Quando la realtà trascende la fantasia: dai borghesi piccoli piccoli alle strategie della tensione
Tutto
è rimasto come ieri
Senza
le barricate
Senza
feriti, senza granate
Se
avete preso per buone
Le
‘verità’ della televisione
Anche
se allora vi siete assolti
Siete
lo stesso coinvolti...”
FABRIZIO
DE ANDRÉ
“E
se per sopravvivere qualunque porcheria
Lasciate
che succeda e dite ‘non è colpa mia’
Sorridete,
gli spari sopra, sono per noi…”
VASCO
ROSSI
Condizioni
atmosferiche sovente plumbee, un grigiore soffocante che avvolge
dalla seconda metà degli anni Settanta in poi il clima cinico e
sarcastico, ma anche grottesco e dissacratorio, della gloriosa e
ormai vetusta commedia all’italiana, ben visualizzano la realtà
nazionale del periodo, quel “paese reale” cui ciascuna delle
pellicole di quel sottogenere – genere a tutto tondo, anzi – ha
sempre fatto riferimento. Agli anni della contestazione generale,
degli autunni caldi, degli scontri, delle stragi impunite, hanno
ormai fatto seguito gli anni di piombo, delle azioni terroristiche,
degli omicidi di magistrati, dei giornalisti gambizzati. Le
istituzioni democratiche attraversano la loro fase più cupa (la
“notte della Repubblica”, secondo una celebre definizione di
Sergio Zavoli) e il “paese reale” è avvitato in una crisi senza
precedenti. Le fazioni politiche più estreme portano l’attacco “al
cuore dello Stato”, di lì a non molto si avranno il sequestro e
l’omicidio di Aldo Moro: la conferma dell’eliminazione quale
univoco, indispensabile strumento di comodo nelle situazioni di
tensione e disagio più imminenti. La sinistra parlamentare è
obbligata a sostenere governi “di unità nazionale” pur non
facendone parte, e la sua posizione di “non sfiducia” – imposta
dagli eventi quale atto di responsabilità politica e di
dissociazione dalla lotta armata – diventa agli occhi di molti una
“non opposizione”, un appiattimento, addirittura un tradimento.
Bersagli del terrorismo iniziano perciò ad essere anche sindacalisti
e attivisti di sinistra. Nel Paese si diffondono paura, insicurezza e
pessimismo, diffidenza tout
court
verso
ogni forma di contestazione, paranoia sociale. Nel “paese reale”
si opera una frattura ideologica tra i ceti medi, che si trincerano
su posizioni conservatrici, e la sinistra storica, a sua volta
abbandonata da un movimento giovanile che non vi si riconosce più e
la scavalca, ponendosi su posizioni massimaliste e talora
avventuriste.
L’Italia
della seconda metà dei Settanta è dunque un paese lacerato da
un’insicurezza di tipo economico (inflazione crescente, diminuzione
dei posti di lavoro, disoccupazione giovanile) quanto ideologico,
politico, etico, in cui i comuni valori di riferimento paiono ormai
privi del proprio carattere di conforto normativo. Ad essi,
fatalmente, si sostituiscono valori individualistici e “particulari”,
talvolta veri e propri disvalori elevati a moralia.
Il “posto sicuro” – nella fattispecie nella terza e conclusiva
fase della commedia all’italiana, quella del riflusso e conseguente
amaro bilancio – diventa quindi scelta (oltreché ragione) di vita,
per assicurarsi il quale tutto è lecito, dalla rinuncia alla dignità
individuale al cambio senza problema alcuno di casacca ideologica,
fino all’illecito, all’inciucio, magari consumato all’interno
di consorterie esclusive nel nome d’una “fraternità” fra
adepti che è l’opposto di quella solidarietà fra disgraziati
poveri ma belli che rappresentava la cifra della commedia di un
tempo. Commedia caratterizzata da teneri bulletti di periferia che
vogliono fare gli americani, pusillanimi che tentano di sopravvivere
come possono alle circostanze imposte da eventi più grandi di loro,
ladruncoli improvvisati che sperano nel colpo gobbo, superficiali di
bell’aspetto che elevano l’automobile a distintivo del proprio
benessere, arrivisti cinici e sfortunati, emigranti che cercano la
fortuna e se ne tornano con le pive nel sacco, frustrati che trovano
nel sesso l’unica risposta alla loro grigia esistenza, straccioni
divorati dalla brama di denaro, di successo, di potere, non più
innocenti come nelle sceneggiature zavattiniane ma brutti, sporchi e
cattivi.
Le
inchieste insabbiate, le prove inquinate, l’informazione sempre
meno libera, la sfiducia nello Stato, il senso d’una vulnerabilità
tanto più spaventosa quanto più distanti e persino nemiche vengono
percepite le istituzioni, generano fatalmente la chiusura in sé
stessi, l’omertà, la giustizia personale. Prime strisce di
televisione spazzatura e spettacoli di basso intrattenimento anche
cinematografico s’insinuano nei palinsesti allo scopo di sedare
l’inquietudine e costruire un clima di apparente tranquillità,
puntando alla rimozione e, poco a poco, alla disaffezione, al
disinteresse dei più verso il sociale, verso l’impegno e la
vigilanza democratica che ciò comporta. La demonizzazione dei
giovani in quanto fautori di un ordine differente e antitetico porta
alla loro individuazione in termini di ostilità sociale,
d’inimicizia a
prescindere.
Porta all’accettazione di angherie consumate nel segno
dell’indifferenza e dell’insipienza burocratica sulla pelle dei
deboli – angherie che gli ultimi “eroi” della commedia
all’italiana subiscono senza alcuna ribellione, essendo parte di
quel sistema e preferendolo ad eventuali altri (sulla cui maggiore
giustizia non sono disposti a credere, e che d’altronde non sono in
grado di concepire). Porta, in un Paese ove cresce la voglia di leggi
eccezionali e di patiboli, perfetti esponenti della maggioranza
silenziosa a far proprie tali istanze e ad applicarle.
Arbitrariamente. Alla lettera.
Di
tale tormentata e tormentosa temperie, pellicole quali Un
borghese piccolo piccolo di
Monicelli o Caro
papà di
Risi si pongono quali opere eponime. In un panorama produttivo che
incoraggia la produzione di film “poliziotteschi” – firmati da
registi oggi tornati di culto, quali Fernando Di Leo, Umberto Lenzi o
Stelvio Massi – con relativa pletora di sbirri spesso corrotti e
comunque violenti quand’anche si battano contro il crimine (dando
quasi sempre l’impressione di farlo in base a monomanie ed
ossessioni personali più che per affermare il Diritto), un panorama
in cui gli idealisti della precedente generazione hanno già cantato
il proprio de
profundis (si
pensi a C’eravamo
tanto amati di
Scola), in cui i peggiori fantasmi della convulsione politica in atto
hanno già avuto modo di manifestarsi (come in Cadaveri
eccellenti di
Rosi o in Todo
Modo di
Petri, e prima ancora ne L’udienza
di Ferreri), e in cui i principi di base della famiglia e della sua
integrità risultano messi sempre più in discussione, la commedia
italiana si lascia alle spalle la sorridente quanto innocua perfidia
di Amici
miei e
le problematiche di Caro
Michele,
entrambi di Monicelli, mostrando un’italianità tanto desolante
quanto sgradevole, paranoica, cinica, reazionaria, al pari delle
opere di denuncia o d’impegno civile girate nei medesimi anni con
piglio anche più sostenuto che in passato.
Pure,
ciò è avvertibile nelle commedie non esattamente d’autore, più
schiettamente popolari e – come si suol dire – di grana grossa:
l’incipit di Ecco
noi per esempio… di
Sergio Corbucci, appunto, vede Renato Pozzetto, ingenuo giovanotto
della provincia lombarda, spaesato e sprovveduto di fronte agli
inevitabili tumulti e scompigli della grande città – dai cortei
femministi ai violenti scontri con la polizia – che all’istante
lo accolgono alla stazione di Milano e, seppur involontariamente, lo
trascinano in quella che è la situazione all’ordine del giorno. Il
medio cittadino non può più godere della tranquillità, del
benessere della quiete: nemmeno deambulare da un paese all’altro, o
da una località all’altra, senza che il disordine lo accompagni.
Al punto da seguirlo perfino dentro casa, o comunque entro quelle
mura domestiche che in teoria dovrebbero salvaguardarlo: ne Il…
Belpaese di
Luciano Salce, ritornato a Milano dopo avere lavorato per anni a un
pozzo petrolifero nel Golfo Persico, il povero Paolo Villaggio fatica
un bel po’ prima di convincere del proprio effettivo rientro la
famiglia, che temendo un’irruzione terroristica, ha installato una
demenziale sequenza di allarmi e chiusure automatiche alla porta di
casa, di fronte a cui l’occasionale Ulisse non sa come venirne a
capo. Il clima di tensione e paranoia proprio della realtà di quegli
anni, avvertibile in questo film in chiave satirica, giunge
paradossalmente a rompere ogni barriera di frapposizione quando una
colonia di giovani cosiddetti “alternativi”, addirittura,
svaligia il negozio di orologi del protagonista.
Il
pericolo incombe da qualunque parte ci si muova, e l’imminente
agguato esce allo scoperto quando meno lo si aspetta: la commedia
affronta tale ottica nella forma del genere episodico come in quello
“corale”, benché in questo caso della coralità alla base delle
pellicole “del ripensamento” non sembri esservi più traccia. La
situazione si risolve in una concatenazione di quadretti a incastro i
cui personaggi sono uno, nessuno e centomila, chiusi in un’unica
bottiglia nel mare magno dell’individualismo, dell’indifferenza,
della paranoia, della nevrosi collettiva, dell’apparente benessere.
Sicché l’impulso violento trova una risposta nella stessa
frustrazione, nella medesima nevrosi: l’insostenibile situazione
accende liti, tradimenti, violenze che finiscono per diventare
l’usualità più tipica. Ne L’ingorgo
– Una storia impossibile… di
Luigi Comencini, accesa radiografia somigliante a un reportage
televisivo sulle reazioni e riflessioni di alcuni prigionieri del
traffico durante un gigantesco imbottigliamento nei pressi di Roma,
l’apice di quest’insostenibilità è raggiunto quando alcuni
giovinastri, durante la notte, violentano a turno una giovane
cantante, mentre i testimoni del fattaccio optano, concordi, per il
silenzio assenso.
C’è
poi chi come Vittorio Gassman, assuefatto dagli effetti del medium
televisivo, non sembra curarsi di un effettivo delitto di fronte a
casa, nell’episodio Cittadino
esemplare,
tratto da I
nuovi mostri:
in questo film, però, lo sguardo sulle piccole e grandi meschinità
dell’italiano medio rimane quasi sempre in superficie, le
situazioni appaiono gratuite e paradossali, con punte eccessive di un
cinismo mai troppo esorcizzato. Qui risiede l’inevitabile
differenza tra il periodo delle ultime commedie all’italiana e
quello meno plumbeo degli anni Sessanta. Nondimeno, alcuni segmenti
giungono come sarcastiche trombe del giudizio, coerentemente al
periodo sociale e politico in cui sono girati: si va dal Gassman che
si finge addolorato di fronte ai reporter per la morte dell’odiata
moglie (Sequestro
di persona cara)
al giovane terrorista Yorgo Voyagis, muto di bell’aspetto che
intenerisce
la hostess Ornella Muti,
ci va a letto e le lascia come pegno d’amore un giradischi con
dentro una bomba, regolata per esplodere sul prossimo volo di lei
(Senza
parole).
Si avvertono perfino indicazioni su mostruosità possibili generate
dal concetto di mercato, di cui a fare le spese è sempre e solo ciò
che non ha mercato, come gli affetti (Pornodiva).
Non
resta che guardarsi dalla minaccia, dalle intimidazioni, dalla
presenza nemica (o sospetta tale) in chicchessia, come fa Renato
Pozzetto – sindaco d’una cittadina assediata dalla delinquenza
notturna – in Fico
d’India di
Steno, o il “terrunciello” Diego Abatantuono, lui medesimo un
capobanda in
primis
alla ricerca della figlia di un ragioniere, ne Il
ras del quartiere di
Carlo Vanzina. Ciò, anche a costo d’incappare nell’errore
involontario ma irreparabile: ancora, nell’episodio Autostop
del succitato I
nuovi mostri,
convinto di aver abbordato una pericolosa evasa, il commesso
viaggiatore Eros Pagni uccide a rivoltellate la giovane autostoppista
Ornella Muti, che rifiuta le sue avances
maschiliste.
Eppure,
la tesi della giustizia a ogni costo, ciecamente assurta a norma di
vita indispensabile in misura vieppiù insistente, è un altro tra i
motivi ricorrenti nelle commedie del ripensamento della seconda metà
degli anni Settanta: nello specifico, ciò che prevalentemente emerge
è la convinzione di rendersi in
primis
garanti e fautori della giustizia, quando i suoi strumenti si
rilevano inefficaci, la polizia brancola nel buio e la legge ha le
mani legate. Ad accomunare opere siffatte non è solo la firma
d’indiscutibili alfieri del genere in questione, quanto l’analoga,
scomoda idea della giustizia personale, ostentata quale meta di
fondo, quando la circostanza avversa e crudele intacca le maglie del
benestare sino ad assorbirne gli emblemi (famiglia, focolare
domestico, occupazione). Nel menzionato Un
borghese piccolo piccolo,
vedendosi uccidere durante una rapina il figlio su cui ripone le
speranze di una
vita, il travet Alberto
Sordi, alla soglia della pensione, si trasforma in un potenziale
“giustiziere della notte”, la cui convinzione di proteggersi
dall’oscuro clima di tensione, lo induce a non riuscire più a
liberarsi di quella sete di vendetta a ogni costo che anima il suo
nuovo, occasionale ruolo. In un altro apologo sulla violenza privata,
Il
giocattolo
di Giuliano Montaldo, vistosi rapinato e ferito accidentalmente in un
supermarket, il portavalori Nino Manfredi deve decidere se imparare
l’uso della pistola (da cui l’ironico titolo) o rinunciare al
lavoro, e opta per la pistola.
In
un clima di paura e paranoia condivise, dubitare di tutti è normale.
Il tuo vicino di casa può essere un terrorista, e il terrorismo
sembra avere la possibilità di colpire e nascondersi come un pesce
nell’oceano. Pare persino, il terrorismo, opzione dotata di vere
possibilità di sovvertire l’ordine sociale. Nei cinema nostrano
dei primi anni Settanta ci si può ancora imbattere in qualche
parodistica operazione sull’argomento, prima che s’impongano
riflessioni più serie: in Vogliamo
i colonnelli
di Monicelli, tenuto a battesimo un governo ombra ed elaborato un
piano eversivo, l’onorevole missino Ugo Tognazzi tenta il colpo di
stato ma non ne imbrocca una, tutto gli va storto e l’unico
risultato che ottiene è di suscitare il “golpe bianco” d’un
partito avverso e la svolta repressiva che ne segue.
La
mentalità è mutata quanto i segni d’una teorica tranquillità, i
segni di un ordine naturale condiviso: da esterna, la guerra si
spinge dentro casa, si fa motivo di conflitto tra padri e figli. In
Caro
papà di
Risi, nel pieno degli anni di piombo, il capitano d’industria
Vittorio Gassman scopre che il figlio non solo simpatizza per i
terroristi, ma è anche coinvolto nella preparazione di un attentato:
e il bersaglio – quasi fosse una sorta di congiura – è proprio
il protagonista, elevato a novello Giulio Cesare.
A
rifletterci, il segmento L’educazione
sentimentale,
nel film I
mostri dello
stesso regista, non aveva anticipato i tempi, mostrando come
l’opinabile catechismo di un cinico e disonesto Tognazzi verso il
figlioletto si ritorcesse grottescamente verso il genitore? Allo
stesso modo, se tale “educazione” si ritrova in Un
borghese piccolo piccolo da
parte
del travet nei confronti
del figlio ragioniere, identicamente trasposta senza che nulla sia
cambiato a distanza di anni, non è errato supporre che il climax
violento e sanguinario nel frattempo instauratosi altro non sia che
un prezzo da pagare al ripudio del Sociale, all’incapacità di
concepirsi come parti di un tutto collettivo. La condanna ad essere
mine vaganti, anonime gocce nel turbinoso fiume di veleno che assedia
la società e fomenta esso stesso tensione e violenza.
Quanto
all’informazione, crescono le tecniche di manipolazione
proporzionalmente alle sue rivoluzionarie possibilità di cambiamento
sociale. Si cerca una stupefazione permanente
a base di scoop in serie. Ne
Il
mostro,
uno dei film meno felici di Luigi Zampa, senza misura né vergogna,
la cronaca nera si fa persino strumento di crimine giornaliero, tale
da rendere il clima sanguinario la più familiare delle quotidianità:
è quanto accade al giornalista in crisi Johnny Dorelli che individua
lo scoop della vita imbattendosi
in un
anonimo
serial killer, il quale, prima di uccidere, lo avvisa tramite
misteriosi biglietti. Quando la catena degli omicidi si allunga, e il
protagonista sembra prendere
gusto ai colpacci, la polizia inizia a insospettirsi. Pur entro
modesti risultati, evidente è la polemica verso il sensazionalismo e
il becerume che ne segue, potenziale nutrimento di altri crimini.
A
ben guardare, già il cinema italiano d’impegno aveva mostrato con
Sbatti
il mostro in prima pagina,
uno tra i lavori di Bellocchio più discussi all’uscita, come una
campagna di disinformazione a mezzo stampa fosse in grado di
strumentalizzare un episodio di violenza carnale sino a farne un caso
politico. Pallida eco se ne avvertirà nella fantapolitica vicenda di
Tre
colonne in cronaca
di Carlo Vanzina, girato in seguito. Protagonista di entrambi i film
è non a caso Gian Maria Volonté (simbolo della produzione
cinematografica militante e impegnata dei primi anni Settanta), nei
panni del direttore di un quotidiano, ruolo già ricoperto nel film
di Bellocchio. Il Nostro si trova a dover adottare metodi poco
ortodossi per salvare il giornale dalla chiusura, voluta da un
industriale lombardo truffaldino verso cui il giornale non è tenero.
In
breve tempo, gli ultimi scampoli della cosiddetta commedia
all’italiana devono fare i conti, e di conseguenza consegnare il
testimone, a un cinema d’impegno civile che impone la trattazione
di temi delicati e/o scomodi a un’attenzione e ad una serietà che
non possono più essere dissimulate dall’ironia e neppure più
soltanto dalla satira. L’allegra brigata dei Risi, dei Monicelli,
dei Comencini o degli Scola, e di tutte le firme più o meno
rilevanti del genere, sono obbligate a fare largo alle nuove leve:
dai fratelli Bertolucci a Roberto Faenza, da Gianni Amelio a Marco
Tullio Giordana, a Nanni Moretti.
Tra
le navigate firme del panorama cinematografico italiano, Elio Petri e
Francesco Rosi mostrano innegabile fedeltà al proprio stile nella
gestione della tematica. In particolare Rosi, in Tre
fratelli,
sposa il disagio del periodo al disegno di tre personaggi (quelli
rimarcati dal titolo) alle prese con le rispettive, differenti
psicologie e vicissitudini. Tuttavia, la cronaca nera e la percezione
continua di un malessere sono i denominatori comuni dei
tre quadri: intrecciato a flashback alterni, ciascuno di essi ruota
intorno alla scomparsa d’una civiltà, in parte, origine e base
del costume attuale. Al punto che la società immediatamente
seguente, avendo disconosciuto quella contadina, è arrivata a una
sua allegorica soppressione. Volenti o nolenti, le origini dei
protagonisti – di ritorno nel loro paese d’origine al Sud, dopo
la morte della madre – devono confrontarsi con le prese di
posizione loro imposte dai cambiamenti: il magistrato Philippe Noiret
teme un attentato imminente; l’anarcoide Vittorio Mezzogiorno
auspica una rivolta contro il malcostume italiano; l’apparentemente
tranquillo Michele Placido è disposto a riconoscere l’uso della
violenza nella lotta politica. Accomunano ciascuna vicenda le
particolari visioni oniriche compiute da ognuno dei fratelli:
fantasticherie che permettono ad essi di vivere un possibile sviluppo
della propria esistenza.
Per
contro, Petri preferisce giocare la carta dell’invettiva feroce e
sarcastica, senza risparmiare stoccate al moloch
ormai imperante e tiranno della tivù. In Buone
notizie (o
La
personalità della vittima),
lancinante apologo etico-politico e purtroppo l’ultimo film del
regista, il medium
televisivo viene visto all’origine della perdita di identità nella
società contemporanea, tale ne è divenuto il peso da traslarsi in
presenza irrinunciabile per l’individuo medio, quest’ultimo reso
insensibile dal costante contatto quotidiano con immagini
choc. A questa
categoria appartiene il protagonista Giancarlo Giannini, per
l’appunto un grigio e freddo funzionario della RAI,
travet privo di nominativo
tanto nulla è resa la sua identità, indifferente di fronte
all’incessante sequela di orrori catodici, il quale non dà peso
alle richieste di aiuto d’un amico che teme di essere ucciso. Anche
qui la tensione drammatica che si respira è quella di un Paese
calato in un allarmismo insostenibile, e conferisce alla vicenda un
risvolto
thriller1
tanto scombinato
da essere volutamente posticcio, inverosimile come gli allegorici
elementi che arredano il film, le montagne di spazzatura ovunque che
testimoniano d’un disordine apocalittico. Anche in questo caso,
facile preda della paranoia incombente, il cittadino medio è
obbligato a guardarsi intorno, ma la sua anima è tanto imbevuta
d’indifferenza e nichilismo da smarrire la chiave dell’enigma.
Una volta che l’amico viene effettivamente trovato morto, in
circostanze al contempo assurde e paradossali, il funzionario scopre
i tanti (troppi) scheletri nascosti nell’armadio a sua insaputa, ma
troppo tardi, senza più la possibilità di trovare una risposta e un
significato, essendo diventato lui stesso il piccolissimo tassello di
un rebus indecifrabile.
Il
fatto che la tensione abbia ormai reso indistinguibile i poli da
annullare qualsiasi barriera di frapposizione, lo dimostrano due
opere quali La
caduta degli angeli ribelli di
Giordana e La
tragedia di un uomo ridicolo di
Bernardo Bertolucci. Il primo è interpretabile come l’ideale
continuum
di un dittico inaugurato col folgorante Maledetti
vi amerò
(radiografia disperata, velata d’ironia dissacratoria, sul bilancio
d’una generazione disillusa dalla caduta degli ideali e segnata dal
periodo post-Moro).
In questo capitolo secondo, però, l’autore costruisce un
melodramma che filtra la buia attualità del periodo attraverso una
serie di variegati echi (letterari, figurativi, musicali): il
terrorismo è ostentato come il sogno proibito di un’altolocata
sotto shock, Clio Goldsmith,
amante del brigatista in profonda crisi Vittorio Mezzogiorno,
anch’egli di estrazione borghese. Benché questi sia condannato a
morte dai suoi stessi compagni di lotta, è proprio la giovane a
causarne la morte, dopo una convivenza all’insegna della paura.
Nel
secondo, un industriale caseario (un Tognazzi che sapientemente
sottolinea il passaggio dalla commedia dei tempi andati al cinema
della riflessione), una volta appreso che suo figlio, sequestrato da
rapitori, è stato ucciso, preferisce non divulgare la notizia e
investire nella propria azienda il denaro accumulato per il riscatto.
Troppo tardi si rende conto che la sua “truffa”, nel frattempo
rivoltataglisi contro, non è che l’obiettivo d’un disegno
altrui: nella fattispecie, architettato dal figlio vivo e vegeto e
dalla di lui fidanzata. Qui, l’aspra riflessione sul rapporto tra
padri e figli si affianca a una lucida rappresentazione di certa
meschina borghesia italiana, disposta a tutto pur di stare a galla in
tempi che si stanno rivelando difficili.
Un
vero e proprio conflitto interno d’idee e sentimenti, invece, è al
centro di Colpire
al cuore di
Amelio. La relazione tra Jean-Louis Trintignant, docente
universitario amico di brigatisti, e il figlio Fausto Rossi si
compromette irrimediabilmente quando il giovane – forse per mancato
appagamento d’affetto del genitore nei suoi confronti – racconta
le frequentazioni del padre ai carabinieri, prima di pedinarlo di
nascosto fotografandolo in compagnia d’una presunta terrorista (la
Laura Morante pure interprete del film di Bertolucci), e infine
denunciare entrambi alla polizia, causando arresti privi di
fondamento che lo trasformano in un piccolo mostro. Filtrate nel
quotidiano, la caduta delle certezze e l’ansia spasmodica di
verità, entro una realtà in cui tutti sono vittime di un fenomeno
più grande di loro, portano ad accreditare come attendibili i più
inattendibili figuri (e il “caso Tortora” ha luogo nello stesso
anno d’uscita del film).
Nel
corso degli anni Ottanta, un terrorismo che si ritiene debellato si
fa pretesto per apologhi a incastro, costituiti da brevi quadri o
fugaci scorci in funzione di tasselli, come i personaggi di volta in
volta al centro di ognuno. Memore con molte probabilità della
corrente cinematografica tedesca, in particolare gettando uno sguardo
a Anni
di piombo di
Margarethe von Trotta, Segreti
segreti di
Giuseppe Bertolucci è un tentativo di trattare questo tema senza
schematismi ideologici o banalità documentaristiche, giacché la
vicenda di una brigatista (Lina Sastri), di origini alto-borghesi,
s’intreccia con quella di altre sei figure femminili: dall’anziana
nurse
(Alida Valli) alla madre (Rossana Podestà) della protagonista, alla
sorella (Giulia Boschi) del complice ucciso dalla giovane, via via
includendo la madre di quest’ultimo (Lea Massari), sino al giudice
(Mariangela Melato) che condannerà la terrorista.
Persino
in La Messa è finita di
Moretti – la cui struttura narrativa, riguardante la sconfitta di
una realtà generazionale precocemente mutata, per alcuni versi
somiglia al citato Maledetti
vi amerò
– fa capolino un esponente della lotta armata (un Vincenzo Salemme
ancora lontano dalle esperienze
di cabaret) nei guai con
la giustizia, che il parroco don Giulio – interpretato dallo stesso
regista – cerca di redimere, essendo stato suo vecchio compagno
negli anni della contestazione. Tuttavia, il punto di rottura è
ormai troppo superato per sperare in una soluzione possibile: non si
rimedia a sbagli dovuti alle contraddizioni di un’utopia
rivoluzionaria, anche se la posta in gioco (mancata) fosse, com’era,
un cambiamento in meglio del mondo. Meno che mai concepibile lavare
le colpe degli altri, sperando nel loro pentimento: quando il giovane
brigatista, rilasciato dalla polizia per mancanza di prove, si
riavvicina al sacerdote, per tutta risposta don Giulio gli chiude in
faccia la finestra del confessionale.
Fedele
a stilemi cinematografici che collimano con le proprie idee
politiche, al termine degli anni Ottanta, nella metaforica quanto
sconsolata invettiva di Palombella
rossa,
Moretti in
primis
s’interroga sulla perdita d’una memoria generazionale che
coincide con lo smarrimento completo degli ideali (politici ed etici)
e dei loro scopi e principi, cui fanno seguito i dubbi circa la crisi
del partito comunista nel documentario La
cosa,
radiografia su aspetti e cause determinanti la fine del PCI, che
immortala alcuni momenti di un dibattito politico ripreso in otto
sezioni sparse per l’Italia, lanciato sulla proposta di Achille
Occhetto di una possibile rifondazione del partito.
Tale
operazione richiama l’esperimento altrove condotto, poco più d’un
decennio prima, da Roberto Faenza con Forza
Italia!,
graffiante pamphlet
documentaristico che ripercorre trent’anni di potere democristiano,
intessuto di scene e dichiarazioni registrate durante congressi
politici, comizi e sedi istituzionali, che ne smascherano
l’incongruenza, la contraddittorietà, la falsità o la tragica
quanto involontaria comicità. Film di montaggio originale per i
tempi (si pensi a quanto li precorra il titolo), che mette in campo
una salutare ferocia contro la politica imperante nel Paese.
Nella
finzione quanto “dal vivo”, insomma, sono soprattutto le firme
del cinema nostrano di più notevole qualità a interrogarsi su
origini e motivi che portano i due decenni in esame alla rottura,
verso il punto del non ritorno. Alla metà dei Novanta peraltro c’è
chi, peregrino, si ostina a cercare di comprendere in prima persona
la rottura degli schemi (“Colpirne uno per educarne cento”), a
costo di restarne turbato per sempre. Il Nanni Moretti de La
seconda volta di
Mimmo Calopresti è un docente universitario vittima di un agguato
terrorista, spinto dalle conseguenze del caso a un riavvicinamento e
conseguente chiarificazione con la carnefice Valeria Bruni Tedeschi;
quest’ultima, condannata alla libertà vigilata, si sacrifica
riconsegnandosi alla normale pena detentiva dopo avere trasgredito la
concessione a favore del chiarimento con la sua ex vittima.
Nondimeno,
dagli anni Ottanta in poi, almeno sugli schermi, il terrorismo sarà
condannato al pietoso velo della mentalità italiana più
indifferente e assuefatta dalla televisione, senza lasciare più una
traccia d’impegno al contempo scomodo e coraggioso come negli anni
passati, abbandonandosi a una memoria man mano livida. Non ne rimane
che qualche barlume o pallido richiamo che sa più di pretesto,
sfiorato quando non assembrato con altri spunti, in commedie
generazionali dirette dalle nuove leve della commedia italiana emerse
nel frattempo (da segnalare, almeno, il limitato margine che
dell’argomento offre il Francesco Nuti di Donne
con le gonne).
In alcuni casi, il delinquente – brigatista o sequestratore che sia
– è perfino al centro d’improbabili redenzioni per
qualunquistici quanto autoreferenziali deliri d’onnipotenza (come
nel caso di Joan
Lui di
Celentano).
La
figura del terrorista o presunto tale si fa pure protagonista di
bizzarre, picaresche vicende, talora realmente accadute (Spaghetti
House di
Giulio Paradisi), talaltra seguendo percorsi on
the road
che in qualche caso diventano occasione di conoscenza reciproca tra
aguzzino ed ostaggio, prima di sfociare in un’amicizia (Figli
di Annibale di
Davide Ferrario o Così
è la vita del
trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo, in collaborazione con Massimo
Venier), e in qualche altro trasmutano in fugaci quanto stravaganti
avventure sentimentali: in Viola
bacia tutti di
Giovanni Veronesi, addirittura, detta relazione amorosa è triplice,
giacché coinvolge l’evasa Asia Argento e i tre amici in viaggio
Massimo Ceccherini, Valerio Mastandrea e Rocco Papaleo, incontrati
per caso durante la fuga.
Da
par suo, la commedia italiana di poche pretese si limita a prendere
il personaggio del terrorista inserendolo di peso nella farsa
ridanciana (il personaggio di Stefania Sandrelli, dinamitarda in
Bello
mio, bellezza mia di
Corbucci, per esempio), laddove quella di collaudato piglio
tradizionale è alla vana ricerca d’un aggiornamento schiacciato
dal peso delle ambizioni
(Cercasi
Gesù di
Comencini). Nel cinema
italiano impegnato fine anni Ottanta, per quanto ambizioso, qualche
non trascurabile spunto sull’argomento – quasi fosse un ritorno
su temi già affrontati in precedenza – viene da pellicole come
Appuntamento
a Liverpool
di Marco Tullio Giordana, dove una giovane Isabella Ferrari
identifica l’hooligan
inglese che tre anni prima le uccise il padre, e anziché denunciarlo
lo segue sino a Liverpool, chissà se per vendicarsi.
Ancora,
in Sud
di
Gabriele Salvatores, quattro disoccupati occupano un seggio
elettorale del Meridione per protestare contro i brogli e i maneggi
del boss locale. La rivolta, però, trasforma i “resistenti” in
sequestratori, ché nel seggio s’imbattono casualmente nella figlia
del politico corrotto e nel fidanzato di lei, tenendoli come ostaggi.
Ne segue un braccio di ferro tra le forze dell’ordine e i
dimostranti, che coinvolge l’opinione pubblica e dove non mancano
neppure i mass-media col loro bagaglio di cinismo, superficialità e
mistificazione. In entrambi i casi, tuttavia, non è il terrorismo a
fungere da tema di fondo, e i film – al pari di enumerabili altri
esempi – più semplicemente rientrano nel cinema di denuncia.
Al
clima di tensione in oggetto, il panorama cinematografico italiano
sembra ormai guardare attraverso allegoriche letture, come succede in
Una
storia semplice di
Emidio Greco: qui, l’aria che si respira è molto simile a quella
dell’impegno civile anni Settanta, sì da apparirne una variante
riveduta e aggiornata, e il clima asfittico, pessimista e metafisico
(proprio di cineasti quale Petri) è immerso entro
risvolti thriller limitati all’allusione
e all’allegoria. Le indagini del brigadiere Ricky Tognazzi sul
presunto omicidio di un diplomatico si concludono in niente, benché
un frammento di verità sopravvenga in
extremis
prima di scomparire di nuovo nel nulla.
In
un paese ove i gusti cinematografici sono mutati e la televisione più
di consumo sembra avere accuratamente “lavato” (e riplasmato) la
mentalità di molti spettatori, c’è chi avanza ancora qualche
dubbio su alcuni tra i casi di cronaca più sconvolgenti dei decenni
trascorsi e realizza opere-inchiesta di taglio semidocumentaristico e
piglio realista, dal Marco Risi de Il
muro di gomma,
sulla tragedia di Ustica e le sue vergogne di Stato, al Giordana di
Pasolini
– Un delitto italiano.
In particolare, in quest’avvincente e rigorosa ricostruzione del
processo per l’omicidio del “poeta corsaro”, che poco a poco si
trasforma nell’accorato omaggio a un maestro di cinema e di vita,
si vuole dimostrare come il delitto non potesse essere compiuto da un
unico individuo, ma fosse in realtà al centro di una più articolata
macchinazione.
La
strage della stazione di Bologna è al centro di un mediometraggio
diretto da Massimo Martelli dal titolo fin troppo emblematico, Per
non dimenticare,
interpretato da nomi più o meno noti del grande e piccolo schermo,
ciascuno dei quali presta il proprio volto alle vittime del tragico
episodio negli ultimi istanti della loro esistenza, prima
dell’imminente strage. Persino in una moderna favola a episodi
firmata da Sandro Baldoni, Strane
storie – Racconti di fine secolo,
la drammaticità dell’evento arriva come un’eloquente metafora:
il treno su cui viaggiano i passeggeri, a loro volta protagonisti dei
tre segmenti che compongono il film, si arresta improvviso di fronte
ai rottami
dell’Italicus, il
treno oggetto di un attentato terrorista che giace lungo un binario
morto. Ciò catapulta i personaggi all’interno di un’allegorica,
nuova “strana storia”, ma la tragicità dell’istante, giungendo
inattesa, coglie impreparati loro e lo spettatore: non tanto
riportandoli alla realtà, quanto ricollegando una finzione
vero-finta a una quotidianità paradossalmente anche più
inverosimile. Non occorrono parole per sottolineare ulteriormente
quanto mostrano gli ultimi fotogrammi: stupore e silenzio sono le
uniche risposte appropriate.
Nell’inoltrato
neo-millennio anche il caso Moro – già al centro di una pellicola
didattica di Giuseppe Ferrara, didascalica come tutte quelle
dell’autore – torna motivo di gestazione per Buongiorno,
notte di
Bellocchio, che nel ripercorrere gli ultimi giorni del presidente del
consiglio nazionale della DC, opta per l’apologo onirico e segue il
percorso della reinterpretazione fantastica: nell’epilogo, il
politico (Roberto Herlitzka) è rilasciato, libero di camminare per
le strade solo perché si tratta della visione di una delle sue
aguzzine (Maya Sansa), la più sensibile del gruppo di sequestratori.
Nel
più odierno cinema d’impegno civile di casa nostra, semmai, si
abbraccia la trattazione di più delicati spunti, quale la pedofilia
entro contesti religiosi (Pianese
Nunzio, 14 anni a maggio di
Antonio Capuano), ma non solo. Quanto alla cronaca nera, gli episodi
più tristemente noti della storia italiana, nonché lo stesso
personaggio del brigatista, sono ormai oggetto di rivisitazioni
televisive i cui risultati qualitativi non sempre si rivelano
all’altezza dei lodevoli propositi (tra le più dignitose, si
segnala almeno la fiction che vede al centro il “caso della Uno
Bianca”, diretta da Michele Soavi). E se qualche notevole esempio
arriva ancora da pellicole come La
mia generazione di
Wilma Labate, è però nel monumentale La
meglio gioventù
di Giordana – all’origine concepito come format
televisivo – che la radiografia di cui il Paese è protagonista,
lungo un trentennio che dal Sessantotto arriva ai giorni nostri e
ovviamente annovera gli anni di piombo, si sposa a un desiderio di
rifare il punto.
Legato
alla voglia d’un cinema d’impegno ormai dissoltosi, peraltro
aggiornato agli schemi odierni, l’affresco sembra l’ideale
proseguimento di Novecento,
quasi ripartendo dal punto in cui terminava
il kolossal di Bertolucci
(che pure documentava l’Italia nella prima metà dell’ultimo
secolo), giungendo come una sorta d’invito retrodatato,
testimonianza d’una nazione in quella che è stata la sua fase più
critica, una fase per certi versi non conclusa né ancora risolta.
Francesco
Saverio Marzaduri
1 Altro
stilema ricorrente nel cinema italiano di denuncia, nella fattispecie
anni Settanta, che si ritrova puntuale in operazioni affini.

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