È sufficiente un incontro per cambiare la vita di
chicchessia, per ribaltargli tutte le sicurezze: in Cruising
non solo questo c’è, ma si avverte. Si accusa, anzi. Ed è
maledetto, forse, proprio per questo.
Francesco Saverio Marzaduri

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